The Irishman: il viale del tramonto è imboccato

Su Netflix è recentemente approdato “The Irishman“, ultimo film di Martin Scorsese con tre degli attori maschi più famosi del ‘900: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Il film è un gangster movie che si avvale pesantemente del “ringiovanimento digitale” per coprire un arco narrativo di una ventina d’anni, un po’ come nell’indimenticabile C’era una volta in America dove però era il trucco a farla da padrone. Le tre grandi star, infatti, sono tutte ultrasettantenni: sarà stato un ostacolo alla resa del film?

Una doverosa premessa: Irishman è stato osannato dalla critica come il film più bello di Scorsese e non si può che rigettare questa opinione: un insulto a Quei bravi ragazzi, Casinò, The departed e Taxi driver, pietre miliari del cinema. L’impressione che si ha della stampa di settore è che essa dia sempre il massimo dei voti a Scorsese, anche se facesse un video col cellulare; un po’ come accade anche per Tarantino e i suoi ultimi film.

La trama di Irishman è la stessa di tutti i film del regista di origini siciliane: gangster e mafiosi intenti a costruire un impero fino alla inevitabile caduta, e appare più che altro come una scusa per riunione il cast di amici storici del regista (per Pacino, però, è la prima volta con Scorsese) e metterli assieme, come negli anni ’70-’90. Questo è un altro elemento che non depone a favore della pellicola, dove tutto sa di già visto. Quello che invece colpisce è la regia sempre attenta di Scorsese, inquadrature precise e pulite, tanta tecnica che fa solo piacere a vedersi.

Ma la nota più dolente è la recitazione dei tre mostri sacri. Robert de Niro ormai è intrappolato nel suo smandibolamento a labbra serrate che esagera quasi a sembrare una maschera del teatro greco. Joe Pesci, che è suo coetaneo, è invecchiato decisamente più del dovuto ed è quindi fermo, statico, gradevole ma non indimenticabile. Buonissima invece la performance del più anziano: il settantanovenne Al Pacino, che ci porta un Jimmy Hoffa carico di energia, anche grazie all’immancabile doppiaggio di Giannini.

La CGI può mascherare l’età dei personaggi, ma non siamo ai livelli di Rogue One, dove attori giovani recitano con visi agée: in molti casi, la fisicità di De Niro tradisce l’inganno e si ha l’impressione di vedere una marionetta all’opera (vedi scena del pestaggio in strada).

Nel complesso, il film è un prodotto molto sopravvalutato: avrei preferito vedere una storia di Scorsese con attori giovani – come in The departed – magari con un cameo dei mattatori di cui sopra. Il voto è la sufficienza piena, ma la voglia di rivedere Goodfellas più che Irishman, e quindi tornare ai tempi d’oro, è forte.

Il Re: un altro monarch-pic per Netflix

The King è ora visibile su Netflix

Ancora una volta nella breccia, recita Enrico V nel famoso dramma Shakesperiano, sui campi di battaglia di Azincourt nel giorno di San Crispino. Ebbene, Netflix sembra averlo preso in parola consegnandoci il secondo biopic su un monarca medievale, Il Re, dopo il modesto seppur godibile Outlaw King.

Timothée Chalamet interpreta un algido ed asessuato Enrico V detto Hal, figlio del re usurpatore con il medesimo nome che depose Edoardo II (il principe pavido di Braveheart) dando il via alla fortunata stirpe reale dei Lancaster. L’aver usato Shakespeare come fonte bibliografica per il film lo rende un po’ stucchevole, pieno di silenzi gonadolesivi, battute arcaiche e inquadrature statiche in chiaroscuro che ricordano un po’ Il mestiere delle armi di Olmi. Il risultato è un film lento, noioso persino per un amante della storia come me, poco memorabile e che facilmente vi scoprirà col cellulare in mano a scorrere pagine di Wikipedia mentre usate i dialoghi soltanto come sottofondo per coprire il silenzio.

L’occhio riprende a guardare lo schermo soltanto nei due momenti bellici del film: il duello di Hal con Percy (schermisticamente parlando non perfetto ma credibile e molto meglio di centinaia di altri duelli irrealistici ai quali Hollywood ci ha abituato) e la famosa battaglia di Azincourt, considerata la vittoria inglese più sfavillante della Guerra dei Cent’anni assieme a Crecy e Poitiers. Un po’ troppo evidente la somiglianza con la Battaglia dei Bastardi del Trono di Spade: c’è persino la stessa inquadratura dall’alto.

Ciao, sono Il Re e volevo ispirarmi a una famosa serie HBO…

Nonostante questo, la battaglia è credibile e ci dà l’impressione di come poteva essere un vero scontro tardomedievale.

Ad Azincourt si compie però il secondo dramma del film dopo la noia della parte iniziale con la giovinezza di Enrico: la stereotipizzazione dei francesi il cui delfino (che mai partecipò alla battaglia) è interpretato da Robert Pattison, ex-vampiro di talento sprecato, reso come un viscido effeminato che si crede chissà chi e parla inglese con la R moscia.

(NdR: tutti gli sceneggiatori continuano a dimenticare che per tutto il medioevo alla corte del re d’Inghilterra si parlavano latino e soprattutto francese, mentre l’inglese si adoperava solo come lingua del volgo!!! Il motto della corona inglese è infatti scritto in francese: “Dieu et mon droit”. Davvero poco credibile che un nobile francese come il delfino sapesse parlare l’inglese, mentre è assolutamente più probabile il contrario).

A tentare di restituire un po’ di dignità al popolo francese ci pensa la figlia di Johnny Depp che ci lascia però un’interpretazione al limite del museo delle cere Madame Tussauds.

(NdR: ricordiamo anche agli anglosassoni di fare poco gli “spacchiusi”: loro erano invasori e alla fine la Francia ha fatto loro il culetto a strisce con Giovanna D’Arco).

Poco importa che il co-sceneggiatore del film, Joel Edgerton (già zio Owen), provi a fare il trickster nel ruolo di Falstaff: non ci colpisce anche se è l’unico personaggio salvabile.

Nel complesso, The king prende un 5 secco e solo per i meravigliosi costumi e l’atmosfera bellica tardomedievale. Un’altra occasione non sfruttata a pieno per il colosso dello streaming. Consigliato solo ai nerd/appassionati di storia.

El camino: un “atto dovuto” – recensione

Questa recensione è spoiler-safe: solo da metà articolo li metterò, con un debito avviso. Ma vi consiglio comunque di leggerla a visione avvenuta 🙂

Venerdì scorso, Netflix ha rilasciato “El camino”, il film-sequel di Breaking Bad, con protagonista assoluto l’ottimo Aaron Paul – Jesse Pinkman – qui anche in veste di produttore. Il film continua direttamente dall’ultima scena dell’ultima puntata, nella quinta stagione, dove Jesse è in fuga dopo essere stato liberato dall’amico-nemesi Walter White. Il titolo del film è già un gioco di parole: prende spunto dall’auto che Jesse guida all’inizio del film, il cui nome spagnolo però evoca “il cammino” che il protagonista percorre in questa produzione ben fatta e con un discreto ritorno di alcuni attori della serie.

El camino è un atto dovuto, dicevo, per raccontare la vicenda di Jesse: per ridarci ancora quella fotografia e ambientazioni indimenticabili, qualche brivido per la sorte del protagonista (giusto un paio però, nelle due ore) e salutarlo come si confà, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: e ora che ne sarà di lui? Per questo il film può essere considerato la vera ultima puntata di Breaking Bad.

Il film scorre leggero ma potrete apprezzarlo solo se siete fan della serie (altrimenti non ci capirete un ciufolo) e se l’avete vista o rivista di recente: se l’ultima visione è di qualche anno o mese fa, diventa difficile coglierne alcuni aspetti, per cui consiglio un recap dell’ultima stagione. Certo che terminate le grandi serie degli anni ’10, Breaking Bad, Narcos (la vicenda colombiana) e Game of Thrones, e trasformata The Walking Dead in una soap opera post-apocalittica poco ispirata, El camino è una piccola e piacevole anestesia in attesa di un’altra serie mangia-ascolti, come la ragionevolmente corta e splendida Chernobyl.

E adesso è il momento degli SPOILER quindi, andate a vedere El camino e poi tornate qui! 🙂

Certo, alla domanda fondamentale, risponde un notiziario in maniera cruda e distaccata: Heisenberg muore nella scena finale? Gilligan vuole che Jesse sia il protagonista assoluto e ci fa dire che White è stato trovato morto dalla polizia, come prevedibilmente si intuiva. La sua parabola si chiude quindi in un modo ancora più misero, quasi come quella di Pablo Escobar, senza nemmeno un cameo significativo (c’è, ma come flashback assolutamente non memorabile). Grande il ritorno di Robert Forster che per un’amara ironia è morto proprio il giorno di messa in onda del film per un cancro al cervello: si tratta del venditore di aspirapolveri che fa “sparire le persone”, e che già abbiamo amato in Jackie Brown. Il suo addio allo schermo è bello e nobilita ulteriormente il film, essendo forse il personaggio più positivo di tutti.

Jesse finalmente diventa davvero uomo: fa un duello da film western (poco credibile ma vabbè) senza battere ciglio dopo aver chiesto i soldi con rara educazione (quasi mi aspettavo che glieli avrebbero dati), ma mantiene la sua umana fragilità intatta. Finalmente il suo cammino di redenzione può cominciare, consci che però non si potrà dimenticare né sistemare il passato.

Difetti? I cameo del film (manca Fringe e anche Saul) sono tuttavia mal gestiti: poche battute e per nulla memorabili, a parte il bravo venditore di cui sopra. Forse si poteva fare di più in quel senso.

Nel complesso, comunque, un bel 7 per questo film e ora possiamo salutare l’amata serie come si confà.

Curiosità: il contenuto della lettera che Jesse scrive a Brock (figlio della sua ex-fidanzata) e consegna a Ed, non è stato rivelato. Aaron Paul ha detto che ha lottato duramente per farla leggere ma che la produzione ha preferito mantenere un velo di mistero. Spera di poter svelare il contenuto nel futuro, comunque.

Solo: la recensione (senza spoiler)

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La locandina del film “Solo”

Tranquilli: niente spoiler.

Ron Howard (già Richie Cunningham di Happy Days) ha ricevuto da Disney l’enorme patata bollente di correggere la produzione di Solo: a Star Wars story (SaSWs), in uscita in questi giorni. Il film fa parte delle “stories”, ovvero approfondimenti di personaggi ed eventi derivati dalla trilogia classica, come l’ottimo Rogue One e i presunti futuri film su Boba Fett e/o Obi-Wan.

In questo film scopriremo la prima “grande” avventura del giovane Han Solo, orfano del pianeta Corellia – un centro industriale che sembra un incrocio tra Cornigliano, Busalla e Sestri Ponente. Scopriremo il suo primo amore, come ha conosciuto Lando e Chewbe e messo le mani sul leggendario Millennium Falcon, in un susseguirsi di incontri con canaglie, inganni e rapine.
La trama non ha nulla di particolarmente sorprendente (se eccettuiamo omaggi e camei) ed è contraddistinta da una linearità quasi rassicurante e senza troppe telenovele come ci hanno abituati i vecchi e nuovi film “coi numeri romani”.
Il film è ambientato in epoca imperiale ma se eccettuiamo una sequenza di battaglia, l’Impero è presente quasi “sullo sfondo” come una grossa seccatura per i criminali che tentano di arricchirsi con il commercio di un prezioso combustibile: il coassio.

Non chiamatelo (soltanto) western

Molti hanno bollato Solo come un western spaziale, in maniera piuttosto erronea: il vecchio Episodio IV ha molti più elementi western di Solo che è piuttosto un action-movie fracassone, un concentrato di laser ed esplosioni che, anzi, prende in giro la seriosità dei western americani con John Wayne.
Solo strizza invece l’occhio agli spaghetti/fagioli western di Leone, Corbucci ecc o al western revisionista Gli spietati di C. Eastwood: protagonisti straccioni e doppiogiochisti, onore praticamente assente, ironia ovunque e antieroi a pioggia. Niente cavalcate verso il tramonto o sfide all’OK Corral, per intenderci: lungo il film si assiste piuttosto a un susseguirsi di rapine a mano armata operate da Han (un discreto ma mai eclatante Alden Ehrenreich) e i suoi soci, di cui sotto.

  • Qi’ra (la “madre dei draghi” Emilia Clarke, col difetto di essere sempre sé stessa sia che interpreti Daenerys Targaryen, Sarah Connors o Qi’ra).
  • Il legnoso ma efficace Tobias Beckett (Woody Harrelson, anche lui sempre uguale in ogni ruolo ma in questo caso positivamente).
  • Lo sciccoso playboy Lando Calrissian (Donald Glover, che però ci fa mancare tanto Billy Dee Williams).
  • Per finire, il titanico – in tutti i sensi – Chewbecca (Joonas Suotamo; l’assenza di Peter Mayhew si nota poco sotto il costume poiché il personaggio è molto ben scritto e questo basta).

Blasta che ti passa

Spegnete i cervelli perché Solo è un film poco basato sulle performance degli attori o la psicologia dei personaggi e molto sulla sceneggiatura e gli effetti visivi: non messo bene il comparto dei “cattivi” dato che l’Impero c’è ma è di contorno, mentre i criminali dell’Alba Cremisi non sono così affascinanti come Vader, Krennic o Tarkin in Rogue One; sono piuttosto stereotipati e autogoderecci della loro cattiveria, senza carisma né approfondimento psicologico.

Solo è un “heist-movie” che attinge da moltissime pellicole o perlomeno gli assomiglia: Heat: la sfida, Ocean’s Eleven, Mad Max, i film di James Bond, lo stesso Rogue One e anche il vecchissimo gioco Shadows of the Empire (la sequenza del treno e il mondo criminale di SW). Oltre ad avere un ritmo rapido e incalzante e l’ironia tipica degli action movie a cervello spento. Il film si ispira dunque molto di più al cinema d’azione classico ’80-’90, con le sue didascalie prese già in giro da Balle Spaziali: gli “spiegoni” come se il pubblico fosse idiota, per capirci.

Grande assente la Forza e ogni altro elemento mitologico orientaleggiante introdotto da Lucas: in Solo è il blaster a comandare.

Ultimo ma non ultimo: il finale aperto lascia presagire un Solo 2…

Perché vederlo

  • Perché la saga degli Skywalker ci ha un po’ rotto e preferiamo esplorare meglio l’universo di SW fuori dalle telenovele spaziali.
  • Perché Solo è un film d’azione senza pensieri, tutto luci e scintille, uscito direttamente fuori dagli anni ’80 come Commando o Arma Letale: l’americanata pura al 100%. Laddove si addentra nella critica sociale (pianeti sfruttati, schiavi e altro) essa è poco ingombrante come quella di Rogue One (che la gestiva comunque benino).
  • Chewbecca.
  • Perché esplora meglio il mondo criminale di SW, abbozzato negli altri episodi.
  • Perché ironia e azione senza respiro sono molto presenti ma ben gestite.
  • Perché risponde a mille domande: Solo è un cognome o un soprannome? Han come ha incontrato Chewbie? Come ha trovato il Falcon? E la rotta di Kessel in 12 parsec che significa? E il blaster di Han che sembra una grossa Mauser? E gli wookie, è vero che… no, questa non posso dirvela 😛
  • C’è un cameo completamente e piacevolmente inatteso, un po’ come il buon Yoda in episodio VIII.

Dove Solo non funziona

  • L’assenza di mito (come la Forza) e il susseguirsi di furti e raggiri e blasterate rendono il film un mero esercizio di battute ed effetti speciali, pur gradevole ma che non arriva mai a farti dire “wow”. A non tutti potrebbe piacere l’assenza di filosofia e il cervello spento quindi se siete in cerca di riflessioni, stategli lontani.
  • Il ritmo è frenetico e non c’è mai spazio per una vera e propria “pausa” o un approfondimento psicologico e quindi rimane tutto superficiale.
  • Fuori dal cinema, dal surround e dal megaschermo, rischia di perdere molto; pertanto è un film che richiede un setting specifico (il cinema) per essere goduto.
  • Assenza di un cattivo degno di questo nome: i tempi di Vader e dell’Imperatore sono lontanissimi.
  • Lando è un personaggio sprecato e messo in ombra da Tobias: poco più di un co-co-coprotagonista. Non funziona nemmeno il suo droide L3.
  • Assente anche la colonna sonora, laddove Powell deve faticare non poco per sovrastare il rumore delle esplosioni, senza mai fornirci un tema che le nostre orecchie ricordino tranne quando ri-esplora i brani di John Williams.

E quindi?

In conclusione, Solo: a Star Wars story conferma il trend aperto da Rogue One, dove le Star Wars stories diventano ottimi diversivi da una saga che sa un po’ di vecchio. Solo non arriva ad essere bello e ispirato come Rogue One, ma stacca ugualmente i nuovi Ep. VII e VIII. Chi lo vedrà con poca aspettativa e voglia soltanto di passare un paio d’ore su Kessel, lo godrà. Chi cerca di più sarà deluso profondamente.

Appuntamento tra un anno e mezzo per Episodio IX, con la speranza sia una degna conclusione della saga degli Skywalker e l’apertura verso nuovi orizzonti nella galassia lontana lontana più famosa dell’universo!

Assassinio sull’Orient Express: tanto cast e niente arrosto

asoe.jpgDurante le vacanze di Natale trionfano i cinepanettoni o i film fracassoni alla Star Wars, per cui quando c’è l’adattamento di un romanzo che ha fatto la storia, c’è sempre la curiosità di vedere se può essere attualizzato. Kenneth Branagh, che ci ha sempre abituati al teatro shakespeariano, ci prova con il lavoro più famoso di Agatha Christie, e si ritaglia anche il ruolo di protagonista.

La trama in breve

Anni ’30. Hercule Poirot, detective belga molto famoso, sale a bordo del treno Orient Express in partenza da Istanbul. Conosce i suoi compagni di viaggio marginalmente, essendo egli stesso abbastanza schivo, ma una notte viene commesso l’omicidio di un passeggero ambiguo e viscido. A Poirot il compito di sbrogliare la matassa e, col suo leggendario fiuto, interrogare i sospettati cercando di cogliere piccoli particolari che possano incastrarli…

Il cast

Gli attori che compongono questo film sono assolutamente a livello Ocean’s eleven. Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, Johnny Depp, Penelope Cruz, lo stesso Brannagh e anche ottimi emergenti come Daisy Ridley, già Rey negli ultimi Star Wars. Eppure i loro ruoli sono troppo piccoli per apprezzarne l’abilità, e solo pochi riescono a svettare grazie ad alcuni piccoli monologhi. Per il resto è un One Man Show dello stesso autore e regista, non particolarmente incisivo.

La resa generale

Non si può alterare troppo la sceneggiatura di un grande classico. Eppure si ha l’impressione che il romanzo della Christie sia invecchiato piuttosto male.

Il risultato è un film lentissimo, noiosetto, con un unico colpo di scena finale al quale comunque si arriva senza poter associare la propria deduzione, perché la pellicola non consente di elaborare gli indizi (Poirot li rivela gradualmente) e si basa soltanto sulla narrazione fatta dal protagonista di ricordi di una vicenda passata che il pubblico non può conoscere. Pertanto assistiamo a un mostruoso insieme di spiegoni da far ribrezzo ai fan del famoso aforisma show: don’t tell, ma pure al pubblico medio. Assenti le scene d’azione, a parte un goffo inseguimento. Stiamo pur sempre parlando di un giallo.

Giudizio finale

Assassinio sull’Orient Express è un film girato in maniera troppo vecchio stile, lento e didascalico. Bocciato senza appello, rimane solo un collage di piccole scene interpretate da grandi attori.

Consigliato solo a fan hardcore della Christie.

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Ciao!

“Quando c’era LVCAS, i Jedi arrivavano in orario!”

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NB: Arrivati al punto dove ci saranno spoiler, vi avviso.

La parabola di George Lucas sembra quella di un dittatore di metà novecento: l’inizio da solo, con pochi che credono in lui. Poi milioni di seguaci e lodi al suo operato. Passano gli anni e le sue scelte indignano i sostenitori (Ep. I). Il tentativo di migliorare è maldestro anche perché nessuno dello staff osa contraddire le sue boiate. L’estremo tentativo di riscatto è inconsistente e arriva troppo tardi (Episodio III – The Clone Wars).

Tutti invocano l’arrivo degli alleati, sotto forma della USS Disney, auspicando che il tirannico Re George venga deistituito. E per 4 miliardi ciò accade “sotto scroscianti applausi”.

Il “nuovo ordine” non si dimostra migliore del vecchio e partorisce un Ep. VII che divide i fan tra coloro che gridano al plagio e quelli che lodano l’omaggio.

Ma la verità è che Lucas, non manca quasi a nessuno; eppure quando le cose vanno male, tutti sembrano dimenticarsi gli abomini commessi nei prequel e quasi quasi lo rimpiangono come Mussolini, da cui il titolo della mia recensione.

E poi, arriva la frattura: Star Wars Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi.

La rottura dalla tradizione “manichea” – quasi tolkeniana – dei vecchi Star Wars è compiuta da Rian Johnson: è come quando scopriamo la verità su Babbo Natale. Un pugno nello stomaco che nuovamente ha diviso i fan ma intanto va bene a mamma Disney: “che se ne parli anche male, purché se ne parli”. Perché Star Wars (per colpa nostra) è peggio della Coca-Cola: un brand che vende da solo, anche non pubblicizzandolo. Possiamo amare o odiare il film ma tanto lo andremo a vedere, e ben vengano piccoli gioielli come Rogue One.

Quindi, in Episodio VIII, preparatevi a humor stupido (stile Guardians/Avengers), plot twist e personaggi grigi: al bando buoni o cattivi, che alla gente piace l’ambiguità in stile Trono di Spade. Ci manca Luke cocainomane e Kylo Ren che vendeva biscottini degli scout prima di essere abusato da Jabba (eeeww!) e c’è quasi tutto. Aspettatevi come sempre ottimi effetti visivi, un mostruoso riferimento (ai limiti del plagio) della trilogia classica – in particolare de “L’Impero colpisce ancora” – e il tentativo di rendere interessanti i nuovi eroi e di sbarazzarsi con garbo dei vecchi.

E prima di lasciarvi agli spoiler, una sola esortazione: smettiamola di parlare di Star Wars come se fosse un film di Pasolini o la Corazzata Potemkin.

Star Wars ha praticamente inventato gli effetti speciali e nobilitato la “space opera” ma si ferma lì. Le trame sono sempre state più lineari e scontate di un romanzo Harmony, i personaggi profondi come il tappo di un barattolo e il merchandising più invadente dei lavavetri al semaforo. Prendiamo proprio esempio dal film che vado a recensire, ovvero smettiamola di considerare tutto come un serioso libro sacro, neanche tanto avvincente, e prendiamo le cose come sono: anche i fallimenti (grazie, oh maestro dei maestri, per questa lezione).

Episodio VIII è un film di intrattenimento riuscito. Mi pare migliore nettamente del VII e quasi all’altezza di Rogue One, che come ho detto è un piccolo gioiello. Ep. VIII Non lo annovero tra i miei SW preferiti (nell’ordine: Ep. 5, Ep. 4 e RO), ma sicuramente sopra i prequel e ampiamente sopra Ep. VII.

SPOILER DA QUI IN AVANTI

Tante cose andavano tagliate: troppo umorismo “telefonato”, personaggi come Snoke buttati via e quanto altro. Ma se lo consideriamo per quel che è, merita la visione senza spendersi in raffinate analisi che non gli competono. Ma belin, Lucas lo ha pure detto: “Star Wars è una saga per dodicenni”. E io concordo: smettiamola di trattarlo da film neorealista.

Le cose che ho gradito

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Luke, vieni in Liguria che le abbazie sul mare ce le abbiamo anche noi! -CC BY 2.5, Collegamento

– Il ritorno alla dimensione spirituale e “medievale”

Il maestro, che butta via la spada come fosse ciarpame, vive in un monastero stile San Fruttuoso di Camogli, circondato da suore-rana che gli lavano il bucato e riparano gli edifici. In questo, mi ha tanto ricordato gli albori degli ordini cavallereschi quali i Templari e gli Ospitalieri, riportando i Jedi in una dimensione più occidentale e abbandonando la spiritualità Lucasiana. Anche gli insegnamenti di Yoda e i vecchi libri Jedi sono un buon corollario che allontana un po’ dai laser e fa tornare a quello che in fondo ci piaceva della vecchia saga: la Forza.

– Il concetto di mondo “grigio”

Tutti falliscono, tutti diventano meschini. I mercanti d’armi vendono sia ai ribelli che all’Imper… scusa, Primo Ordine. Finalmente un po’ di spessore che chiedevo da dieci anni alla “saga” è arrivato. Finalmente tutti vengono tentati dal lato oscuro, ci provano, soffrono, fanno morire altre persone per i loro sbagli. Nella mia recensione di Episodio VII mi lamentavo di questo (o almeno ricordo così). Lo considero un problema risolto.

– Yoda

La sua entrata, sorpresa gradita, vale da sola il biglietto del film. Soprattutto i suoi messaggi: smettetela di prendere tutto sul serio, smettetela di preoccuparvi dei fallimenti o attaccarvi a vecchi libri pomposi. Espandete davvero le sensazioni e diventate tutt’uno col mondo. Come sempre un personaggio, assieme a Obi-Wan, molto riuscito.

– Rey e Kylo Ren

A non tutti sono piaciuti, ma il loro rapporto strano e ambiguo l’ho trovato non male, specie la crescita di Kylo Ren, anche se far peggio del film precedente era dura. Rey alla fine ha sempre questa innata capacità di “far bene tutto” un po’ odiosa ma ci stiamo abituando.

– Luke (ma non del tutto)

Quando Skywalker incontra nuovamente R2 si ha un senso di nostalgia che ci appaga, come la sua “sboronata” finale che però sembra costargli la vita. Certo, avremmo voluto di più da questo Luke grigio e ingrigito, ma non è andata male.

Le cose che proprio no, grazie.

– La colonna sonora

Dove è finito John Williams??!?!?

– L’umorismo “Marvel”, la battuta facile e forzosa

La telefonata iniziale di Poe, stile Zoo di 105, è un esempio di cosa “non fare”. I Porg al forno che irritano Chewbacca, i ferri da stiro del Primo Ordine. Era necessario? No e poi no. Spero che nel prossimo si eviti perché voglio guardare Star Wars e non i Guardiani della Galassia.

– Hux, Phasma, Benicio del Toro e Snoke buttati via

Brutta annata per i cattivi. La sceneggiatura spreca tutte le loro figure trasformando Hux, che in Ep. VII era un giovane Hitler, in una macchietta grottesca stile ammiraglio Piett della vecchia trilogia. Phasma che appare 30 secondi per un combattimento più ridicolo del Darth Vader vs. Obi-Wan di Episodio IV. Il mercenario interpretato da Del Toro è una specie di versione cattiva di Jack Sparrow (altro prodotto Disney, guarda caso), sprecato perché arriva nel film troppo tardi e per troppo poco tempo per abituarci alla sua presenza.

Snoke è poi il grido maggiore di vendetta: ma come! Uno che ha convertito Ben Solo al male, che comanda una macchina da guerra più efficace dello stesso Impero, con le cicatrici di chissà quale battaglia e me lo fai morire alla Darth Maul senza un perché o una spiegazione? Si poteva spianare la via al successo di Kylo Ren in altri modi, magari con un bel conflitto interno al Primo Ordine, maggiormente caratterizzabile da quello Hux-Ren. Questo è un crimine contro il cinema.

– Poe Dameron

Sinceramente: il comportamento del pilota è da corte marziale, altro che “è proprio un ragazzaccio, hihihih”, come Leia e la tizia coi capelli viola in crisi di mezz’età lo liquidano. Poe è un coglione per tutto il film, non ne azzecca una eppure gliele perdonano tutte. Boh.

– Leia iperbarica

Seriamente: la scena della “morte” di Leia era perfetta già così, magari andava spostata avanti nel film ma farla sopravvivere in stile Mary Poppins che scende dal cielo è stata una gran cagata, per dirla in termini tecnici.

– L’Impero colpisce ancora 2.0

Seriamente: era necessario mettere la grotta del lato oscuro (buttata via), l’assalto alla base ribelle nella neve con tanto di camminatori AT-AT, l’evacuazione ribelle e lo pseudoaddestramento di Rey con Luke che “la trolla” come fece Yoda? Non sono cose già viste? Epperò, ci sono.

Non (troppo) pervenuti

Rose: simpatica ma con poco senso, come la fuga-cavalcata ecologista con Finn. E dentro ci mettiamo pure lui, che da protagonista è diventato spalla.

Il pianeta dei ricconi mercanti d’armi: dobbiamo sentirci fare la morale da una multinazionale che compra altre multinazionali a botte di miliardi come fossero caramelle?

R2 e 3PO: ormai ce li mettono solo per fargli battere i record (sono gli unici personaggi ad apparire in ogni film della saga).

Billie Lourdes: la figlia di Carrie Fisher, codini inclusi, messa un po’ lì tra i ribelli in cerca di un posto nel mondo.


Credo di aver detto tutto. Episodio VIII poteva andare molto peggio. Stiamocene e attendiamo il prossimo film: lo spin off su Han Solo!

PS: forse sono l’unico che lo ha notato ma il supercannone del Primo Ordine, schierato nell’assedio finale, mi sembra preso pari pari dalla gran bombarda ottomana che conquistò Costantinopoli. E quindi, se così, apprezzo.

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Ciao!

Blade Runner 2049: com’è andata?

br2049.jpgEsce in questi giorni Blade Runner 2049, sequel del capolavoro del 1982. Ecco una recensione senza rischio di spoiler (sono in fondo dopo un avviso).

Blade Runner 2049: si doveva fare?

La risposta ovviamente è no. BR2049 non era proprio necessario farlo ma il risultato non è malaccio. Finite le estenuanti 2 ore e mezza di film, a caldo, si esce pensando che poteva andare mooolto peggio. Guardando questo nuovo BR si ha la sensazione che un franchise che era nato per un singolo film (pur con finale aperto) sia stato riesumato a tutti i costi per fini commerciali. C’è da dire che la pellicola è un noir fantascientifico puro: grandi silenzi, grande fotografia, uso degli effetti speciali ragionato, attenzione all’ambientazione più che alla trama.

A parte la fotografia molto d’impatto, BR2049 espande notevolmente il filone narrativo del suo genitore classe anni ’80 senza tradirlo. I telefoni pubblici invece dei cellulari, la pubblicità fastidiosamente presente per strada, l’integrazione con la tecnologia digitale (a malapena emergente negli anni ’80) e che rende il personaggio di Joi il più interessante del film. Non sfocia mai nel “reboot” ma si comporta sempre da vero sequel preferendo innovare che “rilanciare”.

Ha difetti? Certo.

Il film è decisamente troppo lungo: molte le scene sacrificabili. La trama è solo in parte filosofica e più simile all’altro capolavoro fantascientifico: Matrix. Deckard non “serve a molto” ed è infilato a forza dentro. Sulla recitazione di Harrison Ford, ormai egli non sembra più capace di interpretare null’altro che il vecchietto inacidito ma ancora in grado di lottare. In BR2049 si fatica a distinguerlo da Han Solo o Indiana Jones: questo ci fa gridare “largo ai giovani” a pieni polmoni, come quando assistiamo a sforzate interpretazioni di Dustin Hoffman ne “I Medici” o un poco ispirato Robert De Niro da “Stardust” in poi.

Sono tanti i personaggi che potrebbero essere sostituiti senza gran rimpianto: Jared Leto appare poco ed è fin troppo stereotipato, la sua “assistente” Luv non ha il carisma necessario per sostenere il ruolo dell’antagonista. Robin Wright è usata malamente e l’unico personaggio con il quale si riesce a simpatizzare è Joi, la fidanzata di K, fin troppo perfetta (volutamente: se vedrete il film capirete).

Ah già: parliamo di K. Ryan Gosling, l’agente Blade Runner che dà la caccia ai replicanti, è suo malgrado costretto a un “one man show” per tre ore, che egli interpreta strappando la sufficienza, essendo volutamente inespressivo.

La colonna sonora? Il primo capitolo fu indimenticabile per l’apporto di Vangelis. Qui ritroviamo Hans Zimmer e un suo adepto che riprendono le vecchie sonorità e le mixano unendole alle immagini, senza mai creare però un tema “orecchiabile” e che venga ricordato efficacemente. Eppur funziona.

Insomma: BR2049 potrebbe convincervi, se sopporterete la sua lunghezza! Prima di lasciarvi agli spoiler, come sempre potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

E adesso un po’ di considerazioni spoilerose da leggere solo DOPO aver visto il film!

ATTENZIONE Spoiler!!!

Quando mi sono seduto in sala, mi sono chiesto se l’effetto sfiga dovuto alla presenza di Harrison Ford avrebbe distrutto questo film com’è avvenuto per Indiana Jones 4 e Star Wars 7. Non è stato così: il ruolo di Deckard è stato poco utile ma “integrativo” alla vicenda e per nulla gettante ombra su quello dell’agente K. L’idea di rendere Rachel un replicante molto speciale perché capace di avere figli ha un suo ottimo perché: abbatte l’ultima delle barriere tra umani e replicanti ed è una innovazione piuttosto originale. Meno quando la vediamo risorta in digitale nel quartier generale di Wallace e Deckard la riconosce per via degli occhi: questa strizzata d’occhio al vecchio BR, un po’ come l’interrogatorio inutile di Gaff, è fin troppo copincollata lì per essere adeguatamente amalgamata al film.

La presenza dei “ribelli” pro-replicanti invece non mi è piaciuta: troppo lasciata in sordina per un nuovo film. Bello il concetto di clima planetario completamente sconvolto: dalla Las Vegas radioattiva alla neve del finale…

E K? La sua malinconia ci accompagna durante tutto il film: vediamo la sua speranza di essere speciale, il suo bisogno di dimostrare a se stesso che è unico, come gli ricorda Joi. Lei è artificiale come lui, in senso diverso, ma pronta a sacrificarsi per aiutarlo. In questo senso è stata davvero ben costruita dalla Wallace Corp: è la fidanzata che vorremmo avere tutti. Sexy, mai invadente a parte piccoli piacevoli colpi di gelosia, comprensiva, complice. Troppo “perfetta” per essere umana.

La delusione quando K scopre di non essere lui il figlio di Deckard è davvero amara. Ma il suo sorriso finale mentre spira (???) sugli scalini, che riprende il sacro monologo di Rutger Hauer, restituisce nobiltà alla sua figura. Invece che lacrime nella pioggia, stavolta è un sorriso nella neve.

Ragazzi, insomma: poteva andare peggio. Insieme a Mad Max, uno dei pochi sequel che vale la pena di vedere.

Dunkirk: perché tutti dovrebbero vederlo

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Non c’è rischio spoiler, tranquilli.

Forcaioli che amano salutare col braccio teso o il pugno chiuso, invocando dittatori passati e presenti e auspicando la riapertura di lager e gulag, dovrebbero davvero sedersi in sala e guardare Dunkirk, se non altro per ricordare quanto il totalitarismo novecentesco abbia punito le stesse persone che l’hanno sostenuto: le masse. Proprio loro sono le star di questo film che racconta semplici storie di soldati e civili: i molti, vittime dell’idiozia dei pochi.

Siamo all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e Francia e Inghilterra hanno dichiarato guerra alla Germania nazista. Dunkirk narra dell’evacuazione avvenuta nel 1940, quanto le truppe di Hitler, spazzando via quelle francesi durante il blitzkrieg, spinsero in ritirata verso il mare il corpo di spedizione britannico, intrappolandolo sulla spiaggia francese di Dunkerque: erano in 400.000 ad attendere il rimpatrio, reso complicato dal martellante attacco della Luftwaffe tedesca, con i suoi bombardieri in picchiata Stuka, il cui caratteristico suono (la “tromba di Gerico”) è riprodotto fedelmente nel film.

Il film di Cristopher Nolan narra tre storie: quella di due piloti della RAF britannica impegnati a respingere gli aerei tedeschi, la storia di alcuni soldati highlanders che attendono l’evacuazione e quella di un gruppo di civili che, con la loro barca, salpano dall’Inghilterra per aiutare il rimpatrio (evento realmente accaduto).

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Soldati inglesi si lanciano a terra per sfuggire a un bombardamento (foto di The Sun)

Nolan gira il film in tre livelli temporali che si intrecciano – a volte bene, a volte meno – a raccontare sostanzialmente eroismi e viltà: storie di uomini costretti a combattere per motivi mai gloriosi o epici e solo per difendere altri o se stessi. La colonna sonora di Hans Zimmer – una sicurezza – è così amalgamata con le mitragliate, le bombe, l’acqua che invade le sentine, da risultare un effetto sonoro incalzante (usando la tecnica dello shepard tone). Ma quello che convince più di tutto è l’umanità dei personaggi, i loro espedienti per restare in vita e il coraggio di chi è costretto a lottare suo malgrado.

Ogni insegnante che affronti la Seconda Guerra Mondiale dovrebbe mostrare Dunkirk (ma pure Stalingrad e altri film) ai suoi alunni. Ogni nostalgico dovrebbe ricordare che, se tornassero certe figure, sulla prossima spiaggia in attesa della nave che lo riporti a casa, ci potrebbe finire lui o suo figlio.

Vi saluto ricordandovi che potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com, o seguirmi anche su Instagram

A presto e andate a vedere Dunkirk!