“Prometeo e la Svastica”, il mio nuovo racconto pubblicato su “Sarà sempre guerra”

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Prometeo e la svastica, il mio racconto fantastico ambientato durante la seconda guerra mondiale, è stato finalmente pubblicato nell’antologia “Sarà sempre guerra” (la Ponga Edizioni), curata da Gian Filippo Pizzo.

Il racconto narra del colonnello Sigenheim, ufficiale tedesco disilluso dal nazismo e dalla guerra, che guidando una spedizione di propaganda sul Caucaso fa un’incredibile scoperta che potrebbe cambiare il corso della guerra, ma produrre grandi sofferenze a un popolo.

Sarà sempre guerra” (La Ponga edizioni, 2017) è disponibile su IBS.it, Amazon.it, Mondadori, Feltrinellie altri store online.

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Otto regole per un buon racconto breve

Dal blog dello scrittore G.F. Pizzo, segnalo alcuni ottimi consigli per un racconto breve, direttamente da Kurt Vonnegut:

Otto regole per scrivere un racconto breve – di Kurt Vonnegut | fantascritture – il blog di gian filippo pizzo

Perché non dobbiamo essere tristi per lo scioglimento di Elio e le Storie Tese

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Elio, Cesareo e Faso affidano a “Le Iene” l’annuncio del loro scioglimento

Siamo tutti servi della gleba e abbiamo dentro il cuore una canzone triste… L’occhio spento, il viso di cemento: lei è il mio piccione, io il suo monumento. Queste parole risuonano immortali nella generazione cresciuta tra gli anni ’80 e ’90 dopo l’ennesimo azzerbinamento con la tipa.

Elio e le Storie Tese annunciano il loro ritiro dalle scene (sempre che sia vero, ma par di sì). Nel video-commiato, Stefano Belisari in arte Elio dice chiaramente che le nuove generazioni hanno altri punti di riferimento: youtuber, rapper, influencer… e che c’è un momento per capire che si è fuori dal tempo. D’altra parte dei tre Elii – dopo che Rocco Tanica si era già distaccato – basterebbe udire le loro età di ultracinquantenni per capire che esse li renderebbero poco adatti a un pubblico imberbe.

Grande tristezza da parte di tutti i trentenni e quarantenni, loro ultimo concerto già sold-out, decine di speciali su qualsiasi testata giornalistica (con ragione).

Vale davvero la pena di essere così tristi? Forse no. Forse basta sentire l’ultimo album per capire che la stanchezza ha raggiunto anche loro. Forse c’è un momento dove fermarsi prima di diventare squallidi, anche se si è stati per trent’anni i ministri dello squallore, volutamente. Cosa resterebbe agli Elii se continuassero – in stile Rolling Stones – a suonare tra 10 anni con dei puntelli che li reggono in piedi? Li rimpiangerebbe giusto il pubblico nostalgico che siamo noi, le generazioni X e Y, quelli che ormai hanno figli e mutuo, rimasti con pochi capelli e col dubbio di non raggiungere mai la pensione.

Largo ai giovani, sembrano dire. In un paese dove non si ha mai il coraggio di “mollare la poltrona”, la loro scelta è quantomai onesta.

Nessuno, va detto, ha mai raccolto la loro eredità di gruppo apparentemente trash-demenziale ma con grande attenzione alla musica e al sottotesto delle canzoni. Caratteristiche che li hanno fatti diventare idoli dei nerd per alcuni aspetti (essendo cantori degli sfigati duedipicchizzati e bullizzati alla festa delle medie) ma pure dei tizi che in gita si sedevano in fondo al pullman per far casino (nel tripudio di figa e sfacimm‘ dei loro brani). Questo è forse il peccato più grande.

Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Per cui via le bruschette dall’occhio, ringraziamo Elio e le Storie Tese per tutte le massime che ci hanno regalato e prepariamoci: volete che non ci sia qualche bella “reunion” futura?

Il video virale di Intesa San Paolo ci sta insegnando molto, a scapito della vittima

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Solo alcune parole sulla vicenda del video di una filiale di Intesa San Paolo che è sfuggito alle maglie interne dell’azienda scatenando uno shitstorm di proporzioni epocali sulla banca e sulla povera direttrice.

Cos’è successo

L’azienda di cui sopra organizza un contest interno per video “motivazionali” su quanto è bello lavorare in essa: lo fanno molte aziende. Qualcuno condivide all’esterno un video particolarmente imbarazzante, quasi fantozziano, di una direttrice decisamente troppo aziendalista che inventa anche un jingle per esprimere il suo entusiasmo. I leoni da tastiera subito ruggiscono e iniziano a prenderla in giro, fanno battute a sfondo sessuale, minacciano di cambiare banca, mentre una sparuta minoranza bolla il tutto come “simpatico”.

Imbarazzante silenzio da parte della banca, cancellazione da FB della direttrice, intervento goffo dei sindacati, sdoganamento di Selvaggia Lucarelli e di tutti i crociati anti-bullismo. Tutto in un giorno solo.

Cosa apprendiamo

Qualcuno però, in questa vicenda, si è dimenticato tante cose su come funziona il web, ed è ecco quello che possiamo imparare da questo episodio:

  1. Tutto ciò che è digitale e viene condiviso almeno una volta, prima o poi finirà nelle mani sbagliate. Non importa che sia marcato come “ad uso interno”: nel momento in cui siamo in due a saperlo, un segreto non è più tale. Il cellulare è un’arma con proiettili infiniti.
  2. Le aziende più sagge sanno che non si motivano i dipendenti spingendoli a dire “quant’è bello lavorare qui” ma gratificandoli con premi, riconoscimenti e creando un bell’ambiente di lavoro. Magari allontanando le personalità tossiche. Tutto il resto è la “coppa Cobram” di Fantozzi: può diventare umiliante in un secondo. Troppo aziendalismo fa male, e molte compagnie per fortuna lo han capito.
  3. Come una testata giornalistica può venire accusata di diffamazione e concretamente condannata, ciò deve valere anche per il singolo utente. E’ arrivato il momento di capire che il mondo è cambiato e i social sono vere e proprie piazze pubbliche dove non si può fare tutto ciò che passa per la testa.
  4. Dovremmo iniziare a insegnare maggiormente l’educazione civica nelle scuole, insegnando anche la gestione saggia dei mezzi di comunicazione di massa. La mancata riflessione prima del tasto “condividi” è causa di molti problemi, come nel caso della povera direttrice.

In tutto questo, dispiace vedere l’ingenuità della direttrice di filiale, che di certo non pensava di attirare tutte queste attenzioni. E non le meritava.

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A presto!

Dunkirk: perché tutti dovrebbero vederlo

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Non c’è rischio spoiler, tranquilli.

Forcaioli che amano salutare col braccio teso o il pugno chiuso, invocando dittatori passati e presenti e auspicando la riapertura di lager e gulag, dovrebbero davvero sedersi in sala e guardare Dunkirk, se non altro per ricordare quanto il totalitarismo novecentesco abbia punito le stesse persone che l’hanno sostenuto: le masse. Proprio loro sono le star di questo film che racconta semplici storie di soldati e civili: i molti, vittime dell’idiozia dei pochi.

Siamo all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e Francia e Inghilterra hanno dichiarato guerra alla Germania nazista. Dunkirk narra dell’evacuazione avvenuta nel 1940, quanto le truppe di Hitler, spazzando via quelle francesi durante il blitzkrieg, spinsero in ritirata verso il mare il corpo di spedizione britannico, intrappolandolo sulla spiaggia francese di Dunkerque: erano in 400.000 ad attendere il rimpatrio, reso complicato dal martellante attacco della Luftwaffe tedesca, con i suoi bombardieri in picchiata Stuka, il cui caratteristico suono (la “tromba di Gerico”) è riprodotto fedelmente nel film.

Il film di Cristopher Nolan narra tre storie: quella di due piloti della RAF britannica impegnati a respingere gli aerei tedeschi, la storia di alcuni soldati highlanders che attendono l’evacuazione e quella di un gruppo di civili che, con la loro barca, salpano dall’Inghilterra per aiutare il rimpatrio (evento realmente accaduto).

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Soldati inglesi si lanciano a terra per sfuggire a un bombardamento (foto di The Sun)

Nolan gira il film in tre livelli temporali che si intrecciano – a volte bene, a volte meno – a raccontare sostanzialmente eroismi e viltà: storie di uomini costretti a combattere per motivi mai gloriosi o epici e solo per difendere altri o se stessi. La colonna sonora di Hans Zimmer – una sicurezza – è così amalgamata con le mitragliate, le bombe, l’acqua che invade le sentine, da risultare un effetto sonoro incalzante (usando la tecnica dello shepard tone). Ma quello che convince più di tutto è l’umanità dei personaggi, i loro espedienti per restare in vita e il coraggio di chi è costretto a lottare suo malgrado.

Ogni insegnante che affronti la Seconda Guerra Mondiale dovrebbe mostrare Dunkirk (ma pure Stalingrad e altri film) ai suoi alunni. Ogni nostalgico dovrebbe ricordare che, se tornassero certe figure, sulla prossima spiaggia in attesa della nave che lo riporti a casa, ci potrebbe finire lui o suo figlio.

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A presto e andate a vedere Dunkirk!

L’ascesa del bomberismo social. Ma che cos’è?

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Non vedo, non sento, non parlo ma soprattutto non penso!

Vai pazzo per le foto di Sesso droga e pastorizia? Per i video-degrado di Welcome to Favelas? Per i meme di Non sono bello ma spaccio? Allora anche tu stai apprezzando l’ondata del fenomeno culturale chiamato “bomberismo“. Cerchiamo di capire cos’è.

La definizione

Cerchiamo intanto di farci un’idea con la definizione di Treccani.it:
Bomberismo s. m. (iron.) Derivato dal s. m. bomber (‘calciatore che segna molti gol, cannoniere’) con l’aggiunta del suffisso -ismo. Atteggiamento sessista e xenofobo, basato su una visione semplificata, acritica e rozza della realtà, che prende a modello i comportamenti di alcuni noti personaggi del mondo dello sport e trova sfogo nei siti di relazione sociale in Rete […] ammantati da livelli incerti di ironia e animati dall’esaltazione della vita “ignorante”, della “provincia”, del “bomber vero” e del concetto travisato di “degrado.” (Vincenzo Marino, Vice.com, 9 marzo 2017; Internet)
Altre caratteristiche sono:
[…] disprezzo per ogni pensiero minimamente elaborato, definito con disprezzo “intellettuale”, la misoginia rozza e violenta espressa con ostentazione attraverso la propria presunta ipersessualità predatoria, l’odio accecante per ogni categoria che il pensiero “politicamente corretto” indebitamente salvaguarderebbe, come rom, omosessuali, stranieri, “gente di sinistra”, giornalisti prezzolati ecc. (Gianluca Nicoletti, Stampa.it, 13 marzo 2017, Costume).

La discussione

Siamo tutti un po’ bomber?

Diciamo la verità: chi di noi davanti alla seconda media chiara non ha iniziato a sproloquiare sul governo ladro, sulle donne che non si concedono, sul vu cumprà insistente, con frasi che, estrapolate dal contesto, avrebbero fatto applaudire anche Goebbels?

Molte delle persone che ridono e condividono meme e video in questione sono esseri capaci di discernere la realtà dall’ironia, allo stesso modo in cui i tifosi (normali) si insultano alla domenica e poi al lunedì si torna amici come prima. In questo senso, il bomberismo scherzoso è perfettamente accettabile, quello da “trattore in tangenziale”, per dire. Quest’ironia alla fine ci piace ed esattamente come accadeva per Fantozzi: ci fa sentire meno sfigati.

I veri bomberisti

Poi esiste la categoria dei frustrati nostalgici che in queste cose ci crede davvero e, mentre obbedisce come Fido alla moglie come nel famoso sketch di Raul Cremona, apprezza i topic sessisti  o si abbandona al razzismo più becero. Il vero bomberista usa queste pagine come sfogo per la sua frustrazione repressa ed è lo stesso individuo dal pensiero semplificato che è nel suo habitat davanti a briscola e bianchino a fissare la gazzetta – l’unica cosa che ha letto negli ultimi 35 anni. Costoro sono quelli realmente convinti che studiare non serva, che esista l’università della vita, che il lavoro manuale sia l’unico nobilitante (anzi: meglio fregare il ricco sapiente, quando gli si fanno i lavori in casa) e che se si tornasse all’età della pietra dove l’ommo ha da puzzà e trascina la donna per i capelli, sarebbe meglio.

Una minoranza, purtroppo influente, è quella dei ricconi cafoni che vogliono dimostrarci che non serve essere “studiati” per guadagnare milioni, diversamente dall’aristocrazia del passato che opprimeva la plebaglia ma per distinguersi si iperacculturava, fino al mecenatismo. Ed ecco che il calciatore, il”bomber” o “cannoniere”, coi suoi piedi fatati, con la sua terza media e circondato da modelle, diventa per forza l’idolo da seguire e che dà il nome al fenomeno. Se il bomberismo è una religione, costoro sono i cardinali.

E le miliardarie che intasano Instagram con le loro chiappe, sono la prova che il fenomeno non conosce sesso o nazione.

I problemi reali del bomberismo

La violazione dei diritti altrui

Vero è che talvolta i contenuti di alcune pagine sono pesanti. Violano privacy e dignità delle persone filmate (tossicodipendenti in overdose, prostitute prese in giro, gente pestata a sangue, malati psichiatrici che urlano sull’autobus), mascherandoli come “segnaliamo il degrado”: ovviamente il bomberismo ama prendersela con le categorie deboli e su questo bisognerebbe che i social facessero molta più vigilanza (sì: anche quelli di messaggistica come Whatsapp o Telegram).

Anche noi che guardiamo i contenuti, quando la privacy non è protetta, siamo colpevoli. Se la povera Tiziana Cantone è caduta vittima dello slut-shaming (che andrebbe punito come lo stupro), è anche per colpa di chi non ha saputo cancellare quel video una volta ricevuto (e filmarlo è stato ugualmente un grosso errore). In questo, il reato virtuale non è tanto peggio di un’aggressione fisica e non vale mai la giustificazione del “tanto io quella non la conosco”.

“Ignorante è bello”

C’è in effetti un altro campanello d’allarme: il trionfo dell’ignoranza come modello di vita che sta insidiando il mondo della scienza e della cultura.

Ne sono un esempio i movimenti anti-vax, i terrapiattisti, gli scie-chimicari e altri movimenti complottisti ascientifici formati in gran parte da persone illetterate, che manifestano il loro odio per l’élite culturale, mettendo in dubbio certezze secolari.

Spesso anche il bomberista prende in giro il complottista, per un semplice motivo: il complottista tenta la strada della cultura facile priva di studi, mentre il bomberista rinnega la sapienza del tutto. Ma i due sono le facce della stessa medaglia: quella dell’ignoranza dittatoriale, appunto.

Questo fenomeno è parente del bomberismo ed è il risultato di mettere a disposizione la cultura spicciola di internet senza il faro guida dell’istruzione che insegni a discuterla (e mi spiace dire che la scuola, in questo, ha fallito di lungo). Per di più, qui esistono veri e propri pastori di complottisti: pseudoscienziati derisi dalla comunità medica, avvocati ricorsisti che vogliono clienti, soubrette in calo di popolarità che cercano di plagiare un’audience mentalmente insicura. L’ignoranza è il modo migliore per controllare le persone.

Cosa fare con le pagine bomber?

L’ironia e la satira sono necessità (“castigare ridendo mores”) e vietarle è sempre stato nel primo capitolo del Manuale del Dittatore. Il proibizionismo porta sempre alla reazione contraria.

Tuttavia, permettere la denigrazione gratuita non è ugualmente accettabile e auspico che il caro Zuckerberg e tutti coloro che ci forniscono questi ottimi strumenti di comunicazione, investano pesantemente in un controllo dei meccanismi più malsani e lesivi della dignità del prossimo.

Saluti!

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Secondo posto al Premio G. Viviani

Carissimi, un altro aggiornamento letterario.

Tempo fa ho partecipato alla prima edizione del Premio Gianfranco Viviani per racconti fantasy (col patrocinio di World SF Italia), con il mio racconto “La strega dei pozzi“. Si tratta di un racconto ambientato nella Val d’Aveto di metà 1200, in cui un gruppo di cavalieri ospitalieri e templari va a caccia di una strega che si è insediata in alcune case arroccate. La strega sembra aver rapito uno di loro e di essere responsabile di molti malanni della valle.

Alcuni giorni fa, a San Marino, si è tenuta la serata di gala nella quale è stato annunciato che il mio racconto è risultato vincitore, secondo posto a pari merito con Oskar Felix drago, su 33 racconti partecipanti.

La cosa mi fa doppiamente piacere, anche perché Oskar (che cito spesso nei miei post) è stata la persona che mi ha introdotto al mondo dei racconti e in generale della letteratura su carta.
Vincitrice del premio, alla quale faccio i miei complimenti, è risultata Monica Serra.

Ci è stato preannunciato che i racconti vincitori saranno pubblicati in un’antologia a cura de Il Cerchio, della quale spero di darvi presto notizia.

Vi ricordo anche che sabato 9 settembre 2017, nell’ambito del Bordighera Book Festival, io e gli altri autori vincitori vi aspettiamo alle 19.00 presso il Bar Milleluci per la presentazione del premio letterario Racconti liguri 2017 e dell’antologia omonima che uscirà a cura di Historica Edizioni.

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Ciao a tutti! 🙂