La buttafuori

un racconto di Lorenzo Fabre
Licenza Creative Commons BY-NC-ND

«Basta! Adesso io entro!» dice il tizio con il bomber blu. Il gorilla se ne sta fermo con le braccia conserte. Lo squadra dall’alto, come un padre col figlio disobbediente. Ma il tizio col bomber continua:

«Avete rotto con ‘ste mascherine! Sono tre anni che andate avanti con questa storia! Non ce l’ho, va bene!? Io entro lo stesso» sbraita il bomber. «Devo solo parlare con una tipa e poi porto via i c…»

«Torna a prendere la mascherina o comprala» lo interrompe il gorilla. «C’è un distributore là dietro.»

«Compratela tu!» Bomber oltrepassa il cordone e si avvia tronfio verso l’entrata.

Il gorilla tocca il suo auricolare e dice solo una parola.

Bomber è quasi all’entrata: si dà un colpetto al bavero della giacca sorridendo a mezza bocca.

Cinque secondi dopo, la sua faccia è nella neve mezza ghiacciata e sporca che occupa la cunetta sotto il marciapiede.

Lei ha una giacca di pelle nera, da motociclista. Ha il naso schiacciato. Sta sopra di lui senza dire nulla. Un ciuffo di capelli dorati che le cadono sopra gli occhi scuri, la testa rasata da un lato. Le spalle da nuotatrice, i jeans a vita alta dalla cui tasca posteriore sbuca il filo delle cuffie.

«Fai il bravo» gli dice. «E mettiti la mascherina.»

Una ragazzina si fa scappare un piccolo applauso, dalla coda. Gorilla sorride.

«Ehi ma quella chi è?» chiede la giovane.

«Come “chi è?”» risponde il buttafuori. «Tutti conoscono Erika!»

Arrivano le cinque, ma dell’alba neanche l’ombra. Il sole non riesce a bucare le nubi spesse e plumbee. Erika continua a camminare sul marciapiede bagnato. Dà un calcio a una lattina. La oltrepassa, poi si ferma. Sbuffa, la raccoglie e la butta in un cestino.

È tornata a casa, dopo quella notte bagnata e gelida a lavorare davanti al locale. Lancia le chiavi sul mobile insieme alla mascherina con stampato sopra il respiratore di Lord Vader.

Sopra gli addominali a tartaruga, indossa il suo solito top nero. Inizia a menare il sacco così forte che quasi lo senti urlare.

Posa una tazza fumante sul comodino e mette su un film di quelli un po’ romantici ma non troppo. La mente fantastica e, sotto le coperte, la mano diventa audace.

Un altro sabato notte. C’è un po’ di nevischio ma questo non impedisce di vedere minigonne sopra gambe slanciate, in coda per entrare nel tempio della disco, capelli ingellati e occhiali scuri anche se sono le 23:49. I fanali delle auto illuminano le persone sotto le insegne al neon del Technoir Diskoteque.

Gorilla cammina avanti e indietro a fianco alla coda. Il suo fiato forma nuvole bianche mentre continua a biascicare il chewing-gum. Erika lo guarda, con le mani in tasca. E scuote il capo.

«Guarda che la regola vale anche per te. Mettila» gli dice Erika.

«Sembri mia madre, kappa» le risponde Gorilla.

«Lo dici perché non mi vedi le mani: ti sto facendo il dito medio, in tasca. Mia madre era più educata.»

«Ehi quando è che si entra?» esclama una voce. Stavolta è una diciottenne a vincere il premio del primo cliente a rompere.

«Sai leggere, bimba? Si inizia a mezzanotte» le dice Gorilla indicando col pollice un avviso scritto a caratteri cubitali.

«Bimba lo dici a tua sorella! Stiamo gelando, qui! Mancano dieci minuti! Che ti cambia a farci passare? Tempo che lasciamo la giacca al guardaroba e siamo in pista a mezzanotte!»

«Sono le regole» ribadisce Gorilla scrollando le spalle.

«Allora perché tu non porti la mascherina?» A parlare stavolta è il suo fidanzato.

Quel cappotto cammello che indossa deve costare un paio di migliaia di euro, pensa Erika, aspettando di vedere la reazione di Gorilla.

L’omone non dice niente. Si volta e torna a ispezionare la fila guardando in cagnesco le persone.

Il pivello gongola: estrae il suo fedele telefono e inizia a girare un video, stringendo la sua gallinella. «Raga, siamo in coda al Technoir. Qua c’è qualcuno che pensa di fare il figo calpestando i nostri diritti, ma l’ho appena zittito come il coglione che è!»

«Sei troppo il più grande, Màicol!» interviene la ragazzina stampandogli un bacio sulla guancia. «Lo hai umiliato, quel gorilla!»

Pessima scelta di parole, pensa Erika.

Se c’era una cosa da non fare, era chiamare Gorilla così; a meno di non conoscerlo da 15 anni o aver servito con lui in Iraq.

Gorilla, però, continua a non dire nulla. Si ferma in fondo alla fila e guarda le auto riflesse nelle pozzanghere.

Erika va verso di lui.

«Che hai?» gli chiede.

«Maria ha avuto una ricaduta» risponde l’uomo.

«Come l’altra volta?»

«Peggio. Stavolta non ci sono terapie efficaci. Quei dottori del cazzo non sanno che fare.»

«Mi spiace. Senti, ci penso io allo stronzetto» gli dice Erika.

«Non fargli troppo male, kappa. Lo sai che non puoi…»

«… toccarlo prima che lui faccia qualcosa di sbagliato, lo so. Sono una professionista.»

Erika sorride e si piazza a metà coda, vicino ai due fenomeni che non smettono di farsi selfie con la bocca a culo di gallina.

Sono le 23.56: tra poco le porte si sarebbero aperte. I due sembrano tranquillizzarsi e parlano di locali dove andare a fare l’after.

Il ragazzino decide di fare la sua migliore uscita della serata: «il gorilla ce lo siamo tolti dalle palle… Ora se anche ‘sta mucca bionda si leva di torno, magari riesco a fare una foto decente.»

Erika si volta. E va verso di lui.

Chiude la porta di casa, sospirando. Si toglie le scarpe premendo le dita dei piedi sui calcagni. Va direttamente sotto la doccia. Mentre si spoglia, si accorge che il capo le ha mandato un vocale.

«Ascolta, Erika. Il telefono glielo ripago io a quel bamboccione ma tu è meglio che per un mesetto non ti faccia vedere. Io c’ho una reputazione: i clienti non si menano e non si sfasciano i loro effetti personali! Gorilla mi ha detto che ti ha provocato ma questa è l’ultima volta che tollero i tuoi comportamenti!»

Non è che sono un uomo? pensa Erika mentre si asciuga. Ho sempre voglia di menare le mani. Come si chiama quella malattia… Quel nome non le entrava in testa. Si alza e prende il Pc dal comodino e si mette a cercare. Eccola! Sindrome di Morris. Vuoi vedere che ce l’ho?

Una settimana senza lavorare. Un incubo: sembrano tornati i tempi del primo lockdown, anni prima.

Il venerdì sera passa tranquillo ma il sabato Erika sembra in crisi di astinenza. Guarda tutti gli incontri di MMA che trova online, si allena in casa… nulla.

Poi la luce! Arriva il messaggio di Bruno, il proprietario del Nirvana:

“So che hai già il tuo posto abituale ma ho problemi. Ci sei stanotte? C’è una serata speciale, una festa anni ’80-‘90 dove aspetto gente che in genere crea qualche fastidio. Ti raddoppio la paga, ok? Rispondimi.”

Non è serio andare a lavorare per un altro locale, pensa. Poi scrive a Gorilla: “centri qualcosa col Nirvana?”

Gorilla non è il tipo che dia l’esclusiva a un solo locale. Le risponde che stasera anche lui andrà a lavorare per Bruno, vista l’ottima paga.

Erika controlla l’estratto conto: non va così male questo mese ma lei si sente in dovere di rispettare chi l’ha coperta perché ha spaccato il telefono di un figlio di papà.

Sul muro c’è Uma Thurman messa bocconi che la guarda ammiccante dalla locandina.

Quasi quasi stasera ci vado. pensa. Ma non per lavorare.

Afferra il telefono e scrive a Gorilla: “Dì al barman di lucidare i bicchieri perché stasera ci sono… ma da cliente!”

Erika sembra una bambina vestita dalla nonna: la t-shirt è troppo corta e di colore rosa shocking, con palme verdi disegnate sopra una Buick anni ‘60 decapottabile. I jeans sono gli stessi di sempre e le scarpe sono… beh è meglio che non ve le descriva. Ancora giacca di pelle, ma di quelle senza cerniera. Eppure, c’è qualcosa di affascinante in lei

Arriva dal cordone che delimita la fila. Gorilla la vede e non riesce a trattenere le risate, osservandola scendere dal monopattino elettrico.

«Stasera farai strage di cuori, kappa!» le dice sollevando il cordone. La gente in coda vorrebbe guardarla male perché salta la fila, ma la realtà è che quella bisonte alta uno e ottantatré, strizzata in abiti decisamente cringe, fa contemporaneamente tenerezza, paura e curiosità.

Erika è al bancone che si beve una vodka: nessuno è abituato a vederla senza gli abiti neri da security. Il primo giro lo offre Bruno: è contento che kappa sia lì da cliente, così non deve pagarla ma sa che lei farà comunque un po’ di servizio d’ordine anche se in borghese.

Al banco si avvicina uno: indossa un bomber e ha un vistoso cerotto sulla fronte. Alza la mano per attirare il barista, abbassandosi la mascherina. Erika lo riconosce subito: gli ha sbattuto la faccia nella neve la settimana prima.

Erika pensa che alla fine non è male. E allora inizia a fissarlo. Il Bomber si guarda attorno osservando le luci stroboscopiche e poi incrocia il suo sguardo. Appena la riconosce, apre la bocca, sorpreso.

«T’ho già visto: tu sei quella buttafuori» le dice. Per risparmiare i soldi del guardaroba si è tenuto la giacca all’interno del locale; visti fianco a fianco, lui ed Erika, sembrano un duo comico.

«Sono fuori servizio, stasera» ribatte Erika.

«Ti sta infastidendo?» sentenzia una voce dietro di loro. Gorilla squadra il Bomber in cagnesco.

«Nah, facciamo solo due chiacchiere» risponde Erika.

Gorilla annuisce e fa per andarsene.

«Maria come sta?» chiede Erika, afferrandogli il braccio.

«L’hanno ricoverata. Non manca molto.»

Erika non dice nulla; abbassa soltanto gli occhi.

Gorilla si allontana, facendo la V con le dita: «Va bene così.»

Bomber lo osserva e intuisce che non è altro che un povero diavolo coi suoi problemi. Poi riporta gli occhi su Erika che sta bevendo un sorso del suo cocktail.

«Tu sei una donna» sentenzia lui.

Erika posa il bicchiere e lo guarda stupita. «Grazie dell’info: ho uno specchio a casa, sai?» risponde.

Forse la Sindrome di Morris non ce l’ho, dopotutto, pensa.

«Lo sai che è strano?» dice il Bomber. «Cioè, una donna può fare gli stessi lavori degli uomini, tranne…»

«Il buttafuori?»

«Sì, cioè: ci vuole un po’ di fisico… non che tu sia, ehm… Intendo che bisogna essere rozzi, grossi. Un po’ scontrosi.»

Bomber striscia lo sgabello verso di lei e ordina un gin lemon.

Cristo! Ma chi è che ordina un gin lemon dopo il 1998? Di più vecchio c’è solo un Cuba libre, pensa lei.

Eppure, Erika lo osserva incuriosita: un uomo che indossa un giubbotto da tamarro dentro una discoteca dove l’ingresso costa non poco, che beve roba da sfigato e si siede di fianco a una donna con la mandibola quadrata, stretta dentro una maglietta rosa e la mascherina di Star Wars. Ha coraggio, gli va concesso, pensa.

«Senti, che vuol dire che non ho il fisico adatto?» gli chiede lei.

«No, voglio dire che va bene… penso che tu possa fare il buttafuori ma è strano, tutto qui. Non dobbiamo per forza parlare di questo. Come ti chiami?»

Sta veramente provandoci con me nonostante lo abbia menato? Sarà mica uno di quei sadomaso tipo “Cinquanta sfumature”? Mi piacerebbe pestarlo un po’, però…

«Erika. Con la kappa!» risponde.

«E perché ci tieni a precisarlo?» chiede Bomber.

«Perché metà delle persone sbagliano a scrivere il mio nome in rubrica.»

«E secondo te di che metà sarei io?»

«Non ha più importanza, perché ora lo sai. Preferisco che tu lo scriva giusto» afferma Erika.

«Perché dovrei scrivere il tuo nome in rubrica?»

«Così sai che sono io a scriverti. E non me ne frega niente se la donna non deve fare il primo passo. Tu leggi e mi rispondi. Velocemente, anche: altrimenti te la faccio vedere.»

Erika non ascolta la risposta del Bomber perché nota con la coda dell’occhio che Bruno è nervoso: continua a scrivere e parlare al cellulare. Il proprietario va da Gorilla che allarga le braccia, e, all’improvviso i due si muovono verso la porta mentre il DJ alza la musica.

Bruno riappare, camminando all’indietro. Ha un sorriso più finto di una banconota da 6 euro. Non c’è da stupirsi, perché nel locale è appena entrato Vlad e, dietro di lui, quella giapponese cattiva come la malattia e una specie di insegnante di capoeira con la camicia hawaiana: Moloko e João.

«Vado a ballare» dice Bomber, stufo di non essere ascoltato. Fa per alzarsi ma Erika lo strattona. «Senti, bello: è la tua serata fortunata che ti sto parlando. Quindi seduto e continua a bere finché ne ho voglia» gli dice.

«Voglia di che?» chiede Bomber.

Erika sbuffa: mamma mia che idiota! «Tu invece, come ti chiami?» gli chiede.

«Chiamami Alex» gli risponde. «Alex con la x!» aggiunge ridacchiando.

«Sei troppo sfigato per chiamarti Alex. Tutti gli Alex che conosco sono ben piazzati o vestono con giacca e camicia.»

«Bene… così non sarò uguale a tutti gli altri Alex che conosci.»

Erika è colpita. Questo è come un chihuahua, pensa. Uno di quei cani che non riconosce la sua stazza e abbaia a un dobermann convinto di spuntarla.

Vlad, intanto, avanza verso Bruno che picchietta nervosamente sul telefono. Gorilla rientra e si mette a scrutare la sala gremita di gente che balla o si impasticca nel corridoio davanti ai bagni.

Moloko e João si sono piazzati agli angoli della pista. Lei sembra una statua del Madame Tussauds, lui invece balla goffamente. Vlad punta l’indice sul petto di Bruno e lo batte un paio di volte con un sorriso decisamente poco rassicurante. Vlad allora indica una porta con scritto “Crew Only” e lo fa entrare per primo. Moloko, con passo quasi militare, li segue mentre il brasiliano rimane in pista.

«Forza balliamo» dice Erika tirando Bomber per la mano. «E lascia questa giacca da sfigato al guardaroba. Mi conoscono: non ti ruberanno niente e non ti faranno pagare.»

Alex obbedisce: sotto ha una maglietta mimetica ancora più buffa della giacca.

Erika inizia a ballare, sorprendentemente bene: anni passati a fissare la gente che si divertiva, erano serviti a qualcosa. Mette le braccia attorno al collo di Alex e le incrocia. Lui sembra un pinguino ubriaco.

Gorilla le lancia un’occhiata e applaude; lei gli sorride di rimando.

Dieci minuti dopo, la bocca di Erika si stacca da quella di Alex. Una coppia di ragazzine in pelliccia li urta correndo per il corridoio.

«Meno male che non ho messo il rossetto» commenta Erika. «Sbavi come un labrador.»

«A me sembrava che ti piacesse» dice Alex facendo un sorriso a mezza bocca. Erika solleva gli occhi al cielo.

Finalmente il bagno si libera e lei strattona Alex spingendolo dentro. Il gabinetto è otturato e sul pavimento c’è un dito d’acqua.

«Eww, che schifo» dice Alex. «Senti non possiamo andare da me?»

Erika non ha voglia di aspettare. Tornano in pista e si avvicinano a Gorilla.

«Grand’uomo, non è che mi copri mentre uso il bagno del personale?» gli chiede lei.

«Certo, Cenerentola» le risponde il buttafuori. «Ma la tua carrozza si trasformerà in zucca, se non ti sbrighi» aggiunge indicando con un cenno del mento il monopattino.

«La mezzanotte è già passata. Reggi qua» risponde Erika lasciandogli portafogli e telefono, e strattonando Alex per l’ennesima volta.

La porta del bagno si chiude. La maglietta rosa vola in alto quasi a toccare il soffitto. Le bocche si serrano assieme. Alex ha abbandonato la sua insicurezza e ora sembra più un toro nell’arena. La bacia dappertutto ed Erika si lascia abbandonare a gemiti e sospiri di piacere.

Attraverso il muro del bagno, però, le voci si fanno alte, fino a diventare grida.

«Ti ho detto che devi pagare o questo posto di merda te lo brucio!» Non è la voce di Bruno, né quella di Gorilla.

Erika spinge via la testa di Alex, contrariato.

«Che c’hai, adesso?» le chiede.

«Shh!» gli intima lei.

Stavolta è il rumore di una bottiglia che si rompe.

«Stanno picchiando Bruno! Cazzo!» Erika si solleva le mutandine e tasta i jeans: niente telefono. «Dammi il tuo cellulare!»

«È nella giacca, nel guardaroba!»

Erika lo sposta facendolo cadere seduto sulla tazza. Esce dalla porta a piedi nudi e con le tette al vento. Sbircia fuori: Gorilla non c’è. La gente balla come se nulla fosse. Avanza coprendosi il petto con l’avambraccio. Nessuno della sicurezza è in giro.

La faccia olivastra del sicario brasiliano le appare all’improvviso da dietro l’angolo. Erika fa un salto indietro, scoprendo il seno e mettendosi in guardia.

«Oh, non sapevo ci fosse una festa lì dietro» le dice João fissandole il petto con un leggero sorriso. «Perché non ti rivesti e ti levi dalle palle?»

Alex accorre dietro di lei allacciandosi la cintura: ha la maglietta rosa sotto il braccio.

«E il mio reggiseno?!» gli chiede Erika.

«Non l’ho trovato» si giustifica Alex.

«Vi ho detto di togliervi dalle palle!» intima João, tirando fuori dalla tasca un coltello a farfalla, roteandolo.

Erika non deve neanche pensare: il calcio circolare è immediato, quasi come nella sceneggiatura di un film. João tenta di schivarlo e così facendo abbassa la testa, incontrando proprio il piede di Erika, che mirava alla mano. Il brasiliano dà una craniata di rimbalzo sul muro e rovina a faccia in giù sul pavimento.

Alex guarda Erika sbigottito. Lei gli strappa la maglietta dalle mani e se la rimette. Appena il colletto è sceso sotto il mento, una punta di metallo freddo le arriva alla gola. La giapponese ha gli occhi neri come un pozzo. Erika allarga le braccia mentre Moloko le mette delicatamente la mano sulla fronte, scivolando dietro di lei.

Alex ha paura ma è stufo di fare la damigella in pericolo. Moloko gira la lama del suo tantō verso il collo di Erika. Sul suo viso appare un’espressione contrita e Alex capisce. Si lancia in avanti senza pensare e le afferra il polso. Erika colpisce Moloko con una testata all’indietro. La giapponese va con la schiena al muro, il naso sporco di sangue.

Alex tenta di disarmarla. La lama scatta in avanti, con un sibilo. Il ragazzo cerca di bloccarla e lui e la donna finiscono a terra. La giapponese si rialza con un balzo e Alex rimane a terra, incredulo nel vedere la lama del tantō spuntare dal suo addome. Respira rapidamente, mentre il sangue si spande sulla sua maglietta, confondendosi con le macchie mimetiche. Moloko si rimette in “kamae”.

Erika si lancia in avanti. Prima un calcio, che Moloko devia sulla parete con un lesto “gedan barai”. La gomitata della buttafuori, però raggiunge la sua avversaria allo zigomo. Molko crolla a terra, tenendosi il capo. Erika è furiosa: le pianta il calcagno nudo sulla faccia e la giapponese urla di dolore. Erika la colpisce ripetutamente col piede fino a romperselo mentre la faccia di Moloko diventa come una di quelle maschere di lacca del teatro giapponese.

Erika si appoggia alla parete e scivola fino a sedersi a terra. Le schegge d’osso le si sono conficcate nel piede e fanno un male cane. Alex è pallido, ha le labbra blu: respira rapidamente e superficialmente. La guarda e le stringe la mano. Il coltello è ancora al suo posto e non si sogna nemmeno di provare a toglierlo: non c’è nulla che lei possa fare. È in quel momento che la ragazza realizza che c’è un uomo indifeso e ferito, che sta soffrendo tra le sue braccia.

 Tutta la tensione si scioglie e i suoi occhi si riempiono di lacrime.

«Aiuto! Aiuto!» grida. La sua voce si perde nella musica ad alto volume.

Nemmeno si accorge della pistola fumante che Vlad le sta puntando alla testa. Il braccio di Bruno, immobile sul pavimento, sporge dalla porta del suo studio.

Vlad alza il cane con un click.

Un colpo. Poi un altro, finché il corridoio si illumina esattamente come la pista, coi suoi flash ripetuti. La musica si ferma e la gente grida, e si accalca verso l’uscita.

Gorilla abbassa la pistola, il carrello completamente retratto. Anche quella di Vlad adesso è scarica. Il buttafuori cade all’indietro, picchiando la nuca con violenza. Vlad lascia una grossa striscia di sangue sul muro mentre cade a terra.

C’è silenzio, ora che la gente è fuggita. Erika è seduta, tiene la testa di Alex tra le mani, singhiozzando. C’è tanto sangue in quel corridoio e non si capisce più di chi sia.

«Sto morendo?» le chiede Alex.

«Non lo so…» gli dice Erika tra le lacrime.

«Mi piaci perché sei onesta. Nei film dicono sempre: “Te la caverai”» dice Alex.

Erika neanche prova ad alzarsi. Sicuramente qualcuno ha già chiamato i soccorsi.

«Ehi!» grida nella direzione di Gorilla. L’uomo è immobile, con gli occhi sbarrati. Quasi quasi Vlad ti ha fatto un favore, a ucciderti, pensa lei.

Si gira di nuovo verso Alex. Ha gli occhi chiusi e la bocca semiaperta. Avvicina il suo orecchio per sentire se respira, ma non riesce a capire. Lo scuote, chiama il suo nome. Nulla.

Poi, sopra di lei, vede João in piedi che la guarda, incazzato. Si tiene la mandibola con la sinistra. Nella destra ha una Glock 9mm.

«Non voglio morire oggi» gli dice Erika, mentre le lacrime le colano lungo le guance. «Va via. È abbastanza, lo capisci? Lo capisci?!» Sembra una bambina adesso: una piccola Cappuccetto Rosso, come il pavimento.

João esita per un istante. Poi punta l’arma.

Proprio allora si vede la luce un lampeggiante blu filtrare dalla porta aperta, accompagnato dal suono di ordini urlati in maniera concitata.

João le sputa addosso; mette la pistola nei calzoni e corre via dall’uscita di emergenza.

Entra un agente di polizia e vede Gorilla al suolo con braccia e gambe divaricate, Erika che tiene in grembo Alex, la faccia spappolata di Moloko, il corpo crivellato di Vlad e il braccio di Bruno sporgere dalla porta del suo ufficio.

«Sei ferita? Come ti chiami?» urla il poliziotto mentre avanza impugnando la pistola con due mani.

«E…Erika!» risponde lei con un sussurrò. «Con la kappa.»


Questo racconto è rilasciato con licenza Creative Commons CC-BY-NC-ND

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