Caleb Sigà: leggi la versione online

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Cap.3 – Per non disturbare la fortuna.

Giorno 48
Da qualche parte nel Mare del Sud

«Piscio di Sedune, dov’è la Spezzaremi?! Che aspetta Sigurd?!» gridò Caleb.

«Manovra senza vela, che deve fare?» rispose Degro.

«Laggiù non serve a niente: non colpirà nessuno con le baliste! Tra poco quei bastardi ci saranno addosso e siamo meno di loro!»

Dietro di loro, le galee dei khalimici ormai guadagnavano terreno sulla Matrona e la Puledra. A dritta, nuvole nere scintillavano alla luce dei fulmini mentre il vento ormai soffiava forte; a sinistra, la Spezzaremi tentava disperatamente di riprendere la rotta, ma ormai era troppo distante. A Ovest, il tramonto avanzava. C’era sempre meno luce e poca scelta: virare verso la tempesta, affrontare cinque galee da preda khalimiche armate fino ai denti o infine andare a tutta forza verso la notte, nella speranza di non essere raggiunti. E poi l’opzione peggiore: abbandonare una delle loro navi come sacrificio e tentare la fuga con le altre due.

«Vado da mio padre!» urlò Caleb sgomitando tra i marinai per correre al cassero di poppa.

Percorse la passerella centrale della galea, barcollando al rollio dello scafo. I vogatori, incatenati, erano bagnati fradici: i loro visi erano contratti dallo sforzo immane che tentavano di imprimere sui remi. Era impossibile tenere le vele al vento: potevano essere strappate via e in più la brezza soffiava contraria alla via di fuga. Un’ondata si infranse sul fianco: gli spruzzi si levarono altissimi, sovrastando la nave. Caleb si riparò col mantello, poi riprese ad avanzare finché arrivò a poppa.

Avidan Sigà aveva appena piazzato un calcio nel ventre del timoniere: stava in piedi con il pugnale estratto, ed era attorniato dal quartiermastro e da altri marinai.

«Vi ho detto che non ci ritireremo!» urlò il capitano. «Se la Spezzaremi torna in asse con noi, possiamo abbordare…»

«Ma ti ha dato di volta il cervello, Avidan?!» lo interruppe il quartiermastro. «Sono cinque navi, piene di giannizzeri! Lasciamo indietro la Spezzaremi!  Un paio delle loro, forse tre, si fermeranno ad abbordarla e noi potremo andarcene!»

«No! Non lascerò indietro i miei uomini!» rispose Avidan.

Fottuto ipocrita” pensò Caleb. “Non vuole perdere un terzo del carico: non gliene frega un cazzo degli uomini.

«Se non lasciamo la Spezzaremi indietro come esca, siamo morti! Io non mi farò catturare da quelle bestie!» disse il primo ufficiale. «Forza, levatevi dal timone!»

Il povero scemo tentò di avvicinarsi. Avidan gli aprì l’avambraccio dal gomito al polso e l’uomo cadde al suolo urlando di dolore.

«Fallo cucire dal barbitonsore, se ha smesso di vomitare sottocoperta!» disse Avidan al quartiermastro, pulendo il sangue dal coltello. «Poi dì ai vogatori di dritta di remare con tutta la forza e ferma quelli a sinistra! Facciamo una virata sul posto e andiamo verso la Spezzaremi!» disse Avidan.

Il padre gettò un’occhiata a Caleb, che sapeva bene cosa voleva dire quello sguardo. E Caleb decise di non fare nulla, osservandolo incarognirsi ancora di più.

Vorresti che sguainassi la spada e ti sostenessi, vero? Non ti aiuterò, vecchio pazzo”, pensò. “sei da solo. Hanno ragione i marinai: la Spezzaremi verrà raggiunta comunque e se non la lasciamo indietro, siamo fottuti anche noi”.

Si avvicinò il nostromo: «Capitano» disse Degro, con calma. «Possiamo decidere di salvarci almeno in parte o morire tutti. Non c’è verso di battere cinque galee. Andiamo verso la tempesta o verso il tramonto, dove riterrete voi: ma incontro alla salvezza e non a morte certa. Riflettete: gli uomini non vi ubbidiranno e la differenza è che saranno loro stessi a buttarvi ai pesci e non i giannizzeri.»

Avidan lo guardò e tutti stettero immobili per un secondo, scommettendo dentro le loro menti se il capitano avrebbe sbudellato il nostromo o meno.

Il capitano rinfoderò il pugnale. Degro sapeva sempre come farlo ragionare. “Dovrebbe essere lui suo figlio”, pensò Caleb con rabbia. Perché un semplice nostromo aveva così tanto potere su suo padre e lui no? Esperienza, forse. O fiducia maturata in anni di comando.

Il capitano fece un cenno al quartiermastro: «Vela maestra» disse.

«Vela maestra! Voga arrancata, tutti i banchi insieme, finché non è issata» urlò quest’ultimo. «Che rotta, Avidan?» chiese poi. «Tramonto o tempesta?»

Avidan si voltò: il suo viso era una maschera di ghiaccio.

«C’è da chiederlo?» rispose.

La Spezzaremi non si vedeva più: ormai la pioggia impediva di avvistare qualsiasi cosa che fosse oltre i duecento metri. Il mare ruggiva e si infrangeva con spruzzi altissimi sulla prua. Era una pazzia condurre una galea in mare aperto: quel tipo di navi era fatto per la navigazione sotto costa, ma non aveva altra scelta se voleva scappare dalle pattuglie khalimiche.

«Degro!» gridò Caleb, aggrappandosi alla balaustra.

«Ehi principino!» gli disse il nostromo, avvicinandosi. Quella era il nomignolo con cui il nostromo lo sfotteva scherzosamente.

«Papà lo sa che questo tratto di mare è il regno dei pirati di Garut Bey?»

«C’è qualcosa che tuo padre non sa, a questo mondo?» disse il nostromo.

«Proteggere i suoi uomini» fu la sua risposta.

Garut: quel nome faceva gelare il sangue di qualsiasi capitano lenvare. Garut Bey era un corsaro al servizio del Sultano di Khalim. Forse le galee che avevano alle spalle erano proprio le sue: Garut odiava i lenvari, perché era stato loro prigioniero per anni, quando faceva il pirata: poi, un ammiraglio di Khalim lo riscattò per nominarlo suo vice, e da lì, Garut divenne un corsaro, ancora più potente di prima. Ragione in più per fuggire il più lontano possibile dai suoi domini.

Il rumore dei tuoni era spaventoso e il mare sembrava un lenzuolo grigio continuamente sbattuto di qua e di là. I mantelli, ormai zuppi e pesanti, rendevano i movimenti ancora più faticosi, se non fosse bastato il beccheggio incessante a cui era sottoposta la nave.

«Vedetta!» urlò Avidan.

«Niente a poppa, capitano!» urlò il giovane Gan. Era il marinaio più giovane a bordo: piccolo e agile. Veniva sempre scelto lui per arrampicarsi sugli alberi e sbrogliare le vele, o aggrapparsi alla chiglia.

«Forse ce l’abbiamo fatta» disse Degro.

«Non ci fermiamo. Andiamo avanti!» disse Avidan.

«Non sappiamo verso cosa stiamo andando! Dobbiamo fermarci, la vela non tiene più: tra poco sarà strappata via! Aspettiamo che passi il fortunale.»

«Le onde sono troppo alte: mezza sentina è già piena d’acqua. E poi ce li abbiamo alle spalle, lo sento! Dobbiamo toglierci di qui: non ci fermiamo prima di un’ora!» ribadì Avidan.

«Ascoltami» disse Degro avvicinandosi. «Loro hanno molto più da perdere di noi, guardiamoci in faccia: noi siamo disperati che tentano il tutto per tutto; loro hanno armi e soldati addestrati. Non rischieranno di affondare per inseguire tre misere galee cariche di allume.»

Avidan guardò il nostromo. Gli sorrise e disse:

«Non trasportiamo allume.»

Continua…
(Per proseguire il racconto, clicca sui numeri di pagina, qui sotto)

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