De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)
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Il sito che ripete le frasi come la voce di Trenitalia

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Quante volte abbiamo odiato la voce che, in stazione, ci annunciava un ritardo o la cancellazione di un treno? Oppure abbiamo voluto fare qualche scherzo agli amici facendo annunciare qualcosa di spiritoso da quella voce? Grazie a internet si può e senza spendere un euro! Ecco come fare per far pronunciare quello che vogliamo alla famigerata voce usata da Trenitalia nelle stazioni italiane:

  1. Collegati su questo sito
  2. Seleziona la lingua “italian”
  3. Seleziona la voce “Roberto”
  4. Digita la frase che vuoi sentire pronunciata e clicca su “Say it”.

Se la frase è molto lunga, ci potrebbe volere qualche istante per sentirla, ma vi garantisco che funziona.

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Adesso vi saluto e allontanatevi dalla linea gialla!

Le tre Caravelle non erano tre e non si chiamavano Nina, Pinta e Santa Maria

Oggi è il 12 ottobre: cinquecento anni fa, nel 1492, Colombo sbarcava alle Bahamas credendo fossero le indie.

Tutti noi sappiamo che ci andò con tre caravelle ma non è del tutto vero: ecco un po’ di falsi miti.

La Santa Maria non era una caravella e non si chiamava così

Quando la regina Isabella concesse a Colombo di partire, gli affido un equipaggio composto da un certo numero di galeotti amnistiati, due caravelle e una caracca. Quest’ultima sarebbe stata l’ammiraglia: la caracca infatti è una nave rinascimentale di maggiore stazza rispetto alla piccola caravella. Il nome dell’imbarcazione era “La Gallega” che significa la galiziana, ma in quel periodo dalla Galizia provenivano convenzionalmente anche le prostitute. Una delle teorie è che il cattolicissimo Colombo non potesse permettere che una così nobile spedizione avesse una nave dal nome scabroso. Né andare da sua moglie e dirle “Ohi, tesoro: esco un attimo in mare con la galiziana”. 😁

Pertanto la ribattezzò Santa Maria dell’Immacolata Concezione – per gli amici Santa Maria.

L’altra teoria, meno divertente ma forse più credibile, è che la nave fosse stata semplicemente costruita in Galizia ma fu comunque rinominata.

Ah: la povera caracca, che Colombo chiamava spesso Nao cioè “nave”, non torno indietro in Spagna. Si arenò presso Haiti e fu abbandonata lì. Parte del suo legname fu usato per costruire un fortino dove l’ammiraglio del mare oceano lasciò alcuni uomini.

Quando il navigatore genovese tornò nelle Americhe per il suo secondo viaggio, trovò la costruzione vuota e nessun superstite. Di loro non se ne seppe più nulla. Brrr…

La Niña non era un nome ma un soprannome

Posto che già tutti sbagliano la pronuncia che è nigna, il proprietario di questa imbarcazione più piccola – lei sì che era una caravella – si chiamava Juan Niño. Il suo cognome vuol dire bambino in spagnolo e la nave fu quindi soprannominata la Niña cioè la bambina, forse anche per la sua stazza ridotta. Il suo vero nome? Santa Clara.

La Pinta non ha nulla a che vedere con la birra

Non ci è arrivato il vero nome della seconda caravella, la Pinta, ma tutti la associano erroneamente con l’alcol. Sbagliato perché vuol semplicemente dire dipinta in spagnolo. Forse il soprannome derivava da una sua particolare colorazione, ma sono congetture.

E ora che sapete tutto, un piccolo bonus.

Colombo era genovese, lo dimostrano alcuni documenti

Ogni tanto qualcuno prova a farlo diventare spagnolo, portoghese o proveniente da altre parti d’Italia.

A smentire tutti questi fantasiosi aneddoti sono diversi uomini contemporanei o di poco postumi a Colombo, come il cartografo turco Piri Reis (lo abbiamo visto in Assassin’s Creed Revelations) che su una cartina scrisse a fianco delle Americhe: “l’infedele genovese Colombo scoprì queste terre.

Che volete di più?

Buon 12 ottobre!

Secondo posto al Premio G. Viviani

Carissimi, un altro aggiornamento letterario.

Tempo fa ho partecipato alla prima edizione del Premio Gianfranco Viviani per racconti fantasy (col patrocinio di World SF Italia), con il mio racconto “La strega dei pozzi“. Si tratta di un racconto ambientato nella Val d’Aveto di metà 1200, in cui un gruppo di cavalieri ospitalieri e templari va a caccia di una strega che si è insediata in alcune case arroccate. La strega sembra aver rapito uno di loro e di essere responsabile di molti malanni della valle.

Alcuni giorni fa, a San Marino, si è tenuta la serata di gala nella quale è stato annunciato che il mio racconto è risultato vincitore, secondo posto a pari merito con Oskar Felix drago, su 33 racconti partecipanti.

La cosa mi fa doppiamente piacere, anche perché Oskar (che cito spesso nei miei post) è stata la persona che mi ha introdotto al mondo dei racconti e in generale della letteratura su carta.
Vincitrice del premio, alla quale faccio i miei complimenti, è risultata Monica Serra.

Ci è stato preannunciato che i racconti vincitori saranno pubblicati in un’antologia a cura de Il Cerchio, della quale spero di darvi presto notizia.

Vi ricordo anche che sabato 9 settembre 2017, nell’ambito del Bordighera Book Festival, io e gli altri autori vincitori vi aspettiamo alle 19.00 presso il Bar Milleluci per la presentazione del premio letterario Racconti liguri 2017 e dell’antologia omonima che uscirà a cura di Historica Edizioni.

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Ciao a tutti! 🙂

Le prostitute a Genova nel medioevo

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E ora un momento sexy per LorenzoFabre.com! Quartieri a luci rosse stile Amsterdam, prostitute che paghino le tasse, riapertura delle case chiuse… temi che dalla legge Merlin e la conseguente chiusura dei postriboli, sono rimasti in voga e dibattuti anche ora.

Eppure, come esisteva la moschea nei pressi della Darsena e vi era ammesso il culto da parte degli schiavi al remo, a Genova esisteva un quartiere-bordello, recintato e con tanto di guardie e regole ben precise: il quartiere di Monte Albano.

Oggi? Non c’è più ed è occupato da splendidi palazzi. Vediamo dov’era.

Dalle lupe alle contribuenti

Non si fa fatica a immaginare che a Genova, la prostituzione esistesse dai tempi dei romani. Sembra che buona parte delle meretrici vivesse presso il Monte Albano, dove si svolgevano i baccanali nell’antichità e vi era un campo militare vicino, ottimo per procurarsi la clientela. Nell’epoca romana esistevano i “lupanari“: veri e propri bordelli con cataloghi dipinti sulle pareti e ben rappresentati anche a Pompei, le cui meretrici prendevano appunto il nome di “lupe“. Questo nome forse perché pare che ululassero per attirare i clienti. Il paragone cinofilo tra la prostituta e l’animale è  ricorrente nella storia. Il termine “cagna“, altamente dispregiativo, è oggi utilizzato ampiamente per delineare una donna propensa alla promiscuità sessuale, anche se il diffuso uso recente in internet non deriva dal latino ma probabilmente è mutuato dalla traduzione del termine inglese “bitch“, che inizialmente indicava la femmina del cane e col tempo è diventato invece sinonimo di “puttana“.

Con l’avvento del cristianesimo la prostituzione, perfettamente accettata tra i romani e praticata dagli schiavi, diventa motivo di scandalo e viene condannata, pur continuando a esistere.

Nel 1096-1100 si forma la Compagna Communis Ianuensis, ovvero l’abbozzo della futura Repubblica di Genova, e nel comune non possono esistere lavoratori fannulloni o categorie esentasse: per cui arriva gradualmente la regolamentazione del meretricio, di cui si hanno notizie risalenti al 1340 circa, dove scopriamo che le prostitute avrebbero pagato le tasse.

La regolamentazione del meretricio

Le prostitute medievali genovesi vivevano sempre presso il Monte Albano, in un vero e proprio recinto di case con tanto di porta d’ingresso, un pozzo e una taverna dove i clienti potevano dissetarsi. All’entrata c’erano le guardie che perquisivano gli uomini e non era permesso portare all’interno oggetti atti ad offendere, come lame o armi da punta. Anzi, chi avesse ferito le ragazze avrebbe dovuto pagare una multa.

Le ragazze non erano libere di circolare dove volessero e dovevano restare nel recinto dal lunedì al venerdì. Secondo diverse fonti, dovevano vestire di giallo per essere riconoscibili anche in caso di abbandono del recinto. Il giallo, nel medioevo, ha un connotato talvolta negativo anche nell’arte pittorica cristiana (gli ebrei spesso sono ritratti con questo colore e anche i musulmani, due categorie di “infedeli” non proprio amate).

Tornando alle prostitute, erano definite “donne delle candele” per via della misurazione della prestazione sessuale, effettuata facendo opportune tacche sui ceri (la fantasia maliziosa, qui, si può scatenare nell’immaginare clienti truffati con ceri opportunamente accorciati).

Al sabato potevano circolare liberamente e la domenica gli era concesso di andare a messa (ce lo ricorda Fabrizio De André nella canzone A dumenega, anche se si parla già di prostitute moderne con la “madama” che le  governa). Il giorno della processione di San Giovanni, in epoca post-medievale, potevano anche unirsi al corteo dietro un loro vessillo (ritraente Maria Maddalena, come facilmente immaginabile). Qualcuno sostiene che Piazza Fontane Marose derivi da “Fonti Amorose” per la vicinanza di questo luogo al “red light district” ligure.

Il “pappone comunale”

Appare chiaro come un business abbia sempre bisogno di un manager e così il comune di Genova, con bando biennale, nominava e stipendiava il “Podestà del Meretricio“, vero e proprio protettore e coordinatore del lavoro delle ragazze (probabilmente affiancato da “lenoni“, ovvero aiutanti).

Sappiamo che nel 1400 le prostitute dovevano versare le imposte giornaliere a tale Podestà, 5 soldi destinati ai lavori di manutenzione del porto e del molo, di cui esisteva una Opera Pia. Se il Podestà avesse chiesto più denaro, avrebbe pagato egli stesso una multa di 10 soldi.

Il bordello, dato che era perfettamente legale, era frequentato più di giorno che di notte. La cosa non stupisce in quanto aggirarsi per la città notturna era pericoloso e il cliente l’avrebbe evitato volentieri. Al tramonto, il suono di una campana indicava ai clienti di abbandonare il recinto: se un ospite però voleva darsi alla pazza gioia tutta la notte doveva pagare un sovrapprezzo di 6-12 denari, ma anche la prostituta avrebbe dovuto versare un ulteriore obolo.

Prostituirsi al di fuori del Monte Albano? Sarebbe stato un crimine punibile con la fustigazione e quindi praticato solo da persone disperate.

Le prostitute pentite e “illegali”

Sulla figura della prostituta medievale non c’è uniforme chiarezza e quindi molto è lasciato alla supposizione.

La povertà è probabilmente la causa principale di tale decisione: immaginiamo, in un epoca di conflitti tra casate, crociate e malattie, quanto una carestia o la guerra stessa potesse produrre vedove e orfane incapaci di provvedere a loro stesse. Anche uno scandalo familiare (ad esempio una gravidanza extraconiugale o indesiderata) poteva essere causa di espulsione e l’alternativa al morir di fame poteva essere il meretricio, come per una serva che di colpo perdeva il lavoro (magari per una tresca col padrone).

Non dobbiamo dimenticare nemmeno come anche nel medioevo esistessero disturbi psicologici e comportamentali detti “ipersessualismi” come la celebre ninfomania o vi potessero essere altre manifestazioni della psiche, magari dovute ad abusi e soprusi, che spingessero consapevolmente o meno la donna a prostituirsi. Né dobbiamo dimenticare come questa scelta potesse essere libera e consapevole, anche se nessuno pare averla mai documentata.

Mettersi sotto il Podestà significava dover versare un’entrata fissa e non tutte potevano poi riscattare il loro prezzo, e la libertà. Ottenuta quest’ultima, non fatichiamo ad immaginare come un marchio d’infamia tale potesse rendere invivibile l’esistenza fuori dal meretricio. Per alcune di esse, l’unica soluzione era il pentimento e il conseguente ritiro in convento fino a sopraggiunta morte.

Per chi decideva di prostituirsi fuori dal recinto, le cose erano più complesse: sebbene vi fosse una qualche genere di tolleranza, esse erano vere e proprie lavoratrici in nero, che secondo alcune fonti si aggiravano nei pressi della “ripa maris” (Sottoripa). Secondo alcuni erano schiave indigene provenienti dalle colonie liguri (non viene quasi mai ricordato come nel medioevo la schiavitù fosse tutt’altro che debellata), probabilmente sfruttate da protettori come accade tristemente oggi; oppure serve di famiglia che si prostituivano dentro una casa nobiliare, dove erano state regolarmente assunte per altri compiti, come sguattere, balie, cuoche e quanto altro. O, per finire, serve che arrotondavano il misero salario vendendo anche il proprio corpo esternamente senza mettersi in regola.

L’esproprio del territorio

Nel 1500, nell’ambito della restaurazione di Genova iniziata da Andrea Doria, venne costruita Strada Nuova, oggi via Garibaldi. Il quartiere a luci rosse fu demolito per far spazio ai palazzi dei Rolli e le prostitute… traslocarono poco sotto, nel quartiere della Maddalena (manco a farlo apposta), dove rimangono ancora oggi in un regime di tolleranza e miseria; senza che nessuno abbia mai osato legiferare a loro favore, magari restituendo dignità a quel mestiere più antico del mondo che non dovrebbe mai essere effettuato in regime di schiavitù ma solo scelta volontaria e consapevole.

Santa Maria di Castello: uno splendido complesso nel cuore della Genova Medievale

Capitano quelle giornate d’agosto in cui vuoi soltanto tuffarti nella tua città semideserta. Nel cuore della Genova medievale esisteva “Il Castello“, derivato dal castrum romano e che occupa la collina omonima: il punto più antico di Genova. La chiesa di Santa Maria di Castello è lì in piedi dal 1100 a dimostrare quanto i magistri antélami fossero in gamba a costruire edifici.

Se ero rimasto molto deluso dalla Commenda di San Giovanni di Pré, Santa Maria di Castello mi ha fatto far pace con il mantenimento dei complessi medievali liguri.

La visita di Santa Maria di Castello è effettuata gratuitamente (se volete potete lasciare un’offerta) dai volontari omonimi, che con maestria vi accompagneranno a vedere il coro, i chiostri, la cisterna, lo scrittorio e altri locali dell’antico convento domenicano. Avrete l’occasione di vedere una facciata del 12° secolo e una chiesa romanica non troppo massacrata dal pesante barocco, più un complesso monastico rinascimentale.

Vi consiglio caldamente di visitare il luogo non perdendo troppo tempo a descrivervelo, poiché non rende: con una guida la visita si arricchisce enormemente. Potete lasciare la moto in piazza Cavour (l’auto al Porto Antico) e ci siete in cinque minuti di bellissimi e segreti carruggi.

Genova è veramente more than this.

La Commenda dimenticata: Genova non è ancora pronta per il turismo

L’interno della Commenda

Vicino al Porto Antico, sorge la Commenda di San Giovanni di Pré, un tempo ospedale per pellegrini e crociati diretti verso la Terrasanta e gestito dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni – oggi noti come “Cavalieri di Malta”.

Approfittando, da bravo genovese, che la domenica la visita del complesso sia gratuita per i residenti nel Comune di Genova, trotterello verso la zona di Pré per vedere questo gioiello medievale.

Apprendo che il complesso è diviso in due, intanto: la Commenda vera e propria, ovvero l’ospedale medievale, e le due “chiese sovrapposte”, che non sono comprese nella visita della Commenda in quanto la chiesa superiore è ancora aperta al culto e la chiesa inferiore soltanto il venerdì e il sabato. Pazienza, anche se è un po’ strano che un gioiello architettonico non sia aperto di domenica – giorno di massima affluenza – ma sorvoliamo.

La zona di Pré è da sempre degradata. Le strade sono luride, le case malandate, la via è frequentata da poveri immigrati e tipi “loschi” che stazionano ai lati della strada osservando chi passa. Seppure magari non siano d’intralcio o addirittura danno, la loro presenza è così incombente da scoraggiare di addentrarsi nei bellissimi carruggi medievali.

Rinuncio alla visita delle chiese perché era tardi e mi dedico alla sola Commenda. Entrato dentro, si respira subito l’aria da ospedale medioevale, senza “corsie”, con i colonnati e le arcate a crociera. Non c’è nessun visitatore nel museo e sono le 5:00 del pomeriggio. C’è un biglietto cumulativo che consente di visitare il Museo del Mare e la Commenda, quindi ci si aspetterebbe che la domenica vi fosse almeno qualche turista: zero. La cosa non mi quadra e mi abbandono a un’invettiva contro i genovesi che nemmeno Dante: dico che sono tutti disinteressati dalla loro storia, che non c’è più interesse verso la loro città eccetera. Sarà davvero colpa loro?

Preso il biglietto, noto che il museo è organizzato con degli schermi che proiettano video dove alcuni personaggi storici raccontano le loro vicende. L’idea è simpatica ma ad ogni schermo è collegata una sola cuffia e quindi, ci fossero più turisti, vanno ascoltati a turno. Provo ad ascoltare Benedetto Zaccaria, importante capitano di mare ligure, e la sua storia. Dopo qualche secondo rinuncio: non mi sta “conquistando” e provo con Caffaro da Caschifellone. Anche lui, nulla di che: i video sono statici monologhi e dopo qualche minuto risultano per nulla interessanti e se lo sono per me che sono appassionato di storia di Genova, mi immagino per gli altri.

Procedo al piano di sopra a visitare l’ospedale degli infermi vero e proprio. La sala è completamente vuota, se eccettuiamo un altro paio di schermi dove si possono visionare il regolamento dei Cavalieri Ospitalieri e un approfondimento sui personaggi e luoghi storici. Per il resto non c’è assolutamente nulla: niente mobilio, niente reperti, niente costumi, niente ricostruzioni a parte un modellino di legno.

Vuoto.

Mi chiedo che cosa possa spingere un turista qui: l’architettura del posto da sola non basta… Salgo ancora di un piano e c’è una mostra temporanea di fotografia, anch’essa davvero poco interessante. Così poco che anche il guardiano sonnecchia mestamente, così profondamente che nemmeno si accorge che sono lì.

Scendo di nuovo a vedere la ricostruzione di un orto medievale, almeno questo è quello che c’è scritto nei pannelli guida. L’orto è striminzito, grande come una stanza e dà su un cortile interno dove il degrado raggiunge vette di massima potenza. Le piante sono cresciute tra una mattonella e l’altra fino a formare piccoli cespugli. Dalle finestre fatiscenti dei palazzoni di Pré è stata gettata qualsiasi cosa, compresi preservativi usati, pezzi di persiana, cartacce e ogni schifezza possibile. Mancano le transenne ed è possibile entrare dentro un secondo cortile così abbandonato che le piante rampicanti hanno ricoperto l’intera facciata di un palazzo, finestre incluse. Non pubblico foto per pietà.

Deluso, me ne vado.

Sono così arrabbiato per la gestione di questo museo, tanto da scrivere questo grido di aiuto che si leva dalla Commenda e da tutto il sestiere di Pré, un gioiello che ha quasi 1000 anni, sestiere che in nome del mancato impiego di risorse per la sicurezza, è lasciato all’abbandono, ceduto a criminali e disperati che ne hanno fatto il loro quartier generale, a due passi dai moli che portano i croceristi in città.

Evitiamo di scrivere hashtag tipo #ciaoMilano, difendendoci soltanto col “sì ma noi c’abbiamo il mare”, se prima non ci occupiamo seriamente della parte storica della nostra città.

Modigliani a Genova: recensione della mostra

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“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi.” La frase di Modì campeggia all’inizio della mostra che si sonda a Palazzo Ducale (Genova), nell’appartamento del Doge, un altro successo dopo le mostre sugli impressionisti, Picasso e Van Gogh, che onora l’arte pittorica in città. Ecco la mia opinione sulla mostra.

La visita

Dato che Amedeo Modigliani è uno dei miei pittori preferiti, questa volta mi sono concesso il lusso della guida in carne e ossa (aggiungendo 8 euro), ma il biglietto ordinario (da 13 euro) comprende anche un’audioguida che mi dicono essere abbastanza ben fatta.

Le opere esposte sono una sessantina (per metà quadri e altrettanti bozzetti) e sono provenienti da musei e collezioni private. Tralasciando i bozzetti (decisamente meno interessanti), i quadri sono quasi tutti ritratti, con un paio di nudi audaci in pieno stile del pittore livornese, la cui carriera è durata un soffio ed è stata caratterizzata da eccessi e povertà nella Parigi “bohemien” di inizio ‘900. Per 170 milioni di euro è stato battuto all’asta un suo quadro, recentemente: eppure Amedeo morì povero come molti artisti. Stroncato dalla meningite tubercolare dopo appena sette anni di carriera, la morte non ha permesso di identificare dei veri “periodi” artistici come ad esempio quelli blu o rosa dell’amico/rivale Picasso.

La mostra esplora le relazioni del pittore attraverso i suoi quadri: dagli amici come Soutine, dipinti in maniera tenera e intima, alle sue amanti e muse, fino a qualche gallerista poco gradito dal pittore e ritratto in maniera caricaturale. La mostra ha il pregio di portare al pubblico un pittore che non ha, nella sua produzione, una “Gioconda”: un quadro che immediatamente lo identifichi. Piuttosto possiede alcuni elementi chiave come i lunghi colli o gli occhi di dimensioni diverse, ora senza pupille ora dettagliati, a seconda del rapporto dell’artista con il modello. Modigliani sviluppa un tratto che cambia a seconda del momento in cui dipinge e questo lo rende, seppure facilmente riconoscibile, unico, come il suo amico Cocteau ricordò.Amedeo Modigliani

E Jeanne? La moglie di Modì non è presente in nessun’opera ed è ricordata soltanto in fotografia. Un peccato, per quanto ella è stata determinante nella vita dell’artista.

La visita ha il difetto di finire davvero troppo presto (1 ora è sufficiente, meglio 1 ora e mezza) ma dato il valore dell’artista e il prezzo contenuto dovrebbe essere un must per tutti.

Complimenti ai curatori per questo ennesimo successo.

Per info e biglietti: http://www.modiglianigenova.it/