Idee per un viaggio in Yucatan

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Tulùm e le sue rovine Maya

Volete esplorare una zona del Messico piena di storia, mare, templi Maya nascosti nella giungla e osservare il mondo rurale spontaneo del Mesoamerica? Allora dovreste andare in Yucatán!

Dove dormire

La penisola dello Yucatán è divisa in due stati della federazione messicana: lo stesso Yucatán (che si affaccia sul Golfo del Messico) e Quintana Roo (sul Mar dei Caraibi). Le città dove si soggiorna sono in genere Mérida e le tre città della “Riviera Maya” ovvero Cancùn (che ha un aeroporto che serve bene la zona), Playa del Carmen o Tulúm.

Mérida è una città coloniale colorata e allegra, molto tranquilla anche di sera ma abbastanza fuori dal turismo di massa tipico della zona caraibica, anche perché non è sul mare. Un giorno è sufficiente per vederla ma vicino ad essa ci sono molti interessanti siti archeologici Maya, come Uxmal.

Cancùn è una specie di Rimini in perenne estate: rumorosa, piena di locali e spiagge. Zero storia in città la cui fondazione è recente, fastidiosi buttadentro e venditori che tenteranno di propinarvi anche la loro suocera, luci e taxi a ogni angolo la rendono adatta solo a chi ami la movida o voglia farsi un po’ di mare in hotel extralusso.

Playa del Carmen è un buon compromesso: spiagge, locali, città meno affollata ma ugualmente viva e buona base di partenza per le escursioni nell’interno. Anch’essa è stata fondata nella seconda metà del ‘900, quindi non aspettatevi cattedrali barocche o castelli ma resort sulla spiaggia…

Tulúm: la città è piccolissima (praticamente è grande come Recco, ma senza la focaccia) però vicino c’è un sito archeologico Maya splendido che si affaccia sul mare, da vedere assolutamente. Nella strada tra essa e Playa del Carmen ci sono molti resort che propongono interessanti pacchetti all inclusive.

I resti della civiltà Maya

Ha davvero poco senso andare in Yucatán senza vedere almeno un paio di siti archeologici Maya: sarebbe come andare a Pisa senza vedere la torre.

I Maya hanno sempre esercitato fascino, soprattutto per il loro calendario (che i venditori di souvenir proveranno a vendervi ogni volta che distoglierete lo sguardo). Questa civiltà precolombiana ha subito un improvviso e inspiegato collasso, avvenuto circa nel periodo del nostro Medioevo. All’arrivo dei conquistadores spagnoli, le città erano state per lo più abbandonate e inghiottite dalla immensa giungla che le circonda per essere riscoperte solo nei due secoli precedenti al nostro.

Per visitare i siti archeologici per noi si è rivelato fondamentale assoldare una guida (parlante italiano e magari da casa tramite agenzia) tramite tour organizzato. I luoghi Maya che abbiamo visitato sono stati:

– Chichen itzá

Una delle sette meraviglie del mondo moderno è la sua piramide, molto appariscente tanto da sembrare finta (e il restauro moderno è evidente su due lati). Il sito però è sovraffollato e rovinato dalla massiccia e invasiva presenza di bancarelle a ogni angolo, tanto da costringervi a fare un costante slalom tra le comitive di turisti e a una overdose di “no gracias” all’ennesimo che vi vorrà vendere la calamita per vostra suocera. So che molti mi daranno del matto ma se avete poco tempo per girare, lasciatela perdere e andate a Uxmal e Tulúm: meno gente e molto più fascino.

– Uxmal

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La piramide dell’indovino a Uxmal

“Tre volte ricostruita”, assieme a Tulúm, Uxmal è il sito archeologico decisamente più bello, praticamente una Pompei yucateca. La “piramide dell’indovino” è meravigliosa e svetta sulle piazze ormai vuote ma ancora ben conservate, testimone del collasso della civiltà precolombiana. Silenzio, pace e una marea di verde della giungla dove è immersa, vi lasceranno a bocca aperta.

– Ek Balam

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La “acropoli” di Ek Balam

La “città del giaguaro nero” si presenta in uno stato di conservazione simile a Uxmal ma presenta alcuni bassorilievi perfettamente conservati che finalmente vi daranno l’idea di quanto fossero elaborate le decorazioni Maya, nel periodo del loro splendore. La parte significativa del sito è una piccola acropoli dove si trovano, appunto, tali decorazioni.

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Meno interessante in quanto il sito è disperso su un’area vastissima, tanto che dentro ci si muove in bici o risciò, in mezzo alla giungla che ospita anche le scimmie urlatrici! È possibile rischiare di rompersi il collo salendo sulla piramide aggrappati a una corda. La scalata è molto alta e ripida (io ho contato 118 scalini), e i turisti che tentano l’ascesa in infradito e rimangono bloccati a metà (rallentando anche voi) o vi rotolano addosso perché scivolano, vi faranno rivedere le vostre idee sui diritti umani. Oppure i criteri di sicurezza messicani…

Tulúm (zona archeologica)

Un must. L’immagine di copertina si riferisce proprio a queste rovine di un porto Maya ben conservato che si affaccia su una scogliera a picco sullo splendido turchese del Mar dei Caraibi. Vi sentirete immersi da subito in un’atmosfera da Pirati dei Caraibi o un misto di Indiana Jones, Uncharted, Tomb Raider, Goonies… Insomma avete capito! Sito abbastanza grande ma con passaggi piccoli tra cespugli e agavi dove si crea un po’ di affollamento. E tante iguane a prendere il sole su ciò che resta dei Maya…

I Cenote

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Un cenote

Altra esperienza da fare è quella di vedere almeno un “cenote“, un lago naturale scavato in grotte molto profonde! In molti di essi è possibile anche fare il bagno. In genere, nelle vicinanze c’è sempre una ex-hacienda (il ranch messicano) dove mangiare o pernottare. Essendocene moltissimi, una “googlata” su quello che potrebbe piacervi di più è d’uopo.

Cibo, trasporti e sicurezza

In generale la cucina yucateca riprende quella tradizionale messicana: tortillas, tortillas e ancora tortillas! Mais, tacos, riso, fagioli, chipotle, queso (formaggio) e carne la fanno da padrone insieme al guacamole.
Dal momento che può capitare di essere esposti a batteri e virus locali (che agli abitanti non causano nulla), conviene munirsi di farmaci da usare in caso di diarrea da gastroenterite o banalmente da reazione alla “piccantezza” di alcuni cibi (buona fortuna se vi capita di dare un morso per sbaglio a un peperoncino). Valgono i consigli di ogni viaggio di consumare solo acqua in bottiglia – mai del rubinetto – e di evitare di far mettere il ghiaccio nelle bevande (perché potrebbero averlo fatto con l’acqua del rubinetto, appunto).

La zona “civilizzata” è molto turistica e quindi è abbastanza sicura: di certo lo è di giorno, mentre la notte molte strade non sono illuminate, quindi è bene non addentrarsi in zone buie e restare sempre nei centri abitati più grandi. Dal momento che la quasi totalità della penisola è occupata da giungla, sarà difficile che abbandoniate le autostrade principali. Comunque è sempre bene consultare il sito http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/messico.html prima di partire.

Per spostarsi i taxi sono generalmente molto economici se rapportati coi nostri (si decide la tariffa al momento di salire), ma esiste anche la possibilità di usare i Colectivos, furgoncini misto tra taxi e bus che percorrono le vie principali a costi popolari (tanto che gli abitanti autoctoni li usano molto).

Con questo è tutto! Grazie per la lettura e… buon viaggio!

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Crossout: combattimenti gratis tra auto post-apocalittiche

co.jpgDopo aver parlato dell’ottimo “War Thunder” ecco un’altro gioco interessante della stessa software house (Gaijin). Sto parlando di Crossout!

Crossout è un gioco gratuito multiplayer di combattimenti tra veicoli (con acquisti in-game), che vi porterà in un mondo tremendamente simile all’ambientazione post-apocalittica di Mad Max, mixandola col gameplay di un grande classico qual era Interstate ’76 ma anche Twisted Metal: veicoli tamarri con armi da fuoco montate sopra.

Il gioco prevede una caratteristica importantissima: siete voi a costruire il vostro veicolo da combattimento partendo da singoli pezzi: lo volete a 4 o 6 ruote? Leggero o pesantissimo? Preferite che sia ricoperto da tante piccole mitragliatrici o da un singolo mostruoso cannone? La scelta è vostra!

Gameplay

Il gioco (PC, PS4 e XBox One) prevede diverse modalità PvP oppure Coop dove lo scopo è eliminare gli avversari o raggiungere obiettivi sensibili (es: conquistare una base o scortare un veicolo fino alla fine della mappa). A farla da padrone sono le armi da fuoco e da speronamento che deciderete di montare sul veicolo e che lo renderanno unico rispetto agli altri, oltre a quanto vorrete rinforzarne la struttura. I veicolo si sfasciano che è un piacere e non di rado vi capiterà di arrivare a fine partita su due o tre ruote, con il telaio sparso per la mappa o tutte le armi distrutte. La possibilità di autodistruggersi causando una marea di danni ai veicolo vicini è un’ottima soluzione quando non avrete più mezzi offensivi.

Nel gioco ci sono diverse fazioni da sbloccare tramite missioni che vi metteranno a disposizione nuovi upgrade per il veicolo, molti dei quali da costruire raccogliendo materiali durante particolari raid. Ma la vera parte divertente sarà quella di montare e smontare il vostro veicolo provando migliaia di combinazioni diverse ed è qui che il gioco ha il suo vero punto di forza. Spesso giocando e osservando i veicoli altrui vi verrà da “copiarli” oppure da differenziarvi totalmente da loro.

Crossout concede acquisti in-game ma, come War Thunder, è possibile giocare senza spendere un centesimo, a patto di avere pazienza con la progressione che rallenta un po’ col tempo.

Una ulteriore buona notizia per i possessori di PS4 è che il gioco NON RICHIEDE L’ABBONAMENTO A PS PLUS per poter giocare con gli altri!

Difetti: l’assenza di una vera e propria storia single player e la ripetitività di alcune missioni non vi faranno gridare al capolavoro. Inoltre, avendo giocato solo le fasi iniziali non saprei ancora dirvi se alla fine diventi un pay-to-win.

In conclusione

Trattandosi di un gioco gradevole, non indimenticabile ma carino e totalmente free, ve lo consiglio soprattutto in quei periodi “morti” tra un gioco terminato e un altro! 🙂

A presto!

Su quel ponte: cittadini, un presidente e il Papa. E ognuno di noi.

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Tutti i liguri se lo sono detti: poteva esserci ognuno di noi sul Ponte Morandi, che abbiamo attraversato migliaia di volte. Il ponte delle code serali, della decisione se svoltare a nord verso i monti o a sud verso il porto, come questa città, Genova, stretta tra inospitale conservatorismo e il “vorrei ma nemmeno tanto” spiccare il volo.

Paradossale e triste che La Superba si noti in Italia solo per le tragedie. Dal 2001 e il G8 dove ancora ci si chiede se sia lecito sparare a chi vuole lanciare un estintore dentro una camionetta, arriviamo all’alluvione del 2011 dove il centro cittadino diventa una poltiglia fangosa che ingoia sei vittime. Nel 2013 una nave distrugge la Torre piloti del porto: e i morti sono nove. Quello che sembra aumentare col tempo è l’entità delle sciagure e il numero dei cadaveri. Ieri il crollo del “Morandi” oltre a più di trenta morti, ci ha lasciato macerie tanto reali quanto virtuali: hashtag inutili, speciali TV con l’immancabile ospite “io ve l’avevo detto” e foto-omaggi social col fioccone nero. Pure Techetecheté dedica la puntata a Genova, ci fa ascoltare “Ma se ghe pensu” cantata da Mina e “Cheuilla dunde t’è” da Gino Paoli. Per restare in tema di “dove sono andati i tempi d’una volta?”

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Bella schifezza il Ponte Morandi, architetto oggi maledetto, autore dell’opera che per anni abbiamo paragonato all’irraggiungibile Ponte di Brooklyn. Lo inaugurò il presidente della repubblica Saragat, in quell’epoca infame di edilizia mostruosa che ha spazzato via la casa di Paganini e via Madre di Dio, restituendo cemento capace di durare meno di ponti romani in pietra. Un’epoca che ha sdoganato la costruzione di edifici e la costrizione dei torrenti, lasciando dietro di sé metastasi di orrende palazzine sparse nelle vallecole inerpicate sui monti, i “bricchi“, come li chiamiamo noi.
Edilizia popolare per contenervi una popolazione proletaria che ha reso Genova una città grigia e industriale, destino perso dagli anni ’90.

Oggi, a fronte di un territorio ancora acerbo nell’accettare la sfida del turismo, tra pagine Facebook che inneggiano scherzose all’allontanamento dei “foresti” e la voglia di essere di più di “quella città dove c’è solo l’Acquario”, il crollo del Morandi dà la sveglia a un’Italia che “ex-post is megl che ex-ante”, dove la politica ha fallito tutto quello che poteva, dove è meglio vincere un’elezione e gozzovigliare qualche lustro, arraffare e scappare. L’Italia mafiosa che ha perso la speranza, dove piuttosto voto ignoranti e populisti e mi bevo la teoria che, bloccato un barcone a Lampedusa, tutto andrà meglio; dove chi ha governato prima per cinquant’anni, con laurea e cravatta, ha fatto schifo tanto quanto.

Un altro presidente, quello della Regione Liguria, ieri ha detto seraficamente che percorreva quel ponte tutti i giorni, come a dire che poteva succedere anche a lui, a farci percepire che è “uno de niatri“. Ci consoliamo?
Anche Papa Francesco l’avrà percorso nel 2017, o quantomeno ci sarà passato sotto per recarsi alla Madonna della Guardia, la regina di Genova: che magari esistesse davvero, scendesse dal monte con suo figlio e prendesse qualcuno a calci nelle natiche, più che porgere l’altra guancia. Forse se a cascare giù da 70 metri fosse stato un pontefice… o un presidente…

Ma assieme a presidenti e i papi, il Morandi l’hanno percorso milioni di liguri, di turisti tedeschi, di milanesi al mare, di camionisti, di medici che andavano a fare il turno in ospedale, di ragazzi a tarda notte dopo serata alle Erbe. Milioni di persone che non contano un ciufolo per la politica se non a ridosso del voto. Quel ponte siamo tutti noi, incoerenti, ipocriti, pigri e svogliati, che accettiamo la melma che ci circonda senza reagire, facciamo un po’ di manutenzione ogni tanto senza mai ricostruire, quando sapevamo tutti che il Morandi traballava ma facevamo finta di niente e speravamo solo di passarlo, segno della croce al volante e via. E il camion della Basko, a 3 metri dal baratro, sta lì a chiedersi quando penseremo che forse è meglio che in Italia bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole, anche al costo di qualche scippo in più. Se lo dovrebbe chiedere anche chi dice che “lo faceva anche lui tutti i giorni”, quel ponte.

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E ora che si fa? Gli sciacalli politici sono già all’opera. C’è chi gongola e dice che la morte del “Morandi” è la prova divina che la “gronda” andava realizzata prima, c’è chi dice che però la buona notizia che rischiara la giornata sia stato bloccare una nave di migranti. Perché i ponti possono crollare, ma vuoi mettere bloccare 150 migranti contro 30 mortucoli. Non c’è confronto. Sento che i ponti restanti sono già più solidi ora che ci sono meno neri in giro.

Quanto tempo deve passare? Quando ci incazzeremo, smetteremo di fare condoni ed eleggere gondoni? Manca ancora tanto tempo, temo. Manca ancora qualche sisma, qualche cavalcavia che va giù. Qualche altra bara bianca zincata. Aspettiamo e ‘sto ponte facciamocelo rifare da Renzo Piano, cervello non fuggito, finché campa.
Si fa così, a Genova.

#PrayForGenoa? Le preghiere servono solo a scaricare responsabilità su altri. Io me ne sto sveglio ad aspettare che “muoia la speranza, maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire“.

The André: plagio o genio?

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Il logo di The André

Fa discutere – e bene sia – la scelta artistica di “The André“, un giovane ultraventenne che ha una voce tremendamente simile al compianto Fabrizio De André a cui si ispira in tutto, dalle sonorità al timbro. Noto su youtube con lo pseudonimo Gab Loter, ha deciso di non cantare il repertorio classico del cantautore ligure ma nuovi (e meno nuovi) successi di generi nati in tempi recenti come il trap e l’Indie pop, come se fosse il vero Faber.

The André reinterpreta quindi brani de Lo Stato Sociale, Calcutta, Young Signorino, Gué Pequeno e altri artisti molto amati dai ragazzi ma snobbati dal resto della critica e pubblico musicale, con la particolarità di cantare e suonare i loro testi accompagnato da chitarra acustica e con timbro e voce tremendamente simile a quella di Fabrizio de André.

Questa è la sua reintepretazione di Young Signorino, addirittura “tradotta”.

Ecco una cover molto riuscita (“Mi sono rotto il cazzo” de Lo stato sociale), ispirata probabilmente a “La domenica delle salme“.

In una recente intervista, dice di non amare particolarmente il genere trap rispetto all’Indie pop, ma di utilizzarlo solo perché è quello popolare al momento.

Eppure i testi, che The André definisce non poetici, “un elenco di spacconate, racconti di coiti, droghe, esibizione di ricchezza“, ascoltando lo stile inequivocabile da cantautore anni ’70 sembrano magicamente nobilitati, restituiti a una dimensione di capolavoro vintage che le melodie elettroniche sembrano avergli tolto.

E qui nasce la riflessione su quanto sia importante il testo, piuttosto che la melodia?

Naturalmente l’opinione pubblica si è divisa tra i detrattori che lo considerano sacrilego e i fan già sfegatati che chiedono ancora. Ed è già notizia che lo vedremo (in faccia?) nel suo primo tour live.

La mia opinione? Lo giudico un buon esperimento, molto interessante. Da genovese e amante di De André, non lo ritengo altro che una persona che lo omaggia in maniera anche delicata, forse talvolta scimiottandone un po’ l’accento, ma comunque col dovuto rispetto.

Voi che ne pensate? Ci sentiamo anche sulla mia pagina Facebook, ovviamente!

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Il sito che ripete le frasi come la voce di Trenitalia

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Quante volte abbiamo odiato la voce che, in stazione, ci annunciava un ritardo o la cancellazione di un treno? Oppure abbiamo voluto fare qualche scherzo agli amici facendo annunciare qualcosa di spiritoso da quella voce? Grazie a internet si può e senza spendere un euro! Ecco come fare per far pronunciare quello che vogliamo alla famigerata voce usata da Trenitalia nelle stazioni italiane:

  1. Collegati su questo sito
  2. Seleziona la lingua “italian”
  3. Seleziona la voce “Roberto”
  4. Digita la frase che vuoi sentire pronunciata e clicca su “Say it”.

Se la frase è molto lunga, ci potrebbe volere qualche istante per sentirla, ma vi garantisco che funziona.

Vi ricordo che potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

Adesso vi saluto e allontanatevi dalla linea gialla!

Le tre Caravelle non erano tre e non si chiamavano Nina, Pinta e Santa Maria

Oggi è il 12 ottobre: cinquecento anni fa, nel 1492, Colombo sbarcava alle Bahamas credendo fossero le indie.

Tutti noi sappiamo che ci andò con tre caravelle ma non è del tutto vero: ecco un po’ di falsi miti.

La Santa Maria non era una caravella e non si chiamava così

Quando la regina Isabella concesse a Colombo di partire, gli affido un equipaggio composto da un certo numero di galeotti amnistiati, due caravelle e una caracca. Quest’ultima sarebbe stata l’ammiraglia: la caracca infatti è una nave rinascimentale di maggiore stazza rispetto alla piccola caravella. Il nome dell’imbarcazione era “La Gallega” che significa la galiziana, ma in quel periodo dalla Galizia provenivano convenzionalmente anche le prostitute. Una delle teorie è che il cattolicissimo Colombo non potesse permettere che una così nobile spedizione avesse una nave dal nome scabroso. Né andare da sua moglie e dirle “Ohi, tesoro: esco un attimo in mare con la galiziana”. 😁

Pertanto la ribattezzò Santa Maria dell’Immacolata Concezione – per gli amici Santa Maria.

L’altra teoria, meno divertente ma forse più credibile, è che la nave fosse stata semplicemente costruita in Galizia ma fu comunque rinominata.

Ah: la povera caracca, che Colombo chiamava spesso Nao cioè “nave”, non torno indietro in Spagna. Si arenò presso Haiti e fu abbandonata lì. Parte del suo legname fu usato per costruire un fortino dove l’ammiraglio del mare oceano lasciò alcuni uomini.

Quando il navigatore genovese tornò nelle Americhe per il suo secondo viaggio, trovò la costruzione vuota e nessun superstite. Di loro non se ne seppe più nulla. Brrr…

La Niña non era un nome ma un soprannome

Posto che già tutti sbagliano la pronuncia che è nigna, il proprietario di questa imbarcazione più piccola – lei sì che era una caravella – si chiamava Juan Niño. Il suo cognome vuol dire bambino in spagnolo e la nave fu quindi soprannominata la Niña cioè la bambina, forse anche per la sua stazza ridotta. Il suo vero nome? Santa Clara.

La Pinta non ha nulla a che vedere con la birra

Non ci è arrivato il vero nome della seconda caravella, la Pinta, ma tutti la associano erroneamente con l’alcol. Sbagliato perché vuol semplicemente dire dipinta in spagnolo. Forse il soprannome derivava da una sua particolare colorazione, ma sono congetture.

E ora che sapete tutto, un piccolo bonus.

Colombo era genovese, lo dimostrano alcuni documenti

Ogni tanto qualcuno prova a farlo diventare spagnolo, portoghese o proveniente da altre parti d’Italia.

A smentire tutti questi fantasiosi aneddoti sono diversi uomini contemporanei o di poco postumi a Colombo, come il cartografo turco Piri Reis (lo abbiamo visto in Assassin’s Creed Revelations) che su una cartina scrisse a fianco delle Americhe: “l’infedele genovese Colombo scoprì queste terre.

Che volete di più?

Buon 12 ottobre!

Secondo posto al Premio G. Viviani

Carissimi, un altro aggiornamento letterario.

Tempo fa ho partecipato alla prima edizione del Premio Gianfranco Viviani per racconti fantasy (col patrocinio di World SF Italia), con il mio racconto “La strega dei pozzi“. Si tratta di un racconto ambientato nella Val d’Aveto di metà 1200, in cui un gruppo di cavalieri ospitalieri e templari va a caccia di una strega che si è insediata in alcune case arroccate. La strega sembra aver rapito uno di loro e di essere responsabile di molti malanni della valle.

Alcuni giorni fa, a San Marino, si è tenuta la serata di gala nella quale è stato annunciato che il mio racconto è risultato vincitore, secondo posto a pari merito con Oskar Felix drago, su 33 racconti partecipanti.

La cosa mi fa doppiamente piacere, anche perché Oskar (che cito spesso nei miei post) è stata la persona che mi ha introdotto al mondo dei racconti e in generale della letteratura su carta.
Vincitrice del premio, alla quale faccio i miei complimenti, è risultata Monica Serra.

Ci è stato preannunciato che i racconti vincitori saranno pubblicati in un’antologia a cura de Il Cerchio, della quale spero di darvi presto notizia.

Vi ricordo anche che sabato 9 settembre 2017, nell’ambito del Bordighera Book Festival, io e gli altri autori vincitori vi aspettiamo alle 19.00 presso il Bar Milleluci per la presentazione del premio letterario Racconti liguri 2017 e dell’antologia omonima che uscirà a cura di Historica Edizioni.

Se volete, potete seguirmi sulla mia pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o curiosare nelle mie foto su Instagram!

Ciao a tutti! 🙂