“Naziende”: i marchi famosi nati o fioriti sotto il nazismo

Oggi sono tutte aziende rispettabili che hanno rinnegato e chiesto perdono per ogni legame passato con il movimento di Adolf Hitler, ma questi marchi tedeschi sono nati o fioriti durante il nazionalsocialismo e non crederete ai vostri occhi quando scoprirete quali!

Fanta

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Pubblicità d’epoca della Fanta

Il caso più incredibile riguarda la bibita Fanta, prodotta oggi da Coca-Cola Company. Durante la guerra, il ramo tedesco della Coca-Cola si trovò impossibilitato nell’importare lo sciroppo utilizzato per creare la bevanda scura in quanto proveniente dagli Stati Uniti, contro cui la Germania era in guerra. La filiale tedesca dell’azienda – su pressione da parte anche di esponenti del Reich – decise di produrre una bevanda utilizzando prodotti reperibili in Germania – come zucchero e le mele – e creò il nome Fanta dalla parola tedesca “fantastisch” ovvero “fantastico”. Finita la guerra, Coca-Cola si riappropriò delle strutture e chiuse la produzione della Fanta, ma nel 1955 la bibita fu nuovamente immessa sul mercato per contrastare le bibite al gusto di frutta prodotte da Pepsi.
A quel punto la Fanta fu esportata altrove, anche in America. La cosa è ricordata simpaticamente anche nel primo film di Ritorno al Futuro, quando Marty McFly chiede una Fanta e il barista non sa cosa sia.

Volkswagen e le altre auto tedesche

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L’originale logo Volkswagen, che rimandava alla svastica, Public Domain, Link

Il nome Volkswagen significa “l’auto del popolo” ed è quanto mai evocante un regime socialista. La genesi della compagnia fu voluta proprio da Hitler (che secondo alcuni diede il nome allo stesso maggiolino) e nel primissimo logo dell’azienda compare anche una svastica stilizzata. La compagnia fu supportata da Ferdinand Porsche, imprenditore automobilistico che ha dato il suo nome alle celebri auto di lusso. Hitler lo interpellò perché voleva invece un’utilitaria che fosse acquistabile dalla gran parte della popolazione (similmente al modello T di Ford) e così nel 1938 nacque il famoso “maggiolino“. Durante la guerra VW produsse anche molte auto per l’esercito come la Kubelwagen che spesso appare nei film. Anche altre aziende quali Audi, BMW, Opel e Mercedes-Benz diedero ampio supporto e profittarono facendo affari con il governo di Hitler – come si può facilmente immaginare – non disdegnando anche di usare il lavoro coatto di prigionieri e popolazioni annesse con la forza. Sorprende di più che anche il ramo tedesco della Ford fu implicato con il Reich, una volta che i rapporti con la casa madre furono parzialmente interrotti dalla guerra.

(Curiosità: la “V” di Volkswagen si pronuncia come una “f” mentre la lettera “e” del nome Porsche si pronuncia interamente, mentre gli italiani spesso la omettono).

Hugo Boss

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Pubblicità anni ’30 delle uniformi di Boss – public domain image

Altra compagnia il cui supporto al nazismo sorprende, fu il famoso brand di moda Hugo Boss. Dagli anni ’30 il signor Boss, membro del partito nazista e che utilizzava largamente il lavoro coatto, iniziò a produrre le uniformi per le SA, le SS e la Gioventù Hitleriana, rimaste tristemente famose per la loro indubbia eleganza ma soprattutto per le violenze perpetrate da chi le indossò. La compagnia ha tentato varie volte, dopo la guerra, di discostarsi dalla pesante eredità nazionalsocialista e dobbiamo dire che c’è riuscita: oggi è rispettata da tutti. Ma il ricordo delle uniformi iconiche dei nazisti è rimasto in molte persone: per elaborare le famose divise degli ufficiali dell’Impero Galattico di Star Wars, Lucas si ispirò infatti a quelle della Germania Nazista.

Puma e Adidas (fratelli Dassler)

Inizialmente uniti nell’azienda di calzature “Dassler”, i fratelli Rudolf e Adolf Dassler non sono ricordati come criminali nazisti ma la loro azienda fiorì proprio durante questo periodo storico.  I due fratelli erano comunque membri del partito nazionalsocialista ma Rudolf era il sostenitore più fervente. Dopo la guerra si divisero a seguito dei forti contrasti in due compagnie: Puma, che nacque da Rudolf, e Adidas che fu fondata da Adolf (da ADI, diminutivo di Adolf e DAS, dal cognome Dassler ). Le due compagnie, quando erano unite nella Dassler Calzature, non furono mai accusate di gravi crimini, nemmeno a seguito dell’arresto dell’intransigente Rudolf, sospettato dagli alleati di essere un membro delle SS.

Bayer (tramite IG Farben)

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Etichette del gas Zyklon B – Pubblico dominio, Collegamento

La casa farmaceutica che ha portato l’aspirina al successo fu acquisita da IG Farben e fabbricò il tristemente famoso gas Zyklon-B che sterminò milioni di prigionieri. Anch’essi usarono lavoratori coatti, come quasi tutte le aziende dell’epoca. Finita la guerra, IG Farben fu smantellata ma il personale continuò a produrre armi chimiche (stavolta per gli amici a stelle e strisce…).

Esiste anche una controversia sull’eredità dell’aspirina, dato che secondo alcuni a scoprirla fu una persona di religione ebraica che però non fu citata dall’azienda come scopritrice.

Le altre compagnie

Altre compagnie, seppur nate in precedenza, legarono molto con il nazismo. Siemens, Kodak, Random House Publishing o IBM (il ramo tedesco, dato che l’azienda è americana) collaborarono nel fornire servizi e infrastrutture ai nazisti e alcune di queste compagnie usarono schiavi e prigionieri come lavoratori, come era di triste costume all’epoca. Potete trovare una lista delle compagnie che profittarono dall’olocausto qui, che include anche Deutsche Bank, Allianz e altre aziende arrivate fino ai giorni nostri.

Le scuse postume

Alcune di queste compagnie hanno preso le distanze o si sono scusate per il loro passato a supporto del terzo Reich: a loro parziale difesa, quasi tutti gli industriali tedeschi all’epoca sostenevano il sanguinario regime nazista (pena la chiusura o peggio) e impiegavano lavoratori coatti reclutati nei campi di concentramento e tra i prigionieri delle nazioni occupate, come la Polonia.

A dimostrazione ulteriore che il totalitarismo infettò anche un ramo, quello del lavoro, che dovrebbe essere sacro.

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Kingdom Come Deliverance: le mie prime impressioni sul gioco

Non credo che sia un mistero quanto io ami e apprezzi il medioevo. Questo gioco per PS4, PC e Xbox One, Kingdom Come Deliverance, è da qualche tempo sotto la lente di ingrandimento di tutto il mondo videoludico, in particolare degli amanti dei giochi di ruolo Open world.

Si tratta In pratica di uno Skyrim ambientato però nella Boemia del 1400, con una ricostruzione storica e approfondimenti più che accurati. La storia tratta del figlio di un fabbro, Henry, che dovrà vendicarsi e crescere come uomo nel suo mondo medievale.

Controlli e difficoltà

Molte recensioni hanno evidenziato come il gioco presenti una curva di difficoltà paragonabile a quella del famigerato Dark Souls. In realtà, si tratta di approcciare KCD con un atteggiamento diverso, ovvero che siamo persone comuni lanciate in un mondo più grande di noi e senza un’adeguata preparazione ogni missione si trasforma in una ecatombe. Durante una delle prime missioni, ad esempio, ci viene richiesto di uccidere un paio di banditi che sistematicamente ci aggirano, trucidandoci in pochi secondi. Il gioco ci dà la possibilità, senza mai suggerirla direttamente, di cercare aiuto dal capo della guardia cittadina, oppure provare a occuparcene direttamente, magari prendendoli durante il sonno.

Durante l’indagine, qualora impieghiamo troppo tempo a zonzo invece che a fare rapporto al nostro superiore, ci sentiremo anche rimproverare da lui, dando alle quest finalmente dei caratteri di maggior realismo.

Se decidiamo di occuparci noi dei banditi, è opportuno recarci prima presso uno dei quadrati di addestramento e passare una buona mezz’oretta ad allenarci con le armi per poi affrontare questi sgherri in modo assolutamente più efficace.

In questo senso dobbiamo finalmente smetterla di considerarci dei supereroi e approcciare Kingdom Come Deliverance come se fossimo di colpo catapultati noi, con la nostra fisicità e i nostri limiti, nella Boemia medievale. Pertanto, si passano molte ore di gioco a pianificare un assalto invece che farlo a capofitto mulinando la spada e lanciando magie come nel pur ottimo Skyrim.

Anche le attività più banali, come l’alchimia o la riparazione delle armi, sono fatte con realismo. Per riparare la nostra spada dovremo effettivamente passarla sopra una mola stando attenti a non scheggiare la lama, mentre per l’alchimia dobbiamo mescolare ogni singolo ingrediente e farlo cuocere utilizzando una clessidra per stare attenti a non rovinare tutto. In questo senso il grado di immersione è quasi totale e non rende le attività secondarie noiose, anzi: un gioco nel gioco. In questo senso Warhorse, la software-house ungherese che ha confezionato il prodotto, ci regala una nuova dimensione di divertimento.

L’altra faccia della medaglia è che essendoci un sistema di salvataggio non proprio user-friendly (i salvataggi spontanei costano monete sonanti e gli autosave scarseggiano) ci troviamo talvolta a buttare un paio d’ore di gioco per un semplice errore, un colpo di sfortuna, o un bug.

Un mondo vivo

Il ciclo giorno-notte e le attività dei cittadini del gioco sono assolutamente accurati. Inoltre all’interno del menù è presente un’enciclopedia sulla vita del medioevo, con approfondimenti più che interessanti.

Se passate troppo tempo senza mangiare o dormire avrete delle penalità; allo stesso modo abbuffarsi di cibo ci farà soffrire. Parlare con un nobile con gli abiti sporchi di sangue ci svantaggia, mentre potrebbe aiutarci a intimidire il popolino.

Se pianificate di rubare un oggetto da un baule, ad esempio, vi converrà farlo di notte vestendo di nero in modo da essere meno visibili. Viceversa, se volete combattere è meglio farlo in condizioni di luce sufficienti. Ogni missione può essere sempre approcciata in almeno quattro o cinque modi differenti, elemento che potrebbe ripercuotersi in maniera positiva sulla rigiocabilità del titolo.

La scherma storica

Essendo un praticante HEMA, non ho potuto che apprezzare la profonda ricostruzione utilizzando i trattati dell’arte schermistica medievale. Facendo riferimento soprattutto alla scuola tedesca, i combattimenti di KCD sono basati sui dettami storici dove a ogni postura dell’arma corrisponde una contro-azione. Mai ho visto un simile realismo senza che la cosa diventasse troppo macchinosa. Con la levetta sinistra si muove il nostro personaggio, mentre con quella di destra si può cambiare la posizione dell’arma nello spazio per poi sferrare gli attacchi con R2 o R1 (quest’ultimo per i colpi di punta). Il sistema richiede qualche ora per essere padroneggiato, ma una volta che sarà così e acquistate le varie combo con punti abilità, diventa divertentissimo.

I punti dolenti

Oltre al già citato sistema di salvataggi un po’ frustrante e la curva di apprendimento non proprio agevole, il gioco è ancora caratterizzato da numerosissimi bug che in molti casi vi faranno tirare un pugno sul bracciolo del divano e diversi santi giù dal calendario.

Mettete ad esempio di avere sgominato dei banditi in inferiorità numerica, essere riusciti a scassinare un baule alla prima e star tornando verso casa. Per un bug, appena montate sul vostro cavallo il vostro personaggio si blocca impedendovi di proseguire o interagire con alcunché: oppure si troverà sbarrata la porta della città dove dovete recarvi, perché in una quest precedente non si è aperta. L’assenza di auto salvataggi frequenti provocherà in voi una sensazione di frustrazione VERA. Per fortuna le varie patch stiano risolvendo gradualmente i problemi e pagando un centinaio di monete si può salvare on demand.

Sono stati inoltre criticati i sistemi di scassinamento e borseggio. Per quanto riguarda il primo, è assolutamente complicato scassinare anche il più semplice dei lucchetti senza spezzare un numero impressionante di grimaldelli, spingendo il giocatore a lasciare perdere l’arte nelle prime fasi del gioco in quanto non si dispone dei fondi necessari per acquistare arnesi in quantità. Col passare del gioco, spendendo un po’ di soldini in addestramento il problema si risolve.

Dal punto di vista tecnico il gioco è ben fatto ma non ha la qualità grafica di The Witcher, altra pietra miliare di riferimento. Anche l’interazione con l’ambiente è limitata o in alcuni casi osteggiata dalla fisica del gioco non ancora perfetta.

Chi dovrebbe giocarci e chi starci lontano

KCD deve essere assolutamente acquistato da coloro che amano il medioevo, i giochi sfidanti alla Dark Souls, oppure i giochi di ruolo Open World con grandi possibilità.

Viceversa, chi ha poco tempo per giocare e vuole un’esperienza più arcade, è meglio che lasci perdere.

Ciao!

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Assassinio sull’Orient Express: tanto cast e niente arrosto

asoe.jpgDurante le vacanze di Natale trionfano i cinepanettoni o i film fracassoni alla Star Wars, per cui quando c’è l’adattamento di un romanzo che ha fatto la storia, c’è sempre la curiosità di vedere se può essere attualizzato. Kenneth Branagh, che ci ha sempre abituati al teatro shakespeariano, ci prova con il lavoro più famoso di Agatha Christie, e si ritaglia anche il ruolo di protagonista.

La trama in breve

Anni ’30. Hercule Poirot, detective belga molto famoso, sale a bordo del treno Orient Express in partenza da Istanbul. Conosce i suoi compagni di viaggio marginalmente, essendo egli stesso abbastanza schivo, ma una notte viene commesso l’omicidio di un passeggero ambiguo e viscido. A Poirot il compito di sbrogliare la matassa e, col suo leggendario fiuto, interrogare i sospettati cercando di cogliere piccoli particolari che possano incastrarli…

Il cast

Gli attori che compongono questo film sono assolutamente a livello Ocean’s eleven. Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, Johnny Depp, Penelope Cruz, lo stesso Brannagh e anche ottimi emergenti come Daisy Ridley, già Rey negli ultimi Star Wars. Eppure i loro ruoli sono troppo piccoli per apprezzarne l’abilità, e solo pochi riescono a svettare grazie ad alcuni piccoli monologhi. Per il resto è un One Man Show dello stesso autore e regista, non particolarmente incisivo.

La resa generale

Non si può alterare troppo la sceneggiatura di un grande classico. Eppure si ha l’impressione che il romanzo della Christie sia invecchiato piuttosto male.

Il risultato è un film lentissimo, noiosetto, con un unico colpo di scena finale al quale comunque si arriva senza poter associare la propria deduzione, perché la pellicola non consente di elaborare gli indizi (Poirot li rivela gradualmente) e si basa soltanto sulla narrazione fatta dal protagonista di ricordi di una vicenda passata che il pubblico non può conoscere. Pertanto assistiamo a un mostruoso insieme di spiegoni da far ribrezzo ai fan del famoso aforisma show: don’t tell, ma pure al pubblico medio. Assenti le scene d’azione, a parte un goffo inseguimento. Stiamo pur sempre parlando di un giallo.

Giudizio finale

Assassinio sull’Orient Express è un film girato in maniera troppo vecchio stile, lento e didascalico. Bocciato senza appello, rimane solo un collage di piccole scene interpretate da grandi attori.

Consigliato solo a fan hardcore della Christie.

Vi saluto e vi ricordo che potete seguirmi anche sulla mia pagina Facebook, su InstagramTwitter, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah o spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com.

Ciao!

“Quando c’era LVCAS, i Jedi arrivavano in orario!”

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NB: Arrivati al punto dove ci saranno spoiler, vi avviso.

La parabola di George Lucas sembra quella di un dittatore di metà novecento: l’inizio da solo, con pochi che credono in lui. Poi milioni di seguaci e lodi al suo operato. Passano gli anni e le sue scelte indignano i sostenitori (Ep. I). Il tentativo di migliorare è maldestro anche perché nessuno dello staff osa contraddire le sue boiate. L’estremo tentativo di riscatto è inconsistente e arriva troppo tardi (Episodio III – The Clone Wars).

Tutti invocano l’arrivo degli alleati, sotto forma della USS Disney, auspicando che il tirannico Re George venga deistituito. E per 4 miliardi ciò accade “sotto scroscianti applausi”.

Il “nuovo ordine” non si dimostra migliore del vecchio e partorisce un Ep. VII che divide i fan tra coloro che gridano al plagio e quelli che lodano l’omaggio.

Ma la verità è che Lucas, non manca quasi a nessuno; eppure quando le cose vanno male, tutti sembrano dimenticarsi gli abomini commessi nei prequel e quasi quasi lo rimpiangono come Mussolini, da cui il titolo della mia recensione.

E poi, arriva la frattura: Star Wars Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi.

La rottura dalla tradizione “manichea” – quasi tolkeniana – dei vecchi Star Wars è compiuta da Rian Johnson: è come quando scopriamo la verità su Babbo Natale. Un pugno nello stomaco che nuovamente ha diviso i fan ma intanto va bene a mamma Disney: “che se ne parli anche male, purché se ne parli”. Perché Star Wars (per colpa nostra) è peggio della Coca-Cola: un brand che vende da solo, anche non pubblicizzandolo. Possiamo amare o odiare il film ma tanto lo andremo a vedere, e ben vengano piccoli gioielli come Rogue One.

Quindi, in Episodio VIII, preparatevi a humor stupido (stile Guardians/Avengers), plot twist e personaggi grigi: al bando buoni o cattivi, che alla gente piace l’ambiguità in stile Trono di Spade. Ci manca Luke cocainomane e Kylo Ren che vendeva biscottini degli scout prima di essere abusato da Jabba (eeeww!) e c’è quasi tutto. Aspettatevi come sempre ottimi effetti visivi, un mostruoso riferimento (ai limiti del plagio) della trilogia classica – in particolare de “L’Impero colpisce ancora” – e il tentativo di rendere interessanti i nuovi eroi e di sbarazzarsi con garbo dei vecchi.

E prima di lasciarvi agli spoiler, una sola esortazione: smettiamola di parlare di Star Wars come se fosse un film di Pasolini o la Corazzata Potemkin.

Star Wars ha praticamente inventato gli effetti speciali e nobilitato la “space opera” ma si ferma lì. Le trame sono sempre state più lineari e scontate di un romanzo Harmony, i personaggi profondi come il tappo di un barattolo e il merchandising più invadente dei lavavetri al semaforo. Prendiamo proprio esempio dal film che vado a recensire, ovvero smettiamola di considerare tutto come un serioso libro sacro, neanche tanto avvincente, e prendiamo le cose come sono: anche i fallimenti (grazie, oh maestro dei maestri, per questa lezione).

Episodio VIII è un film di intrattenimento riuscito. Mi pare migliore nettamente del VII e quasi all’altezza di Rogue One, che come ho detto è un piccolo gioiello. Ep. VIII Non lo annovero tra i miei SW preferiti (nell’ordine: Ep. 5, Ep. 4 e RO), ma sicuramente sopra i prequel e ampiamente sopra Ep. VII.

SPOILER DA QUI IN AVANTI

Tante cose andavano tagliate: troppo umorismo “telefonato”, personaggi come Snoke buttati via e quanto altro. Ma se lo consideriamo per quel che è, merita la visione senza spendersi in raffinate analisi che non gli competono. Ma belin, Lucas lo ha pure detto: “Star Wars è una saga per dodicenni”. E io concordo: smettiamola di trattarlo da film neorealista.

Le cose che ho gradito

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Luke, vieni in Liguria che le abbazie sul mare ce le abbiamo anche noi! -CC BY 2.5, Collegamento

– Il ritorno alla dimensione spirituale e “medievale”

Il maestro, che butta via la spada come fosse ciarpame, vive in un monastero stile San Fruttuoso di Camogli, circondato da suore-rana che gli lavano il bucato e riparano gli edifici. In questo, mi ha tanto ricordato gli albori degli ordini cavallereschi quali i Templari e gli Ospitalieri, riportando i Jedi in una dimensione più occidentale e abbandonando la spiritualità Lucasiana. Anche gli insegnamenti di Yoda e i vecchi libri Jedi sono un buon corollario che allontana un po’ dai laser e fa tornare a quello che in fondo ci piaceva della vecchia saga: la Forza.

– Il concetto di mondo “grigio”

Tutti falliscono, tutti diventano meschini. I mercanti d’armi vendono sia ai ribelli che all’Imper… scusa, Primo Ordine. Finalmente un po’ di spessore che chiedevo da dieci anni alla “saga” è arrivato. Finalmente tutti vengono tentati dal lato oscuro, ci provano, soffrono, fanno morire altre persone per i loro sbagli. Nella mia recensione di Episodio VII mi lamentavo di questo (o almeno ricordo così). Lo considero un problema risolto.

– Yoda

La sua entrata, sorpresa gradita, vale da sola il biglietto del film. Soprattutto i suoi messaggi: smettetela di prendere tutto sul serio, smettetela di preoccuparvi dei fallimenti o attaccarvi a vecchi libri pomposi. Espandete davvero le sensazioni e diventate tutt’uno col mondo. Come sempre un personaggio, assieme a Obi-Wan, molto riuscito.

– Rey e Kylo Ren

A non tutti sono piaciuti, ma il loro rapporto strano e ambiguo l’ho trovato non male, specie la crescita di Kylo Ren, anche se far peggio del film precedente era dura. Rey alla fine ha sempre questa innata capacità di “far bene tutto” un po’ odiosa ma ci stiamo abituando.

– Luke (ma non del tutto)

Quando Skywalker incontra nuovamente R2 si ha un senso di nostalgia che ci appaga, come la sua “sboronata” finale che però sembra costargli la vita. Certo, avremmo voluto di più da questo Luke grigio e ingrigito, ma non è andata male.

Le cose che proprio no, grazie.

– La colonna sonora

Dove è finito John Williams??!?!?

– L’umorismo “Marvel”, la battuta facile e forzosa

La telefonata iniziale di Poe, stile Zoo di 105, è un esempio di cosa “non fare”. I Porg al forno che irritano Chewbacca, i ferri da stiro del Primo Ordine. Era necessario? No e poi no. Spero che nel prossimo si eviti perché voglio guardare Star Wars e non i Guardiani della Galassia.

– Hux, Phasma, Benicio del Toro e Snoke buttati via

Brutta annata per i cattivi. La sceneggiatura spreca tutte le loro figure trasformando Hux, che in Ep. VII era un giovane Hitler, in una macchietta grottesca stile ammiraglio Piett della vecchia trilogia. Phasma che appare 30 secondi per un combattimento più ridicolo del Darth Vader vs. Obi-Wan di Episodio IV. Il mercenario interpretato da Del Toro è una specie di versione cattiva di Jack Sparrow (altro prodotto Disney, guarda caso), sprecato perché arriva nel film troppo tardi e per troppo poco tempo per abituarci alla sua presenza.

Snoke è poi il grido maggiore di vendetta: ma come! Uno che ha convertito Ben Solo al male, che comanda una macchina da guerra più efficace dello stesso Impero, con le cicatrici di chissà quale battaglia e me lo fai morire alla Darth Maul senza un perché o una spiegazione? Si poteva spianare la via al successo di Kylo Ren in altri modi, magari con un bel conflitto interno al Primo Ordine, maggiormente caratterizzabile da quello Hux-Ren. Questo è un crimine contro il cinema.

– Poe Dameron

Sinceramente: il comportamento del pilota è da corte marziale, altro che “è proprio un ragazzaccio, hihihih”, come Leia e la tizia coi capelli viola in crisi di mezz’età lo liquidano. Poe è un coglione per tutto il film, non ne azzecca una eppure gliele perdonano tutte. Boh.

– Leia iperbarica

Seriamente: la scena della “morte” di Leia era perfetta già così, magari andava spostata avanti nel film ma farla sopravvivere in stile Mary Poppins che scende dal cielo è stata una gran cagata, per dirla in termini tecnici.

– L’Impero colpisce ancora 2.0

Seriamente: era necessario mettere la grotta del lato oscuro (buttata via), l’assalto alla base ribelle nella neve con tanto di camminatori AT-AT, l’evacuazione ribelle e lo pseudoaddestramento di Rey con Luke che “la trolla” come fece Yoda? Non sono cose già viste? Epperò, ci sono.

Non (troppo) pervenuti

Rose: simpatica ma con poco senso, come la fuga-cavalcata ecologista con Finn. E dentro ci mettiamo pure lui, che da protagonista è diventato spalla.

Il pianeta dei ricconi mercanti d’armi: dobbiamo sentirci fare la morale da una multinazionale che compra altre multinazionali a botte di miliardi come fossero caramelle?

R2 e 3PO: ormai ce li mettono solo per fargli battere i record (sono gli unici personaggi ad apparire in ogni film della saga).

Billie Lourdes: la figlia di Carrie Fisher, codini inclusi, messa un po’ lì tra i ribelli in cerca di un posto nel mondo.


Credo di aver detto tutto. Episodio VIII poteva andare molto peggio. Stiamocene e attendiamo il prossimo film: lo spin off su Han Solo!

PS: forse sono l’unico che lo ha notato ma il supercannone del Primo Ordine, schierato nell’assedio finale, mi sembra preso pari pari dalla gran bombarda ottomana che conquistò Costantinopoli. E quindi, se così, apprezzo.

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Ciao!

Knightfall: impressioni dopo la prima puntata (senza spoiler)

Knightfall – photo by Hollywood Reporter

Quanto ci piacciono i templari: quasi quanto a Roberto Giacobbo di Voyager. Deve aver ragionato così History Channel quando ha commissionato la mini-serie Knightfall, incentrata sulla fine dell’ordine dei cavalieri templari, dopo la loro evacuazione dalla Terra Santa.

Ieri la prima puntata: ecco le mie impressioni senza spoiler.

– The good

Prima le cose buone.

La storia della ricerca del Santo Graal, anche se abusata in tutti i media, è sempre appealing come le vicende di re Artù. Pertanto non stanca facilmente.

La ricostruzione storica in alcuni punti è buona (la presenza dei sergenti templari con tunica nera invece che bianca, ad esempio, o la ricostruzione del loro castello a Parigi, distrutto durante la rivoluzione francese) ma potrebbe decisamente andare meglio. Tuttavia all’utente medio non fregherà mai nulla di alcuni dettagli che a me suonano come le unghie sull’ardesia (vedi a fine articolo).

Il mix di romanticismo e metallo cozzante sembra ben bilanciato da una spruzzata di intrigo di corte (molto basico per ora: speriamo in meglio).

Anche qualche tocco innovativo di regia (come la telecamera “dentro l’elmo”) è apprezzabile.

– The bad

Purtroppo ciò che c’era di buono viene rovinato da alcune scelte stilistiche di regia e sceneggiatura.

La regia “speedy”

L’impressione di questa puntata pilota è la stessa che si ha quando ci portano un hamburger grattacielo con dieci strati di cibo: come farò a chiuderlo tra le mani senza che tutto schizzi fuori? La volontà di raccontare il più possibile in mezzora ha fatto sì che 4/5 della puntata sia una successione rapidissima di scene dove succede di tutto: assedi, battaglie, sesso, tradimenti, morti violente. I personaggi sono lasciati completamente in secondo piano ai loro stereotipi: il cavaliere valente che si concede qualche vizietto, il contadino volenteroso, il re tormentato da dilemmi morali, il consigliere furbetto. Tutta questa rapidità non ci consente di soffermarci su nulla ed è decisamente fastidiosa.

Didascalie, didascalie ovunque!

Ricordo sempre una scena di Balle Spaziali dove il Colonnello Nunziatella spiega a Lord Casco perché stanno dando la caccia alla principessa, e a un certo punto Rick Moranis “buca” la quarta parete chiedendo al pubblico: “è chiaro per tutti?”
Ecco, anche qui il rischio è proprio quello di spiegare senza mostrare (“show: don’t tell”, dovrebbe essere più che un mantra). I dialoghi tra Filippo il bello e De Nogaret sono l’esempio lampante e li fanno sembrare dotati della stessa profondità politica di alcuni partiti italiani: mio Dio!

La recitazione stile fiction anni ’90

Avendo così tanto da raccontare in 40 minuti, ogni inquadratura dedicata a un personaggio è di pochi istanti che non consentono immedesimazione alcuna. Il risultato è che i personaggi sono privi di spessore e gli attori risultano fuori parte, quando basta rivedere con calma la scena per capire che forse non lo sarebbero stati se supportati da maggiori pause. GoT non ha insegnato nulla?

– The ugly

Non-History Channel

tk

Ciao, io sono un templare come dovrei essere mostrato.

E no. Adesso mi arrabbio, seriamente. Perché un’emittente che nasce per trasmettere documentari storici produce una serie sui templari – di cui tra un po’ sappiamo anche l’ora in cui andavano al gabinetto – piena zeppa di falsi storici inseriti per compiacere l’immagine che il pubblico ha di questi monaci guerrieri? Bastava aprire un qualsiasi manualetto Osprey per evitarli. A partire dalla “divisa” dei cavalieri con la megacroce rossa sul torace stile bandiera inglese, errata in quanto i templari portavano una piccola “croce patente”di colore rosso sul cuore, come si vede nell’immagine a lato.

Lo scudo e lo stendardo era poi bianco e nero (v. immagine: talvolta i colori sono invertiti) e questi colori riflettono il bianco della casta dei cavalieri (nobili) e il nero che invece indossavano i sergenti (non-nobili). E almeno questa differenza nella serie viene mostrata, ma lo stendardo e gli scudi sono sbagliati.

Anche i combattimenti “di massa” sono molto stereotipati e non rendono giustizia al noto canale (che già ci aveva abituato male con quelli “ninja” di Vikings).
Perché un gruppo di templari dovrebbe caricare in formazione a cuneo (e fin qui…) una masnada di individui armati di lance SENZA CHE NESSUNO INDOSSI UN ELMO?! Capisco che il viso dell’attore dev’essere visto dal pubblico ma perché non dotarli di un elmo con nasale, dovendo proprio?

Ma anche: come fanno i mammelucchi a spostare così rapidamente dei trabucchi (le catapulte) in città per bersagliare le navi, per altro con precisione chirurgica? Che sono, droni???

Bah.

In sintesi

La prima puntata di Knightfall si prende un 6 pieno, senza meno e senza più. Attendiamo le restanti puntate per vedere come evolverà.

Smetto quando voglio – ad honorem: Sibilia firma il suo capolavoro conclusivo

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Chissà se è stato un caso che a interpretare il cattivo di questo film sia stato scelto proprio Luigi Lo Cascio, che in una famosissima scena de La meglio gioventù, riceveva da un professore il consiglio di andarsene dall’Italia e dai suoi dinosauri da distruggere.

Questa volta a essere minacciata è l’università romana La Sapienza, che Lo Cascio proverà a punire per la sua miopia nei confronti dei giovani ricercatori. La banda dei ricercatori universitari guidata dal bravissimo Edoardo Leo, arrestata nel secondo capitolo per aver confezionato delle smart drug, è l’unica speranza per catturarlo.

Sydney Sibilia, il regista trentaseienne con il nome più scritto sbagliato di sempre, gira con ironia degna delle commedie americane anni ’80 questo capitolo conclusivo assolutamente all’altezza dei due precedenti film, che di fatto costituiscono una vera e propria miniserie senza soluzione di continuità. Nonostante la strizzata d’occhio a Breaking Bad sia molto più che casuale (e nel primo capitolo una battuta lo conferma), Sibilia riesce a farne un vero e proprio spin-off comico come già Lo chiamavano Jeeg Robot poteva esserlo dei vari Avengers e simili prodotti Marvel.

Difficile non ridere ma la risata non è mai amara, anche se l’argomento è delicato. Se eccettuiamo le attrici di sesso femminile a volte un po’ sopra le righe (ma con la difficoltà di avere gli unici ruoli non comici del film), la prova attoriale è di primissimo livello: la pellicola si avvale di attori spettacolari che farebbero ridere anche gli invitati a un funerale – alcuni dei quali già apprezzati in Boris – e riesce a raccontare in maniera leggera il dramma dei ricercatori italiani. Essi sono da decenni costretti a ottenere contratti a tempo determinato, dagli stipendi ridicoli, schiacciati dai baroni e dai loro appoggi politici e in lotta tra loro per una cattedra o un finanziamento. Chi ha studiato all’università non faticherà a riconoscersi nel biologo o nel chimico che prende 1000 euro al mese per insegnare a una classe di alunni svogliati, nonostante abbia creato un progetto di ricerca all’avanguardia, o al latinista o l’archeologo in disperata ricerca di un percorso professionale adeguato al suo expertise.

Ha difetti: forse l’eccesso numerico di protagonisti, molto caratterizzati ma costretti loro malgrado ad avere uno screen-time cadauno molto contratto, e il finale decisamente scontato. C’era da aspettarselo comunque da una commedia leggera e ad ogni modo neanche a mostri sacri come Christopher Nolan viene mai contestato questo stesso fatto: perché farlo a un film comico?

Se il cinema italiano darà spazio a registi e sceneggiatori come Sibilia, c’è buona speranza che a Natale possiamo mandare in pensione i cinepanettoni per un po’ di ironia intelligente, non banale e spassosa.

Rimediate se non avete visto i primi due e corrette a vederlo!

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Ciao!

 

Il sito che ripete le frasi come la voce di Trenitalia

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Quante volte abbiamo odiato la voce che, in stazione, ci annunciava un ritardo o la cancellazione di un treno? Oppure abbiamo voluto fare qualche scherzo agli amici facendo annunciare qualcosa di spiritoso da quella voce? Grazie a internet si può e senza spendere un euro! Ecco come fare per far pronunciare quello che vogliamo alla famigerata voce usata da Trenitalia nelle stazioni italiane:

  1. Collegati su questo sito
  2. Seleziona la lingua “italian”
  3. Seleziona la voce “Roberto”
  4. Digita la frase che vuoi sentire pronunciata e clicca su “Say it”.

Se la frase è molto lunga, ci potrebbe volere qualche istante per sentirla, ma vi garantisco che funziona.

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Adesso vi saluto e allontanatevi dalla linea gialla!