The Witcher: il Fantaghirò dopato di Netflix

Tranqiilli: niente spoiler.

La storia di Geralt è approdata su Netflix, piattaforma priva di una vera e propria saga fantasy. Ovviamente il paragone è subito stato fatto col concorrente più sbagliato per concetto: Game of Thrones: ed è come comparare mele e pere.

Facciamo dunque una doverosa premessa: coloro che si aspettavano un nuovo Trono di Spade erano destinati a essere delusi già dal 1990, anno in cui furono riuniti in un’antologia i racconti dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski. In essi si narrano le avventure dello strigo (witcher) Geralt di Rivia, cacciatore di mostri in un tipico modo fantasy ispirato alla mitologia slava.

Risultati immagini per The Witcher 3: Wild Hunt – Blood and Wine
Una delle copertine dei videogiochi della saga, prodotti da CD Projekt Red come sequel dei romanzi.

Quello che appariva subito chiaro leggendo i racconti era che la saga di Geralt avesse un target di pubblico adolescente/giovane adulto (10-25), tipico bacino d’utenza del fantasy anni ’90. Le vicende pur truculente di Geralt non prendevano mai quella impennata “matura” e intrigante che invece era rappresentata nelle opere scritte nei medesimi anni da George R. R. Martin su Jon Snow e compari. Insomma, la saga di Sapkowski è più simile a quella di Shannara che è stata poi adattata da MTV in una mediocre serie per teenager.

Già più ambizioso, invece, il target dei fortunatissimi videogiochi prodotti dalla ottima CD Projekt Red, che sono in realtà sequel dei romanzi e si focalizzano sui combattimenti e l’esplorazione del mondo creato da Sapkowski. Il merito dei tre capitoli videoludici è stato quello di rendere Geralt famoso a livello mondiale ed è grazie a essi che lo conosciamo a partire dal 2007, non senza controversie tra l’autore – insoddisfatto della trama – e la software house polacca che tra qualche mese ci regalerà anche l’adattamento di Cyberpunk.

La stagione 1: soap opera di spada e magia

In questo prodotto per Netflix, la cui showrunner è donna (e si vede), l’avventura di Geralt è raccontata a un pubblico idealmente giovane – lo stesso dei romanzi – con una particolare attenzione alla parte femminile. La vicenda non è narrata solo dal punto di vista del witcher, come nei romanzi: è una vera e propria fiaba romantica fantasy con il punto di vista espanso a Cirilla e Yennefer, una giovane principessa e un’ambiziosa maga, che basandosi sui soli scritti sarebbero apparse solo in un’ipotetica terza o quarta stagione. Il concentrarsi meno sulle cacce ai mostri di Geralt ha reso la serie un po’ frivola, ricordando la famigerata Fantaghirò (serie anni ’90 all’italiana, un po’ trash), o le puntate di Xena ed Hercules che tutti guardavamo quando stavamo a casa con la febbre.

Il pubblico maschile, dunque, potrebbe rimanere deluso dalla maggiore attenzione ai dialoghi e ai sentimenti di Geralt e socie rispetto agli smembramenti di grifoni e lupi mannari. Eppure, The Witcher sa lo stesso intrattenere senza pretese grazie ad alcuni piccoli guizzi legati alla ricca mitologia del suo mondo e un buon cast usato al meglio, di cui si nota l’azzeccato coinvolgimento di Henry Cavill come Geralt, scelto non senza scetticismo iniziale; egli è il vero vincitore morale della serie in quanto il fandom “tossico” lo aveva condannato senza pietà senza nemmeno vedere l’opera. Inoltre, gli archi narrativi di Ciri e Yen sono comunque piacevoli, quando non sfociano troppo nel melenso.

Restano inoltre buone le ambientazioni (un po’ troppo “Shrek” i costumi) e i pochi mostri che si vedono sono comunque interessanti dal punto di vista visivo, così come i combattimenti di Geralt con avversari umani.

In sintesi

Chi dovrebbe guardare “The Witcher“? Chi ama le favole, il fantasy un po’ scontato anni ’90 e i fan delle opere letterarie di Sapkowski o i giochi di CD Projekt Red. Gli altri, soprattutto chi si aspettava un nuovo Game of Thrones, potrebbero essere delusi. Voto = 6,5

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L’ascesso di Skywalker

No: non è un errore di battitura. Star Wars è ormai un’infezione cronica del nostro corpo che dura da 42 anni. A volte ci fa più male che altro ma continuiamo a seguire la saga nonostante le delusioni di ben 5 episodi su 9: persino quelle perpetrate dal suo creatore Lucas, con i suoi eterni ritocchini a scene già perfette nel ’77. A volte, essere un fan di Star Wars mi sembra come la vita di un tifoso del Genoa: eternamente sconfitto, ma mai sottomesso. Questa è la mia opinione di Star Wars Episodio IX, che può essere riassunta con un vecchio adagio chirurgico: “ubi pus, ibi evacua” (*).

Sappiate che ne ho talmente le scatole piene degli Skywalker che offrirò abbondanti SPOILER.

(*) = dal latino: “dove c’è pus, allora asportalo”

La sindrome di GoT

Ciao, sono un prodotto che macina milioni ma devo riavviare il franchise, poi dargli una fine: non so bene come fare“. Sembra questo il dilemma di mamma Disney dopo aver speso 4 miliardi per comprare la Lucasfilm. Meglio puntare sul certo che sull’incerto: e allora prendiamo la vecchia trilogia classica, riscriviamo in parte la trama ma infiliamoci sostanzialmente lo stesso arco narrativo: un orfano con enormi poteri come il nonnino (aspetto un bello spin-off sul cognato del nipote di Qui-Gon e la zia della sorella di Darth Maul che si incontrano al Carrefour spaziale) si unisce a tre scappati di casa per contrastare il male perpetrato da un parente, di cui l’orfano è inconsapevole discendente. Guarda il caso i buoni ce la faranno e saranno pochissimi gli eroi principali a morire nel processo, giusto quelli più anziani: il cattivo diventerà buono e si sacrificherà alla fine. Se pensate che io abbia riassunto la trilogia classica, ora sapete che ho riassunto anche la nuova.

Passano due film, VII e VIII, tutt’altro che indimenticabili: il lento stillicidio gonadico che Lucasfilm ha riservato a uno dei fandom più esigenti del mondo già dagli albori è ingiustificabile. E improvvisamente J. J. Abrams si trova a gestire il finale di una ennealogia che NON può – per definizione – piacere che ai soli fan hard-core. Perché Star Wars ha degli aspetti religiosi, quasi dogmatici, per i quali non si accetta null’altro che la perfezione: o lo odi o lo eviti.

Ma ecco le esigenze di marketing: c’è tanta carne al fuoco e domande irrisolte. Perché non seguire l’esempio degli sceneggiatori del Trono di spade e infilare tutto a forza in un paio d’ore? Mettiamoci tutto quel che mancava. Dentro Lando, un penoso cameo di Wedge Antilles, addirittura le voci di Anakin e Ahsoka Tano di Clone Wars. Snoke era un cattivo poco carismatico. Allora riproponiamo Palpatine ma non introduciamolo gradualmente, no: ficchiamolo direttamente nei titoli di testa togliendo ogni sorpresa! Facciamo vedere nei primi 10 minuti un’immensa flotta di Star Destroyer Sith che avrebbe meritato la comparsa a metà film. Facciamo vedere la versione Starwarsiana del festival hippie Burning Man nel deserto del Nevada invece di qualche bel dialogo e mostriamo la coscienza integratrice di Rey.

Adesso basta: alla gente piacciono le devastazioni stile Marvel. Rendiamo la Forza un mero poteruncolo da supereroi: facciamo PalpaThanos che con un solo fulmine riesce a bloccare un’intera flotta: potere illimitatooooo! Esplosioni, cavalcate con cavalli fuori luogo, i soliti imperiali che non sanno mirare, personaggi secondari inutili come la tizia dei Daft Punk tanto per fare la fidanzarina a Poe o la selvaggia amazzone per sostituire Rose nel cuore di Finn. E mentre lo spettatore viene confuso da scene d’azione in rapida successione, non sacrifichiamo nessun personaggio tranne i vecchiardi e Canappia-Ren, interpretato forse dall’unico attore che riuscirà a fare qualche film decente.

Potrei andare avanti ancora ma la verità è che L’ascesa di Skywalker è forse uno dei peggiori Star Wars di sempre: stiamo parlando di livelli infimi peggiori di Episodio I che aveva perlomeno la sola colpa di essere troppo infantile, mentre questo non ha un’anima. Episodio IX è un trito di elementi ficcati dentro a forza nel tentativo di rispondere alle domande nella maniera più sciocca possibile, quella fantasia ormai distrutta da un prodotto che purtroppo, purtroppo, si vende da solo nonostante la bassa qualità e meriterebbe che il pubblico facesse uno sciopero ed evitasse di fare come ho fatto io: andare a vedere il film alla prima nonostante fosse nell’aria la poca ispirazione. Rimpiangiamo grandemente i due spin-off. Ha soltanto un paio di momenti degni di questo franchise, ma di fatto si tratta di un gulasch che non farà felici i fan più intransigenti.

Ma se c’è una cosa che Star Wars ci ha insegnato è che c’è sempre speranza. E questa speranza prende il nome di Rogue One, Solo, e il nuovo e pluriacclamato The Mandalorian. Per non parlare dei vecchi Clone Wars con l’ultima stagione alle porte e della futura serie su Obi Wan (e parliamone: ma a noi che ci frega di Cassian Andor?).

Ringraziamo le famiglie Skywalker e Palpatine per il loro contributo ma, al grido di “ok boomer”, adesso si levino dalle scatole. Largo al nuovo.

Cosa vuol dire “Ok boomer” e perché i giovani lo stanno rifilando agli anziani?

Quante volte, da figli, abbiamo rifilato ai nostri genitori la frase “ma tanto tu sei vecchio/a, non capisci un c…o”, dopo che magari ci siamo sentiti dire di non fare questo o quello? Nell’epoca di Greta Thunberg e delle sue proteste sul clima, lo scontro generazionale è tra i giovani nati dopo gli anni ’80 e i cosiddetti “baby boomer“. Ma come è nata l’espressione e chi sono costoro?

L’espressione “ok boomer” è del 2015 ma ha acquisito grande fama per via della deputata neozelandese on. Swarbrick (nata nel 1994), che più volte interrotta da un suo collega più anziano lo ha zittito proprio con questa frase, con il significato di “Ok, ho capito: detto da te che sei nato nell’epoca del boom economico” che è la definizione di “boomer“. Perché i baby boomer sono coloro che sono nati dal ’45 alla fine degli anni ’60, nell’epoca del cosiddetto “grande boom“: il periodo di benessere post-bellico che è stato anticamera del nostro tempo e nel quale ci fu un incremento delle nascite: baby boom, appunto.

Il video della deputata 25enne neozelandese on. Clarke, che zittisce un collega chiamandolo “boomer”. Notare il fortissimo accento della speaker 🙂 . CBS News.

Nella loro epoca, i boomer hanno assistito, tra le altre cose, alla diffusione della televisione e all’ascesa definitiva del capitalismo economico opposto al comunismo (Guerra Fredda), finito il periodo nero della “grande depressione” pre-bellica e dopo la distruzione della seconda guerra mondiale.

Dopo i Baby Boomers, sono state identificate ulteriori sotto-popolazioni: le generazioni X (nati dalla fine degli anni ’60 e fino al 1980). Poi quella Y, a cui appartengo: i nati tra gli anni ’80 e il 2000 e che prendono il nome di millennials. Attualmente, hanno tra i 20 e i 40 anni e hanno visto il passaggio tra il ‘900 e il nuovo millennio. Per finire, c’è la generazione Z, che è nata dopo il 2000: sono attualmente bambini o adolescenti e regolarmente bersagliati dalle vecchie generazioni con epiteti poco generosi “choosy, bamboccioni” e altre sparate liquidatorie, proprio come boomer è considerabile come fuoco di risposta a queste accuse.

Per i membri delle generazioni X-Y-Z, dire “ok boomer” a un over 55 significa, in pratica, dargli del “matusa”, del “vecchio rimbambito rimasto ancorato al vecchio mondo”. Ma non solo: le accuse gravissime mosse da Greta al Parlamento Europeo hanno spaccato il divario tra le generazioni più agée – accusate di aver causato e sfruttato l’inquinamento che avrebbe portato al cambiamento climatico ma anche di aver indebolito l’economia mondiale con le loro scelte speculative e sprechi, nonché di condurre politiche non meritocratiche, razziste e xenofobe – e le generazioni nuove, più green, aperte alla condivisione e al dialogo, patite dei social privi di discussioni politiche (Instagram, TikTok) e con meno inibizioni religiose.

Insomma: l’eterna lotta tra giovani e anziani.

Fonti:

El camino: un “atto dovuto” – recensione

Questa recensione è spoiler-safe: solo da metà articolo li metterò, con un debito avviso. Ma vi consiglio comunque di leggerla a visione avvenuta 🙂

Venerdì scorso, Netflix ha rilasciato “El camino”, il film-sequel di Breaking Bad, con protagonista assoluto l’ottimo Aaron Paul – Jesse Pinkman – qui anche in veste di produttore. Il film continua direttamente dall’ultima scena dell’ultima puntata, nella quinta stagione, dove Jesse è in fuga dopo essere stato liberato dall’amico-nemesi Walter White. Il titolo del film è già un gioco di parole: prende spunto dall’auto che Jesse guida all’inizio del film, il cui nome spagnolo però evoca “il cammino” che il protagonista percorre in questa produzione ben fatta e con un discreto ritorno di alcuni attori della serie.

El camino è un atto dovuto, dicevo, per raccontare la vicenda di Jesse: per ridarci ancora quella fotografia e ambientazioni indimenticabili, qualche brivido per la sorte del protagonista (giusto un paio però, nelle due ore) e salutarlo come si confà, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: e ora che ne sarà di lui? Per questo il film può essere considerato la vera ultima puntata di Breaking Bad.

Il film scorre leggero ma potrete apprezzarlo solo se siete fan della serie (altrimenti non ci capirete un ciufolo) e se l’avete vista o rivista di recente: se l’ultima visione è di qualche anno o mese fa, diventa difficile coglierne alcuni aspetti, per cui consiglio un recap dell’ultima stagione. Certo che terminate le grandi serie degli anni ’10, Breaking Bad, Narcos (la vicenda colombiana) e Game of Thrones, e trasformata The Walking Dead in una soap opera post-apocalittica poco ispirata, El camino è una piccola e piacevole anestesia in attesa di un’altra serie mangia-ascolti, come la ragionevolmente corta e splendida Chernobyl.

E adesso è il momento degli SPOILER quindi, andate a vedere El camino e poi tornate qui! 🙂

Certo, alla domanda fondamentale, risponde un notiziario in maniera cruda e distaccata: Heisenberg muore nella scena finale? Gilligan vuole che Jesse sia il protagonista assoluto e ci fa dire che White è stato trovato morto dalla polizia, come prevedibilmente si intuiva. La sua parabola si chiude quindi in un modo ancora più misero, quasi come quella di Pablo Escobar, senza nemmeno un cameo significativo (c’è, ma come flashback assolutamente non memorabile). Grande il ritorno di Robert Forster che per un’amara ironia è morto proprio il giorno di messa in onda del film per un cancro al cervello: si tratta del venditore di aspirapolveri che fa “sparire le persone”, e che già abbiamo amato in Jackie Brown. Il suo addio allo schermo è bello e nobilita ulteriormente il film, essendo forse il personaggio più positivo di tutti.

Jesse finalmente diventa davvero uomo: fa un duello da film western (poco credibile ma vabbè) senza battere ciglio dopo aver chiesto i soldi con rara educazione (quasi mi aspettavo che glieli avrebbero dati), ma mantiene la sua umana fragilità intatta. Finalmente il suo cammino di redenzione può cominciare, consci che però non si potrà dimenticare né sistemare il passato.

Difetti? I cameo del film (manca Fringe e anche Saul) sono tuttavia mal gestiti: poche battute e per nulla memorabili, a parte il bravo venditore di cui sopra. Forse si poteva fare di più in quel senso.

Nel complesso, comunque, un bel 7 per questo film e ora possiamo salutare l’amata serie come si confà.

Curiosità: il contenuto della lettera che Jesse scrive a Brock (figlio della sua ex-fidanzata) e consegna a Ed, non è stato rivelato. Aaron Paul ha detto che ha lottato duramente per farla leggere ma che la produzione ha preferito mantenere un velo di mistero. Spera di poter svelare il contenuto nel futuro, comunque.

Giocare a Dungeons and Dragons e Magic negli anni ’90 (Parte 2)

Larry Elmore ( http://www.larryelmore.com) fu uno dei principali disegnatori degli artwork di D&D.

Nella prima parte di questa serie di post nostalgici abbiamo visto come funzionava la tua iniziazione a Dungeons & Dragons (D&D). Ma quello era solo il primo passo nel mondo dei giochi di ruolo (GdR): ora si faceva sul serio.

Manuali e negozi

Dopo alcune partite a D&D, senti il bisogno di portare a casa con te un pezzo di questa nuova religione che hai sposato. Convinta la mamma a darti trentamila lire per comprare il tuo primo manuale, realizzi di vivere in una città di 600.000 abitanti di cui forse duecento scarsi giocano di ruolo, tutti nella fascia di età 12-24. Niente Whatsapp o facebook per trovare altri giocatori. Ogni giocatore ha per club casa sua ma un luogo di aggregazione centrale deve pur esserci!

Nella Genova degli anni ’90 il negozio di riferimento che vendeva D&D era il “Centro Gioco Educativo” situato sotto i portici in corso Buenos Aires, fino alla sua chiusura nel 2000 (ha riaperto di recente nella stessa via, scopro da Google).

Uno dei set più diffusi dell’edizione 1983-84: la mitica scatola Expert tradotta dalla Editrice Giochi!

Addentrandoti nel verde del negozio come fosse la tana di un drago delle paludi, noti uno scaffale laterale che custodisce le variopinte scatole dei giochi di ruolo, attorniate da tubi di dadi di ogni foggia e colore. Quelli marmorizzati costavano di più, come se fossero armi decorate e speciali, e in fondo lo erano: attrezzi del mestiere del giocatore di ruolo.

Finalmente, leggendo i manuali, impari a capire i biechi segreti del Dungeon Master, a comprendere tutte le volte che ti ha fregato sulle regole e barato coi tiri (nota: è bene che il DM bari ogni tanto e aggiusti l’avventura, ma solo per far divertire tutti!). Per il tuo cucciolo in armatura di piastre, anni prima dell’invenzione del Tamagotchi, tu vuoi sempre il meglio: oggetti magici, armature, cavalli e armi incantate.
Pian piano la tua libreria si affolla di manuali che trattano di magie e leggende. Le tue occhiaie non sono dovute soltanto a “Le Ore” o alle pubblicità delle chat-line erotiche in onda dalla mezzanotte su Italia 7, ma anche alle nottate passate a sfogliare l’atlante dei Principati di Glantri o il modulo X1 L’isola del terrore. E pure alcuni libri in inglese che hai ordinato via posta da “I giochi dei grandi” – che te li spedisce addirittura da Verona – o l’Antro del Drago di Massa.

Tra una partita e l’altra il tuo personaggio cresce come cresci tu, in statura e non solo. La Samp vince incredibilmente il suo unico scudetto nel ’91 e il Genoa va in UEFA trascinato da Aguilera e Skuhravy: improvvisamente tutti i liguri si scoprono anche tifosi oltre che mugugnoni. Nel ’92 apre l’Acquario e presto a Genova si moltiplicano anche i negozi che vendono materiale correlato ai giochi di ruolo: Dice & Dragon in salita del fondaco (poi in corso Buenos Aires) e il mitico, mai dimenticato Blues Brothers, prima in via Tommaso Invrea e poi in via Rivale, alla Foce.

Passano le estati e il mare appare invitante, ma per te lo è molto meno di una bella partita a D&D. Per i tuoi amici invece non è sempre così (e ora capite cosa prova Will Byers in Stranger Things) e l’entusiasmo di qualcuno scema. Inizi a sentire il bisogno di trovare nuove persone sempre pronte a brandire la spada o la bacchetta e scopri che in molti, come te, hanno questo bisogno.

I negozi, quindi, diventano improvvisamente luoghi di aggregazione per nerd: finalmente i vampiri ludoruolistici possono uscire dall’ombra, aggregarsi e trovare tavoli verdi da condividere con i generali delle costose armate di Warhammer. Nascono anche le prime associazioni culturali (ricordo ancora La Centuria in uno sgangherato appartamento di via Tolemaide) e si indicono i primi tornei di Dungeons & Dragons: più truccati di Malgiolio ma sempre con il loro fascino.

Warhammer (Fantasy o 40.000) è il più diffuso wargame da tavolo. Molte delle creature erano presenti anche in D&D ma questo è un gioco di pura strategia militare, anch’esso senza interpretazione ruolistica come Hero Quest (della stessa casa produttrice Games Workshop).

Tu, intanto, continui la tua opera di conversione religiosa di nuovi player. Ecco che apri più gruppi paralleli: c’è quello coi compagni di scuola, quello coi compagni di calcio/oratorio, quello estivo che masterizzi nella casa di campagna. Ottimo perché ti ricicli le avventure tra un gruppo e l’altro! La mente viaggia e sospetti che nei boschi dell’entroterra ligure ci siano davvero gli orchi. Sicuramente i lupi, ma secondo te pure qualche draghetto. Sembra che giocherai a D&D per sempre e nulla ti potrà fermare!

Eppure, un giorno del 1993, sul tavolo verde dove dieci minuti prima gli Space Marines avevano asfaltato un’armata di Gretchin, un ventenne sovrappeso e uno col codino si sfidano giocando con strane carte colorate che vengono dall’America. Parlano di tappare e stappare, ma non sono idraulici né sommelier. Le carte sono in inglese, hanno il bordino bianco e dietro c’è scritto “Magic the gathering“. Non è scopone né briscola: qui si sfidano due maghi che guidano eserciti di draghi, assassini e forze della natura che traggono energia dalle “lande” (dalla traduzione maccheronica di “land” che poi diventeranno “terre” nelle edizioni italiane). Ben presto, fiumi di ragazzi si trovano a sfidarsi con quelle carte che possono comprare anche in edicola. E’ l’inizio del declino per D&D. Comincia l’era dei giochi di carte collezionabili!!!

It’s a kind of Magic

Il Black Lotus è ancora oggi una delle carte di Magic più preziose e ricercate dai collezionisti

Nel ’93 il mondo dei giochi di ruolo era in pieno fermento e stava conoscendo un’altra epoca d’oro che non si vedeva dai primi anni ’80. Erano stati tradotti nuovi GdR tutti provenienti dagli USA e non si era più limitati a interpretare soltanto eroi medievali. Potevamo essere investigatori dell’incubo alla Dylan Dog, vampiri assetati di sangue o cyberguerrieri in un mondo stile Blade Runner e persino interpretare gli eroi di Star Wars.

Ma il grosso dei giovani odia quei regolamenti diversi e complicati, tutti quei dadi strani… mentre è affascinato dalle “figurine” stampate su quelle carte e dalla possibilità di costruirsi il proprio mazzo personale. Mazzo rosso e nero d’attacco, Blu e bianco difensivo… ognuno ha la sua strategia. Tutti iniziano a giocare a Magic e anche coloro che militavano nel tuo gruppo di D&D perdono interesse. I termini Revised, Alpha, Beta, Unlimited, Arabian Nights, Dark… entrano subito nel dizionario dei teenager e dei ventenni. Si gioca sui banchi di scuola durante le lezioni, nell’intervallo… ogni volta che si può. Le bustine con 15 carte da aprire sono spesso accompagnate da urla di gioia o disperazione se non è uscita la carta che volevi e allora via agli scambi sotto il banco che scansati Pablo Escobar (che muore nello stesso anno). I tornei di D&D lasciano il posto a quelli di Magic dove effettivamente si vincono buste e carte. La Foce di Genova, quartiere da sempre ricco di negozi di giochi di ruolo, si riempie di quelli che oggi chiamiamo impietosamente bimbiminkia tutti a caccia di draghi di Shivan e Assassini Reali e chi collezionava le tessere telefoniche della SIP, ora riempie i suoi album con la creazione milionaria della Wizard of the Coast (WOTC).

un tavolo di giocatori di Magic

Io rimango poco impressionato da Magic: ho sempre odiato le estati passate a vedere gente che gioca a cirulla (la “scopa” ligure) e provo avversione per le carte e le figurine in genere. Gioco anche io, perché alla fine lo fanno tutti; scambio le carte ma vivo ogni cosa forzosamente mentre la mia mente sogna ancora le selvagge piane di Karameikos e le incontaminate (non sempre) foreste elfiche di Alfheim. Magic è un vero terremoto nel mondo ludico e presto i giochi di ruolo iniziano a precipitare nell’abisso del démodé, soprattutto quando nel 1994 le carte vengono tradotte in italiano. L’era dei giochi di carte collezionabili aveva fatto conoscere le ambientazioni fantasy anche a coloro rimasti fermi a Fantaghirò. Eppure, quando proponevi D&D a un giocatore di Magic, alla famosa affermazione che “va fatto tutto con l’immaginazione” lo vedevi fare spallucce e chiederti una partita a Magic per provare il suo nuovo mazzo con gli artefatti e le terre doppie.

Back to basics

Finita la breve infatuazione per Magic (per molti non è durata che un paio d’anni), arriva il liceo e saluti gli amici che hai conosciuto alle medie. Ti trovi improvvisamente nelle stesse condizioni del tuo “iniziatore” (che ha abbandonato egli stesso i GdR): non hai più giocatori, proprio adesso che avresti quasi quasi la voglia di fare il Dungeon Master; ma sei circondato da persone non interessate.

Ma la fortuna ti mette in una classe con persone piene di potenziale, o forse trovi qualche altro “orfano” come te che non ha più un “party” (così è detto in gergo il gruppetto di avventurieri interpretato dai giocatori). Oppure recluti tra chi è stufo di Magic come te ma ha interessi verso il fantasy. Allora, in quel pomeriggio del 1995, come Bilbo Baggins col suo zaino in spalla inizi un’avventura con nuovi amici, esattamente come stai facendo nella vita passando alle superiori: basta Tartarughe Ninja, addio GI-JOE, bye bye galeone dei Playmobil o i giochini elettronici Gig Tiger. Sei al liceo e sei grande per queste cose! Ok, lo eri già alle medie ma… qualche lotta tra Shredder e Leonardo te la facevi ancora. Mobbasta!

L’edizione Advanced D&D aveva regole più complesse, per un maggior realismo.

Inizi quindi a rivalutare nella mente i giochi di ruolo come un modo che “i grandi” hanno di giocare senza usare pupazzetti o spendere centinaia di migliaia di lire in carte di Magic. Non ne hai bisogno: tutto quello che ti serve sta tra il collo e i capelli. Anche una mano per lanciare i dadi e usare la matita.

Passi dal D&D base all’Advanced, il regolamento avanzato con più classi e razze: hai fame di maggior realismo. I tuoi nuovi amici ti vengono dietro: pure troppo! Con quelli già veterani inizi a fare proselitismo e convertire nuovi adepti che il prete di Age of the Empires o i Testimoni di Geova al confronto sono poppanti! Finalmente hai superato la tua paura e sei asceso al ruolo divino di Dungeon Master, magari a rotazione con gli altri giocatori.

Ma stai per imparare la tua prima grande lezione sui rapporti umani. Presto, il gruppo da 4 persone diventa da 6 e poi da 8! Cazzo, io credo di aver “masterizzato” una partita con 15 persone, una volta: tutte incazzate nere perché il loro turno non arrivava mai! Tutti sono incuriositi da quel mondo ma molti, dopo il primo assaggio, fuggono.

Le persone non sono buone o cattive… sono solo persone.

“Ciao Master, ti devo dire una cosa.”

“Vai: dimmi tutto!”

“Senti… io c’ho il paladino buono e campione degli oppressi, no… e non mi va di giocare insieme a quel ladro malvagio che interpreta Marco. Voglio dire che c’è un conflitto di allineamento e quindi penso che dovresti far qualcosa… devi dire a Marco di abbassare la cresta se no mi tocca ucciderlo.”

“Ucciderlo? Avete un obiettivo in comune che è quello di sconfiggere il Necromante Sargon: potete anche collaborare. Il tuo personaggio non è scemo: lo capisce che un ladro come quello di Marco, seppur malvagio, è molto utile. Finita la campagna, ognuno andrà per la sua strada.”

“Sì ma… non è che potresti avvantaggiarmi? Voglio dire…. tu sei il Master e io ho il personaggio legale buono che aiuta tutto il gruppo mentre il ladro di Marco… si fa i cazzi suoi e ruba le monete agli altri. Non puoi farmi trovare una spada magica +2 +4 contro non-morti in modo che io diventi il guerriero più forte e quindi più utile al gruppo? Così magari mandiamo via il ladro di Marco.”

“Scusa ma… non è che in realtà ti sta sul cazzo Marco perché l’altro giorno non ti ha fatto copiare i compiti di mate e inglese?”

Molti Dungeon Master, passati e presenti, leggendo questo post mi capiranno di certo. Come in tutti i gruppi è inevitabile che prima o poi si creino o vengano richiesti favoritismi e simpatie. Ed ecco che il gruppo, da coeso e orientato all’obiettivo, diventa una sottospecie di partito politico con correnti e correntine, doppiogiochisti, leccaculo, trasformisti, persone che magari si stanno sul cazzo nella vita reale e quindi tentano di regolare i conti in gioco. E qui, per il DM, diventa scuola di management, altro che gioco di ruolo! Qui impari davvero a gestire un team che Steve Jobs in confronto è un capo scout. Partono liti pesanti: “io non gioco più” – “ti strappo la scheda” – “Roby bara! Si è aggiunto da solo dei punti esperienza: l’ho visto!”

Un bel giorno poi, come la primavera di De André, la pubertà non bussa: lei entra sicura. Era già arrivata alle medie nel fissare con curiosità quella sezione delle edicole un po’ nascosta, piena di tette al vento; ma gli impulsi erano abbastanza dominati da un’alacre attività di falegnameria notturna. Giunto all’Era dei Brufoli, tuttavia, inizi a notare gli esseri femminili non più come frivole rompipalle ma…

la Puffetta fu… un’invezione di Gargamella per destabilizzare e spiare i Puffi!

Prima o poi capita che uno dei player si faccia finalmente la fidanzata (tra i famosi duecento giocatori di tutta la città, ho omesso di dire che sono tutti maschi). La presenza femminile può essere destabilizzante come quando fu creata la Puffetta e mandata in un villaggio di omini blu che vivono sotto un regime comunista guidato dal Grande Puffo rosso, vestono tutti uguali e dormono dentro funghi velenosi. La ragazza del giocatore di ruolo o viene fagocitata forzosamente in gruppo (1% dei casi) o diventerà una delle famose detrattrici e ostacolo alle partite, ripetendo al servo della gleba di turno l’aforisma “se giochi di ruolo sei sfigato perché non esci con me”.

il Motorola 8700 fu il cellulare posseduto da una grande quantità di utenti, prima dell’uscita del Nokia 3310 nel 2000.

Infine, arriva il 1997 e la Motorola decide di rendere il telefono cellulare alla portata di tutti, col suo modello 8700 che costava 1 milione e mezzo di lire (750 euro di quando fu introdotta la moneta unica); in genere ce n’è uno per famiglia ma bastano 3 anni e tutti iniziano ad avere il loro personale. Sembra tornata un’altra ondata di benessere e pure Magic appare in flessione (tiè!!!). i GdR, però, non se la passano meglio ma tutto sommato tu hai il tuo zoccolo duro di player motivati!

Ma un’altra minaccia si cela all’orizzonte e incombe sul mondo dei manuali cartacei e dei dadi di plastica: l’avvento del processore Pentium di Intel, che unito a Windows ’95 aveva reso i PC finalmente competitivi contro le console come non si vedeva dai tempi dell’Amiga 500.

Unito il PC all’invenzione di Internet, il mondo dei giochi di ruolo è destinato a cambiare ancora una volta in maniera profonda. Come? Lo scopriremo nella terza e ultima parte, tra qualche giorno! (FINE SECONDA PARTE).

PS: Se volete, lasciate un commento su Facebook!

Game of Thrones è morto. Evviva Game of Thrones

“Il trono di spade“, la più chiacchierata delle serie, è terminata ieri.

Con la 8×06, è finita una saga che per quasi un decennio ci ha tenuto compagnia. Una pietra miliare: non solo per il budget ma anche perché i personaggi protagonisti potevano morire di colpo esattamente come i comprimari, senza preavviso, in maniera spesso brutale. Anche più di uno nella stessa puntata.

Attenzione! Seguono SPOILER dall’intera serie.

Il finale, che tutti bramavamo, ci lascia un po’ di amaro in bocca. Non solo perché aspro come tipico di GRR Martin, ma per come frettolosamente ci si è arrivati nelle ultime due stagioni, non più coperte dai libri del corpuLENTO autore e costrette dai limiti di un budget comunque stratosferico.

Da mhysa a mhySSa… È un attimo!

La più ampia e condivisibile critica va alla troppo rapida gestione della pazzia di Daenerys Targaryen, figlia di cotanto padre. Sebbene questo plot-twist io l’abbia apprezzato e vi fossero molti indizi, culminati nell’esecuzione dei due Tarly, la conclusione troppo sbrigativa del suo arco narrativo ha rovinato il finale, ricordando a tratti la frettolosa conversione al lato oscuro di Anakin Skywalker in SW3. Dove in GoT gli Stormtrooper/Waffen SS diventano gli Immacolati.

Jon Snow non sa un belino… Ma è svelto a imparare

Con l’assassinio perpetrato da Aegon/Jon/Azor Ahai, lo scopo della sua vita, secondo Il Signore della luce che lo rivolle in vita, era evidentemente quello di convertire la pazza platinata alla causa contro gli Estranei per poi impedire che una nuova tiranna si insediasse sul trono. Solo che tutto avviene dopo 20 minuti dall’inizio dell’episodio, lasciando tutto il resto ad un disinteresse misto alla curiosità nel sapere cosa ne sarà degli altri personaggi.

Per Jon peggio di così non poteva andare. Il trono si scioglie sotto il fuoco di Drogon, e questa è una buona scena, senza che Dany ci poggi nemmeno le chiappe sopra, ma tutto questo avrebbe richiesto una puntata intera o almeno essere spostato verso la fine.

Campagna elettorale a Westeros

La parte che segue è surreale, e il tempo è scandito solo dalle lunghe barbe dei personaggi. Non c’è tempo per raccontare le lotte che le varie fazioni combattono dopo la fine della madre dei draghi. Tutto è liquidato con dialoghi e gag da quattro soldi.

Tyrion ci ricorda che il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero nel suo discorso sui figli che Bran non avrà mai, tenuto davanti ad una tribuna politica un po’ ridicola con due siparietti da evitare (cosa ci frega di riesumare un c..one come Edmure Tully e l’idea di democrazia di Sam, rubando spazio a ben altri dialoghi mancanti?!?). E l’incoronazione dello “spezzato” è di nuovo frettolosa e raffazzonata, priva di emozione. “Chi ci mettiamo!? Ci avanza un Bran…

“Non dirò non piangete” … Ah no, sbagliato libro.

Qualcosa si salva? Certo che sì. Ma rimane un profondo senso di insoddisfazione e vuoto che forse potrà essere colmato soltanto dai libri la cui attesa è ormai interminabile. Nei libri ci sono personaggi che non avete mai visto e alcuni illustri resurrezioni (Stoneheart) che fanno ben sperare.

Se c’è un po’ di emozione nel vedere gli Stark che si separano verso nuove avventure, tutte un po’ prevedibili, l’odore degli spin off è palpabile. Cristoforo Colombo Arya scoprirà l’America? Bran riuscirà a porre le fondamenta del Sacro Romano Impero e tenere a bada i suoi Conti Elettori? Jon sarà Re del nord oltre la barriera? E in un mondo dove i morti tornano in vita, Drogon dove ha scaricato la bionda? Magari da qualche sacerdote che la possa resuscitare?

“Chiedimelo tra dieci anni” dice Tyrion.

Alla fine di tutto, tutto è cambiato.

Anche se la prima stagione è lenta e l’ultima è troppo veloce, Game of Thrones lascia un posto d’onore nei nostri cuori, cambiando tutto quello che sapevamo delle serie, quelle con protagonisti immortali o che muoiono nell’ultima puntata e cliché ripetitivi.

Dobbiamo essere veramente grati per questo prodotto di intrattenimento, che ha creato anche competizione, timore e rispetto da parte di coloro che vogliano affacciarsi alle serie medievali e fantasy.

Perché? Soltanto per il fatto che tante volte ci siamo seduti al tavolo davanti a una birra e Abbiamo commentato i vari personaggi, per quasi 10 anni. Li abbiamo usati come metafore, Tyrion per l’astuzia, Daenerys per la risolutezza, Joffrey e Cersei per la crudeltà.

Dalla scorsa domenica avremo un argomento in meno di cui parlare, finita questa settimana di polemiche e ricordi. Per questo, grazie.

Game of Thrones è morto, Evviva Game of Thrones.

Nuovo racconto: Future Faust

Miei cari lettori! È un po’ che non vi aggiorno sulle mie avventure letterarie. Ma come avreste potuto notare dalla copertina del sito e della pagina FB, un nuovo racconto si è aggiunto alla famiglia di quelli pubblicati! Si tratta di “Future Faust“, inserito nell’antologia “Futura Lex” curata da La Ponga Edizioni. FL è Un’antologia fantascientifica che esplora il tema della legge e dei processi nel futuro.

Future Faust narra di come nel futuro i processi vengano celebrati in primo grado sui social network e solo successivamente presso la giustizia ordinaria. Il protagonista, Scott Brandi, è un giudice virtuale di Boston che applica arbitrariamente le leggi a seconda delle reazioni dei suoi follower. Seppur molto seguito, la sua ossessione di essere popolare (la notorietà è diventata anche la sua fonte di reddito primaria) e di potere conoscere altri “influencer” del sistema legale, lo porterà a scelte dalla moralità ambigua.

L’antologia è in vendita su diversi store in formato cartaceo (Feltrinelli) oppure ebook, come su AmazonMondadori, IBS, Kobo o Unilibro.

Buona lettura!

Su quel ponte: cittadini, un presidente e il Papa. E ognuno di noi.

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Tutti i liguri se lo sono detti: poteva esserci ognuno di noi sul Ponte Morandi, che abbiamo attraversato migliaia di volte. Il ponte delle code serali, della decisione se svoltare a nord verso i monti o a sud verso il porto, come questa città, Genova, stretta tra inospitale conservatorismo e il “vorrei ma nemmeno tanto” spiccare il volo.

Paradossale e triste che La Superba si noti in Italia solo per le tragedie. Dal 2001 e il G8 dove ancora ci si chiede se sia lecito sparare a chi vuole lanciare un estintore dentro una camionetta, arriviamo all’alluvione del 2011 dove il centro cittadino diventa una poltiglia fangosa che ingoia sei vittime. Nel 2013 una nave distrugge la Torre piloti del porto: e i morti sono nove. Quello che sembra aumentare col tempo è l’entità delle sciagure e il numero dei cadaveri. Ieri il crollo del “Morandi” oltre a più di trenta morti, ci ha lasciato macerie tanto reali quanto virtuali: hashtag inutili, speciali TV con l’immancabile ospite “io ve l’avevo detto” e foto-omaggi social col fioccone nero. Pure Techetecheté dedica la puntata a Genova, ci fa ascoltare “Ma se ghe pensu” cantata da Mina e “Cheuilla dunde t’è” da Gino Paoli. Per restare in tema di “dove sono andati i tempi d’una volta?”

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Bella schifezza il Ponte Morandi, architetto oggi maledetto, autore dell’opera che per anni abbiamo paragonato all’irraggiungibile Ponte di Brooklyn. Lo inaugurò il presidente della repubblica Saragat, in quell’epoca infame di edilizia mostruosa che ha spazzato via la casa di Paganini e via Madre di Dio, restituendo cemento capace di durare meno di ponti romani in pietra. Un’epoca che ha sdoganato la costruzione di edifici e la costrizione dei torrenti, lasciando dietro di sé metastasi di orrende palazzine sparse nelle vallecole inerpicate sui monti, i “bricchi“, come li chiamiamo noi.
Edilizia popolare per contenervi una popolazione proletaria che ha reso Genova una città grigia e industriale, destino perso dagli anni ’90.

Oggi, a fronte di un territorio ancora acerbo nell’accettare la sfida del turismo, tra pagine Facebook che inneggiano scherzose all’allontanamento dei “foresti” e la voglia di essere di più di “quella città dove c’è solo l’Acquario”, il crollo del Morandi dà la sveglia a un’Italia che “ex-post is megl che ex-ante”, dove la politica ha fallito tutto quello che poteva, dove è meglio vincere un’elezione e gozzovigliare qualche lustro, arraffare e scappare. L’Italia mafiosa che ha perso la speranza, dove piuttosto voto ignoranti e populisti e mi bevo la teoria che, bloccato un barcone a Lampedusa, tutto andrà meglio; dove chi ha governato prima per cinquant’anni, con laurea e cravatta, ha fatto schifo tanto quanto.

Un altro presidente, quello della Regione Liguria, ieri ha detto seraficamente che percorreva quel ponte tutti i giorni, come a dire che poteva succedere anche a lui, a farci percepire che è “uno de niatri“. Ci consoliamo?
Anche Papa Francesco l’avrà percorso nel 2017, o quantomeno ci sarà passato sotto per recarsi alla Madonna della Guardia, la regina di Genova: che magari esistesse davvero, scendesse dal monte con suo figlio e prendesse qualcuno a calci nelle natiche, più che porgere l’altra guancia. Forse se a cascare giù da 70 metri fosse stato un pontefice… o un presidente…

Ma assieme a presidenti e i papi, il Morandi l’hanno percorso milioni di liguri, di turisti tedeschi, di milanesi al mare, di camionisti, di medici che andavano a fare il turno in ospedale, di ragazzi a tarda notte dopo serata alle Erbe. Milioni di persone che non contano un ciufolo per la politica se non a ridosso del voto. Quel ponte siamo tutti noi, incoerenti, ipocriti, pigri e svogliati, che accettiamo la melma che ci circonda senza reagire, facciamo un po’ di manutenzione ogni tanto senza mai ricostruire, quando sapevamo tutti che il Morandi traballava ma facevamo finta di niente e speravamo solo di passarlo, segno della croce al volante e via. E il camion della Basko, a 3 metri dal baratro, sta lì a chiedersi quando penseremo che forse è meglio che in Italia bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole, anche al costo di qualche scippo in più. Se lo dovrebbe chiedere anche chi dice che “lo faceva anche lui tutti i giorni”, quel ponte.

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E ora che si fa? Gli sciacalli politici sono già all’opera. C’è chi gongola e dice che la morte del “Morandi” è la prova divina che la “gronda” andava realizzata prima, c’è chi dice che però la buona notizia che rischiara la giornata sia stato bloccare una nave di migranti. Perché i ponti possono crollare, ma vuoi mettere bloccare 150 migranti contro 30 mortucoli. Non c’è confronto. Sento che i ponti restanti sono già più solidi ora che ci sono meno neri in giro.

Quanto tempo deve passare? Quando ci incazzeremo, smetteremo di fare condoni ed eleggere gondoni? Manca ancora tanto tempo, temo. Manca ancora qualche sisma, qualche cavalcavia che va giù. Qualche altra bara bianca zincata. Aspettiamo e ‘sto ponte facciamocelo rifare da Renzo Piano, cervello non fuggito, finché campa.
Si fa così, a Genova.

#PrayForGenoa? Le preghiere servono solo a scaricare responsabilità su altri. Io me ne sto sveglio ad aspettare che “muoia la speranza, maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire“.