The André: plagio o genio?

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Il logo di The André

Fa discutere – e bene sia – la scelta artistica di “The André“, un giovane ultraventenne che ha una voce tremendamente simile al compianto Fabrizio De André a cui si ispira in tutto, dalle sonorità al timbro. Noto su youtube con lo pseudonimo Gab Loter, ha deciso di non cantare il repertorio classico del cantautore ligure ma nuovi (e meno nuovi) successi di generi nati in tempi recenti come il trap e l’Indie pop, come se fosse il vero Faber.

The André reinterpreta quindi brani de Lo Stato Sociale, Calcutta, Young Signorino, Gué Pequeno e altri artisti molto amati dai ragazzi ma snobbati dal resto della critica e pubblico musicale, con la particolarità di cantare e suonare i loro testi accompagnato da chitarra acustica e con timbro e voce tremendamente simile a quella di Fabrizio de André.

Questa è la sua reintepretazione di Young Signorino, addirittura “tradotta”.

Ecco una cover molto riuscita (“Mi sono rotto il cazzo” de Lo stato sociale), ispirata probabilmente a “La domenica delle salme“.

In una recente intervista, dice di non amare particolarmente il genere trap rispetto all’Indie pop, ma di utilizzarlo solo perché è quello popolare al momento.

Eppure i testi, che The André definisce non poetici, “un elenco di spacconate, racconti di coiti, droghe, esibizione di ricchezza“, ascoltando lo stile inequivocabile da cantautore anni ’70 sembrano magicamente nobilitati, restituiti a una dimensione di capolavoro vintage che le melodie elettroniche sembrano avergli tolto.

E qui nasce la riflessione su quanto sia importante il testo, piuttosto che la melodia?

Naturalmente l’opinione pubblica si è divisa tra i detrattori che lo considerano sacrilego e i fan già sfegatati che chiedono ancora. Ed è già notizia che lo vedremo (in faccia?) nel suo primo tour live.

La mia opinione? Lo giudico un buon esperimento, molto interessante. Da genovese e amante di De André, non lo ritengo altro che una persona che lo omaggia in maniera anche delicata, forse talvolta scimiottandone un po’ l’accento, ma comunque col dovuto rispetto.

Voi che ne pensate? Ci sentiamo anche sulla mia pagina Facebook, ovviamente!

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Solo: analisi, temi e riferimenti (con spoiler)

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Han Solo, il contrabbandiere di Coreglia Lig… ehm Corellia 😛

E ora che, immagino, un po’ di voi hanno visto Solo: a Star Wars story, possiamo commentare un po’ questo film ambientato nella Galassia lontana lontana più amata di sempre. Ci sono abbondanti SPOILER!!!

Corellia, crimine e schiavitù

Il primo posto che vediamo in Solo (e non è proprio quello dell’immagine :-D) è il pianeta industriale Corellia. Chi ha vissuto o è stato in una città portuale/industriale ha sicuramente riconosciuto i cantieri, le scintille delle saldature, le gru tipiche di zone come Genova Cornigliano/Sestri Ponente o Multedo. Ma è la condizione degli schiavi che, dopo i prequel di Lucas e lo stesso Ep. VII, torna ad essere trattata, e non stiamo parlando dei soli corelliani. Savareen, dove si raffina aumma aumma il coassio, sembra la Somalia o i villaggi disagiati ai margini dei pozzi petroliferi in Africa.

l’Impero schiavizza i Wookie, installa regimi a lui amichevoli (qualcuno stava forse pensando a Iraq e Afghanistan?) e si arricchisce facendo affari con criminali così potenti che addirittura un governatore imperiale viene ucciso con nonchalance da Dryden Vos. L’occasione di Han per scappare dalla mafia corelliana è arruolarsi tramite lo “Zio Sam” (o forse più Adolf), l’Impero il cui ufficio di reclutamento è sovrastato da manifesti di propaganda usciti dagli anni ’20 e promette gloria… mantenendo esplosioni, fango e morte.
Ci sarebbe piaciuto vedere Han all’accademia navale, ma la cosa sarebbe stata poco funzionale al film e quindi eccoci catapultati in piena…

Prima Guerra Mondiale su Mimban

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Il “mud trooper” dell’esercito Imperiale e un soldato tedesco della Grande Guerra, con il suo stahlhelm e un particolare modello di maschera antigas

Cadendo il film nel centenario della Grande Guerra, è difficile non paragonare le sequenze del pianeta fangoso Mimban con le trincee francesi della Somme.
Intanto, Han e compagni indossano l’uniforme e i caschi dell’esercito imperiale, già ispirati agli stahlhelm tedeschi introdotti proprio nel 1917 e che hanno anche dato sostanza all’elmo di Darth Vader. L’elmetto imperiale è correlato da una maschera con tubi che ricorda molto quelle antigas, usate per la prima volta proprio nel primo conflitto mondiale.

La guerra su Mimban appare per la prima volta poco eroica in Star Wars, dopo le scorazzate in CGI dei prequel con i cloni-paladini e le due battaglie nella neve e nella foresta della trilogia classica, con gli imperiali battuti dai vietcong… ehm dagli Ewok. Han viene sbalzato in aria mentre tutt’attorno sono urla, laser ed esplosioni e lo vediamo colto dal panico. Fu proprio nella prima guerra mondiale che fu teorizzato il triste disturbo post-traumatico da stress chiamato “shock da esplosione” (shell shock) che colpì migliaia di soldati caduti in preda al panico durante i bombardamenti.

Dopo l’assalto “suicida” dove l’ufficiale superiore di Han viene obliterato mentre incita le truppe (esattamente come nelle cariche della Grande Guerra) Solo si trova a tentare di convincere Beckett a prenderlo con sé mentre cammina in una trincea fangosa e affollata, come quelle francesi.

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Le truppe d’assalto Imperiali e il paragone con quelle austro-ungariche

Per finire, gli Stormtrooper imperiali su Mimban, la cui armatura bianca è ormai ricoperta di fango, hanno sull’elmo una placca di protezione aggiuntiva esattamente come le Sturmtruppen tedesche e austriache della 1a Guerra Mondiale (al museo della guerra di Rovereto ce n’è giusto una), che potevano servire (a poco) quando il soldato metteva la testa fuori dalla trincea ed entrava nel mirino di un nemico. In più, gli assaltatori imperiali indossano una mantella corta, come i fanti della Prima Guerra Mondiale.

Avere scelto la Grande Guerra come setting è stata una buona idea: niente come il primo conflitto mondiale ha svilito l’uomo e valorizzato il proiettile, con le fucilazioni imposte da generali senza scrupoli come Cadorna ai disertori (qui Han viene dato in pasto a Chewbe) e gli assalti sanguinosi per conquistare tre metri di terreno.

West… poco Far e molto Spaghetti

Liberato Chewbe con tanto di doccia imbarazzante si passa all’assalto al treno su Vandor, girato sulle Dolomiti italiane, che introduce il secondo tema del film.
Solo, bollato sommariamente come western, è in realtà soprattutto un “heist-movie” alla Ocean’s Eleven: della frontiera americana ci sono però le pistole roteanti, i duelli che in però si concludono in maniera inaspettata, e le partite a carte. Tutto è però affrontato in maniera disillusa e cinica, come ho detto nella recensione senza spoiler: non John Ford John Wayne ma piuttosto Sergio Leone, Django (non quello di Tarantino) o Gli Spietati, quest’ultimo ammesso dai Kasdan che hanno firmato la sceneggiatura. Ah, ci sono anche gli indiani, impersonificati dai predoni guidati da Enfys Nest (l’attrice dai tratti africani ma con lentiggini e capelli rossi) che ricordano un po’ quelli di Mad Max ma sono tutt’altro che malvagi: come in Balla coi Lupi o Soldato Blu sono in verità i buoni e si oppongono al crudele uomo bianco (imperiale). E non è un caso che Han faccia notare al suo tenente su Mimban che “questo è il loro pianeta: gli ostili siamo noi“. Beccati questa, Bush.

Ventimila leghe sotto Kessel

Se Solo ha preso dal western molti elementi, anche i classici dell’avventura come L’isola del tesoro (altra ammissione dei Kasdan) hanno dato molto al film. Tobias Beckett è infatti la personificazione di Long John Silver, pirata spietato ma dai tratti benevoli che insegna al giovane Han molte cose, tra cui “sparare per primo”.

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Indy shot first. Why Han not?

La catarsi del duello dove Beckett stesso viene impallinato prima di finire il discorso (come accadde a Greedo nella scena poi rovinata da Lucas e i suoi maniacali ritocchini) ci riporta anche alla famosa immagine de I predatori dell’arca perduta, dove Indiana Jones (guarda caso Harrison Ford) spara senza remore al tizio con la sciabola.
Ci volevano Ron Howard e i Kasdan a ridarci un po’ di razionale cinismo e spazzare via il buonismo manicheo lucasiano.
Questo colpo di blaster sancisce il passaggio definitivo di Han all’età adulta che fa seguito alla caduta del suo mentore, come le teorie del “viaggio dell’eroe” di Vogler hanno sempre stabilito e che già Lucas seguì pedissequamente (ma anche Gandalf cade, se ricordate…)

Kessel, con il suo enorme vortice, ci riporta immagini di mitologia classica: il mostro marino che vi abita vicino rievoca la vicenda di Ulisse tra Scilla e Cariddi. Questo è il punto in cui Solo torna alle fantasie infantili e alla grande avventura, un po’ Sinbad un po’ Capitano Nemo. E ci regala anche la battuta più riuscita del film: “Ho imparato questa manovra da un amico… che si è schiantato… ed è morto… facendo questo!

Donne e droidi dei paesi tuoi

La ribellione che sarà il centro della trilogia classica inizia da piccoli gesti in più parti della galassia, tante “scintille” già evocate in Ep. VII: da quella delle miniere di Kessel al gruppo di Enfys Nest, fino a sfociare apertamente nelle battaglie di Rogue One.

Se nel film ci sono un paio di personaggi femminili forti e indipendenti (l’amante di Beckett, Qi’ra ed Enfys Nest stessa), è il personaggio di L3, il droide “femminista” o meglio “droidista” che rappresenta il vero punto di svolta disneyano, una vera e propria suffragetta di metallo. Laddove le relazioni amorose di Lucas erano poco più che asessuate, l’amore interraziale irrompe fortissimo nel mondo di SW con la relazione tra L3 e Lando, che come dice lo stesso droide a Qi’Ra “funziona senza spiegazioni”. E ora, dal momento che L3 si unisce al Falcon, sappiamo perché C-3PO, ne L’Impero colpisce ancora, dice a Han: “Signore, non so dove la sua nave ha imparato a comunicare, ma usa un linguaggio molto insolito“. 😉

Ma Star Wars è soprattuto blockbuster e deve quindi piacere a più persone possibile. Manca ancora un eroe chiaramente omosessuale e poi quasi tutte le minoranze sono state accontentate da mamma Disney: gli afroamericani con Lando (ma ci pensò già Lucas negli anni ’80) e poi Finn; gli asiatici con i due guardiani degli Whill di Rogue One o Rose di Ep. VIII; hanno avuto il loro eroe anche gli ispano-americani con Poe Dameron o Cassian Andor, attore messicano che nella versione originale di Rogue One non nasconde il suo accento latino.

La recente attenzione della Lucasfilm per il pubblico femminile (pensiamo a Rey e Jyn Erso, protagoniste di ben due film su tre dell’era Disney) è tutt’altro che nascosta. Le donne hanno spesso snobbato SW per dedicarsi con maggior passione a Harry Potter o Il Signore degli Anelli: che non le vogliamo coinvolgere nella Galassia lontana lontana? Stacchiamo qualche biglietto in più, dai!

Maul e la sindrome della Marvel

twist del twist del plot twist!

Il ritorno – piacevole – di (Darth) Maul era sconosciuto a tutti i fan che si siano attenuti ai soli film ma era già stato ampiamente esplorato nei fumetti e nelle serie The Clone Wars & Rebels: ogni morte che avviene fuori scena non è mai definitiva e qui non facciamo eccezione. Certo, Maul è un (ex) Sith e quindi molto potente, forse tanto da sopravvivere allo smembramento. Ad ogni modo la voglia di non far morire definitivamente personaggi iconici viene proprio dai fumetti dove Superman o Batman defungono venticinque volte e poi, guarda caso, risorgono.
Se questa resurrezione la possiamo anche perdonare (e gradiremmo avere conferma cinematografica su quella di Boba Fett) è anche perché Lucas sfruttò malissimo questo personaggio dandoci in cambio il vomitevole Jar Jar Binks o gente inutile come il Capitano Panaka. Dopo Leia “iperbarica” e congelata come un petto di pollo in Ep. VIII, speriamo tuttavia di non assistere al ritorno di Han Solo che riemerge dalla base Starkiller dopo che suo figlio Kylo Ren lo ha impalato senza pietà… Anche perché vedere Harrison Ford recitare tra vent’anni con il catetere e la dentiera non sarebbe piacevole.

In conclusione

Solo funziona? Sì, anche se pubblico e critica lo stanno castigando. Perché è un enorme film d’avventura che sembra uscito in pieno dagli anni ’80, li racchiude e li somma insieme: non esplora nulla del mito ma si limita a narrare e intrattenere senza pretese.
Un altro regalino ai fan di SW ormai addormentati noiosamente di fronte alle trilogie canoniche che, almeno per me, non vedo l’ora che finiscano per dar spazio a nuove storie.

Solo: la recensione (senza spoiler)

solo

La locandina del film “Solo”

Tranquilli: niente spoiler.

Ron Howard (già Richie Cunningham di Happy Days) ha ricevuto da Disney l’enorme patata bollente di correggere la produzione di Solo: a Star Wars story (SaSWs), in uscita in questi giorni. Il film fa parte delle “stories”, ovvero approfondimenti di personaggi ed eventi derivati dalla trilogia classica, come l’ottimo Rogue One e i presunti futuri film su Boba Fett e/o Obi-Wan.

In questo film scopriremo la prima “grande” avventura del giovane Han Solo, orfano del pianeta Corellia – un centro industriale che sembra un incrocio tra Cornigliano, Busalla e Sestri Ponente. Scopriremo il suo primo amore, come ha conosciuto Lando e Chewbe e messo le mani sul leggendario Millennium Falcon, in un susseguirsi di incontri con canaglie, inganni e rapine.
La trama non ha nulla di particolarmente sorprendente (se eccettuiamo omaggi e camei) ed è contraddistinta da una linearità quasi rassicurante e senza troppe telenovele come ci hanno abituati i vecchi e nuovi film “coi numeri romani”.
Il film è ambientato in epoca imperiale ma se eccettuiamo una sequenza di battaglia, l’Impero è presente quasi “sullo sfondo” come una grossa seccatura per i criminali che tentano di arricchirsi con il commercio di un prezioso combustibile: il coassio.

Non chiamatelo (soltanto) western

Molti hanno bollato Solo come un western spaziale, in maniera piuttosto erronea: il vecchio Episodio IV ha molti più elementi western di Solo che è piuttosto un action-movie fracassone, un concentrato di laser ed esplosioni che, anzi, prende in giro la seriosità dei western americani con John Wayne.
Solo strizza invece l’occhio agli spaghetti/fagioli western di Leone, Corbucci ecc o al western revisionista Gli spietati di C. Eastwood: protagonisti straccioni e doppiogiochisti, onore praticamente assente, ironia ovunque e antieroi a pioggia. Niente cavalcate verso il tramonto o sfide all’OK Corral, per intenderci: lungo il film si assiste piuttosto a un susseguirsi di rapine a mano armata operate da Han (un discreto ma mai eclatante Alden Ehrenreich) e i suoi soci, di cui sotto.

  • Qi’ra (la “madre dei draghi” Emilia Clarke, col difetto di essere sempre sé stessa sia che interpreti Daenerys Targaryen, Sarah Connors o Qi’ra).
  • Il legnoso ma efficace Tobias Beckett (Woody Harrelson, anche lui sempre uguale in ogni ruolo ma in questo caso positivamente).
  • Lo sciccoso playboy Lando Calrissian (Donald Glover, che però ci fa mancare tanto Billy Dee Williams).
  • Per finire, il titanico – in tutti i sensi – Chewbecca (Joonas Suotamo; l’assenza di Peter Mayhew si nota poco sotto il costume poiché il personaggio è molto ben scritto e questo basta).

Blasta che ti passa

Spegnete i cervelli perché Solo è un film poco basato sulle performance degli attori o la psicologia dei personaggi e molto sulla sceneggiatura e gli effetti visivi: non messo bene il comparto dei “cattivi” dato che l’Impero c’è ma è di contorno, mentre i criminali dell’Alba Cremisi non sono così affascinanti come Vader, Krennic o Tarkin in Rogue One; sono piuttosto stereotipati e autogoderecci della loro cattiveria, senza carisma né approfondimento psicologico.

Solo è un “heist-movie” che attinge da moltissime pellicole o perlomeno gli assomiglia: Heat: la sfida, Ocean’s Eleven, Mad Max, i film di James Bond, lo stesso Rogue One e anche il vecchissimo gioco Shadows of the Empire (la sequenza del treno e il mondo criminale di SW). Oltre ad avere un ritmo rapido e incalzante e l’ironia tipica degli action movie a cervello spento. Il film si ispira dunque molto di più al cinema d’azione classico ’80-’90, con le sue didascalie prese già in giro da Balle Spaziali: gli “spiegoni” come se il pubblico fosse idiota, per capirci.

Grande assente la Forza e ogni altro elemento mitologico orientaleggiante introdotto da Lucas: in Solo è il blaster a comandare.

Ultimo ma non ultimo: il finale aperto lascia presagire un Solo 2…

Perché vederlo

  • Perché la saga degli Skywalker ci ha un po’ rotto e preferiamo esplorare meglio l’universo di SW fuori dalle telenovele spaziali.
  • Perché Solo è un film d’azione senza pensieri, tutto luci e scintille, uscito direttamente fuori dagli anni ’80 come Commando o Arma Letale: l’americanata pura al 100%. Laddove si addentra nella critica sociale (pianeti sfruttati, schiavi e altro) essa è poco ingombrante come quella di Rogue One (che la gestiva comunque benino).
  • Chewbecca.
  • Perché esplora meglio il mondo criminale di SW, abbozzato negli altri episodi.
  • Perché ironia e azione senza respiro sono molto presenti ma ben gestite.
  • Perché risponde a mille domande: Solo è un cognome o un soprannome? Han come ha incontrato Chewbie? Come ha trovato il Falcon? E la rotta di Kessel in 12 parsec che significa? E il blaster di Han che sembra una grossa Mauser? E gli wookie, è vero che… no, questa non posso dirvela 😛
  • C’è un cameo completamente e piacevolmente inatteso, un po’ come il buon Yoda in episodio VIII.

Dove Solo non funziona

  • L’assenza di mito (come la Forza) e il susseguirsi di furti e raggiri e blasterate rendono il film un mero esercizio di battute ed effetti speciali, pur gradevole ma che non arriva mai a farti dire “wow”. A non tutti potrebbe piacere l’assenza di filosofia e il cervello spento quindi se siete in cerca di riflessioni, stategli lontani.
  • Il ritmo è frenetico e non c’è mai spazio per una vera e propria “pausa” o un approfondimento psicologico e quindi rimane tutto superficiale.
  • Fuori dal cinema, dal surround e dal megaschermo, rischia di perdere molto; pertanto è un film che richiede un setting specifico (il cinema) per essere goduto.
  • Assenza di un cattivo degno di questo nome: i tempi di Vader e dell’Imperatore sono lontanissimi.
  • Lando è un personaggio sprecato e messo in ombra da Tobias: poco più di un co-co-coprotagonista. Non funziona nemmeno il suo droide L3.
  • Assente anche la colonna sonora, laddove Powell deve faticare non poco per sovrastare il rumore delle esplosioni, senza mai fornirci un tema che le nostre orecchie ricordino tranne quando ri-esplora i brani di John Williams.

E quindi?

In conclusione, Solo: a Star Wars story conferma il trend aperto da Rogue One, dove le Star Wars stories diventano ottimi diversivi da una saga che sa un po’ di vecchio. Solo non arriva ad essere bello e ispirato come Rogue One, ma stacca ugualmente i nuovi Ep. VII e VIII. Chi lo vedrà con poca aspettativa e voglia soltanto di passare un paio d’ore su Kessel, lo godrà. Chi cerca di più sarà deluso profondamente.

Appuntamento tra un anno e mezzo per Episodio IX, con la speranza sia una degna conclusione della saga degli Skywalker e l’apertura verso nuovi orizzonti nella galassia lontana lontana più famosa dell’universo!

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Knightfall: impressioni dopo la prima puntata (senza spoiler)

Knightfall – photo by Hollywood Reporter

Quanto ci piacciono i templari: quasi quanto a Roberto Giacobbo di Voyager. Deve aver ragionato così History Channel quando ha commissionato la mini-serie Knightfall, incentrata sulla fine dell’ordine dei cavalieri templari, dopo la loro evacuazione dalla Terra Santa.

Ieri la prima puntata: ecco le mie impressioni senza spoiler.

– The good

Prima le cose buone.

La storia della ricerca del Santo Graal, anche se abusata in tutti i media, è sempre appealing come le vicende di re Artù. Pertanto non stanca facilmente.

La ricostruzione storica in alcuni punti è buona (la presenza dei sergenti templari con tunica nera invece che bianca, ad esempio, o la ricostruzione del loro castello a Parigi, distrutto durante la rivoluzione francese) ma potrebbe decisamente andare meglio. Tuttavia all’utente medio non fregherà mai nulla di alcuni dettagli che a me suonano come le unghie sull’ardesia (vedi a fine articolo).

Il mix di romanticismo e metallo cozzante sembra ben bilanciato da una spruzzata di intrigo di corte (molto basico per ora: speriamo in meglio).

Anche qualche tocco innovativo di regia (come la telecamera “dentro l’elmo”) è apprezzabile.

– The bad

Purtroppo ciò che c’era di buono viene rovinato da alcune scelte stilistiche di regia e sceneggiatura.

La regia “speedy”

L’impressione di questa puntata pilota è la stessa che si ha quando ci portano un hamburger grattacielo con dieci strati di cibo: come farò a chiuderlo tra le mani senza che tutto schizzi fuori? La volontà di raccontare il più possibile in mezzora ha fatto sì che 4/5 della puntata sia una successione rapidissima di scene dove succede di tutto: assedi, battaglie, sesso, tradimenti, morti violente. I personaggi sono lasciati completamente in secondo piano ai loro stereotipi: il cavaliere valente che si concede qualche vizietto, il contadino volenteroso, il re tormentato da dilemmi morali, il consigliere furbetto. Tutta questa rapidità non ci consente di soffermarci su nulla ed è decisamente fastidiosa.

Didascalie, didascalie ovunque!

Ricordo sempre una scena di Balle Spaziali dove il Colonnello Nunziatella spiega a Lord Casco perché stanno dando la caccia alla principessa, e a un certo punto Rick Moranis “buca” la quarta parete chiedendo al pubblico: “è chiaro per tutti?”
Ecco, anche qui il rischio è proprio quello di spiegare senza mostrare (“show: don’t tell”, dovrebbe essere più che un mantra). I dialoghi tra Filippo il bello e De Nogaret sono l’esempio lampante e li fanno sembrare dotati della stessa profondità politica di alcuni partiti italiani: mio Dio!

La recitazione stile fiction anni ’90

Avendo così tanto da raccontare in 40 minuti, ogni inquadratura dedicata a un personaggio è di pochi istanti che non consentono immedesimazione alcuna. Il risultato è che i personaggi sono privi di spessore e gli attori risultano fuori parte, quando basta rivedere con calma la scena per capire che forse non lo sarebbero stati se supportati da maggiori pause. GoT non ha insegnato nulla?

– The ugly

Non-History Channel

tk

Ciao, io sono un templare come dovrei essere mostrato.

E no. Adesso mi arrabbio, seriamente. Perché un’emittente che nasce per trasmettere documentari storici produce una serie sui templari – di cui tra un po’ sappiamo anche l’ora in cui andavano al gabinetto – piena zeppa di falsi storici inseriti per compiacere l’immagine che il pubblico ha di questi monaci guerrieri? Bastava aprire un qualsiasi manualetto Osprey per evitarli. A partire dalla “divisa” dei cavalieri con la megacroce rossa sul torace stile bandiera inglese, errata in quanto i templari portavano una piccola “croce patente”di colore rosso sul cuore, come si vede nell’immagine a lato.

Lo scudo e lo stendardo era poi bianco e nero (v. immagine: talvolta i colori sono invertiti) e questi colori riflettono il bianco della casta dei cavalieri (nobili) e il nero che invece indossavano i sergenti (non-nobili). E almeno questa differenza nella serie viene mostrata, ma lo stendardo e gli scudi sono sbagliati.

Anche i combattimenti “di massa” sono molto stereotipati e non rendono giustizia al noto canale (che già ci aveva abituato male con quelli “ninja” di Vikings).
Perché un gruppo di templari dovrebbe caricare in formazione a cuneo (e fin qui…) una masnada di individui armati di lance SENZA CHE NESSUNO INDOSSI UN ELMO?! Capisco che il viso dell’attore dev’essere visto dal pubblico ma perché non dotarli di un elmo con nasale, dovendo proprio?

Ma anche: come fanno i mammelucchi a spostare così rapidamente dei trabucchi (le catapulte) in città per bersagliare le navi, per altro con precisione chirurgica? Che sono, droni???

Bah.

In sintesi

La prima puntata di Knightfall si prende un 6 pieno, senza meno e senza più. Attendiamo le restanti puntate per vedere come evolverà.

Smetto quando voglio – ad honorem: Sibilia firma il suo capolavoro conclusivo

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Chissà se è stato un caso che a interpretare il cattivo di questo film sia stato scelto proprio Luigi Lo Cascio, che in una famosissima scena de La meglio gioventù, riceveva da un professore il consiglio di andarsene dall’Italia e dai suoi dinosauri da distruggere.

Questa volta a essere minacciata è l’università romana La Sapienza, che Lo Cascio proverà a punire per la sua miopia nei confronti dei giovani ricercatori. La banda dei ricercatori universitari guidata dal bravissimo Edoardo Leo, arrestata nel secondo capitolo per aver confezionato delle smart drug, è l’unica speranza per catturarlo.

Sydney Sibilia, il regista trentaseienne con il nome più scritto sbagliato di sempre, gira con ironia degna delle commedie americane anni ’80 questo capitolo conclusivo assolutamente all’altezza dei due precedenti film, che di fatto costituiscono una vera e propria miniserie senza soluzione di continuità. Nonostante la strizzata d’occhio a Breaking Bad sia molto più che casuale (e nel primo capitolo una battuta lo conferma), Sibilia riesce a farne un vero e proprio spin-off comico come già Lo chiamavano Jeeg Robot poteva esserlo dei vari Avengers e simili prodotti Marvel.

Difficile non ridere ma la risata non è mai amara, anche se l’argomento è delicato. Se eccettuiamo le attrici di sesso femminile a volte un po’ sopra le righe (ma con la difficoltà di avere gli unici ruoli non comici del film), la prova attoriale è di primissimo livello: la pellicola si avvale di attori spettacolari che farebbero ridere anche gli invitati a un funerale – alcuni dei quali già apprezzati in Boris – e riesce a raccontare in maniera leggera il dramma dei ricercatori italiani. Essi sono da decenni costretti a ottenere contratti a tempo determinato, dagli stipendi ridicoli, schiacciati dai baroni e dai loro appoggi politici e in lotta tra loro per una cattedra o un finanziamento. Chi ha studiato all’università non faticherà a riconoscersi nel biologo o nel chimico che prende 1000 euro al mese per insegnare a una classe di alunni svogliati, nonostante abbia creato un progetto di ricerca all’avanguardia, o al latinista o l’archeologo in disperata ricerca di un percorso professionale adeguato al suo expertise.

Ha difetti: forse l’eccesso numerico di protagonisti, molto caratterizzati ma costretti loro malgrado ad avere uno screen-time cadauno molto contratto, e il finale decisamente scontato. C’era da aspettarselo comunque da una commedia leggera e ad ogni modo neanche a mostri sacri come Christopher Nolan viene mai contestato questo stesso fatto: perché farlo a un film comico?

Se il cinema italiano darà spazio a registi e sceneggiatori come Sibilia, c’è buona speranza che a Natale possiamo mandare in pensione i cinepanettoni per un po’ di ironia intelligente, non banale e spassosa.

Rimediate se non avete visto i primi due e corrette a vederlo!

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Ciao!

 

“Prometeo e la Svastica”, il mio nuovo racconto pubblicato su “Sarà sempre guerra”

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Prometeo e la svastica, il mio racconto fantastico ambientato durante la seconda guerra mondiale, è stato finalmente pubblicato nell’antologia “Sarà sempre guerra” (la Ponga Edizioni), curata da Gian Filippo Pizzo.

Il racconto narra del colonnello Sigenheim, ufficiale tedesco disilluso dal nazismo e dalla guerra, che guidando una spedizione di propaganda sul Caucaso fa un’incredibile scoperta che potrebbe cambiare il corso della guerra, ma produrre grandi sofferenze a un popolo.

Sarà sempre guerra” (La Ponga edizioni, 2017) è disponibile su IBS.it, Amazon.it, Mondadori, Feltrinellie altri store online.

Otto regole per un buon racconto breve

Dal blog dello scrittore G.F. Pizzo, segnalo alcuni ottimi consigli per un racconto breve, direttamente da Kurt Vonnegut:

Otto regole per scrivere un racconto breve – di Kurt Vonnegut | fantascritture – il blog di gian filippo pizzo