The Witcher: il Fantaghirò dopato di Netflix

Tranqiilli: niente spoiler.

La storia di Geralt è approdata su Netflix, piattaforma priva di una vera e propria saga fantasy. Ovviamente il paragone è subito stato fatto col concorrente più sbagliato per concetto: Game of Thrones: ed è come comparare mele e pere.

Facciamo dunque una doverosa premessa: coloro che si aspettavano un nuovo Trono di Spade erano destinati a essere delusi già dal 1990, anno in cui furono riuniti in un’antologia i racconti dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski. In essi si narrano le avventure dello strigo (witcher) Geralt di Rivia, cacciatore di mostri in un tipico modo fantasy ispirato alla mitologia slava.

Risultati immagini per The Witcher 3: Wild Hunt – Blood and Wine
Una delle copertine dei videogiochi della saga, prodotti da CD Projekt Red come sequel dei romanzi.

Quello che appariva subito chiaro leggendo i racconti era che la saga di Geralt avesse un target di pubblico adolescente/giovane adulto (10-25), tipico bacino d’utenza del fantasy anni ’90. Le vicende pur truculente di Geralt non prendevano mai quella impennata “matura” e intrigante che invece era rappresentata nelle opere scritte nei medesimi anni da George R. R. Martin su Jon Snow e compari. Insomma, la saga di Sapkowski è più simile a quella di Shannara che è stata poi adattata da MTV in una mediocre serie per teenager.

Già più ambizioso, invece, il target dei fortunatissimi videogiochi prodotti dalla ottima CD Projekt Red, che sono in realtà sequel dei romanzi e si focalizzano sui combattimenti e l’esplorazione del mondo creato da Sapkowski. Il merito dei tre capitoli videoludici è stato quello di rendere Geralt famoso a livello mondiale ed è grazie a essi che lo conosciamo a partire dal 2007, non senza controversie tra l’autore – insoddisfatto della trama – e la software house polacca che tra qualche mese ci regalerà anche l’adattamento di Cyberpunk.

La stagione 1: soap opera di spada e magia

In questo prodotto per Netflix, la cui showrunner è donna (e si vede), l’avventura di Geralt è raccontata a un pubblico idealmente giovane – lo stesso dei romanzi – con una particolare attenzione alla parte femminile. La vicenda non è narrata solo dal punto di vista del witcher, come nei romanzi: è una vera e propria fiaba romantica fantasy con il punto di vista espanso a Cirilla e Yennefer, una giovane principessa e un’ambiziosa maga, che basandosi sui soli scritti sarebbero apparse solo in un’ipotetica terza o quarta stagione. Il concentrarsi meno sulle cacce ai mostri di Geralt ha reso la serie un po’ frivola, ricordando la famigerata Fantaghirò (serie anni ’90 all’italiana, un po’ trash), o le puntate di Xena ed Hercules che tutti guardavamo quando stavamo a casa con la febbre.

Il pubblico maschile, dunque, potrebbe rimanere deluso dalla maggiore attenzione ai dialoghi e ai sentimenti di Geralt e socie rispetto agli smembramenti di grifoni e lupi mannari. Eppure, The Witcher sa lo stesso intrattenere senza pretese grazie ad alcuni piccoli guizzi legati alla ricca mitologia del suo mondo e un buon cast usato al meglio, di cui si nota l’azzeccato coinvolgimento di Henry Cavill come Geralt, scelto non senza scetticismo iniziale; egli è il vero vincitore morale della serie in quanto il fandom “tossico” lo aveva condannato senza pietà senza nemmeno vedere l’opera. Inoltre, gli archi narrativi di Ciri e Yen sono comunque piacevoli, quando non sfociano troppo nel melenso.

Restano inoltre buone le ambientazioni (un po’ troppo “Shrek” i costumi) e i pochi mostri che si vedono sono comunque interessanti dal punto di vista visivo, così come i combattimenti di Geralt con avversari umani.

In sintesi

Chi dovrebbe guardare “The Witcher“? Chi ama le favole, il fantasy un po’ scontato anni ’90 e i fan delle opere letterarie di Sapkowski o i giochi di CD Projekt Red. Gli altri, soprattutto chi si aspettava un nuovo Game of Thrones, potrebbero essere delusi. Voto = 6,5

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L’ascesso di Skywalker

No: non è un errore di battitura. Star Wars è ormai un’infezione cronica del nostro corpo che dura da 42 anni. A volte ci fa più male che altro ma continuiamo a seguire la saga nonostante le delusioni di ben 5 episodi su 9: persino quelle perpetrate dal suo creatore Lucas, con i suoi eterni ritocchini a scene già perfette nel ’77. A volte, essere un fan di Star Wars mi sembra come la vita di un tifoso del Genoa: eternamente sconfitto, ma mai sottomesso. Questa è la mia opinione di Star Wars Episodio IX, che può essere riassunta con un vecchio adagio chirurgico: “ubi pus, ibi evacua” (*).

Sappiate che ne ho talmente le scatole piene degli Skywalker che offrirò abbondanti SPOILER.

(*) = dal latino: “dove c’è pus, allora asportalo”

La sindrome di GoT

Ciao, sono un prodotto che macina milioni ma devo riavviare il franchise, poi dargli una fine: non so bene come fare“. Sembra questo il dilemma di mamma Disney dopo aver speso 4 miliardi per comprare la Lucasfilm. Meglio puntare sul certo che sull’incerto: e allora prendiamo la vecchia trilogia classica, riscriviamo in parte la trama ma infiliamoci sostanzialmente lo stesso arco narrativo: un orfano con enormi poteri come il nonnino (aspetto un bello spin-off sul cognato del nipote di Qui-Gon e la zia della sorella di Darth Maul che si incontrano al Carrefour spaziale) si unisce a tre scappati di casa per contrastare il male perpetrato da un parente, di cui l’orfano è inconsapevole discendente. Guarda il caso i buoni ce la faranno e saranno pochissimi gli eroi principali a morire nel processo, giusto quelli più anziani: il cattivo diventerà buono e si sacrificherà alla fine. Se pensate che io abbia riassunto la trilogia classica, ora sapete che ho riassunto anche la nuova.

Passano due film, VII e VIII, tutt’altro che indimenticabili: il lento stillicidio gonadico che Lucasfilm ha riservato a uno dei fandom più esigenti del mondo già dagli albori è ingiustificabile. E improvvisamente J. J. Abrams si trova a gestire il finale di una ennealogia che NON può – per definizione – piacere che ai soli fan hard-core. Perché Star Wars ha degli aspetti religiosi, quasi dogmatici, per i quali non si accetta null’altro che la perfezione: o lo odi o lo eviti.

Ma ecco le esigenze di marketing: c’è tanta carne al fuoco e domande irrisolte. Perché non seguire l’esempio degli sceneggiatori del Trono di spade e infilare tutto a forza in un paio d’ore? Mettiamoci tutto quel che mancava. Dentro Lando, un penoso cameo di Wedge Antilles, addirittura le voci di Anakin e Ahsoka Tano di Clone Wars. Snoke era un cattivo poco carismatico. Allora riproponiamo Palpatine ma non introduciamolo gradualmente, no: ficchiamolo direttamente nei titoli di testa togliendo ogni sorpresa! Facciamo vedere nei primi 10 minuti un’immensa flotta di Star Destroyer Sith che avrebbe meritato la comparsa a metà film. Facciamo vedere la versione Starwarsiana del festival hippie Burning Man nel deserto del Nevada invece di qualche bel dialogo e mostriamo la coscienza integratrice di Rey.

Adesso basta: alla gente piacciono le devastazioni stile Marvel. Rendiamo la Forza un mero poteruncolo da supereroi: facciamo PalpaThanos che con un solo fulmine riesce a bloccare un’intera flotta: potere illimitatooooo! Esplosioni, cavalcate con cavalli fuori luogo, i soliti imperiali che non sanno mirare, personaggi secondari inutili come la tizia dei Daft Punk tanto per fare la fidanzarina a Poe o la selvaggia amazzone per sostituire Rose nel cuore di Finn. E mentre lo spettatore viene confuso da scene d’azione in rapida successione, non sacrifichiamo nessun personaggio tranne i vecchiardi e Canappia-Ren, interpretato forse dall’unico attore che riuscirà a fare qualche film decente.

Potrei andare avanti ancora ma la verità è che L’ascesa di Skywalker è forse uno dei peggiori Star Wars di sempre: stiamo parlando di livelli infimi peggiori di Episodio I che aveva perlomeno la sola colpa di essere troppo infantile, mentre questo non ha un’anima. Episodio IX è un trito di elementi ficcati dentro a forza nel tentativo di rispondere alle domande nella maniera più sciocca possibile, quella fantasia ormai distrutta da un prodotto che purtroppo, purtroppo, si vende da solo nonostante la bassa qualità e meriterebbe che il pubblico facesse uno sciopero ed evitasse di fare come ho fatto io: andare a vedere il film alla prima nonostante fosse nell’aria la poca ispirazione. Rimpiangiamo grandemente i due spin-off. Ha soltanto un paio di momenti degni di questo franchise, ma di fatto si tratta di un gulasch che non farà felici i fan più intransigenti.

Ma se c’è una cosa che Star Wars ci ha insegnato è che c’è sempre speranza. E questa speranza prende il nome di Rogue One, Solo, e il nuovo e pluriacclamato The Mandalorian. Per non parlare dei vecchi Clone Wars con l’ultima stagione alle porte e della futura serie su Obi Wan (e parliamone: ma a noi che ci frega di Cassian Andor?).

Ringraziamo le famiglie Skywalker e Palpatine per il loro contributo ma, al grido di “ok boomer”, adesso si levino dalle scatole. Largo al nuovo.

Ma la luna influenza le nascite?

Eccoci con un #LorenzoFacts su un tema dibattuto: è possibile che nei cambi di luna o con la luna piena nascano più bambini? Lo sentiamo dire spesso dalla nostra nonnina classe 1938 ma talvolta anche dal personale sanitario. Sarà vero? Esaminiamo le evidenze scientifiche!

L’influenza delle fasi lunari sulla gravidanza

Ci è sempre piaciuto considerare la luna e le stelle come agenti sul nostro destino; l’astrologia – che non ha nulla di scientifico – è una superstizione che continua a essere considerata odiernamente come attendibile, tanto da meritarsi (immeritatamente) rubriche televisive e su importanti testate giornalistiche, dando anche campo a imbonitori e cartomanti che spillano quattrini ai soggetti più ingenui. La scienza, invece, ha provato a confutare questa teoria coi fatti analizzando l’enorme mole di dati provenienti dai registri delle nascite.

In uno studio sudafricano, ad esempio (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30877906) sono state considerate 23.689 nascite per 1484 cicli lunari, concludendo che, in un’analisi di un periodo di 120 anni:

“…non vi è alcuna influenza prevedibile delle fasi lunari sulla frequenza delle nascite. Il mito di una tale influenza lunare non può rivendicare prove scientifiche da una prospettiva storica. Né l’arrivo della luce elettrica né il minor numero di parti per donna hanno modificato gli schemi di nascita. I parti da parte di donne che vivevano in zone rurali con un basso stato nutrizionale non sono legati alle fasi lunari e, di conseguenza […] non si ha bisogno di tener conto delle fasi lunari […]”

Un’altro studio indiano (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22910625) su 9890 gravidanze non ha trovato alcuna evidenza che vi sia un’influenza delle fasi lunari.

Un grosso studio austriaco ha evidenziato che su tutti i bambini (n = 2.760.362) nati in Austria tra il 1970 e il 1999, durante 371 cicli lunari, non siano stati riscontrati effetti significativi della luna sulle gravidanze. A questi studi si sommano altri paper di altre nazioni: Germania, Stati Uniti (addirittura su 564.039 parti e un altro su 167.000 parti), Irlanda ecc.

E in Italia? Uno studio condotto da ricercatori siciliani non ha ugualmente mostrato alcuna correlazione lineare, pur trovando che nei periodi di luna piena, su 327 parti naturali, ci potesse essere una maggior frequenza delle nascite. Ma esistono anche voci fuori dal coro, come questo vecchio articolo italiano: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9550200, che comunque evidenzia una correlazione molto debole che avverrebbe il primo e il secondo giorno dopo la luna piena, particolarmente in chi partorisce almeno il secondo figlio o più. Sembra che solo nel nostro “stivale” la percezione sia più elevata e data l’elevata superstizione che aleggia nella penisola, la cosa non stupisce.

In conclusione, si può affermare con sicurezza che “non si nasce di più con la luna piena” e possiamo lasciare al nostro amato bianco satellite il ruolo che gli compete: ispirare la nostra fantasia e influenzare l’alta marea.

The Irishman: il viale del tramonto è imboccato

Su Netflix è recentemente approdato “The Irishman“, ultimo film di Martin Scorsese con tre degli attori maschi più famosi del ‘900: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Il film è un gangster movie che si avvale pesantemente del “ringiovanimento digitale” per coprire un arco narrativo di una ventina d’anni, un po’ come nell’indimenticabile C’era una volta in America dove però era il trucco a farla da padrone. Le tre grandi star, infatti, sono tutte ultrasettantenni: sarà stato un ostacolo alla resa del film?

Una doverosa premessa: Irishman è stato osannato dalla critica come il film più bello di Scorsese e non si può che rigettare questa opinione: un insulto a Quei bravi ragazzi, Casinò, The departed e Taxi driver, pietre miliari del cinema. L’impressione che si ha della stampa di settore è che essa dia sempre il massimo dei voti a Scorsese, anche se facesse un video col cellulare; un po’ come accade anche per Tarantino e i suoi ultimi film.

La trama di Irishman è la stessa di tutti i film del regista di origini siciliane: gangster e mafiosi intenti a costruire un impero fino alla inevitabile caduta, e appare più che altro come una scusa per riunione il cast di amici storici del regista (per Pacino, però, è la prima volta con Scorsese) e metterli assieme, come negli anni ’70-’90. Questo è un altro elemento che non depone a favore della pellicola, dove tutto sa di già visto. Quello che invece colpisce è la regia sempre attenta di Scorsese, inquadrature precise e pulite, tanta tecnica che fa solo piacere a vedersi.

Ma la nota più dolente è la recitazione dei tre mostri sacri. Robert de Niro ormai è intrappolato nel suo smandibolamento a labbra serrate che esagera quasi a sembrare una maschera del teatro greco. Joe Pesci, che è suo coetaneo, è invecchiato decisamente più del dovuto ed è quindi fermo, statico, gradevole ma non indimenticabile. Buonissima invece la performance del più anziano: il settantanovenne Al Pacino, che ci porta un Jimmy Hoffa carico di energia, anche grazie all’immancabile doppiaggio di Giannini.

La CGI può mascherare l’età dei personaggi, ma non siamo ai livelli di Rogue One, dove attori giovani recitano con visi agée: in molti casi, la fisicità di De Niro tradisce l’inganno e si ha l’impressione di vedere una marionetta all’opera (vedi scena del pestaggio in strada).

Nel complesso, il film è un prodotto molto sopravvalutato: avrei preferito vedere una storia di Scorsese con attori giovani – come in The departed – magari con un cameo dei mattatori di cui sopra. Il voto è la sufficienza piena, ma la voglia di rivedere Goodfellas più che Irishman, e quindi tornare ai tempi d’oro, è forte.

Cosa vuol dire “Ok boomer” e perché i giovani lo stanno rifilando agli anziani?

Quante volte, da figli, abbiamo rifilato ai nostri genitori la frase “ma tanto tu sei vecchio/a, non capisci un c…o”, dopo che magari ci siamo sentiti dire di non fare questo o quello? Nell’epoca di Greta Thunberg e delle sue proteste sul clima, lo scontro generazionale è tra i giovani nati dopo gli anni ’80 e i cosiddetti “baby boomer“. Ma come è nata l’espressione e chi sono costoro?

L’espressione “ok boomer” è del 2015 ma ha acquisito grande fama per via della deputata neozelandese on. Swarbrick (nata nel 1994), che più volte interrotta da un suo collega più anziano lo ha zittito proprio con questa frase, con il significato di “Ok, ho capito: detto da te che sei nato nell’epoca del boom economico” che è la definizione di “boomer“. Perché i baby boomer sono coloro che sono nati dal ’45 alla fine degli anni ’60, nell’epoca del cosiddetto “grande boom“: il periodo di benessere post-bellico che è stato anticamera del nostro tempo e nel quale ci fu un incremento delle nascite: baby boom, appunto.

Il video della deputata 25enne neozelandese on. Clarke, che zittisce un collega chiamandolo “boomer”. Notare il fortissimo accento della speaker 🙂 . CBS News.

Nella loro epoca, i boomer hanno assistito, tra le altre cose, alla diffusione della televisione e all’ascesa definitiva del capitalismo economico opposto al comunismo (Guerra Fredda), finito il periodo nero della “grande depressione” pre-bellica e dopo la distruzione della seconda guerra mondiale.

Dopo i Baby Boomers, sono state identificate ulteriori sotto-popolazioni: le generazioni X (nati dalla fine degli anni ’60 e fino al 1980). Poi quella Y, a cui appartengo: i nati tra gli anni ’80 e il 2000 e che prendono il nome di millennials. Attualmente, hanno tra i 20 e i 40 anni e hanno visto il passaggio tra il ‘900 e il nuovo millennio. Per finire, c’è la generazione Z, che è nata dopo il 2000: sono attualmente bambini o adolescenti e regolarmente bersagliati dalle vecchie generazioni con epiteti poco generosi “choosy, bamboccioni” e altre sparate liquidatorie, proprio come boomer è considerabile come fuoco di risposta a queste accuse.

Per i membri delle generazioni X-Y-Z, dire “ok boomer” a un over 55 significa, in pratica, dargli del “matusa”, del “vecchio rimbambito rimasto ancorato al vecchio mondo”. Ma non solo: le accuse gravissime mosse da Greta al Parlamento Europeo hanno spaccato il divario tra le generazioni più agée – accusate di aver causato e sfruttato l’inquinamento che avrebbe portato al cambiamento climatico ma anche di aver indebolito l’economia mondiale con le loro scelte speculative e sprechi, nonché di condurre politiche non meritocratiche, razziste e xenofobe – e le generazioni nuove, più green, aperte alla condivisione e al dialogo, patite dei social privi di discussioni politiche (Instagram, TikTok) e con meno inibizioni religiose.

Insomma: l’eterna lotta tra giovani e anziani.

Fonti:

Il Re: un altro monarch-pic per Netflix

The King è ora visibile su Netflix

Ancora una volta nella breccia, recita Enrico V nel famoso dramma Shakesperiano, sui campi di battaglia di Azincourt nel giorno di San Crispino. Ebbene, Netflix sembra averlo preso in parola consegnandoci il secondo biopic su un monarca medievale, Il Re, dopo il modesto seppur godibile Outlaw King.

Timothée Chalamet interpreta un algido ed asessuato Enrico V detto Hal, figlio del re usurpatore con il medesimo nome che depose Edoardo II (il principe pavido di Braveheart) dando il via alla fortunata stirpe reale dei Lancaster. L’aver usato Shakespeare come fonte bibliografica per il film lo rende un po’ stucchevole, pieno di silenzi gonadolesivi, battute arcaiche e inquadrature statiche in chiaroscuro che ricordano un po’ Il mestiere delle armi di Olmi. Il risultato è un film lento, noioso persino per un amante della storia come me, poco memorabile e che facilmente vi scoprirà col cellulare in mano a scorrere pagine di Wikipedia mentre usate i dialoghi soltanto come sottofondo per coprire il silenzio.

L’occhio riprende a guardare lo schermo soltanto nei due momenti bellici del film: il duello di Hal con Percy (schermisticamente parlando non perfetto ma credibile e molto meglio di centinaia di altri duelli irrealistici ai quali Hollywood ci ha abituato) e la famosa battaglia di Azincourt, considerata la vittoria inglese più sfavillante della Guerra dei Cent’anni assieme a Crecy e Poitiers. Un po’ troppo evidente la somiglianza con la Battaglia dei Bastardi del Trono di Spade: c’è persino la stessa inquadratura dall’alto.

Ciao, sono Il Re e volevo ispirarmi a una famosa serie HBO…

Nonostante questo, la battaglia è credibile e ci dà l’impressione di come poteva essere un vero scontro tardomedievale.

Ad Azincourt si compie però il secondo dramma del film dopo la noia della parte iniziale con la giovinezza di Enrico: la stereotipizzazione dei francesi il cui delfino (che mai partecipò alla battaglia) è interpretato da Robert Pattison, ex-vampiro di talento sprecato, reso come un viscido effeminato che si crede chissà chi e parla inglese con la R moscia.

(NdR: tutti gli sceneggiatori continuano a dimenticare che per tutto il medioevo alla corte del re d’Inghilterra si parlavano latino e soprattutto francese, mentre l’inglese si adoperava solo come lingua del volgo!!! Il motto della corona inglese è infatti scritto in francese: “Dieu et mon droit”. Davvero poco credibile che un nobile francese come il delfino sapesse parlare l’inglese, mentre è assolutamente più probabile il contrario).

A tentare di restituire un po’ di dignità al popolo francese ci pensa la figlia di Johnny Depp che ci lascia però un’interpretazione al limite del museo delle cere Madame Tussauds.

(NdR: ricordiamo anche agli anglosassoni di fare poco gli “spacchiusi”: loro erano invasori e alla fine la Francia ha fatto loro il culetto a strisce con Giovanna D’Arco).

Poco importa che il co-sceneggiatore del film, Joel Edgerton (già zio Owen), provi a fare il trickster nel ruolo di Falstaff: non ci colpisce anche se è l’unico personaggio salvabile.

Nel complesso, The king prende un 5 secco e solo per i meravigliosi costumi e l’atmosfera bellica tardomedievale. Un’altra occasione non sfruttata a pieno per il colosso dello streaming. Consigliato solo ai nerd/appassionati di storia.

El camino: un “atto dovuto” – recensione

Questa recensione è spoiler-safe: solo da metà articolo li metterò, con un debito avviso. Ma vi consiglio comunque di leggerla a visione avvenuta 🙂

Venerdì scorso, Netflix ha rilasciato “El camino”, il film-sequel di Breaking Bad, con protagonista assoluto l’ottimo Aaron Paul – Jesse Pinkman – qui anche in veste di produttore. Il film continua direttamente dall’ultima scena dell’ultima puntata, nella quinta stagione, dove Jesse è in fuga dopo essere stato liberato dall’amico-nemesi Walter White. Il titolo del film è già un gioco di parole: prende spunto dall’auto che Jesse guida all’inizio del film, il cui nome spagnolo però evoca “il cammino” che il protagonista percorre in questa produzione ben fatta e con un discreto ritorno di alcuni attori della serie.

El camino è un atto dovuto, dicevo, per raccontare la vicenda di Jesse: per ridarci ancora quella fotografia e ambientazioni indimenticabili, qualche brivido per la sorte del protagonista (giusto un paio però, nelle due ore) e salutarlo come si confà, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: e ora che ne sarà di lui? Per questo il film può essere considerato la vera ultima puntata di Breaking Bad.

Il film scorre leggero ma potrete apprezzarlo solo se siete fan della serie (altrimenti non ci capirete un ciufolo) e se l’avete vista o rivista di recente: se l’ultima visione è di qualche anno o mese fa, diventa difficile coglierne alcuni aspetti, per cui consiglio un recap dell’ultima stagione. Certo che terminate le grandi serie degli anni ’10, Breaking Bad, Narcos (la vicenda colombiana) e Game of Thrones, e trasformata The Walking Dead in una soap opera post-apocalittica poco ispirata, El camino è una piccola e piacevole anestesia in attesa di un’altra serie mangia-ascolti, come la ragionevolmente corta e splendida Chernobyl.

E adesso è il momento degli SPOILER quindi, andate a vedere El camino e poi tornate qui! 🙂

Certo, alla domanda fondamentale, risponde un notiziario in maniera cruda e distaccata: Heisenberg muore nella scena finale? Gilligan vuole che Jesse sia il protagonista assoluto e ci fa dire che White è stato trovato morto dalla polizia, come prevedibilmente si intuiva. La sua parabola si chiude quindi in un modo ancora più misero, quasi come quella di Pablo Escobar, senza nemmeno un cameo significativo (c’è, ma come flashback assolutamente non memorabile). Grande il ritorno di Robert Forster che per un’amara ironia è morto proprio il giorno di messa in onda del film per un cancro al cervello: si tratta del venditore di aspirapolveri che fa “sparire le persone”, e che già abbiamo amato in Jackie Brown. Il suo addio allo schermo è bello e nobilita ulteriormente il film, essendo forse il personaggio più positivo di tutti.

Jesse finalmente diventa davvero uomo: fa un duello da film western (poco credibile ma vabbè) senza battere ciglio dopo aver chiesto i soldi con rara educazione (quasi mi aspettavo che glieli avrebbero dati), ma mantiene la sua umana fragilità intatta. Finalmente il suo cammino di redenzione può cominciare, consci che però non si potrà dimenticare né sistemare il passato.

Difetti? I cameo del film (manca Fringe e anche Saul) sono tuttavia mal gestiti: poche battute e per nulla memorabili, a parte il bravo venditore di cui sopra. Forse si poteva fare di più in quel senso.

Nel complesso, comunque, un bel 7 per questo film e ora possiamo salutare l’amata serie come si confà.

Curiosità: il contenuto della lettera che Jesse scrive a Brock (figlio della sua ex-fidanzata) e consegna a Ed, non è stato rivelato. Aaron Paul ha detto che ha lottato duramente per farla leggere ma che la produzione ha preferito mantenere un velo di mistero. Spera di poter svelare il contenuto nel futuro, comunque.

Un anno fa

Un anno fa, un caro amico mi mandò un WhatsApp: quello che vedete sotto.

Ero in ferie e gironzolavo per casa quando il telefono fece “bip”.

Dopo il suo messaggio, telefonai immediatamente alla mia fidanzata, terrorizzato che potesse essere andata dalle parti di Borzoli a lavorare. La trovai invece al Pronto Soccorso del Galliera, in attesa dei feriti che non arrivavano. Da lì in poi, un susseguirsi di parenti e amici che chiedevano notizie: “Stai bene?”

Ognuno di noi ricorda esattamente dove era l’11 settembre 2001. Vi assicuro che i Genovesi, da un anno a questa parte, ricordano esattamente dov’erano il giorno del crollo del ponte Morandi.