La guerra delle serie: Rhaenyra vs Galadriel

Gli Anelli del Potere e House of the Dragon sono appena terminate. Quale mi è piaciuta di più?
L’elfa dalle tendenze orcomicide o l’incestuosa Targaryen?

Certo, è un bell’anno per chi è appassionato di fantasy: le tre grandi potenze Netflix, Amazon Prime Video e HBO/Sky hanno sellato i loro cavalli di battaglia The Witcher, Gli Anelli del Potere (AdP) e House of the Dragon (HotD), in attesa che anche Disney + entri nel conflitto con Willow. Ma se le avventure di Geralt sono già roba natalizia dell’anno scorso, la contemporaneità dei prodotti Prime e HBO/Sky ha portato i fan a vedere insieme le due serie ed esprimere pareri.

È corretto paragonare gli AdP a HotD?

Per me sì, date le posizioni di partenza. Sebbene gli Anelli e Dragon abbiano target completamente diversi, si rivolgono ambedue al pubblico amante del fantastico, ma con una maturità diversa. Inoltre, partono da adattamenti (noiosetti, NdR) di due testi che non sono romanzi ma “libri di storia”.
HotD deriva da “Fuoco e Sangue” (oppure da “La Principessa e la Regina”, se preferite), cronaca storica ambientata nel mondo fantastico di George RR Martin, mentre gli AdP sono tratti dalle appendici storiche in fondo a Il Signore degli Anelli di Tolkien (NB: non è derivata dal Silmarillion, poiché Amazon non ne possiede i diritti).
Dunque gli showrunner non hanno potuto contare su molti dialoghi già scritti ma solo su una descrizione sommaria degli eventi fatta dagli autori. Con l’eccezione che Martin è ancora vivo e ha collaborato alla serie.

Vediamo insieme il mio parere, ma attenti: hic sunt spoilerones! (spoiler warning Stagione 1 de Gli Anelli del Potere e House of the Dragon, da qui in poi)

Gli Anelli del Potere: all in col budget! E la storia?

Lo dico subito: la produzione de gli Anelli del Potere è imponente. Lessi i libri di Tolkien da ragazzo dopo aver visto il delirante cartone di Ralph Bakshi, ben prima dei tre primi capolavori di Peter Jackson (no, trilogia de Lo Hobbit: tu no!!!).
La caratteristica tolkeniana, lasciata quasi intatta da Jackson, era una grande epicità dei personaggi, dei dialoghi e degli ambienti. Gli AdP manca molto di questo aspetto, consegnandoci, sì, un incredibile paesaggio ad alto budget in un misto di CGI e landscape neozelandese, ma ribassando l’aspetto epico/aulico solo a qualche desueto dialogo tra gli elfi, recitato col verbo in fondo alla frase (Yoda?), inframezzato da momenti troppo moderni (v. Isildur, in seguito).

Cast multietnico ma chissenefrega, purché la trama e la recitazione siano valide!

La polemica zero della serie (hobbit, nani ed elfi di colore? Sacrhilegiohh!!!11!!!) viene presto sedata dalla ottima performance attoriale di alcuni attori di colore, dai personaggi anche ben scritti (es: Sadoc il pelopiede tour operator e Arondir l’elfo poliziotto). Ma questo conta davvero poco. Nessuno si aspettava davvero un’aderenza a romanzi tolkeniani che nemmeno esistono (essendo solo quintali di appunti messi insieme dal figlio Cristopher), ma quantomeno mantenere la linea di Jackson (a parte Gimli macchietta, quello no). Gli AdP, più che una sterzata, fa una vera inversione a U, difficile da digerire. Ecco degli esempi.

Isildur e suo papà, che non è andato a vederlo alla partita di baseball

Isildur viene beccato da Elendil a voler “navigare verso Ovest”

L’arco narrativo dei futuri re di Gondor è la parte forse peggiore dell’intera serie, liquidati come fossero due tizi che vivono in una bella villetta a schiera del New Jersey, col padre che chiama “campione” il figlio. Si sono pure inventati una sorella geometra comunale e hanno completamente estromesso il fratello Anarion (wtf?), lasciando il rapporto tra Elendil e il figlio goffo, anacronistico (siamo pur sempre in un mondo medievaleggiante) e borghese. Niente a che vedere con Denethor e Faramir, pur con le diversità delle vicende, o anche di Theoden ed Eowyn. Isildur fa bisboccia coi suoi amichetti della scuola cadetti, facendo pasticci come fosse dentro American Pie. I numenoreani meritavano di meglio.

Stessa cosa per Theo con la madre farmacista, e lasciamo perdere che sia un locandiere a diventare la chiave per la creazione di Mordor. Seriamente, John Ronald, se stai sfondando la cassa stavolta ti capisco.

Galadriel: l’elfa pazza che sogna lo sterminio della razza

La vera cattiva della serie è lei!!!
meme da: https://9gag.com/gag/aME2gPM

Lo ammetto: quando Galadriel confessa all’elfo rinnegato Adar che il suo più grande desiderio è massacrare fino all’ultimo orco, lei coi capelli biondi e la pelle d’alabastro, l’ho vista bene in piedi su una sedia in una birreria di Monaco negli anni ’20 o su un manifesto di propaganda, ad arringare la folla scontenta dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale. La Galadrielwaffe, però, non regge, schiacciata dal peso di una sceneggiatura pro girl-power (che non sarebbe un male, perché in House of the Dragon funziona!) e delle stupidità che la futura regina di Lorien non dovrebbe compiere (“ma sì: mi butto in mare che questa è la rotta di Costa Crociere, prima o poi qualcuno mi raccatta“). Ecco che diventa un personaggio odioso, pomposo e poco appealing, che non ne azzecca quasi una.

Ma qualcosa di buono?

Gli elfi di Rings of Power e i loro invidiabili capelli

Certo: tutta la parte incentrata sui nani è ben svolta, meno azzeccati i ciuffoni anni ’80 di Elrond e Celebrimbor (ma due parrucche no???) ma i loro personaggi sono comunque interessanti. Non da disdegnare il plot twist sull’identità di Sauron alla fine, bella la resa degli orchi e anche la parte dei Teletubbies, ehm ehm…. i pelopiedi, che dona un po’ di ironia scanzonata al tutto (carina la parte in cui elencano i morti, che sembra l’esito di una partita del vecchissimo videogioco Lemmings). E pure l’anacronistica discesa dal cielo di Gandalf (dai che è lui, su) è ben gestita.

In sintesi, gli AdP è una serie modestamente sceneggiata, con la sufficienza non raggiunta o giusto risicata, giusto per l’alto budget e per pochi momenti epici come la nascita di Mordor (vabbeh dai è un mondo fantasy, fanc*lo la vulcanologia!).

House of the Dragon (HotD): sgozza che ti passa

Gli uffici della HBO dove vengono sceneggiati il Trono di Spade e House of the Dragon

In effetti non mi pare di aver visto nessuno sgozzamento nelle 10 puntate, ma rende l’idea di un qualcosa che, sull’onda di Game of Thrones (GoT), ha sempre caratterizzato il mondo di George RR Martin: la violenza e lo shock. Il compiacimento di narrare tirando pugni nello stomaco al pubblico è la caratteristica primaria dei prodotti ambientati a Westeros, zero buonismi. Ecco che ci troviamo a dire “fammene vedere ancora, però mi fa anche un po’ ribrezzo” ogni scena di parto cesareo, sbudellamento, incenerimento ecc: HotD ha momenti horror che però ti fanno guardare con un occhio chiuso e uno aperto. Ed è la sua forza, dove gli AdP non osa mai. Come la costante sensazione che nessun personaggio sia al sicuro, neanche quelli principali (vedi Ned Stark). Sorry Amazon, non ci basta un Sadoc pugnalato per recuperare un po’ di ansia verso i personaggi.

Donne, du du du, in cerca di draghi

Rhaenys la tocca piano
meme da https://9gag.com/gag/aNwK2e4

La serie di Miguel Shapo… Sahpoch… insomma lui che già fece scalpore nella prima serie, è un concentrato di temi moderni declinati in salsa antica. In primis, lo svilente ruolo della donna che, già dal primo episodio, viene relegato a quello di giumenta; poi lo strapotere dell’aristocrazia contrapposto al popolino = carne da drago. Fin qui potrebbe essere anche neorealismo sovietico, ma quello che rende HotD una super-serie, non è la sigla scopiazzata (malissimo) da GoT, ma come si possa realizzare “Beautiful, ma coi draghi” e renderlo interessante e aperto sia al pubblico maschile che femminile. Qui, al posto della bomba atomica, il fulcro del potere è cavalcare un drago e incenerire gli avversari. E le donne possono farlo. E lo fanno. Questo girl power è assolutamente più delineato di quello di Galadriel, che non fa altro che piagnucolare ogni corte dove viene ospitata, manco fosse Dante, per andare a cacciare orchi.

L’irresistibile leggerezza dell’incesto medievale

I Targaryen dopo 3 generazioni di matrimoni tra consanguinei

Se Martin sia nato in qualche sperduto villaggio statunitense dove si copula allegramente tra cugini (o peggio), non si sa. Ma questa sua ossessione per l’incesto e le malattie genetiche ad esso correlate deve un po’ cessare. Questa parte è la meno interessante di HotD ma sottende comunque alle guerre familiari tra casate, prese pari pari dal medioevo anche senza andare a scomodare Lancaster e York (chi ha detto Lannister e Stark?)… che pure in Liguria, Doria, Spinola, Fieschi e Grimaldi se le sono date di santa ragione. Questo aspetto, l’ispirarsi pesantemente alla storia medievale europea, è l’altra forza di HotD che si tiene sul fantastico giusto coi draghi, ma resta coi piedi saldamente piantati nel patrimonio storico. Tanto che alcuni spettatori meno letterati pensavano GoT fosse una storia vera ambientata nell’Inghilterra del 1200…

Quella camminata poi, di re Viserys morente verso il trono, la ricorderemo tutti. Come le risate totalmente fuori contesto di Daemon.

Ma ha anche dei difetti

The "House of the Dragon" foot fetish scene has people shocked...
Quando “the Hand of the King” ti interessa meno di “the Feet of the Queen

La lentezza di alcune puntate tutte intrigo di corte, il ridicolo feticismo per i piedi di Larys Strong (come demolire un personaggio fighissimo), l’assenza completa di qualsiasi “personaggio “buono” per cui parteggiare (non se ne salva uno), i nomi tutti uguali (“oh ciao Bhela, Rhela, Erehla, Erebhela, Rhenis, Rhenir, Irheni, Erehnis, Baegon, Vaegon, Erehva, Viserya, Resyva, … ecchecacchio”) Ci) sono difetti, certo. Ma la perfezione nelle serie non c’è, vedi le ultime di Star Wars…

In soldons:

House of the Dragon, per me, è da 7 e vince a mani basse contro Gli Anelli del Potere. Che mi fa piacere vi sia piaciuta e rispetto la vostra opinione, ma a me no. Sono certo, però, che saprà imparare dagli errori e darci una seconda stagione migliore.

Ma per riassumere tutto, ecco Cartoni Morti che ci regala la migliore comparazione tra le due bionde. Buona visione!

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È scomparso Gian Filippo Pizzo

La fine del 2021, anno orribile, ci ha portato la triste notizia della morte di Gian Filippo Pizzo, dopo una lunga malattia.

Autore di fantascienza e saggistica, come curatore di antologie ha ricevuto importanti riconoscimenti quali il Premio Italia.

Sono riconoscente a lui in quanto è stata la prima persona che ha ritenuto i miei racconti validi e degni di pubblicazione, avvenuta quasi esclusivamente sotto la sua supervisione, come avrete visto nella sezione bibliografia. In uno dei nostri ultimi contatti, mi disse che non era triste e che la sua vita l’aveva vissuta.

Grazie, Gian Filippo, per aver creduto in me. Sit tibi terra levis.

The Last Duel – un flop meritato o il secondo Blade Runner di Scott?

Da pochi giorni è disponibile su Disney+ il film di Ridley ScottThe Last Duel“, storia vera dell’ultimo “duello di Dio” avvenuto in Francia tra due cavalieri di fine ‘300. Il film, costato almeno 150 milioni di dollari, non ne ha incassati nemmeno la metà e ora approda sulla piattaforma di streaming di mamma Disney, che lo ha prodotto.

Ogni appassionato di medioevo che si rispetti, come il sottoscritto, si è naturalmente cimentato nella visione. Ma questo film è davvero così brutto o meritava di più?

Ridley Scott, tra alti e bassi

Il famoso regista inglese non è nuovo a débâcle del genere. Quello che forse è il suo film più acclamato dalla critica – Blade Runner – fu un fiasco al botteghino per diventare poi il film cult cyberpunk per eccellenza. Lo stesso Scott, che già si era cimentato con il medioevo nel discreto Le Crociate – Kingdom of Heaven, per poi franare di nuovo nel dimenticatoio in Robin Hood con Russel Crowe, non era mai riuscito a bissare il successo del suo altro grande film “storico”: Il Gladiatore, che a dispetto delle numerose incongruenze, aveva incantato il pubblico delle generazioni X, Y e pure i baby boomer, via. Scott ci ha sempre abituati al tutto o nulla: o film indimenticabili come Alien, o pellicole da cancellare dagli archivi come Exodus. In quale categoria collocare The Last Duel?

La trama in breve (senza spoiler)

Nella Francia sotto il re Carlo VI, i nobili minori Jean de Carrouges (Matt Damon) e l’amico-nemico Jacques Le Gris (Adam Driver), si contendono castelli e la virtù di una donna (Jodie Comer), moglie del primo. Favorito dal conte Pierre (Ben Affleck), Le Gris cercherà in tutti i modi di sfruttare la sua abilità per prevalere su Carrouges, fino a essere da lui sfidato a duello per una grave accusa: un duello all’ultimo sangue dove Dio avrebbe deciso il colpevole.

Adam Driver e Matt Damon, pronti a suonarsele di santa ragione

Il cupo ma tutto sommato accurato medioevo francese

Nonostante la discutibile palette di colori del film rispetti il solito cliché sul medioevo buio, fangoso e freddo, The Last Duel riesce immediatamente a fare immergere il pubblico nella Francia medievale, con il suo sistema feudale tutt’altro che statico (uno dei protagonisti, infatti, cita in tribunale il suo signore), le sue stranezze (gli ordini minori clericali, i medici “uroscopi”, la riscossione degli affitti) e il ruolo difficile delle nobildonne, costrette a matrimoni dinastici con mariti testosteronici e interessati solo a guerre e prestigio. In questo, Scott ha fatto un ottimo lavoro rendendo subito credibile tutto l’apparato, pur concedendosi grosse imprecisioni – di cui una (il mezzo-elmo che vedrete alla fine) difficilmente scusabile. Tuttavia, il duello finale e le circostanze che portarono ad esso sono molto accurate e traslate ottimamente nel film.
Il cast è ben amalgamato e i dialoghi sono sempre funzionali alla trama, con un discreto numero di comparse e costumi convincenti (se eccettuiamo il solito errore di mettere il tartan agli scozzesi, in cui cadde miseramente anche Mel Gibson).
Tutt’altro che secondaria l’attenzione al ruolo della donna, laddove Jodie Comer diventa un’eroina dei suoi tempi per aver detto la verità, nonostante a difenderla sia un marito duro e anaffettivo, tormentato dal suo egocentrismo.

Ma allora cosa non funziona?

Nonostante Scott abbia dato la colpa del flop ai millennials che “non fanno altro che guardare il cellulare”, il film ha un grosso problema di dinamismo. Difatti, è raccontato tre volte dai punti di vista dei tre protagonisti, con scene che vengono triplicate con minime e non sempre apprezzabili differenze l’una dall’altra, spingendo la pellicola a 2 ore e 40 di ripetitività e lentezza. Avrebbe giovato fare due unici archi narrativi: quello dei due scudieri con le loro bassezze e quello della povera Marguerite, la protagonista femminile, tagliando 40 minuti buoni di ripetizioni e mantenendo un montaggio più veloce e interessante.

Nel complesso, The Last Duel è un film che non può che essere visto dagli appassionati di storia, mentre l’utente medio difficilmente riuscirà a sopportare la sua lentezza didascalica.

Nuovo racconto pubblicato in antologia: “Bonsai Kid”

Cari lettori, è passato tanto tempo dall’ultimo aggiornamento di questo sito e anche dall’ultimo racconto pubblicato. Con grande piacere e grazie alla cura di Gian Filippo Pizzo e dell’editore Tabula Fati, vi segnalo questa nuova antologia, Metamorfosi della Mente, che contiene anche il mio racconto “Bonsai Kid“.

Metamorfosi della Mente, pubblicato da Tabula Fati e a cura di G.F. Pizzo

“Bonsai Kid narra di una giovanissima hacker capace di fare quello che vuole, con i suoi dispositivi tecnologici. Anche compiere una crudele vendetta che la trascinerà verso un enorme dilemma.

Sono felice di avere scritto questo racconto in un momento in cui il genere Cyberpunk stava tornando un po’ di moda, forse anche per l’hype generato dal videogioco omonimo.

Il racconto si inserisce nell’antologia di Pizzo basata sulla “personalità virtuale”, lasciando il concetto alla libera interpretazione degli autori. La mia idea è stata di una personalità virtuale declinata in diversi modi.

Sulla rete siamo tutti “altre persone”, un po’ come accade quando ci mettiamo al volante: talvolta esce la natura peggiore di noi, fatta di aggressività e impazienza. Allo stesso modo, la rete amplifica le nostre pulsioni e le libera, come vediamo ogni giorno sui social network, ridotto ormai a un denso “opinionificio non richiesto”. In questo senso, viviamo uno sdoppiamento della personalità sul web (a volte anche in entità triple o quadruple…) dove ci sentiamo liberi di compiere scelte che non faremmo mai nella vita reale.

In secondo luogo, il mondo virtuale ha sdoganato un nuovo modo di imporsi come personalità, intesa in senso di “fama”: influencer, youtuber, streamer, divenuti famosi solo grazie ai loro follower che sostengono economicamente le loro vite. Un fenomeno ormai consolidato al di fuori dei vecchi canali del cinema o televisione.

Inoltre, Bonsai Kid è stato scritto in un momento in cui tutti noi eravamo forzatamente chiusi in casa per la pandemia da Coronavirus, e ci siamo inevitabilmente rifugiati in una vita virtuale, in luogo di quella reale.

Spero che il racconto vi piaccia! Potete acquistare l’antologia, che contiene molti altri racconti interessanti e di autori ben più famosi, andando sul sito di Tabula Fati qui.

Un enorme ed ennesimo grazie a Gian Filippo Pizzo, con cui collaboro ormai da anni con grande soddisfazione.

A presto!

LUCA (recensione): la Pixar porta un pizzico di Myiazaki e Dolce Vita in Liguria

“Luca” – in streaming su Disney +

La mia recensione di Luca presenterà spoiler, per cui vi raccomando di leggerla solo dopo che avrete visto il film.

Attenzione liguri e amanti della riviera! Su Disney + è finalmente presente “Luca” il nuovo lungometraggio di animazione firmato dal regista genovese Enrico Casarosa. Ambientato in un paesino ipotetico delle Cinque Terre, narra delle avventure del mostro marino Luca e del suo incontro con Alberto, che lo smuoverà a scoprire il mondo.

Quel ramo del mar Ligure

Dopo la visione di Luca, ci sono due emozioni a seconda di dove siate nati o vissuti. I liguri lo adoreranno senza se o ma, tolte però le esclamazioni grottesche di Giulia tipo “santa mozzarella!” che non solo sono assolutamente a-liguri, ma anche a-italiche, e rappresentano quel cliché dell’italiano medio pizza e mandolino com’è visto dagli americani.

I non liguri sicuramente apprezzeranno il film ma non lo riterranno memorabile perché diciamocelo: la trama di Luca è di una banalità enorme, un vero e proprio tuffo nella zona di comfort delineata dal “Viaggio dell’eroe” di Campbell e compari e in questo Casarosa e soci non hanno voluto minimamente osare. Non si è mai col fiato sospeso, si sa esattamente dove si andrà a finire, si anticipa il finale e ogni gesto è telefonato con tanto di prefisso davanti. Stiamo pur parlando di un film soprattutto per bambini e Pixar, che non ha mai brillato per trame alla Cristopher Nolan.

Cioè che è un vero godere per gli occhi, invece, è la qualità del design e dell’animazione che si discosta dal fotorealismo e restituisce una dimensione molto più vicina al cartoon vecchio stile. Qui si vede come Casarosa ha attinto a piene mani dal suo grande maestro Hayao Myiazaki: c’è dentro Ponyo, ma anche Kiki e quei personaggi femminili “forti” come Giulia, insieme a un tono scanzonato e mai volgare. C’è dentro tutta la liguria marittima nel film, manca solo il camallo del Porto di Genova, ma la vita dei borghi di pescatori da Finale Ligure a Portovenere è tutta lì in quelle case colorate di Portorosso.

La parte debole del film è il noioso prologo che narra la vita di Luca come pastore prima di incontrare Alberto: necessaria ma che forse avrebbe meritato qualche colpo di cesoia in più. Quando si entra a Portorosso, invece, tutto diventa così bello da vedere che anche la trama passa in secondo piano e si cerca di cogliere ogni piccolo aspetto e finezza (v. la sezione “Curiosità”).

Doppiaggio ben eseguito, anche se avrei preferito qualche “localizzazione” in più, magari coinvolgendo più attori liguri per le voci adulte (solo Fabio Fazio, che per altro doppia 3 frasi di un personaggio ultraminore), magari il bravo Paolo Kessisoglu, Crozza, Bizzarri, Paci, Lastrico, Solenghi, Pagni o Di Ghero. C’era l’imbarazzo della scelta ma la scelta di Disney è stata quella di fare un doppiaggio da “accademia” con italiano in perfetta dizione che neutralizza l’origine dei personaggi. Peccato. Merita allora una seconda visione in lingua originale per cogliere quei momenti in cui è stato usato l’italiano e non l’inglese, almeno.

Curiosità e riferimenti

Queste alcune curiosità tratte da Wikipedia (poi sono state eliminate) ma sono molto interessanti:

  • L’ubicazione dell’immaginaria Portorosso, il cui nome richiama le località di Portofino e Monterosso, viene rivelata da una mappa in possesso del pescatore Giacomo, a inizio film. È situata appena a nordovest di Corniglia e quindi nelle Cinque Terre, più o meno in corrispondenza di Vernazza, che è stata la principale fonte d’ispirazione per la location. Tuttavia, Portorosso presenta alcuni elementi di altri borghi liguri come le case colorate, la banchina coperta da arcate presente anche nel porticciolo di Camogli o la “latteria” antistante la fontana nella piazza principale, come si vede anche a Boccadasse.
  • Immaginaria è anche l’isola dove risiede Alberto, che presenta caratteristiche simili, per forma e dimensioni, con l’isola di Bergeggi o l’isola del tino.
  • Numerose locandine di film degli anni ’50 e ’60 sono visibili appese alle case di Portorosso, come “Vacanze romane” o “La strada” di Fellini.
  • Il cognome dell’antagonista Ercole è di origine nobiliare lombarda: “Visconti”, portato anche dal regista Luchino Visconti, attivo soprattutto negli anni ’50 e ’60 dove è ambientato il film, e fonte di ispirazione per il regista.
  • Altri cognomi tipicamente liguri come Pittaluga o Repetto, sono visibili sulle insegne di alcune attività commerciali di Portorosso. Il cognome di Giulia e Massimo, Marcovaldo, riprende invece il protagonista di una novella di Italo Calvino. Allo scrittore italiano, grande fonte di ispirazione per il regista Casarosa, è anche dedicata la piazza principale di Portorosso.
  • Altri artisti italiani, come LeonardoMacchiavelliDe Amicis o Collodi, sono ricordati nel film attraverso nomi di personaggi, vie o riferimento diretto alle loro opere.
  • A fianco dell’officina del paese, si può leggere la targa pubblicitaria “Gomme Ravatti: le migliori del mondo“. In lingua ligure, “ravatto” vuol dire esattamente l’opposto, ovvero un oggetto di qualità molto scadente.
  • Due tipi di pasta tipicamente liguri, le trenette e le trofie, sono citate più volte nel film, oltre all’immancabile pesto e alla focaccia; quest’ultima presta anche il nome alla barca di Ercole.
  • Oltre a Portorosso, nel film appaiono anche due città realmente esistenti: Roma (e il Colosseo durante il sogno ad occhi aperti di Luca in casa di Giulia) e Genova, quest’ultima presente in due tavole dei titoli di coda, di cui una è una vista panoramica dalla spianata di Castelletto.
  • Il “vero” Alberto, il bambino che ha ispirato Enrico Casarosa nel creare il personaggio omonimo del film, presta la voce a uno dei pescatori nella versione italiana, mentre in quella inglese è doppiato dallo stesso Casarosa.
  • Luca menziona un pesce chiamato “Enrico”, come il regista del film, che si sarebbe perso o forse è morto. Probabilmente, è il pesce che appare nella scena dopo i titoli di coda assieme allo zio di Luca (originariamente doppiato da Sacha Baron Cohen).

E a voi è piaciuto Luca?

A presto!

Nuovo racconto free: “La buttafuori”

Carissimi lettori, spero che le vostre feste stiano trascorrendo nel migliore dei modi, in questo anno così difficile.

Per farvi passare un po’ il tempo, ecco un nuovo racconto free, pubblicato sia qui su LorenzoFabre.com che su Wattpad: “La buttafuori“.

Stavolta ci spostiamo nel freddo nord Europa, dove una ragazza di nome Erika, lavora come buttafuori in una discoteca. Erika è una ragazza forte e atletica, ma nasconde un animo sensibile. Guai a farla arrabbiare, tuttavia: se ne accorgerà chi incrocerà la sua strada in questo racconto dalle tinte pulp, come il precedente.

Come già detto, di tanto in tanto, pubblicherò qualche racconto liberamente accessibile nella neonata categoria “Racconti Liberi“, ma vi consiglio di seguire anche la pagina Facebook per temi più leggeri e il profilo Instagram per qualche foto.

E ora, vi lascio alla lettura de “La buttafuori“.

A presto e buone feste!

“Il compleanno del padre”

“Sono tornato”, disse.

Ma non si tratta di Samwise Gamgee, bensì del sottoscritto! Dopo tanto tempo perso a non scrivere, in una notte ho buttato giù il mio racconto della pace con l’arte dell’inchiostro: “Il compleanno del padre“(anche in Versione Wattpad), una breve storia ambientata in una favela di San Paolo, dalle atmosfere Tarantiniane e ispirato al cinema di genere come Tropa de Elite o Città di Dio.

Certo: non pretendo sia un racconto perfetto o indimenticabile, ma per me significa molto. Come avrete notato, anche il blog è tornato alla sua dimensione originaria tornando a essere più un contenitore della mia narrativa, che delle mie opinioni.

Di tanto in tanto, pubblicherò qualche racconto liberamente accessibile nella neonata categoria “Racconti Liberi“, ma vi consiglio di seguire anche la pagina Facebook per temi più leggeri e il profilo Instagram per qualche foto.

Di tanto in tanto, recatevi anche sulle pagine Genowa e Genowave, con cui mi diverto a creare e spedire meme! 🙂

E ora, buona lettura con “Il compleanno del padre“.

“I know my chickens”: modi di dire italiani in inglese

Attenzione Al Vuoto, Londra, Metropolitana

Vi sarà capitato di andare a cena col collega tedesco, il cui figlio di 5 anni parla l’inglese meglio di voi, e trovarvi a gesticolare come un tarantolato per spiegargli l’espressione “cascasse il mondo”.

Onde evitarlo, ecco come si traducono alcune espressioni italiane di uso comune:

ItalianoIngleseNote
Non tutto il male vien per nuocereEvery cloud has a silver liningLetteralmente: “ogni nuvola è rivestita d’argento”
Lato positivo/negativobright/dark sideAnche “spot” va bene al posto di “side”
Conosco i miei polliI know who I’m dealing withSe speravate di tradurlo uguale, ahimè…
Meglio tardi che maiBetter late than never(Questo invece è uguale all’italiano)
Salvare capra e cavoliRun with the hares and hunt with the houndsLett: “scappare con le lepri e cacciare coi mastini”
Per non saper né leggere né scrivereFor not being an expert
Non ci vuole una laurea/un genio per capirloIt’s not rocket science“Rocket science” sarebbe la scienza missilistica, come a dire “un argomento ostico”
Chi la fa, l’aspettiWhat goes around, comes around
Parli del diavolo… (e spuntano le corna)Speak of the devil… (and he shall appear)In genere ci si ferma a “devil”
Gira che ti rigira / Alla fine (della fiera/della storia) ecc…– At the end of the day
– When all is said and done
– Any way you look at it
– In short
– In the end
Molto usato il primo
Per farla breveLong story short
(Prendere) due piccioni con una fava(To kill) two birds with one stone
Pappa e ciccia / culo e camicia– Hand and glove
– Thick/tight as thieves
Lett: “mano e guanto” oppure “compatti/aderenti come ladri”
Prendere qualcosa con beneficio d’inventario/ con le pinzeTo take something with a grain/pinch of saltLett: “prendere qualcosa con un granello/pizzico di sale”
– Da che pulpito viene la predica
– Senti chi parla
Listen/look who’s talking!
Cascasse il mondoCome rain or shine
– Come hell or high water
Lett: “che piova o splenda (il sole)” oppure “venisse l’inferno o una piena”
Fare la predica a qualcuno– To lecture somebody
– To sermonize somebody
“Lecture” è la lettura accademica che si ascolta senza fare domande. Per “predica” come sostantivo si dice anche “talking-to”
– Il bue dice cornuto all’asino
– Il corvo dice al merlo che è nero
The pot calling the kettle black.Lett: “la pentola dice alla teiera che è nera” (si suppone ambedue fatte di ghisa…)
Avanti e indietroBack and forth“forth” = “forward”
Nato con la camiciaBorn with a silver spoon in his mouthLett: “nato col cucchiaio d’argento in bocca”

Vi è stato utile? Nel caso, allungherò la lista! 🙂

Buon rientro e ricordatevi di seguire anche la pagina Facebook!

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