Caleb Sigà: leggi la versione online

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Cap. 1 – Le sciabole si giocano la Luna.

Giorno 1
Il Porto di Lenvar

«Hai preso la tua roba?» disse suo padre osservandolo mettere il piede sulla passerella.

«Certo, ho tutto» rispose Caleb.

«Ti avevo detto di non portare armi. Siamo mercanti di allume ora, non corsari» aggiunse il padre, contrariato.

«Hai fatto il corsaro per una vita: ora te la fai sotto? Hai paura che la Marina ti dica qualcosa? Potrebbero servirci queste armi: per difenderci magari, se non per attaccare» replicò Caleb.

«Ho assunto dieci mercenari per ogni nostro legno. Certo: tu te la cavi con la spada, ma ce ne vogliono due come te, per farne uno solo di loro!» gli rispose il padre con disprezzo.

Caleb lo guardò: non poteva davvero credere di essere stato generato da quel bastardo odioso e insensibile. “No, di sicuro non è lui mio padre: mamma si sarà sbagliata. D’altra parte si è scopato più donne lui che un’armata di lanzi werdanni.

Osservò la sua spada: la madre gliel’aveva fatta forgiare dal più bravo armaiolo di Lenvar. Di forma ricurva in cima, come quelle dei pirati di Mali. Gli piaceva: mamma proveniva da Khalim e lui si sentiva un po’ di quella cultura, più che un semplice lenvare.

«Non dici niente?» ribadì il padre. «Lo vedi? Non sei neanche buono a difenderti a parole, figurati con una spada! Sei proprio una delusione, figlio mio.»

«Vorrà dire che saremo 10 mercenari e mezzo, allora. Meglio che niente.»

Caleb Sigà scostò il padre con una spallata sufficientemente provocatoria; salì la passerella e giunse a bordo.

Contò fino a tre, a mente, senza voltarsi. “Adesso mi arriva un pugno o un ceffone” pensò. Uno di quei bei manrovesci che il padre gli dava quando si incazzava o era ubriaco.

Quattro. Poi cinque. Sei. Contò fino a dieci… ma lo schiaffo non arrivò.

Voleva solo vedere se mi sarei opposto. Se mi lascia portare la spada a bordo, vuol dire che si caga sotto. Stavolta siamo noi a dover temere i pirati. Bah… chi cazzo la vorrà poi, questa bagnarola.

La poco appetibile spedizione dei Sigà era composta da due galee sottili e una galea grossa, carica di allume da consegnare. L’ammiraglia, la Matrona era lenta e vecchia, ma era la sola galea grossa rimasta alla sua famiglia. Il Capitano Avidan Sigà ormai aveva perso tutte le navi che usava in passato per combattere in nome dei D’Angora: ormai gli restavano quei tre legni tutti tarlati e incrostati di “denti di cane”. Persino Saveras Salmas aveva navi migliori quando partì per il Nuovo Mondo, e tutti lo avevano schernito per la loro bassa qualità: figuriamoci quanto sarebbero stati presi per il culo i Sigà con quelle tre specie di scialuppe.

Con quell’ultima spedizione però, avrebbero potuto fare abbastanza quattrini da comprare una quarta nave o sostituire la galea grossa e ripartire con “l’impresa di famiglia”: un po’ mercanti, un po’ pirati, un po’ corsari. Si faceva così a Lenvar, quando si lasciava la sicurezza del porto per andar per mare.

Il quartiermastro leggeva dei nomi da una pergamena, storpiandoli tutti: non ne diceva uno giusto. Doveva aver imparato a leggere da poco. Ogni tanto, qualche marinaio con le palle girate interveniva correggendolo oppure lo prendeva in giro. O prendeva in giro la vittima del nome storpiato.

«Caleb Sigà!» urlò il quartiermastro.

L’ha detto giusto. Sarà perché sono figlio del capo“, pensò Caleb. «Sono io» rispose, buttando il suo sacco sul ponte.

«Sei un marinaio o un soldato?» chiese il quartiermastro fissando la spada ricurva.

«Entrambi.»

«Tuo padre ha detto che le due cose devono restare separate. O combatti o navighi».

«Mettiamola così» rispose Caleb: «finché navighiamo sono un marinaio. Quando ci salteranno addosso sul ponte i pirati maleschi, diventerò un soldato. Che dici: ti va, signor Deis?»

Il quartiermastro grugnì sputando sulle assi scure e fece cenno a Caleb di andare verso poppa.

Caleb sorpassò un paio di marinai che stavano arrotolando una gomena. I due lo guardarono storto. “Mi odiano. Pensano che mi farò il viaggio da privilegiato. Coglioni: non conoscono proprio papà: saranno novellini“.

«Chi ti ha detto di salire a bordo della capitana?» gli urlò contro un tizio.

«Quello che ci ha messo al mondo» fu la risposta di Caleb.

Era il terzo schifoso comitato di benvenuto che riceveva da quando era a bordo: doveva essere una di quelle giornate in cui girarsi dall’altra parte nel letto e non alzarsi manco.

«Non lo chiamare così! IO sono suo figlio: tu sei solo un bastardo, nato da un’infedele!» E nel dirlo, il fratello mise mano alla sua sciabola.

Caleb non disse nulla. L’uomo lo sfidava e guardava l’elsa della sua lama come se gli dicesse: “sguainala, coraggio“.

Mamma non sarebbe contenta che io piantassi il suo regalo nel cranio di quell’idiota“, pensò Caleb. Perciò rispose:

«Almeno mia madre è nobile: la tua probabilmente stava tutta la sera con la testa sotto il tavolo di qualche taverna… ad arrotondare» rispose.

Il fratello sguainò la spada ma Caleb fu altrettanto svelto: le armi danzarono per qualche istante, luccicando al sole.

Una sciabola volò alta nel cielo: ricadde giù a picco rimbalzando un paio di volte e poi stette ferma, immobile, come immobile era l’avversario che guardava Caleb incredulo per un istante. Poi l’ira salì sul volto che divenne paonazzo, mentre il vincitore del duello lo fissava ridendo. Caleb puntò la sua spada contro il fratello: stava letteralmente godendo dentro di sé.

«Idioti!» gridò qualcuno dietro di lui. Quel tanto che bastò a distrarlo.

Le nocche gli si piantarono profondamente nella guancia, ma tra di esse riconobbe bene l’anello di metallo con il simbolo di famiglia, la cavalletta, che suo fratello portava. Che colpo tremendo fu.

Quando Caleb si riprese e si rialzò, vide che Fidan, il suo fratellastro, sanguinava dal labbro quanto lui. Le loro due armi, invece, se ne stavano immobili e vicine, distese sul ponte: si toccavano appena, come due amanti che avevano appena terminato un focoso amplesso.

«Non mi ricordo di averti colpito» disse Caleb toccandosi la bocca. «Sei così scemo che ti sei fatto male da solo, “fratello”?»

Il padre stava fermo in piedi tra loro due, rimettendosi un guanto. Avidan Sigà era abituato alle risse tra i suoi molti figli. Le sedava tutte allo stesso modo, gonfiando di botte ambedue i contendenti. Nessuno di loro, quando lui alzava le mani, osava contrastarlo: tutti avevano troppa paura. Lo sapevano bene cosa succedesse, a farlo incazzare davvero. Lo sapeva anche Tesio, il primogenito di Avidan. Prima di morire in un naufragio aveva imparato a governare una nave senza le dita della mano sinistra: il padre gliele aveva mozzate per “una divergenza profonda”, come la definiva sempre. Quando qualche figlio faceva lo stronzo, Avidan citava sempre la mano di Tesio, e tutti stavano zitti.

Finito di risistemarsi, Avidan disse:

«Sì: tua madre era una troia, Fidan, te l’ho sempre detto. Ma la migliore ragazza da taverna che ho mai avuto: ci sapeva davvero fare. Per questo, quando sei nato, ti ho preso con me; glielo dovevo proprio. E la madre di Caleb, che tu chiami ingiustamente infedele, ti ha accudito come fossi figlio suo, quando ti ho riportato a casa.»

Avidan guardò Caleb. A lui non piaceva che si parlasse di sua madre.

«Lei sapeva che in qualsiasi porto io fossi approdato, l’avrei sempre infilato tra le cosce di qualcuna. Lei lo ha sempre accettato. Ah, piscio di Sedune: quanto adoro quella donna! A volte mi faceva davvero sentire in colpa quando tornavo con qualcuno dei vostri fratelli in braccio.»

«Caleb è un bastardo! Tu amavi mia madre, non la sua!» ribadì sbraitando Fidan.

«Che coglione che sei, Fidan» rispose Avidan ridacchiando. «Tua madre era solo brava! Io non ho amato un bel cazzo di nessuno, tranne me!» aggiunse. «E nessuna delle mie donne mi ha mai amato: non si può provare amore per me. Fascino forse: se ti vuoi fare una bella scopata, sono l’uomo giusto! Tu sei un bastardo tanto quanto Caleb, visto che non ho sposato nessuna delle vostre madri. Ma a voi che diavolo importa? Siamo tutti dei bastardi, anche io e tutti i marina!.»

Avidan passeggiò in mezzo al ponte: aveva attirato l’attenzione dell’equipaggio. Gli piaceva. Gridò più forte, per farsi sentire: «In mezzo al mare, non c’è posto per i nobili, i Crociati o i poeti. Qua si fa sul serio, se vuoi sopravvivere. Solo i bastardi sopravvivono in mare! Ficcatelo bene in mezzo a quella testolina piena di stronzate che ti ritrovi, Fidan!»

Avidan andò sul cassero di poppa salendo con rapidità i gradini tutti consumati e alzò ulteriormente la voce. Si mise una mano sul cavallo dei pantaloni mentre gesticolava con l’altra.

«Voi due, figli miei, siete nati dal serpente di Avidan Sigà e quindi siete due Sigà pure voi, perché io ho voluto così. Ora: mi dovreste un po’ di riconoscenza per avervi infilato dentro il ventre delle vostre mamme e per avervi pure dato il mio cognome. Dico bene, uomini!?»

«Dici bene capitano!» disse un marinaio. E a lui si accodarono risate e cenni di approvazione.

«Cazzo, forse sono pure vostro padre, marinai! Magari dovrei dare a tutti il mio cognome, per essere sicuro! Dite un po’: vorreste essere dei Sigà?» urlò Avidan.

«Ah ah, certo! Perché no, Capitano!» disse di nuovo il marinaio che aveva parlato prima.

«Certo, caro Degro: ma tu mi sei venuto fuori femmina, anche se hai la barba!»

Tutti risero, a parte l’interessato.

Avidan, terminato lo spettacolo, scese di nuovo tra i figli.

Ci sa fare quel porco. Altrimenti non avrebbe convinto quasi cento uomini a seguirlo in questa pazzia di spedizione“, pensò Caleb.

«Fidan, tu sei bravo a fare il capitano: ti ho insegnato bene» disse Avidan al figlio. «Un giorno prenderai il mio posto; quindi tanto vale cominciare da oggi. Vai a bordo della Puledra là davanti e guidaci. Tuo fratello Sigurd invece prenderà il comando della Spezzaremi, come sempre.»

Fidan annuì, e raccolse la spada, gettando un’occhiataccia a Caleb.

«E tu, piccolo stronzo,» disse Avidan a Caleb, «se ti aspetti che ti dica che combatti bene, vedi di campare cent’anni.»

«Ho appena disarmato uno dei tuoi capitani» ribatté Caleb.

«E ti sei fatto distrarre come un giovane verginello che sente per la prima volta profumo di donna» rispose il padre. «Vuoi essere un mercenario? Stronzate. I mercenari muoiono a trent’anni, nel fango di un campo di battaglia; gli assentisti come noi, combattono sul ponte delle navi e vivono riccamente!»

«E allora perché tu hai le pezze al culo?» gli rispose Caleb. Non attese replica e andò sottocoperta.

Continua…
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