Caleb Sigà: leggi la versione online

Cap. 10 – Epilogo

Residenza sul mare di Akhad Bey
Giorno 602

«Che cosa dovrei fare?» chiese Livàn.

«Portagli un regalo» gli disse Akhad Bey. «Sua Luce il Sultano ti nominerà Bey, se il dono lo soddisferà appieno. Sai che è un uomo di parola.»

Livàn osservo gli arabeschi di stucco che riempivano le pareti, tutti con la stessa medesima frase: “l’Uomo non può vincere; solo i Profeti.”

«Ci credi davvero?» chiese.

«L’Uomo ha bisogno di credere. Quando crede in qualcosa, tutto diventa più potente, sacro, necessario, di valenza divina.»

Il Bey mise un cilindro forato di metallo attorno al lumino ad olio: sulle pareti furono proiettate le sagome di luna e stelle, in un pittoresco firmamento. Poi il Bey riprese: «ogni atto, anche il più misero o disdicevole, diventa nobile se viene illuminato da una prospettiva nuova. Questo è quello in cui piace credere: che ci sia del divino nel nostro agire.»

«E non è rilevante che questo dio non parli mai, se non per bocca di qualche uomo?»

Il Bey gli sorrise. «Per questo è meglio che tu sia amico di quell’uomo.»

Colonia lenvare di Agata – penultimo piano della grande torre.
Giorno 603

Caleb entrò nella stanza, le pareti di pietre fredde e tondeggianti che i lenvari avevano impilato per creare quella torre alta sessanta metri.

Dalla finestra si intravedevano le possenti mura triple della città di Calisaba, che avevano resistito a secoli di guerre. Soltanto il gigantesco estuario del fiume Thalamor separava Agata, enclave commerciale lenvare, da quell’ultima grande città del Regno Imperiale di Essava: Il Sultano di Khalim la stava assediando da mesi ormai e la sua caduta era vicina.

Un uomo stava curvo davanti alla finestra, seduto su uno sgabello. Nonostante il clima mite vestiva di una pesante tunica, scura e logora, e portava sulla testa una cuffia di lino che lo rendeva piuttosto ridicolo.

Livàn richiuse la porta. L’uomo si voltò: aveva la barba ispida e grigia, era magro sofferente in visto.

«Sta per cadere, vero?» disse.

«Ieri notte il Re Imperiale ha fatto tenere una grande messa nel Tempio della Sacra Sapienza. Trai le tue conclusioni» rispose Livàn.

«Allora se la sta vedendo davvero brutta» commentò suo padre.

Avidan Sigà tossì e sputò sul pavimento. Poi fissò la caraffa che Livàn reggeva nella mano destra.

«Ti ho portato del vino, vecchio» disse il figlio.

«Di Garosta? Lo sai che quello mi piace più di tutto. Brindiamo alla fine del Regno Imperiale» disse Avidan.

«Io non posso più bere, lo sai» rispose Livàn.

«L’hai presa proprio sul serio questa cosa della conversione, vero? Quante mogli puoi avere, in tutto? Sei? Otto? Sai che vita con otto mogli?! Dalle nostre parti rompe le palle già una sola!» disse versandosi da bere. Prese il bicchiere e lo portò alle labbra.

«Perché non mi hai riscattato?» disse improvvisamente Livàn.

Il silenzio piombò nella stanza. Avidan annusò il liquido rosso, lo alzò e lo osservò controluce.

«Sembra davvero sangue. Ci piace tanto a noi bastardi, questo colore» disse Avidan.

Caleb chiuse gli occhi e serrò i pugni. Il cuore gli batteva a mille. In un solo istante, centinaia di pensieri sfondarono la sua mente come un fiume in piena abbatte gli argini che goffamente gli uomini mettono sul suo cammino. Pensieri di spade, di galee, madri, sberle in faccia, veleno, abbordaggi, vento e vele.

Fece un passo in avanti e tolse il bicchiere dalla mano del padre: «perché Fidan e non me?» ripeté.

Avidan lo guardò con sufficienza. «Sei crudele a privarmi del vino, dopo mesi passati a bere birra annacquata e piscio di topo! Fidan… è un coglione: meritava di morire. Ma è sempre mio figlio: non potevo lasciare che lo ammazzassero. Ho lasciato credere al Bey che lui valesse più di te. Non aveva speranze: non poteva diventare mammelucco né giannizzero come te. Poteva salvarsi solo tornando con me a Lenvar. Così ho deciso di riscattare lui.»

«E te ne sei sbattuto di me!»

«Non dire cazzate!» rispose Avidan saltando in piedi. Per un istante il vecchio curvo tornò ad essere il pirata. «Ho fatto la cosa migliore per te!»

Strappò di mano il bicchiere a Livàn e lo vuotò. Poi se ne versò ancora. Ricadde a sedere sullo sgabello. Un gabbiano passò sfrecciando davanti alla finestra, urlando verso il cielo.

Avidan si passò una mano sul volto e disse: «sapevo che avresti fatto carriera. Akhad Bey ti ha accettato subito: ha capito quanto valevi. Stando con loro, coi khalimici, avresti vissuto quella vita che io non ti potevo dare. Senza galee, ormai non valgo nulla. Tuo zio ha venduto la casa ai Fedra per pagare il mio riscatto e non è nemmeno bastato. Così ha pure impegnato il resto della mia roba. Mi ha detto che appena tornerò, gli usurai nani mi toglieranno anche la spada e l’armatura.

Terminò un altro bicchiere, sotto gli occhi di Livàn. Sul viso del figlio nessuna emozione.

«Questo vino non è molto carico!» protestò Avidan. «Dì un po’: mi hai preso per una femminuccia? Quanto ne devo bere per sentire qualcosa, Caleb?»

«Sono Sigazal Adhun Livàn, non far finta di non saperlo» rispose il figlio.

«Ah sì, il tuo nuovo nome da infedele. Nuovo ma non molto nuovo: “Sigazal”… “Figlio di Sigà”. Non hai saputo rinunciare a ricordare a tutti che ti ho generato io.»

Avidan tracannò il vino direttamente dalla caraffa, spaccandola a terra una volta terminata. «Hai da mangiare?»

«Che farai adesso?» chiese Livàn, ignorando i suoi modi.

«Tua madre s’è chiusa in convento, ora che non abbiamo più una casa. Non ho più un cazzo in patria e non intendo tornarci per pagare quegli schifosi nani: tornerò a fare il marinaio, finché non creperò in qualche abbordaggio o tempesta» disse ridacchiando.

«Quale convento?» chiese Livàn.

«Eh?»

«In quale convento si è chiusa mia madre?»

«Che cazzo ne so. Non la rivedrò più.»

Livàn lo afferrò per il bavero e lo spinse contro il davanzale.

«Quale convento?!» chiese nuovamente, con gli occhi fuori dalle orbite.

«Lo so, ti ho deluso. Ma a me non frega niente di nulla, Caleb! Io ho sempre agito scommettendo, nella mia vita. Ogni viaggio per mare, ogni scopata con una sconosciuta, ogni duello, ogni abbordaggio! Non so vivere diversamente e a voi, figli miei, ho insegnato questo. E tu sei quello che è andato più lontano. Tu sei quello che mi assomiglia maggiormente. Sei riuscito a fare molto di più di quanto non abbia fatto io. Tu e Sigurd eravate i migliori. E in modo diverso, vi ho perso entrambi.»

Livàn restò in silenzio.

«Senti, stronzo: io non ti pregherò! E’ questo che vuoi?! Vuoi buttarmi dalla torre? Fa pure! Io non ho bisogno di te!» urlò Avidan.

Livàn lo lasciò scivolare al suolo, la schiena appoggiata al davanzale.

Avidan si portò le mani al petto.

«Mi sento il cuore in gola. Si vede che sto invecchiando. Devo riposare. Vattene adesso, non voglio che tu mi veda in questo stato! Vai a scoparti le tue otto mogli, sempre che tu sappia come si fa! Sempre che non ti piaccia il cazzo!»

Livàn fissò il padre negli occhi. A costui parve per un secondo di rivedersi allo specchio. O di vedere il mare, sì. Le onde del mare, scure, che lo inghiottivano.

Quindi il figlio uscì.

«Ehi! Non vuoi nemmeno sapere dov’è tua madre?! Sei sempre stato attaccato alla sua sottana e adesso ti sei scordato di lei!» sbraitò Avidan. «Devo andarmene di qui: devi procurarmi una nave! Dove cazzo vai?»

La sua voce si era fatta affannosa. «Giuro che se ti rivedo ti strappo le palle e te ne andrai a fare l’eunuco come dovevi fare da subito! Brutto figlio di troia! Tu non sei mio figlio, hai capito?! Non sei mio figlio!»

Livàn scese le scale, le guance rigate dalle lacrime.

Gettò da una feritoia la boccetta vuota di oleandro che aveva versato nel vino e si asciugò il viso: non poteva permettersi mai più di piangere.

Non sarebbe stato più Caleb: mai più.

Sigazal Adhun Livàn aveva davanti a sé una brillante carriera da costruire, come Bey del Sultano.

FINE


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