È scomparso Gian Filippo Pizzo

La fine del 2021, anno orribile, ci ha portato la triste notizia della morte di Gian Filippo Pizzo, dopo una lunga malattia.

Autore di fantascienza e saggistica, come curatore di antologie ha ricevuto importanti riconoscimenti quali il Premio Italia.

Sono riconoscente a lui in quanto è stata la prima persona che ha ritenuto i miei racconti validi e degni di pubblicazione, avvenuta quasi esclusivamente sotto la sua supervisione, come avrete visto nella sezione bibliografia. In uno dei nostri ultimi contatti, mi disse che non era triste e che la sua vita l’aveva vissuta.

Grazie, Gian Filippo, per aver creduto in me. Sit tibi terra levis.

The Last Duel – un flop meritato o il secondo Blade Runner di Scott?

Da pochi giorni è disponibile su Disney+ il film di Ridley ScottThe Last Duel“, storia vera dell’ultimo “duello di Dio” avvenuto in Francia tra due cavalieri di fine ‘300. Il film, costato almeno 150 milioni di dollari, non ne ha incassati nemmeno la metà e ora approda sulla piattaforma di streaming di mamma Disney, che lo ha prodotto.

Ogni appassionato di medioevo che si rispetti, come il sottoscritto, si è naturalmente cimentato nella visione. Ma questo film è davvero così brutto o meritava di più?

Ridley Scott, tra alti e bassi

Il famoso regista inglese non è nuovo a débâcle del genere. Quello che forse è il suo film più acclamato dalla critica – Blade Runner – fu un fiasco al botteghino per diventare poi il film cult cyberpunk per eccellenza. Lo stesso Scott, che già si era cimentato con il medioevo nel discreto Le Crociate – Kingdom of Heaven, per poi franare di nuovo nel dimenticatoio in Robin Hood con Russel Crowe, non era mai riuscito a bissare il successo del suo altro grande film “storico”: Il Gladiatore, che a dispetto delle numerose incongruenze, aveva incantato il pubblico delle generazioni X, Y e pure i baby boomer, via. Scott ci ha sempre abituati al tutto o nulla: o film indimenticabili come Alien, o pellicole da cancellare dagli archivi come Exodus. In quale categoria collocare The Last Duel?

La trama in breve (senza spoiler)

Nella Francia sotto il re Carlo VI, i nobili minori Jean de Carrouges (Matt Damon) e l’amico-nemico Jacques Le Gris (Adam Driver), si contendono castelli e la virtù di una donna (Jodie Comer), moglie del primo. Favorito dal conte Pierre (Ben Affleck), Le Gris cercherà in tutti i modi di sfruttare la sua abilità per prevalere su Carrouges, fino a essere da lui sfidato a duello per una grave accusa: un duello all’ultimo sangue dove Dio avrebbe deciso il colpevole.

Adam Driver e Matt Damon, pronti a suonarsele di santa ragione

Il cupo ma tutto sommato accurato medioevo francese

Nonostante la discutibile palette di colori del film rispetti il solito cliché sul medioevo buio, fangoso e freddo, The Last Duel riesce immediatamente a fare immergere il pubblico nella Francia medievale, con il suo sistema feudale tutt’altro che statico (uno dei protagonisti, infatti, cita in tribunale il suo signore), le sue stranezze (gli ordini minori clericali, i medici “uroscopi”, la riscossione degli affitti) e il ruolo difficile delle nobildonne, costrette a matrimoni dinastici con mariti testosteronici e interessati solo a guerre e prestigio. In questo, Scott ha fatto un ottimo lavoro rendendo subito credibile tutto l’apparato, pur concedendosi grosse imprecisioni – di cui una (il mezzo-elmo che vedrete alla fine) difficilmente scusabile. Tuttavia, il duello finale e le circostanze che portarono ad esso sono molto accurate e traslate ottimamente nel film.
Il cast è ben amalgamato e i dialoghi sono sempre funzionali alla trama, con un discreto numero di comparse e costumi convincenti (se eccettuiamo il solito errore di mettere il tartan agli scozzesi, in cui cadde miseramente anche Mel Gibson).
Tutt’altro che secondaria l’attenzione al ruolo della donna, laddove Jodie Comer diventa un’eroina dei suoi tempi per aver detto la verità, nonostante a difenderla sia un marito duro e anaffettivo, tormentato dal suo egocentrismo.

Ma allora cosa non funziona?

Nonostante Scott abbia dato la colpa del flop ai millennials che “non fanno altro che guardare il cellulare”, il film ha un grosso problema di dinamismo. Difatti, è raccontato tre volte dai punti di vista dei tre protagonisti, con scene che vengono triplicate con minime e non sempre apprezzabili differenze l’una dall’altra, spingendo la pellicola a 2 ore e 40 di ripetitività e lentezza. Avrebbe giovato fare due unici archi narrativi: quello dei due scudieri con le loro bassezze e quello della povera Marguerite, la protagonista femminile, tagliando 40 minuti buoni di ripetizioni e mantenendo un montaggio più veloce e interessante.

Nel complesso, The Last Duel è un film che non può che essere visto dagli appassionati di storia, mentre l’utente medio difficilmente riuscirà a sopportare la sua lentezza didascalica.

Nuovo racconto pubblicato in antologia: “Bonsai Kid”

Cari lettori, è passato tanto tempo dall’ultimo aggiornamento di questo sito e anche dall’ultimo racconto pubblicato. Con grande piacere e grazie alla cura di Gian Filippo Pizzo e dell’editore Tabula Fati, vi segnalo questa nuova antologia, Metamorfosi della Mente, che contiene anche il mio racconto “Bonsai Kid“.

Metamorfosi della Mente, pubblicato da Tabula Fati e a cura di G.F. Pizzo

“Bonsai Kid narra di una giovanissima hacker capace di fare quello che vuole, con i suoi dispositivi tecnologici. Anche compiere una crudele vendetta che la trascinerà verso un enorme dilemma.

Sono felice di avere scritto questo racconto in un momento in cui il genere Cyberpunk stava tornando un po’ di moda, forse anche per l’hype generato dal videogioco omonimo.

Il racconto si inserisce nell’antologia di Pizzo basata sulla “personalità virtuale”, lasciando il concetto alla libera interpretazione degli autori. La mia idea è stata di una personalità virtuale declinata in diversi modi.

Sulla rete siamo tutti “altre persone”, un po’ come accade quando ci mettiamo al volante: talvolta esce la natura peggiore di noi, fatta di aggressività e impazienza. Allo stesso modo, la rete amplifica le nostre pulsioni e le libera, come vediamo ogni giorno sui social network, ridotto ormai a un denso “opinionificio non richiesto”. In questo senso, viviamo uno sdoppiamento della personalità sul web (a volte anche in entità triple o quadruple…) dove ci sentiamo liberi di compiere scelte che non faremmo mai nella vita reale.

In secondo luogo, il mondo virtuale ha sdoganato un nuovo modo di imporsi come personalità, intesa in senso di “fama”: influencer, youtuber, streamer, divenuti famosi solo grazie ai loro follower che sostengono economicamente le loro vite. Un fenomeno ormai consolidato al di fuori dei vecchi canali del cinema o televisione.

Inoltre, Bonsai Kid è stato scritto in un momento in cui tutti noi eravamo forzatamente chiusi in casa per la pandemia da Coronavirus, e ci siamo inevitabilmente rifugiati in una vita virtuale, in luogo di quella reale.

Spero che il racconto vi piaccia! Potete acquistare l’antologia, che contiene molti altri racconti interessanti e di autori ben più famosi, andando sul sito di Tabula Fati qui.

Un enorme ed ennesimo grazie a Gian Filippo Pizzo, con cui collaboro ormai da anni con grande soddisfazione.

A presto!

LUCA (recensione): la Pixar porta un pizzico di Myiazaki e Dolce Vita in Liguria

“Luca” – in streaming su Disney +

La mia recensione di Luca presenterà spoiler, per cui vi raccomando di leggerla solo dopo che avrete visto il film.

Attenzione liguri e amanti della riviera! Su Disney + è finalmente presente “Luca” il nuovo lungometraggio di animazione firmato dal regista genovese Enrico Casarosa. Ambientato in un paesino ipotetico delle Cinque Terre, narra delle avventure del mostro marino Luca e del suo incontro con Alberto, che lo smuoverà a scoprire il mondo.

Quel ramo del mar Ligure

Dopo la visione di Luca, ci sono due emozioni a seconda di dove siate nati o vissuti. I liguri lo adoreranno senza se o ma, tolte però le esclamazioni grottesche di Giulia tipo “santa mozzarella!” che non solo sono assolutamente a-liguri, ma anche a-italiche, e rappresentano quel cliché dell’italiano medio pizza e mandolino com’è visto dagli americani.

I non liguri sicuramente apprezzeranno il film ma non lo riterranno memorabile perché diciamocelo: la trama di Luca è di una banalità enorme, un vero e proprio tuffo nella zona di comfort delineata dal “Viaggio dell’eroe” di Campbell e compari e in questo Casarosa e soci non hanno voluto minimamente osare. Non si è mai col fiato sospeso, si sa esattamente dove si andrà a finire, si anticipa il finale e ogni gesto è telefonato con tanto di prefisso davanti. Stiamo pur parlando di un film soprattutto per bambini e Pixar, che non ha mai brillato per trame alla Cristopher Nolan.

Cioè che è un vero godere per gli occhi, invece, è la qualità del design e dell’animazione che si discosta dal fotorealismo e restituisce una dimensione molto più vicina al cartoon vecchio stile. Qui si vede come Casarosa ha attinto a piene mani dal suo grande maestro Hayao Myiazaki: c’è dentro Ponyo, ma anche Kiki e quei personaggi femminili “forti” come Giulia, insieme a un tono scanzonato e mai volgare. C’è dentro tutta la liguria marittima nel film, manca solo il camallo del Porto di Genova, ma la vita dei borghi di pescatori da Finale Ligure a Portovenere è tutta lì in quelle case colorate di Portorosso.

La parte debole del film è il noioso prologo che narra la vita di Luca come pastore prima di incontrare Alberto: necessaria ma che forse avrebbe meritato qualche colpo di cesoia in più. Quando si entra a Portorosso, invece, tutto diventa così bello da vedere che anche la trama passa in secondo piano e si cerca di cogliere ogni piccolo aspetto e finezza (v. la sezione “Curiosità”).

Doppiaggio ben eseguito, anche se avrei preferito qualche “localizzazione” in più, magari coinvolgendo più attori liguri per le voci adulte (solo Fabio Fazio, che per altro doppia 3 frasi di un personaggio ultraminore), magari il bravo Paolo Kessisoglu, Crozza, Bizzarri, Paci, Lastrico, Solenghi, Pagni o Di Ghero. C’era l’imbarazzo della scelta ma la scelta di Disney è stata quella di fare un doppiaggio da “accademia” con italiano in perfetta dizione che neutralizza l’origine dei personaggi. Peccato. Merita allora una seconda visione in lingua originale per cogliere quei momenti in cui è stato usato l’italiano e non l’inglese, almeno.

Curiosità e riferimenti

Queste alcune curiosità tratte da Wikipedia (poi sono state eliminate) ma sono molto interessanti:

  • L’ubicazione dell’immaginaria Portorosso, il cui nome richiama le località di Portofino e Monterosso, viene rivelata da una mappa in possesso del pescatore Giacomo, a inizio film. È situata appena a nordovest di Corniglia e quindi nelle Cinque Terre, più o meno in corrispondenza di Vernazza, che è stata la principale fonte d’ispirazione per la location. Tuttavia, Portorosso presenta alcuni elementi di altri borghi liguri come le case colorate, la banchina coperta da arcate presente anche nel porticciolo di Camogli o la “latteria” antistante la fontana nella piazza principale, come si vede anche a Boccadasse.
  • Immaginaria è anche l’isola dove risiede Alberto, che presenta caratteristiche simili, per forma e dimensioni, con l’isola di Bergeggi o l’isola del tino.
  • Numerose locandine di film degli anni ’50 e ’60 sono visibili appese alle case di Portorosso, come “Vacanze romane” o “La strada” di Fellini.
  • Il cognome dell’antagonista Ercole è di origine nobiliare lombarda: “Visconti”, portato anche dal regista Luchino Visconti, attivo soprattutto negli anni ’50 e ’60 dove è ambientato il film, e fonte di ispirazione per il regista.
  • Altri cognomi tipicamente liguri come Pittaluga o Repetto, sono visibili sulle insegne di alcune attività commerciali di Portorosso. Il cognome di Giulia e Massimo, Marcovaldo, riprende invece il protagonista di una novella di Italo Calvino. Allo scrittore italiano, grande fonte di ispirazione per il regista Casarosa, è anche dedicata la piazza principale di Portorosso.
  • Altri artisti italiani, come LeonardoMacchiavelliDe Amicis o Collodi, sono ricordati nel film attraverso nomi di personaggi, vie o riferimento diretto alle loro opere.
  • A fianco dell’officina del paese, si può leggere la targa pubblicitaria “Gomme Ravatti: le migliori del mondo“. In lingua ligure, “ravatto” vuol dire esattamente l’opposto, ovvero un oggetto di qualità molto scadente.
  • Due tipi di pasta tipicamente liguri, le trenette e le trofie, sono citate più volte nel film, oltre all’immancabile pesto e alla focaccia; quest’ultima presta anche il nome alla barca di Ercole.
  • Oltre a Portorosso, nel film appaiono anche due città realmente esistenti: Roma (e il Colosseo durante il sogno ad occhi aperti di Luca in casa di Giulia) e Genova, quest’ultima presente in due tavole dei titoli di coda, di cui una è una vista panoramica dalla spianata di Castelletto.
  • Il “vero” Alberto, il bambino che ha ispirato Enrico Casarosa nel creare il personaggio omonimo del film, presta la voce a uno dei pescatori nella versione italiana, mentre in quella inglese è doppiato dallo stesso Casarosa.
  • Luca menziona un pesce chiamato “Enrico”, come il regista del film, che si sarebbe perso o forse è morto. Probabilmente, è il pesce che appare nella scena dopo i titoli di coda assieme allo zio di Luca (originariamente doppiato da Sacha Baron Cohen).

E a voi è piaciuto Luca?

A presto!

Nuovo racconto free: “La buttafuori”

Carissimi lettori, spero che le vostre feste stiano trascorrendo nel migliore dei modi, in questo anno così difficile.

Per farvi passare un po’ il tempo, ecco un nuovo racconto free, pubblicato sia qui su LorenzoFabre.com che su Wattpad: “La buttafuori“.

Stavolta ci spostiamo nel freddo nord Europa, dove una ragazza di nome Erika, lavora come buttafuori in una discoteca. Erika è una ragazza forte e atletica, ma nasconde un animo sensibile. Guai a farla arrabbiare, tuttavia: se ne accorgerà chi incrocerà la sua strada in questo racconto dalle tinte pulp, come il precedente.

Come già detto, di tanto in tanto, pubblicherò qualche racconto liberamente accessibile nella neonata categoria “Racconti Liberi“, ma vi consiglio di seguire anche la pagina Facebook per temi più leggeri e il profilo Instagram per qualche foto.

E ora, vi lascio alla lettura de “La buttafuori“.

A presto e buone feste!

“Il compleanno del padre”

“Sono tornato”, disse.

Ma non si tratta di Samwise Gamgee, bensì del sottoscritto! Dopo tanto tempo perso a non scrivere, in una notte ho buttato giù il mio racconto della pace con l’arte dell’inchiostro: “Il compleanno del padre“(anche in Versione Wattpad), una breve storia ambientata in una favela di San Paolo, dalle atmosfere Tarantiniane e ispirato al cinema di genere come Tropa de Elite o Città di Dio.

Certo: non pretendo sia un racconto perfetto o indimenticabile, ma per me significa molto. Come avrete notato, anche il blog è tornato alla sua dimensione originaria tornando a essere più un contenitore della mia narrativa, che delle mie opinioni.

Di tanto in tanto, pubblicherò qualche racconto liberamente accessibile nella neonata categoria “Racconti Liberi“, ma vi consiglio di seguire anche la pagina Facebook per temi più leggeri e il profilo Instagram per qualche foto.

Di tanto in tanto, recatevi anche sulle pagine Genowa e Genowave, con cui mi diverto a creare e spedire meme! 🙂

E ora, buona lettura con “Il compleanno del padre“.

“I know my chickens”: modi di dire italiani in inglese

Attenzione Al Vuoto, Londra, Metropolitana

Vi sarà capitato di andare a cena col collega tedesco, il cui figlio di 5 anni parla l’inglese meglio di voi, e trovarvi a gesticolare come un tarantolato per spiegargli l’espressione “cascasse il mondo”.

Onde evitarlo, ecco come si traducono alcune espressioni italiane di uso comune:

ItalianoIngleseNote
Non tutto il male vien per nuocereEvery cloud has a silver liningLetteralmente: “ogni nuvola è rivestita d’argento”
Lato positivo/negativobright/dark sideAnche “spot” va bene al posto di “side”
Conosco i miei polliI know who I’m dealing withSe speravate di tradurlo uguale, ahimè…
Meglio tardi che maiBetter late than never(Questo invece è uguale all’italiano)
Salvare capra e cavoliRun with the hares and hunt with the houndsLett: “scappare con le lepri e cacciare coi mastini”
Per non saper né leggere né scrivereFor not being an expert
Non ci vuole una laurea/un genio per capirloIt’s not rocket science“Rocket science” sarebbe la scienza missilistica, come a dire “un argomento ostico”
Chi la fa, l’aspettiWhat goes around, comes around
Parli del diavolo… (e spuntano le corna)Speak of the devil… (and he shall appear)In genere ci si ferma a “devil”
Gira che ti rigira / Alla fine (della fiera/della storia) ecc…– At the end of the day
– When all is said and done
– Any way you look at it
– In short
– In the end
Molto usato il primo
Per farla breveLong story short
(Prendere) due piccioni con una fava(To kill) two birds with one stone
Pappa e ciccia / culo e camicia– Hand and glove
– Thick/tight as thieves
Lett: “mano e guanto” oppure “compatti/aderenti come ladri”
Prendere qualcosa con beneficio d’inventario/ con le pinzeTo take something with a grain/pinch of saltLett: “prendere qualcosa con un granello/pizzico di sale”
– Da che pulpito viene la predica
– Senti chi parla
Listen/look who’s talking!
Cascasse il mondoCome rain or shine
– Come hell or high water
Lett: “che piova o splenda (il sole)” oppure “venisse l’inferno o una piena”
Fare la predica a qualcuno– To lecture somebody
– To sermonize somebody
“Lecture” è la lettura accademica che si ascolta senza fare domande. Per “predica” come sostantivo si dice anche “talking-to”
– Il bue dice cornuto all’asino
– Il corvo dice al merlo che è nero
The pot calling the kettle black.Lett: “la pentola dice alla teiera che è nera” (si suppone ambedue fatte di ghisa…)
Avanti e indietroBack and forth“forth” = “forward”
Nato con la camiciaBorn with a silver spoon in his mouthLett: “nato col cucchiaio d’argento in bocca”

Vi è stato utile? Nel caso, allungherò la lista! 🙂

Buon rientro e ricordatevi di seguire anche la pagina Facebook!

Tante pietre a ricordare: l’ultimo brano di Morricone svelato e analizzato

Foto da Il Secolo XIX

Ieri sera, nell’ambito del concerto dedicato alle vittime del crollo del Ponte Morandi presso il Teatro Carlo Felice, Andrea Morricone, figlio del maestro Ennio, ha diretto per la prima volta “Tante pietre a ricordare“: l’ultimo brano che il compositore recentemente scomparso ha donato alle famiglie delle vittime e alla città di Genova.

Qui potete ascoltare un estratto dalla pagina Instagram del Comune di Genova:

Il brano è una marcia dal testo apparentemente semplice:

“Tante pietre a ricordare
Tante luci a illuminare
Tante voci per cantare
E riunire la città!”

Innanzitutto, la scelta della marcia ci evoca immediatamente “Here’s to you” che il maestro compose per Sacco e Vanzetti; un altro tributo, dunque, a vittime innocenti. Entrambi i brani iniziano con una voce che canta un breve testo (in questo caso la voce era di Joan Baez), e poi viene seguita dal coro che ripete la strofa in crescendo, fino al termine del brano.

Here’s to You – con Joan Baez

Ma è analizzando le singole strofe che si individua tutto il genio dell’ultimo regalo di Morricone.

Dopo un incipit strumentale dal tono grave, la primissima strofa nonché titolo del brano, Tante pietre a ricordare, è introdotta dalla bella voce bianca di Lucia Benza, selezionata tra 40 provini dallo stesso compositore romano. Gli 8 battiti del brano morriconiano, tuttavia, richiamano fortemente l’inizio del Dies Irae della messa da requiem gregoriana. Riferimento all’eterno riposo delle vittime, forse, ma anche alla distruzione del ponte, in quanto il Dies Irae è il giorno della fine del mondo. Morricone, profondamente cattolico, ha evidentemente voluto imprimere la sua visione anche in questo brano.

Le parole ci menzionano “pietre a ricordare”. Sono le macerie del ponte conficcate nel letto del Polcevera? O forse le lapidi delle vittime o i pilastri del nuovo ponte? In tutti i casi, la scelta di Morricone è ampia e poetica e si apre a plurime interpretazioni.

Tante luci a illuminare: qui il riferimento al nuovo ponte sembra più chiaro: l’installazione progettata da Renzo Piano presenta 18 pennoni illuminanti che si stagliano verso il cielo (inizialmente dovevano essere 43, come le vittime). Le luci iniziano, nel testo, il cammino della speranza dopo il ricordo.

Tante voci per cantare: sono probabilmente quelle del coro che lancia questo omaggio alle vittime e l’idea di rinascita della città parte dal canto.

E riunire la città! Con questa esplosione di speranza, Morricone menziona che finalmente i cittadini possono riunirsi a riprendere la loro vita; inoltre, il ponte riunirà nuovamente due metà di Genova, spezzate dal crollo, dandoci un immagine ambivalente.

Inizialmente, il brano non mi aveva convinto: grazie al bis che la platea del Carlo Felice ha richiesto, ho potuto riascoltarlo e apprezzarne la profondità dietro l’apparente semplicità.

E a voi? Il brano è piaciuto? Ditemelo qui o su Facebook! 🙂

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