Blade Runner 2049: com’è andata?

br2049.jpgEsce in questi giorni Blade Runner 2049, sequel del capolavoro del 1982. Ecco una recensione senza rischio di spoiler (sono in fondo dopo un avviso).

Blade Runner 2049: si doveva fare?

La risposta ovviamente è no. BR2049 non era proprio necessario farlo ma il risultato non è malaccio. Finite le estenuanti 2 ore e mezza di film, a caldo, si esce pensando che poteva andare mooolto peggio. Guardando questo nuovo BR si ha la sensazione che un franchise che era nato per un singolo film (pur con finale aperto) sia stato riesumato a tutti i costi per fini commerciali. C’è da dire che la pellicola è un noir fantascientifico puro: grandi silenzi, grande fotografia, uso degli effetti speciali ragionato, attenzione all’ambientazione più che alla trama.

A parte la fotografia molto d’impatto, BR2049 espande notevolmente il filone narrativo del suo genitore classe anni ’80 senza tradirlo. I telefoni pubblici invece dei cellulari, la pubblicità fastidiosamente presente per strada, l’integrazione con la tecnologia digitale (a malapena emergente negli anni ’80) e che rende il personaggio di Joi il più interessante del film. Non sfocia mai nel “reboot” ma si comporta sempre da vero sequel preferendo innovare che “rilanciare”.

Ha difetti? Certo.

Il film è decisamente troppo lungo: molte le scene sacrificabili. La trama è solo in parte filosofica e più simile all’altro capolavoro fantascientifico: Matrix. Deckard non “serve a molto” ed è infilato a forza dentro. Sulla recitazione di Harrison Ford, ormai egli non sembra più capace di interpretare null’altro che il vecchietto inacidito ma ancora in grado di lottare. In BR2049 si fatica a distinguerlo da Han Solo o Indiana Jones: questo ci fa gridare “largo ai giovani” a pieni polmoni, come quando assistiamo a sforzate interpretazioni di Dustin Hoffman ne “I Medici” o un poco ispirato Robert De Niro da “Stardust” in poi.

Sono tanti i personaggi che potrebbero essere sostituiti senza gran rimpianto: Jared Leto appare poco ed è fin troppo stereotipato, la sua “assistente” Luv non ha il carisma necessario per sostenere il ruolo dell’antagonista. Robin Wright è usata malamente e l’unico personaggio con il quale si riesce a simpatizzare è Joi, la fidanzata di K, fin troppo perfetta (volutamente: se vedrete il film capirete).

Ah già: parliamo di K. Ryan Gosling, l’agente Blade Runner che dà la caccia ai replicanti, è suo malgrado costretto a un “one man show” per tre ore, che egli interpreta strappando la sufficienza, essendo volutamente inespressivo.

La colonna sonora? Il primo capitolo fu indimenticabile per l’apporto di Vangelis. Qui ritroviamo Hans Zimmer e un suo adepto che riprendono le vecchie sonorità e le mixano unendole alle immagini, senza mai creare però un tema “orecchiabile” e che venga ricordato efficacemente. Eppur funziona.

Insomma: BR2049 potrebbe convincervi, se sopporterete la sua lunghezza! Prima di lasciarvi agli spoiler, come sempre potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

E adesso un po’ di considerazioni spoilerose da leggere solo DOPO aver visto il film!

ATTENZIONE Spoiler!!!

Quando mi sono seduto in sala, mi sono chiesto se l’effetto sfiga dovuto alla presenza di Harrison Ford avrebbe distrutto questo film com’è avvenuto per Indiana Jones 4 e Star Wars 7. Non è stato così: il ruolo di Deckard è stato poco utile ma “integrativo” alla vicenda e per nulla gettante ombra su quello dell’agente K. L’idea di rendere Rachel un replicante molto speciale perché capace di avere figli ha un suo ottimo perché: abbatte l’ultima delle barriere tra umani e replicanti ed è una innovazione piuttosto originale. Meno quando la vediamo risorta in digitale nel quartier generale di Wallace e Deckard la riconosce per via degli occhi: questa strizzata d’occhio al vecchio BR, un po’ come l’interrogatorio inutile di Gaff, è fin troppo copincollata lì per essere adeguatamente amalgamata al film.

La presenza dei “ribelli” pro-replicanti invece non mi è piaciuta: troppo lasciata in sordina per un nuovo film. Bello il concetto di clima planetario completamente sconvolto: dalla Las Vegas radioattiva alla neve del finale…

E K? La sua malinconia ci accompagna durante tutto il film: vediamo la sua speranza di essere speciale, il suo bisogno di dimostrare a se stesso che è unico, come gli ricorda Joi. Lei è artificiale come lui, in senso diverso, ma pronta a sacrificarsi per aiutarlo. In questo senso è stata davvero ben costruita dalla Wallace Corp: è la fidanzata che vorremmo avere tutti. Sexy, mai invadente a parte piccoli piacevoli colpi di gelosia, comprensiva, complice. Troppo “perfetta” per essere umana.

La delusione quando K scopre di non essere lui il figlio di Deckard è davvero amara. Ma il suo sorriso finale mentre spira (???) sugli scalini, che riprende il sacro monologo di Rutger Hauer, restituisce nobiltà alla sua figura. Invece che lacrime nella pioggia, stavolta è un sorriso nella neve.

Ragazzi, insomma: poteva andare peggio. Insieme a Mad Max, uno dei pochi sequel che vale la pena di vedere.

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Dunkirk: perché tutti dovrebbero vederlo

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Non c’è rischio spoiler, tranquilli.

Forcaioli che amano salutare col braccio teso o il pugno chiuso, invocando dittatori passati e presenti e auspicando la riapertura di lager e gulag, dovrebbero davvero sedersi in sala e guardare Dunkirk, se non altro per ricordare quanto il totalitarismo novecentesco abbia punito le stesse persone che l’hanno sostenuto: le masse. Proprio loro sono le star di questo film che racconta semplici storie di soldati e civili: i molti, vittime dell’idiozia dei pochi.

Siamo all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e Francia e Inghilterra hanno dichiarato guerra alla Germania nazista. Dunkirk narra dell’evacuazione avvenuta nel 1940, quanto le truppe di Hitler, spazzando via quelle francesi durante il blitzkrieg, spinsero in ritirata verso il mare il corpo di spedizione britannico, intrappolandolo sulla spiaggia francese di Dunkerque: erano in 400.000 ad attendere il rimpatrio, reso complicato dal martellante attacco della Luftwaffe tedesca, con i suoi bombardieri in picchiata Stuka, il cui caratteristico suono (la “tromba di Gerico”) è riprodotto fedelmente nel film.

Il film di Cristopher Nolan narra tre storie: quella di due piloti della RAF britannica impegnati a respingere gli aerei tedeschi, la storia di alcuni soldati highlanders che attendono l’evacuazione e quella di un gruppo di civili che, con la loro barca, salpano dall’Inghilterra per aiutare il rimpatrio (evento realmente accaduto).

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Soldati inglesi si lanciano a terra per sfuggire a un bombardamento (foto di The Sun)

Nolan gira il film in tre livelli temporali che si intrecciano – a volte bene, a volte meno – a raccontare sostanzialmente eroismi e viltà: storie di uomini costretti a combattere per motivi mai gloriosi o epici e solo per difendere altri o se stessi. La colonna sonora di Hans Zimmer – una sicurezza – è così amalgamata con le mitragliate, le bombe, l’acqua che invade le sentine, da risultare un effetto sonoro incalzante (usando la tecnica dello shepard tone). Ma quello che convince più di tutto è l’umanità dei personaggi, i loro espedienti per restare in vita e il coraggio di chi è costretto a lottare suo malgrado.

Ogni insegnante che affronti la Seconda Guerra Mondiale dovrebbe mostrare Dunkirk (ma pure Stalingrad e altri film) ai suoi alunni. Ogni nostalgico dovrebbe ricordare che, se tornassero certe figure, sulla prossima spiaggia in attesa della nave che lo riporti a casa, ci potrebbe finire lui o suo figlio.

Vi saluto ricordandovi che potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com, o seguirmi anche su Instagram

A presto e andate a vedere Dunkirk!

Evviva Hans Zimmer, che ha trasformato le colonne sonore in un concerto rock

HansZimmerTours2017-LiveNon è stato il primo, Hans Zimmer, a giocare con sonorità diverse e strumenti musicali non canonicamente classici: ricordiamo Ennio Morricone che utilizzò scacciapensieri e fischiettii per i western di S. Leone.

Autore delle colonne sonore più celebri degli ultimi vent’anni (Il Re Leone, Il Gladiatore, Pirati dei Caraibi, Inception, la trilogia di Batman e Interstellar, per citare solo alcune delle più di 150 prodotte), nell’unica data italiana del suo tour HANS ZIMMER LIVE, ad Assago, il musicista ha detto di “aver paura del pubblico”. Eppure ha impugnato il banjo e la chitarra, si è seduto al piano, ha salutato quasi ogni musicista presente, dimostrando di non essere soltanto un “direttore d’orchestra”.

E ha fatto di più, Zimmer: è riuscito a spettacolarizzare il genere delle colonne sonore realizzando un “World Tour” dove strumenti musicali sacri, archi e ottoni, si mischiano con chitarre elettriche, strani tamburi, mixer coi bassi sparati a palla e il suo inconfondibile “Braaaam!” sparato dentro il timpano come nemmeno un gruppo metal. E infine ha calato il poker, il caro compositore di Francoforte sul Meno, ormai residente a Los Angeles: si è avvalso di un tecnico luci fenomenale per organizzare uno spettacolare concerto con effetti luminosi, attorniato da musicisti pazzeschi tra cui spicca la violoncellista “pop” Tina Guo, che come l’ottima Lindsey Stirling si esibisce spesso in temi cari ai nerd (Skyrim, Zelda, Game of Thrones), aggiungendo un’estasi erotica nell’abbracciare il suo strumento che la fa diventare spettacolo nello spettacolo.

Ecco un esempio da YT di uno dei momenti più spettacolari, ovvero Batman:

Un trionfo, un concerto che nelle prossime edizioni mi sento di raccomandarvi a ogni costo.

Qui la lista dei brani, elaborata da setlist.fm:

  • Intro Medley
    Driving (Miss Daisy)
    Discombobulate (Sherlock Holmes)
    Rescue Me / Zoosters Breakout (rearrangement)
  • Crimson Angels Medley
    Roll Tide (Crimson Tide)
    160 BPM (Angels & Demons)
  • Gladiator Medley
    The Wheat (with Czarina Russell)
    The Battle (with Czarina Russell)
    Now We Are Free (with Czarina Russell)
  • The Da Vinci Code
    Chevaliers de Sangreal
  • The Lion King Medley
    Circle of Life Intro (with Lebo M)
    King of Pride Rock (with Lebo M) (Shorter version)
    This Land (with Lebo M)
    Circle of Life Reprise
  • Pirates of the Caribbean Medley
    Jack Sparrow
    Marry Me
    He’s a Pirate (Klaus Badelt cover)
  • Intermission
  • True Romance
    You’re So Cool
  • Rain Man
    Rain Man Theme (piano solo excerpt)
  • Thelma & Louise
    Thunderbird
  • Superheroes Medley
    What Are You Going to Do When You Are Not Saving the World? (Man of Steel)
    Is She With You? (Batman vs. Superman, Wonder Woman)
    The Electro Suite (The Amazing Spider-Man 2)
  • The Thin Red Line
    Journey to the Line
  • The Dark Knight Medley
    Why So Serious / Like a Dog Chasing Cars / Why Do We Fall?
    Fear Will Find You / The Fire Rises / Gotham’s Reckoning
  • Aurora
    (The End, + speech about the Aurora tragedy)
  • Interstellar Medley
    Day One
    No Time for Caution
    Stay
  • Encore – Inception Medley
    Half Remembered Dream
    Dream Is Collapsing
    Mombasa
    Time

Con questo vi saluto e viva Hans Zimmer! 🙂

Rogue One: Star Wars come andrebbe sempre fatto

roSono uno dei tanti delusi da Episodio VII e da J.J. Abrams, come lo ero da Lucas dopo i prequel. Credevo che ormai Star Wars sarebbe stato relegato a macchina mangiasoldi basata sul merchandising e sul martellamento asfissiante in stile disneyano, come accadde per Frozen. E poi arriva lui, Gareth Edwards, che realizza uno spin-off su cui nessuno avrebbe puntato due lire e che arriva a superare addirittura la saga originale. Questo è Rogue One: a Star Wars story, appena visto con entusiasmo. Ecco un’analisi spicciola del film CON SPOILER.

HIC SUNT SPOILER! Non oltrepassate questa riga se non avete ancora visto il film! 

I primati del film

Possiamo dire che RO è il film dei primati: è il secondo film senza supervisione di Lucas, il primo a non usare il titolone Star Wars e i caratteri a scorrimento inclinato, il primo senza John Williams a dirigerne la colonna sonora (con un Michael Giacchino che però riesce a difendersi), il primo SW a usare attori resuscitati e ringiovaniti digitalmente, il primo a non essere incentrato sulla famiglia Skywalker. Con tutte queste premesse, molti lo considerano “il migliore dei fanfilm di Star Wars” come Dark Resurrection o simili. Hanno ragione a metà: perché Rogue One è Star Wars come doveva essere nel 21° secolo: il terzo secolo in cui esiste il cinema.

Bentornati nelle guerre del ‘900

Ciò che colpisce di Rogue One è come i conflitti bellici dal ’39 al 2011 siano raggruppati tutti insieme. I soldati ribelli portano elmetti M1 simili a quelli americani durante la guerra del Vietnam o le campagne del Pacifico, ma all’interno dell’Alleanza Ribelle, considerata buona oltre ogni dubbio nella trilogia originale, finalmente scopriamo che esistono degli estremisti operanti in una sorta di Gerusalemme Stellare (Jedha); sono vestiti con turbanti e compiono spietati attentati contro gli occupanti imperiali. E per la prima volta negli 8 film di Star Wars sentiamo un imperiale chiamarli “terroristi”.

La seconda cosa che possiamo notare è che anche i Ribelli meno estremisti non sono tutti degli stinchi di santo. Cassian uccide a sangue freddo un informatore a mezz’ora dall’inizio del film e arriva quasi a impallinare il padre di Jyn. Finalmente anche l’Alleanza Ribelle viene esplorata a tutto tondo rinunciando a irrealistici manicheismi.

Quando un attore morto può schiacciare attori vivi

Il vero supercattivo del film non è Krennic, il direttore vestito di bianco: è la resurrezione digitale del Governatore Tarkin a regalarci il vero antagonista, il burattinaio dietro le quinte, il politico spietato così sicuro di sé da essere crudele ma mai arrabbiato. La scomparsa di Peter Cushing che lo interpretò nel ’77 non ha scoraggiato gli sceneggiatori e sebbene la grafica 3D non sia per niente perfetta (sia lui che Leila sembravano due bambolotti), è lodevole lo stesso il tentativo. Krennic, d’altro canto, non sembra che una versione vecchia di Hux e Kylo Ren: frustrato e con meno sfuriate violente.

Una passata di George Martin

E’ lodevole anche che, alla fine di Rogue One, ci sia un tasso di mortalità alla Game of Thrones e rimangano in vita giusto Darth Vader e Tarkin, il primo dei quali impegnato in una bellissima strage-laser che finalmente appaga i fan del cattivo in armatura nera più iconico di sempre. Tecnica forse figlia della moderna sceneggiatura che vuole i buoni vulnerabili e a rischio di decesso, oltre a scongiurare fastidiosi spin-off dello spin-off. Almeno RO si apre e chiude tra i titoli di testa e quelli di coda. E così sia. Anche la possibile storia di amore è appena appena abbozzata, senza nemmeno un bacio.

I suoi difetti

  1. L’assenza di carisma dei buoni: nessuno è delineato bene, nessuno indimenticabile, a parte forse Cirrus, il monaco cieco.
  2. Buchetti narrativi: il team che parte nella missione suicida, ad esempio, ci mette 30 secondi a convincersi, neanche avessero un interruttore.
  3. Troppa, troppa computer-grafica.
  4. Alcune parti da stringere (Jedha e la ricerca dell’hard disk nell’archivio).

Cosa mi lascia di buono

  1. La voglia di vedere altre “Star Wars Stories” che vadano oltre la telenovela degli Skywalkers che, dopo 40 anni, puzza di vecchio.
  2. La voglia di esplorare il lato oscuro, non della Forza, ma dei buoni.
  3. La connessione con Episodio IV, quasi perfetta.
  4. La Corvetta Hammerhead: l’ignoranza nell’epoca dei laser.
  5. I cameo dei “grandi” come R2 e 3PO, ma anche i piccoli come i capisquadriglia ribelli.

Un ultimo pensiero: ho visto Rogue One il giorno della morte di Carrie Fisher. Rivederla, giovane, nell’ultima scena, mi è valsa una doppia emozione.

Grazie a questo film, ho nuovamente fatto pace con Star Wars.

Il trailer di “ROGUE ONE: A STAR WARS STORY” su YouTube

Un trailer assolutamente interessante di Rogue One, il prossimo film di Star Wars che esce questo Natale. E che non avrà uno Skywalker come protagonista!!

Trailer notevole, molto dark, che potrebbe farci dimenticare la delusione di Episodio VII…
Che ne dite?

Post-apocalisse: il fascino della decadenza che ci attira

Bird, Città, Merlo, Silhouette, Sun, Al Tramonto

Quello del post-apocalittico è un genere che non passa mai di moda. Sono ormai centinaia le produzioni di TV, cinema e videogiochi (e arrivano anche gli eventi “a tema”) che ipotizzano la fine del mondo come una lenta agonia innescata da un evento catastrofico.

Perché sentiamo il bisogno di immaginare che la razza umana venga distrutta, massacrata, infettata, invasa da alieni e quant’altro?

Perché ci piace immaginare l’apocalisse?

Tale evento, la “fine del mondo” ovviamente esisteva in precedenza soltanto nell’immaginario religioso. Nella volontà di immaginare “cosa provi Dio”, il processo creativo esplora l’eventualità della fine di tutto, spogliandola dall’aspetto religioso per riconsegnarla al materialismo. Perché amiamo questa visione decadente?

  1. In parte perché l’uomo teme se stesso, più di quanto non tema la natura, ma al contempo è un animale sociale. L’uomo ha paura dell’esercizio simil-divino e senza controllo del suo potere (ad esempio con le armi atomiche e in generale con la scienza). La sempre maggiore consapevolezza del martirio che stiamo infliggendo al pianeta, aiuta a immaginarne la distruzione.
  2. La socialità ha imposto regolamenti non sempre facili da rispettare e che sotto sotto vorremmo potere infrangere senza sentirci immorali. Ecco che gli artisti ci fanno immaginare cosa succederebbe al loro tracollo, quasi desiderandolo per riportarci da semplici cittadini in giudici e carnefici arbitrari. Avete mai desiderato spaccare la faccia a qualcuno che vi ha fatto un torto? In un mondo senza regole potreste. E una parte selvaggia, dentro di noi, lo vorrebbe.
  3. La nostra società non è più abituata alla violenza fisica e l’ha relegata nei media. Quindi essi sono diventati un motivo di sfogo di pulsioni che una volta si esplicitavano nel lavoro maggiormente fisico o nel conflitto bellico. L’uomo medio in poltrona deve sfogare la sua rabbia e lo fa più che altro nei giochi e nei film, perché “non rischia nulla”.
  4. Anche la sfiducia nelle istituzioni, oltre che nel comportamento umano, è quella che, dopo la seconda guerra mondiale, ha fatto precipitare gli artisti nella creazione pessimistica dell’apocalisse. Ecco che nel genere post-apocalittico c’è sempre un po’ di distopia, come brillantemente raccontato ne I figli degli uomini o in Half Life.

Queste sono ovviamente le mie spiegazioni: non sono un filosofo ma un semplice utilizzatore del medium che si sta facendo due ragionamenti. 🙂

E ora, vediamo i sotto-generi che compongo questo tema:

  • Gli zombie

Zombie, Non Morti, Mostro, Horror, Donna, FemminaUno dei più amati è il genere “apocalisse zombie“, attingendo a piene mani da quello che potrebbe essere un po’ il suo capostipite: “La notte dei morti viventi” di Romero, girata alla fine degli anni ’60. Il genere si caratterizza per un evento, spesso un’infezione, che porta gli esseri umani a diventare mostruosi e privi di controllo oppure a resuscitare una volta morti. Il denominatore comune è che la società viene sovvertita e si dimostra incapace di contenere l’infezione/fenomeno.
L’apocalisse zombie è stato esplorato in lungo e in largo nel cinema, pensiamo a 28 giorni dopo o Io sono leggenda, ed è anche molto amato nel mondo dei videogiochi: come non citare la saga di Resident Evil, primo vero survival horror conosciuto dalla massa, Left 4 dead o il recente The last of us, splendida esclusiva Playstation dove è un fungo ad infettare la popolazione.

Gli zombie, esplorati anche dal punto di vista sentimentale in Warm bodies, sono forse il genere più amato in questo periodo: mostrano più di tutti l’idea di cambiamento che l’uomo dovrebbe fare se attaccato da un male superiore, ipotizzando un mondo diviso in due tra i “lupi” che saccheggiano e uccidono i viventi per sopravvivere e coloro che tentano di preservare la loro umanità. E’ questo dualismo che ha reso la serie di The Walking Dead la più interessante degli ultimi anni: realismo, personaggi caratterizzati, colpi di scena e morti dei protagonisti come solo Game of Thrones ci aveva abituati, sono la ricetta del successo di questa serie.

  • Il post-atomico/bellico

Esplosione Nucleare, Nuvola A Fungo, Bomba AtomicaIl celebre “olocausto nucleare” è stato molto amato negli anni ’80, ha vissuto un certo declino negli anni successivi e poi è tornato in auge negli anni 2000. La parabola è perfettamente riassunta nei film dalla saga di Mad Max, che lanciò Mel Gibson e ispirò il capolavoro Ken il Guerriero nel mondo dei manga, e il suo recentissimo reboot Mad Max: Fury Road, unico reboot ben riuscito degli ultimi tempi. E come non citare la saga di Terminator, in bilico tra il mondo odierno e uno distrutto dalle macchine. Tra i videogiochi sarebbe un crimine non citare la saga di Fallout, capolavoro indiscusso del genere, passato da uno strategico a turni a un FPS di ruolo. Tornando ai manga, anche Nausicaa della Valle del Vento è assolutamente da citare, creato dal mitico Studio Ghibli.

Nel post-atomico l’umanità spesso torna a livelli tecnologicamente paragonabili ad un “medioevo con automobili”, dove i sopravvissuti combattono l’ostilità del pianeta, depauperato dalle sue risorse. Questo genere condivide la lotta tra sopravvissuti di alcuni media del genere “zombie”, ma introduce spesso anche animali e piante mutati per colpa delle radiazioni e quindi elementi generalmente più fantastici.

  • Gli alieni e le Macchine

Per le invasioni aliene, genere meno fortunato e più fracassone, i titoli degni di nota sono La guerra dei mondi per il genere cinematografico e Half Life 2, capolavoro indiscusso per quello ludico. Se fossero le macchine a ribellarsi e distruggere l’uomo, non possiamo non citare il capolavoro videoludico Mass Effect (dove l’invasione è operata da macchine aliene venute dallo spazio profondo) e le saghe cinematografiche di Terminator e Matrix.

L’umanità, in genere, si coalizza contro la minaccia in questa variante post-apocalittica, caratterizzata in genere dalla creazione di una “resistenza” simil-partigiana contro gli invasori.

  • Il cataclisma

Meteorite, Impatto, Cometa, DistruzioneThe Road, ambientato in un mondo dove tutte le piante sono morte, è forse uno degli esempi più struggenti, citabile anche per il rapporto “proteggi i più deboli”, visto anche in The last of us del genere Zombie. Nello splendido “I figli degli uomini“, il cataclisma è invece una improvvisa infertilità delle donne di tutto il pianeta mentre in The day after tomorrow c’è un’improvvisa glaciazione.

Anche in questa variante l’umanità collassata si trova a combattere contro se stessa per la sopravvivenza.

In conclusione

Il genere non tramonterà con facilità, non prima che tramonti anche l’uomo… proprio quello che lo stesso medium ipotizza! 🙂

Deadpool: soprattutto una storia d’amore

Piacerà anche alla vostra fidanzata, forse. Perché è soprattutto una storia d’amore.

Non sono un grande fan dei cinefumetti, per non dire che li odio se eccettuiamo i bellissimi Batman diretti da Cristopher Nolan. Sono stato attirato da Deadpool perché la critica lo ha definito un film “diverso” e fuori dal coro. In parte vero e in parte falso.

Deadpool, un super-antieroe, è appena sbarcato nei cinema in un film semplice dove è l’ironia a farla da padrone. Potrebbe anche non esserci nessun superpotere, nessuna scazzotata con X-Men al seguito, nessun supercattivo scontato per rendere comunque Deadpool un film divertente e autoirriverente verso gli ormai dorati fumetti Marvel/Disney.

Nato come Wade W. Wilson, Deadpool è un “cretino” violento ma di buon cuore, che si trova suo malgrado con superpoteri, un po’ come il mediocre Hancock di qualche anno fa, con Will Smith. Tuttavia Deadpool è consapevole di far parte di un film e quindi rompe la quarta parete dialogando direttamente col pubblico, fa continue battute a sfondo sessuale e ha degli amici forse ancora più strani di lui. E’ l’amore per la prostituta Vanessa a spingerlo ad ottenere i superpoteri che però, grazie al malvagio Ajax, lo sfigurano.

Deadpool è un film carino perché non c’è niente di serio al suo interno, per le continue battute riferite alla vita quotidiana, dai tweet ai mobili Ikea e per il suo rozzo romanticismo.

Certo, la trama è da fumetto quindi non c’è niente che non sia scontato, ma non è un problema: è come uno spettacolo di cabaret col protagonista in spandex.
Merita la visione, magari al mercoledì che costa meno 😛

Macbeth: Fassbender si dà ai classici (recensione)

Macbeth film 2015.jpg

“Macbeth film 2015” di Utente:Bart ryker – trailer ufficiale. Con licenza Copyrighted tramite Wikipedia.

Lo stiamo aspettando nel film di Assassin’s Creed, ma intanto Michael Fassbender torna alle origini con il testo teatrale di Shakespeare: “Macbeth” nella riduzione cinematografica secondo il semisconosciuto Justin Kurzel. Sono andato a vedere ieri questo film e volevo lasciarvi la mia opinione.

Intanto il film riprende pari pari il testo teatrale, senza fare sforzi per ammodernarlo. In pratica questo Macbeth è uno spettacolo teatrale filmato “on location” negli scabri paesaggi scozzesi riportati (con molte licenze storiche) all’anno 1000. La storia la conoscono anche i sassi, ed è di un nobile Thane o Barone scozzese che, seguendo la profezia di tre (che qui diventano 4) “streghe”, si appresta a prendere il potere perché rassicurato dalle previsioni di successo delle indovine, spinto dalla moglie Lady Macbeth (Marion Cotillard) che diviene determinante per il compimento di atti di indicibile crudeltà.

Facciamo un’analisi più stringata con voti in decimi:

ATTORI: 7. La Cotillard una certezza, ma troppo poco perfida, Fassbender bravo ma non bravissimo (un po’ monoespressivo), pessima la scelta dei costumi tutti uguali e i tagli al personaggio di Banquo, resto indistinguibile dagli altri nobili: non si prova simpatia per lui. Anche McDuff non riesce ad accattivarsi niente e risulta piatto. Male, molto male.

FOTOGRAFIA: 8. Davvero ottime le prime sequenze e in generale la scelta dei paesaggi: il ricorso al digitale è ben calcolato e soltanto migliorativo.

REGIA: 6,5. E’ buona la regia, molto “sperimentale”: slow motion alla “300” ben sfruttati, paesaggi evocativi, inquadrature intime e a tratti inquietanti. Però il film soffre di lentezza.

SCENEGGIATURA: 3. Non discutiamo sull’opera del sommo poeta ma Macbeth lo conosciamo in mille salse e qui avremmo voluto che si “osasse” anche sulla sceneggiatura e non solo nella regia. Poi le parti di testo ovviamente tagliate contribuiscono a relegare i personaggi secondari in terzo piano rispetto ai due “cattivi” Macbeth, come detto. Male, molto male, ripeto.

FILM: 5,5. Nonostante la prova artistica notevole per regia e recitazione, non cambia molto tra vederlo qui o a teatro, quindi il medium scelto non è stato adeguatamente sfruttato: il film è lento. Niente ammodernamento del testo, che risulta sempre “pesante” da digerire, niente approfondimento dei personaggi. E’ teatro spostato nella brughiera: può piacere come no. Speravo sinceramente in un “boost” del testo, meno fedele con maggior introspezione, invece è tutto fermo al ‘500. Peccato.

Fuori concorso la colonna sonora incombente come giusto che sia, anche se difficilmente vi verrà voglia di risentirla. Fa il suo lavoro.

In soldoni si tratta di una ricostruzione abbastanza fedele del testo teatrale: chi cerca novità gli stia lontano, chi ama il palcoscenico di legno lo troverà non male.