Balto, Togo e Mary Poppins: la storia la scrivono i vincitori

Lanciata lo scorso 24 Marzo, la piattaforma Disney+ è arrivata in Italia offrendo una buona fetta dell’immensa produzione dell’Impero dei Sogni californiano. Oltre all’offerta per ragazzi, ci sono un paio di film godibili anche per un pubblico adulto: Togo e Saving Mr.Banks. Due pellicole che lanciano, uno volontariamente e l’altro no, il medesimo messaggio: chi vince scrive la storia.

La rivincita su Balto: Togo

Chissà se Disney voleva “vendicarsi” del famosissimo film d’animazione Balto, prodotto invece dalla rivale Amblin di Steven Spielberg, realizzando un proprio film sulla corsa per il siero di Nome: evento realmente accaduto nel 1925 in Alaska, dopo che un’epidemia di difterite aveva messo in ginocchio la cittadina. Balto e il suo conduttore (musher) Gunnar Kaasen, percorsero l’ultimo tratto di una “staffetta” e fisicamente portarono in città il siero (l’antitossina per contrastare quella difterica). Quindi, la stampa incensò loro in luogo di tutte le altre slitte coinvolte, tra cui quella trainata dal cane Togo, protagonista del film.

Con la scusa, pur legittima, di raccontare la verità storica, il film effettua un vero e proprio debunking: a fare il tratto più difficile della corsa per il siero fu proprio Togo e non la slitta di Balto. Leonhard Seppala, l’addestratore e conduttore della slitta, chiamò il cane come l’ammiraglio giapponese Tōgō Heihachirō, il Nelson d’Oriente, come se ne presagisse le abilità di comando. Balto, addestrato e di proprietà anch’egli del musher norvegese, era considerato un cane poco abile, come ricorda Seppala stesso:

«… Erano diventati eroi mentre tranquillamente continuavano il loro cammino, completamente ignari di occupare i titoli sulla stampa. L’ultimo team portò il siero a Nome alle sei del 2 febbraio del ’25. Era gelato, come io avevo supposto, ma il medico responsabile a Washington ci disse di usarlo egualmente. Ci furono parecchi scandali legati alla “corsa del siero” e molte voci su persone che ne avrebbero fatto commercio. Ma la cosa che più mi disturbava era che il record di Togo fu assegnato a Balto, un cane poco valido, che fu portato alla ribalta e reso immortale. Era più di quanto potessi sopportare quando Balto, il cane della stampa, ricevette per la sua “gloriosa impresa” una statua che lo raffigurava con i colori di Togo e con l’affermazione che lui aveva portato Amundsen a Point Barrow e per una parte del percorso verso il polo, mentre non si era mai allontanato per più di duecento miglia a Nord di Nome! Avendogli attribuito i record di Togo, Balto si affermò come “il più grande leader da corsa d’Alaska” anche se non aveva mai fatto parte di un team vincente! Lo so perché io ero il padrone ed avevo cresciuto sia Balto che Togo.»

Insomma: Balto era un po’ come Steven Bradbury alle olimpiadi del 2002! Furono però lui e Gunnar Kaasen a ricevere la maggior parte della gloria; Balto addirittura una statua al Central Park di New York. Ironia della sorte, il povero animale fu venduto a un circo dallo stesso Kaasen e finì i suoi giorni, cieco e malato, nello zoo di Cleveland, mentre Togo… beh vi lasciamo al film.

Ah, il film non ha grandi meriti se non di raccontare la vera storia della corsa al siero: per il resto è da 6 ma potete tranquillamente guardarlo assieme ai bambini, come il 90% dei contenuti di Disney+, suppongo.

Il senso del film, amaramente, è che è meglio essere chi taglia il traguardo.

La travagliata genesi di Mary Poppins

Come molte buone storie, Mary Poppins nacque sulla carta stampata e Walt Disney, le cui figlie erano grandi fan dei libri, passò 20 anni a tentare di ottenere i diritti cinematografici dalla scrittrice australiana Pamela L. Travers. Saving Mr. Banks racconta di come Disney stesso, pochi anni prima che un cancro al polmone lo portasse via, convinse l’autrice a collaborare alla genesi del film, da lei osteggiato in tutti i modi come snaturante la sua opera.

Ovviamente, quando la storia te la racconti in casa tua, è prevedibile una forte indulgenza sul “papà fondatore” della compagnia ed è proprio questo che traspare dalla pellicola. Walt Disney fu un personaggio molto controverso, accusato di antisemitismo, di essere razzista e duro con i dipendenti. Il bonario Tom Hanks (incapace di fare ruoli da cattivo), interpreta proprio l’Imperatore dei Sogni che sopporta per tutto il film le irritanti e altezzose ripicche della Travers, in maniera un bel po’ diversa da quanto si legge dai racconti ufficiali, dove i due perlopiù si ignorarono e conversarono per lettera (assurdo e poco credibile che il volo successivo… beh non posso spoilerare).

L’impressione è quella di far uscire a tutti i costi che Walt era buono e la Travers un’arpia con dei sentimenti repressi. La quale, non dubito, si sarebbe lamentata selvaggiamente di questo film.

Questo prodotto, invece, non piacerà troppo ai bambini piccoli anche per i tristi temi trattati nelle parti interpretate da Colin Farrell; quindi potreste guardarlo insieme a figli adolescenti, tra un loro selfie con la bocca a culetto di gallina su Instagram e un video di TikTok.

Il vincitore è chi piglia tutto

Con l’acquisizione di Marvel, Lucasfilm e Fox (i cui prodotti quali Simpson e Griffin hanno sempre allegramente perculato la Disney), il colosso di Burbank è ormai il più grosso motore di Entertainment mondiale e, pur producendo materiale di qualità, Togo & Mr. Banks sembrano essere il suo manifesto: è meglio vincere, prendere tutta la posta sul tavolo e dominare la scena. In questo modo, la nostra versione dei fatti sarà sempre la più diffusa e migliore. In questo senso, Togo appare come una rivincita sul cane della Amblin e Mr. Banks la dimostrazione che è sempre meglio raccontare noi le nostre vicende.

Vi ringrazio e vi ricordo sempre di seguirmi, se vi va, anche su Facebook! 🙂

Cosa vuol dire “draconiano”?

Più abusata di “resilienza” la parola più utilizzata in questi mesi è “draconiane”, spesso preceduto da “misure”. Ma che vuol dire draconiano? Si riferisce a un mostro che sputava fuoco? Un vampiro transilvano? Niente di ciò.

Dracone (Drakon) era un politico greco del 600 a.C., legislatore dell’antica repubblica di Atene che stilò il primo codice penale nella storia della città greca. Si ricorda perché, dopo l’emanazione delle leggi, le punizioni previste erano particolarmente severe (la pena di morte anche per piccoli reati), tanto che si diceva fossero “scritte col sangue”. Prima del suo codice, tuttavia, i giudici avevano pieno diritto di fare eseguire le sentenze a loro arbitrio e quindi il suo codice contribuì a creare punizioni uniformi per tutti, anche se con ampi margini di miglioramento (che fece, ad esempio, Solone successivamente).

“Misure draconiane” significa, quindi “provvedimenti molto severi”.

Cosa fare a casa in "quarantena"

Non ho postato nulla, sul blog, a proposito della situazione Covid-19 che stiamo vivendo. Essa ha cambiato inesorabilmente le nostre vite e spezzatene altrettante. Troppa disinformazione è stata fatta su questo tema e il mio piccolo contributo vuole essere solo quello di farvi passare del tempo.

Il modo migliore per onorare il lavoro di tutti gli operatori sanitari che lavorano e muoiono nella lotta alla pandemia da Coronavirus è non cedere alla tentazione di uscire mettendo in pericolo i nostri cari, ma restare a casa, cercando di passare il tempo. Ecco alcuni modi:

Videochiamate

Servizi come Whatsapp o il vecchio caro Skype vi consentono di fare videochiamate via internet, anche di gruppo. Un modo di passare il tempo senza correre rischi e soprattutto di sostenere gli anziani e i malati che magari possono vedere i propri nipoti. Molti li stanno usando per fare due chiacchiere in split screen con gli amici, in attesa di tempi migliori.

Giochi da tavolo online

Diversi siti/app mettono a disposizione la possibilità di giocare online a classici e giochi da tavolo di nicchia, che potrete fare con gli amici magari con una bella chiamata Skype di gruppo; eccone alcuni, grazie anche alle segnalazioni di Navigaweb, ma se cercate un gioco specifico, a volte una semplice ricerca su google è sufficiente:

  • Boardgame Arena: sito che contiene tantissimi giochi da tavolo gratis e alcuni a pagamento, come pure Tabletopia;
  • Risiko: Risiko Digital 3 è una delle possibilità a pagamento, ma ne troverete anche tantissime gratis googlando un po’, come NetRisk o Warzone;
  • Monopoli: una versione è su Poki.it ma consente di giocare solo a casa con gli altri;
  • Scarabeo: sul sito di EG se ne trova la versione ufficiale ma ottima anche ISC;

Leggere e scrivere

  • Wattpad è una piattaforma social per scrittori e lettori, che strizza molto l’occhio al pubblico giovane. E’ possibile leggere ma anche scrivere e far conoscere le proprie opere, in maniera totalmente gratuita anche in lingua italiana.
  • LaFeltrinelli.it mette a disposizione moltissimi ebook gratis, così come Mondadori e altre piattaforme;
  • Audible, è il vostro punto di partenza se volete ascoltare audiolibri, magari durante bagno e doccia.

Videogiochi

Sono moltissimi i videogiochi gratuiti che potete fare su PC, Xbox o Playstation. Se amate la guerra, potete provare War Thunder o World of Tanks – World of Warships o World of Warplanes. Combattimenti tra auto alla Mad Max? Allora provate Crossout. Chi ama gli sparatutto in formato Battle Royale può giocare l’amato-odiato Fortnite o il nuovissimo Call of Duty Warzone, ma sono moltissimi i titoli del genere. Se, come me, avete una PS4 potete andare nel PS Store e cercare la sezione giochi gratuiti per vederli tutti. Sono certo che anche sugli store per Xbox e PC ci sono le medesime funzioni come ci ricorda l’ottimo articolo qui visionabile.

Musica, Film, serie TV e video

Oltre ai classici Spotify (anche gratuito), e ai servizi a pagamento Prime Video, Netflix, Sky e l’imminente Disney plus:

  • Rai Play, Dplay e Mediaset Play contengono un elevato numero di contenuti gratuiti per tutti;
  • Istituto Luce ha messo a disposizione moltissimi filmati d’epoca che possono darci una ottima visione del nostro passato
  • TheFilmClub mette a disposizione 100 film gratis fino al 3 aprile;
  • Attori in Quarantena è un collettivo di attori che, costretti in casa, stanno producendo contenuti gratis e molto interessanti;

E poi???

Se ancora non hai trovato qualcosa che ti sconfinferi, puoi consultare altri articoli ma io ti consiglio di partire da Solidarietà Digitale, portale governativo che ti illustra tutti i tantissimi servizi messi a disposizione gratis dalle aziende, c’è veramente di tutto.

A presto e… restate a casa!

I guerrieri genovesi su Netflix

Per noi liguri, mugugnoni ma campanilisti, è raro trovare un medium che parli del nostro glorioso passato di repubblica marinara. Eppure, ce ne sarebbe da raccontare: la strenua difesa dei ligures contro i romani, la prima crociata e i balestrieri genovesi, le battaglie navali più grandi del medioevo contro Pisa e Venezia, l’epoca d’oro di Andrea D’Oria, Balilla, Mameli, Mazzini e i liguri protagonisti del risorgimento. Ebbene, siamo stati soddisfatti!

Una produzione docu-serie Netflix ci ha regalato 6 puntate dove i nostri antenati hanno un ruolo cruciale seppur romanzato: soprattutto il corsaro/mercenario Giovanni Giustiniani Longo e il governatore di Galata Angelo Lomellini.

L’Impero Ottomano

Dovevamo aspettare una produzione turca “L’Impero Ottomano“, per vedere raccontato un episodio che ha letteralmente cambiato la storia dell’europa: la conquista di Costantinopoli da parte del sultano Mehmet II, che la strappò nel maggio 1453 dalle mani dei bizantini ortodossi.

La locandina de L’Impero Ottomano

La docu-serie, recitata live-action con intermezzi di approfondimento storico, si incentra sulla vita e la maggior impresa del sultano di cui sopra, ma dà ampio spazio ai suoi antagonisti: Giustiniani e il suo datore di lavoro, l’Imperatore Costantino XI Paleologo. Finalmente vedremo in azione i balestrieri ma anche i marinai genovesi, mentre osserviamo le loro imprese nella difesa disperata della città.

Seppure si prenda diverse libertà storiche (es: spade sulla schiena, imperatori che caricano a cavallo il nemico per primi ecc.) la qualità è molto elevata, e lo spazio dato ai genovesi è grande.

Ne consiglio la visione a tutti coloro che vogliono approfondire quel periodo storico ma anche a tutti i liguri che magari ignorano di avere un glorioso passato.

Ecco il link: https://www.netflix.com/title/80990771. Buona visione! 🙂

The Witcher: il Fantaghirò dopato di Netflix

Tranquilli: niente spoiler.

La storia di Geralt è approdata su Netflix, piattaforma priva di una vera e propria saga fantasy. Ovviamente il paragone è subito stato fatto col concorrente più sbagliato per concetto: Game of Thrones: ed è come comparare mele e pere.

Facciamo dunque una doverosa premessa: coloro che si aspettavano un nuovo Trono di Spade erano destinati a essere delusi già dal 1990, anno in cui furono riuniti in un’antologia i racconti dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski. In essi si narrano le avventure dello strigo (witcher) Geralt di Rivia, cacciatore di mostri in un tipico modo fantasy ispirato alla mitologia slava.

Risultati immagini per The Witcher 3: Wild Hunt – Blood and Wine
Una delle copertine dei videogiochi della saga, prodotti da CD Projekt Red come sequel dei romanzi.

Quello che appariva subito chiaro leggendo i racconti era che la saga di Geralt avesse un target di pubblico adolescente/giovane adulto (10-25), tipico bacino d’utenza del fantasy anni ’90. Le vicende pur truculente di Geralt non prendevano mai quella impennata “matura” e intrigante che invece era rappresentata nelle opere scritte nei medesimi anni da George R. R. Martin su Jon Snow e compari. Insomma, la saga di Sapkowski è più simile a quella di Shannara che è stata poi adattata da MTV in una mediocre serie per teenager.

Già più ambizioso, invece, il target dei fortunatissimi videogiochi prodotti dalla ottima CD Projekt Red, che sono in realtà sequel dei romanzi e si focalizzano sui combattimenti e l’esplorazione del mondo creato da Sapkowski. Il merito dei tre capitoli videoludici è stato quello di rendere Geralt famoso a livello mondiale ed è grazie a essi che lo conosciamo a partire dal 2007, non senza controversie tra l’autore – insoddisfatto della trama – e la software house polacca che tra qualche mese ci regalerà anche l’adattamento di Cyberpunk.

La stagione 1: soap opera di spada e magia

In questo prodotto per Netflix, la cui showrunner è donna (e si vede), l’avventura di Geralt è raccontata a un pubblico idealmente giovane – lo stesso dei romanzi – con una particolare attenzione alla parte femminile. La vicenda non è narrata solo dal punto di vista del witcher, come nei romanzi: è una vera e propria fiaba romantica fantasy con il punto di vista espanso a Cirilla e Yennefer, una giovane principessa e un’ambiziosa maga, che basandosi sui soli scritti sarebbero apparse solo in un’ipotetica terza o quarta stagione. Il concentrarsi meno sulle cacce ai mostri di Geralt ha reso la serie un po’ frivola, ricordando la famigerata Fantaghirò (serie anni ’90 all’italiana, un po’ trash), o le puntate di Xena ed Hercules che tutti guardavamo quando stavamo a casa con la febbre.

Il pubblico maschile, dunque, potrebbe rimanere deluso dalla maggiore attenzione ai dialoghi e ai sentimenti di Geralt e socie rispetto agli smembramenti di grifoni e lupi mannari. Eppure, The Witcher sa lo stesso intrattenere senza pretese grazie ad alcuni piccoli guizzi legati alla ricca mitologia del suo mondo e un buon cast usato al meglio, di cui si nota l’azzeccato coinvolgimento di Henry Cavill come Geralt, scelto non senza scetticismo iniziale; egli è il vero vincitore morale della serie in quanto il fandom “tossico” lo aveva condannato senza pietà senza nemmeno vedere l’opera. Inoltre, gli archi narrativi di Ciri e Yen sono comunque piacevoli, quando non sfociano troppo nel melenso.

Restano inoltre buone le ambientazioni (un po’ troppo “Shrek” i costumi) e i pochi mostri che si vedono sono comunque interessanti dal punto di vista visivo, così come i combattimenti di Geralt con avversari umani.

In sintesi

Chi dovrebbe guardare “The Witcher“? Chi ama le favole, il fantasy un po’ scontato anni ’90 e i fan delle opere letterarie di Sapkowski o i giochi di CD Projekt Red. Gli altri, soprattutto chi si aspettava un nuovo Game of Thrones, potrebbero essere delusi. Voto = 6,5

L’ascesso di Skywalker

No: non è un errore di battitura. Star Wars è ormai un’infezione cronica del nostro corpo che dura da 42 anni. A volte ci fa più male che altro ma continuiamo a seguire la saga nonostante le delusioni di ben 5 episodi su 9: persino quelle perpetrate dal suo creatore Lucas, con i suoi eterni ritocchini a scene già perfette nel ’77. A volte, essere un fan di Star Wars mi sembra come la vita di un tifoso del Genoa: eternamente sconfitto, ma mai sottomesso. Questa è la mia opinione di Star Wars Episodio IX, che può essere riassunta con un vecchio adagio chirurgico: “ubi pus, ibi evacua” (*).

Sappiate che ne ho talmente le scatole piene degli Skywalker che offrirò abbondanti SPOILER.

(*) = dal latino: “dove c’è pus, allora asportalo”

La sindrome di GoT

Ciao, sono un prodotto che macina milioni ma devo riavviare il franchise, poi dargli una fine: non so bene come fare“. Sembra questo il dilemma di mamma Disney dopo aver speso 4 miliardi per comprare la Lucasfilm. Meglio puntare sul certo che sull’incerto: e allora prendiamo la vecchia trilogia classica, riscriviamo in parte la trama ma infiliamoci sostanzialmente lo stesso arco narrativo: un orfano con enormi poteri come il nonnino (aspetto un bello spin-off sul cognato del nipote di Qui-Gon e la zia della sorella di Darth Maul che si incontrano al Carrefour spaziale) si unisce a tre scappati di casa per contrastare il male perpetrato da un parente, di cui l’orfano è inconsapevole discendente. Guarda il caso i buoni ce la faranno e saranno pochissimi gli eroi principali a morire nel processo, giusto quelli più anziani: il cattivo diventerà buono e si sacrificherà alla fine. Se pensate che io abbia riassunto la trilogia classica, ora sapete che ho riassunto anche la nuova.

Passano due film, VII e VIII, tutt’altro che indimenticabili: il lento stillicidio gonadico che Lucasfilm ha riservato a uno dei fandom più esigenti del mondo già dagli albori è ingiustificabile. E improvvisamente J. J. Abrams si trova a gestire il finale di una ennealogia che NON può – per definizione – piacere che ai soli fan hard-core. Perché Star Wars ha degli aspetti religiosi, quasi dogmatici, per i quali non si accetta null’altro che la perfezione: o lo odi o lo eviti.

Ma ecco le esigenze di marketing: c’è tanta carne al fuoco e domande irrisolte. Perché non seguire l’esempio degli sceneggiatori del Trono di spade e infilare tutto a forza in un paio d’ore? Mettiamoci tutto quel che mancava. Dentro Lando, un penoso cameo di Wedge Antilles, addirittura le voci di Anakin e Ahsoka Tano di Clone Wars. Snoke era un cattivo poco carismatico. Allora riproponiamo Palpatine ma non introduciamolo gradualmente, no: ficchiamolo direttamente nei titoli di testa togliendo ogni sorpresa! Facciamo vedere nei primi 10 minuti un’immensa flotta di Star Destroyer Sith che avrebbe meritato la comparsa a metà film. Facciamo vedere la versione Starwarsiana del festival hippie Burning Man nel deserto del Nevada invece di qualche bel dialogo e mostriamo la coscienza integratrice di Rey.

Adesso basta: alla gente piacciono le devastazioni stile Marvel. Rendiamo la Forza un mero poteruncolo da supereroi: facciamo PalpaThanos che con un solo fulmine riesce a bloccare un’intera flotta: potere illimitatooooo! Esplosioni, cavalcate con cavalli fuori luogo, i soliti imperiali che non sanno mirare, personaggi secondari inutili come la tizia dei Daft Punk tanto per fare la fidanzarina a Poe o la selvaggia amazzone per sostituire Rose nel cuore di Finn. E mentre lo spettatore viene confuso da scene d’azione in rapida successione, non sacrifichiamo nessun personaggio tranne i vecchiardi e Canappia-Ren, interpretato forse dall’unico attore che riuscirà a fare qualche film decente.

Potrei andare avanti ancora ma la verità è che L’ascesa di Skywalker è forse uno dei peggiori Star Wars di sempre: stiamo parlando di livelli infimi peggiori di Episodio I che aveva perlomeno la sola colpa di essere troppo infantile, mentre questo non ha un’anima. Episodio IX è un trito di elementi ficcati dentro a forza nel tentativo di rispondere alle domande nella maniera più sciocca possibile, quella fantasia ormai distrutta da un prodotto che purtroppo, purtroppo, si vende da solo nonostante la bassa qualità e meriterebbe che il pubblico facesse uno sciopero ed evitasse di fare come ho fatto io: andare a vedere il film alla prima nonostante fosse nell’aria la poca ispirazione. Rimpiangiamo grandemente i due spin-off. Ha soltanto un paio di momenti degni di questo franchise, ma di fatto si tratta di un gulasch che non farà felici i fan più intransigenti.

Ma se c’è una cosa che Star Wars ci ha insegnato è che c’è sempre speranza. E questa speranza prende il nome di Rogue One, Solo, e il nuovo e pluriacclamato The Mandalorian. Per non parlare dei vecchi Clone Wars con l’ultima stagione alle porte e della futura serie su Obi Wan (e parliamone: ma a noi che ci frega di Cassian Andor?).

Ringraziamo le famiglie Skywalker e Palpatine per il loro contributo ma, al grido di “ok boomer”, adesso si levino dalle scatole. Largo al nuovo.

Ma la luna influenza le nascite?

Eccoci con un #LorenzoFacts su un tema dibattuto: è possibile che nei cambi di luna o con la luna piena nascano più bambini? Lo sentiamo dire spesso dalla nostra nonnina classe 1938 ma talvolta anche dal personale sanitario. Sarà vero? Esaminiamo le evidenze scientifiche!

L’influenza delle fasi lunari sulla gravidanza

Ci è sempre piaciuto considerare la luna e le stelle come agenti sul nostro destino; l’astrologia – che non ha nulla di scientifico – è una superstizione che continua a essere considerata odiernamente come attendibile, tanto da meritarsi (immeritatamente) rubriche televisive e su importanti testate giornalistiche, dando anche campo a imbonitori e cartomanti che spillano quattrini ai soggetti più ingenui. La scienza, invece, ha provato a confutare questa teoria coi fatti analizzando l’enorme mole di dati provenienti dai registri delle nascite.

In uno studio sudafricano, ad esempio (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30877906) sono state considerate 23.689 nascite per 1484 cicli lunari, concludendo che, in un’analisi di un periodo di 120 anni:

“…non vi è alcuna influenza prevedibile delle fasi lunari sulla frequenza delle nascite. Il mito di una tale influenza lunare non può rivendicare prove scientifiche da una prospettiva storica. Né l’arrivo della luce elettrica né il minor numero di parti per donna hanno modificato gli schemi di nascita. I parti da parte di donne che vivevano in zone rurali con un basso stato nutrizionale non sono legati alle fasi lunari e, di conseguenza […] non si ha bisogno di tener conto delle fasi lunari […]”

Un’altro studio indiano (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22910625) su 9890 gravidanze non ha trovato alcuna evidenza che vi sia un’influenza delle fasi lunari.

Un grosso studio austriaco ha evidenziato che su tutti i bambini (n = 2.760.362) nati in Austria tra il 1970 e il 1999, durante 371 cicli lunari, non siano stati riscontrati effetti significativi della luna sulle gravidanze. A questi studi si sommano altri paper di altre nazioni: Germania, Stati Uniti (addirittura su 564.039 parti e un altro su 167.000 parti), Irlanda ecc.

E in Italia? Uno studio condotto da ricercatori siciliani non ha ugualmente mostrato alcuna correlazione lineare, pur trovando che nei periodi di luna piena, su 327 parti naturali, ci potesse essere una maggior frequenza delle nascite. Ma esistono anche voci fuori dal coro, come questo vecchio articolo italiano: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9550200, che comunque evidenzia una correlazione molto debole che avverrebbe il primo e il secondo giorno dopo la luna piena, particolarmente in chi partorisce almeno il secondo figlio o più. Sembra che solo nel nostro “stivale” la percezione sia più elevata e data l’elevata superstizione che aleggia nella penisola, la cosa non stupisce.

In conclusione, si può affermare con sicurezza che “non si nasce di più con la luna piena” e possiamo lasciare al nostro amato bianco satellite il ruolo che gli compete: ispirare la nostra fantasia e influenzare l’alta marea.

The Irishman: il viale del tramonto è imboccato

Su Netflix è recentemente approdato “The Irishman“, ultimo film di Martin Scorsese con tre degli attori maschi più famosi del ‘900: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Il film è un gangster movie che si avvale pesantemente del “ringiovanimento digitale” per coprire un arco narrativo di una ventina d’anni, un po’ come nell’indimenticabile C’era una volta in America dove però era il trucco a farla da padrone. Le tre grandi star, infatti, sono tutte ultrasettantenni: sarà stato un ostacolo alla resa del film?

Una doverosa premessa: Irishman è stato osannato dalla critica come il film più bello di Scorsese e non si può che rigettare questa opinione: un insulto a Quei bravi ragazzi, Casinò, The departed e Taxi driver, pietre miliari del cinema. L’impressione che si ha della stampa di settore è che essa dia sempre il massimo dei voti a Scorsese, anche se facesse un video col cellulare; un po’ come accade anche per Tarantino e i suoi ultimi film.

La trama di Irishman è la stessa di tutti i film del regista di origini siciliane: gangster e mafiosi intenti a costruire un impero fino alla inevitabile caduta, e appare più che altro come una scusa per riunione il cast di amici storici del regista (per Pacino, però, è la prima volta con Scorsese) e metterli assieme, come negli anni ’70-’90. Questo è un altro elemento che non depone a favore della pellicola, dove tutto sa di già visto. Quello che invece colpisce è la regia sempre attenta di Scorsese, inquadrature precise e pulite, tanta tecnica che fa solo piacere a vedersi.

Ma la nota più dolente è la recitazione dei tre mostri sacri. Robert de Niro ormai è intrappolato nel suo smandibolamento a labbra serrate che esagera quasi a sembrare una maschera del teatro greco. Joe Pesci, che è suo coetaneo, è invecchiato decisamente più del dovuto ed è quindi fermo, statico, gradevole ma non indimenticabile. Buonissima invece la performance del più anziano: il settantanovenne Al Pacino, che ci porta un Jimmy Hoffa carico di energia, anche grazie all’immancabile doppiaggio di Giannini.

La CGI può mascherare l’età dei personaggi, ma non siamo ai livelli di Rogue One, dove attori giovani recitano con visi agée: in molti casi, la fisicità di De Niro tradisce l’inganno e si ha l’impressione di vedere una marionetta all’opera (vedi scena del pestaggio in strada).

Nel complesso, il film è un prodotto molto sopravvalutato: avrei preferito vedere una storia di Scorsese con attori giovani – come in The departed – magari con un cameo dei mattatori di cui sopra. Il voto è la sufficienza piena, ma la voglia di rivedere Goodfellas più che Irishman, e quindi tornare ai tempi d’oro, è forte.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: