Un anno fa

Un anno fa, un caro amico mi mandò un WhatsApp: quello che vedete sotto.

Ero in ferie e gironzolavo per casa quando il telefono fece “bip”.

Dopo il suo messaggio, telefonai immediatamente alla mia fidanzata, terrorizzato che potesse essere andata dalle parti di Borzoli a lavorare. La trovai invece al Pronto Soccorso del Galliera, in attesa dei feriti che non arrivavano. Da lì in poi, un susseguirsi di parenti e amici che chiedevano notizie: “Stai bene?”

Ognuno di noi ricorda esattamente dove era l’11 settembre 2001. Vi assicuro che i Genovesi, da un anno a questa parte, ricordano esattamente dov’erano il giorno del crollo del ponte Morandi.

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Giocare a Dungeons and Dragons e Magic negli anni ’90 (Parte 1)

Will nei panni del Dungeon Master nella terza stagione di Stranger Things (Netflix)

Se avete visto Stranger Things, sarete ormai esperti sulla tiritera che il povero Will Byers somministra ai suoi amici, insistendo per fare una bella partita a Dungeons & Dragons (D&D). Siccome i 2000 che oggi guardano la serie avranno googlato ma sapranno solo alcune informazioni sommarie su questo gioco, lasciate che vi racconti “cosa si provava” a giocare a D&D sentendosi parte di una piccola casta di eletti, incompresi dal mondo e felici di esserlo.

Welcome to this crazy time

Nel 1990, archiviato l’ennesimo mondiale di calcio perso, l’Italia si trova in una nuova fase di ottimismo. In un’epoca senza cellulari, dove i videogiochi erano in 2D pixelato senza possibilità di andare online (manco c’era Internet), le occasioni di socialità erano soltanto la scuola, i bar/pub e le discoteche. In televisione spopolava il cartone di Ken il Guerriero, violentissimo e duramente censurato, segno della contraddizione dei tempi dove la gente voleva contenuti nuovi e meno buonisti, scontrandosi con un certo conservatorismo. A Genova si prepara il cinquecentenario della scoperta dell’America e Renzo Piano e colleghi ci regalano il bellissimo Porto Antico e l’Acquario che ammirate ancora oggi.

Essere nerd negli anni ’80-’90 non era assolutamente figo come oggi e a parte i metallari coi loro capelli lunghi, uno stile facilmente identificabile come gli emo o gli hipster era tutt’altro che presente. Certo: c’erano gli alternativi con la loro giacca della DDR (quella con la bandiera della Germania, per capirsi), qualcuno ostentava i suoi dreadlock senza minimamente sapere cosa volessero dire in realtà, ma esisteva tutto un sottobosco segreto, quasi una fratellanza senza nome, che si riuniva almeno una volta alla settimana a casa di uno dei membri con strani manuali, dadi variopinti e soprattutto tanta carta. E all’oscuro dei loro compagni di classe e spesso degli stessi genitori.

Erano i giocatori di ruolo.

E per diventarlo, come in un vero club segreto, occorreva che tu avessi un amico o un parente che un giorno ti invitasse a giocare: un “iniziatore“. Non erano giochi pubblicizzati in TV: era qualcosa che si comprava in negozi specifici o per posta. E la selezione era dura e non tutti ricevevano “la chiamata“, perché non tutti erano tagliati a diventare giocatori di ruolo: non si parlava di una partita a Monopoli, Brivido o Scarabeo, giochi da tavola per tutti. Per venire selezionati bisognava avere un certo tipo di interessi. Un primo esempio era aver letto “Il Signore degli Anelli“, dieci o vent’anni prima che Peter Jackson ci regalasse l’ottima trilogia cinematografica che lo rese mainstream; oppure amare Conan il Barbaro, aver apprezzato qualche videogioco per Amiga o Super Nes come Eye of the Beholder o aver giocato a Hero Quest, ma con la voglia del giocatore di “avere di più”: voler sentire l’avventura sulla pelle senza vederla solo su un tabellone.

Hero Quest, e giochi da tavolo simili, sono spesso stati il primo approccio ai mondi fantasy per molti giocatori, avendo le meccaniche di combattimento simili ai giochi di ruolo e la possibilità di mantenere il personaggio tra una partita e l’altra. Erano però totalmente privi dell’interpretazione recitativa.

Il tuo “iniziatore” ti aveva studiato per lungo tempo in silenzio, cogliendo il tuo potenziale: come fosse un maestro Jedi a caccia di nuovi allievi padawan. Perché nei primi anni ’90 trovare giocatori di ruolo era una rarità. Nella migliore delle ipotesi una persona faceva un paio di partite per poi sparire lasciando i giocatori assidui a bocca asciutta come un gruppo di cannabinomani senza più pusher di fiducia. Era un’alta responsabilità chiamarti a giocare: se avessi rifiutato, probabilmente avresti ritenuto il tuo iniziatore un pazzo stramboide e l’amicizia si sarebbe incrinata. Era rischioso.

Appurato se potevi essere un giocatore promettente, in genere il tuo iniziatore ti “invitava” un pomeriggio a fare la tua prima partita a un gioco di ruolo, quasi sempre Dungeons & Dragons (ma ce n’erano mille altri: Vampiri, Chtulhu, Cyberpunk, GURPS, Star Wars RPG ecc.). Quando il tuo amico cercava di spiegarti cos’era D&D, non ci riusciva mai.

“Guarda: è come un gioco da tavolo ma senza tabellone. Fai tutto con l’immaginazione. Tu sei tipo un eroe che deve sconfiggere i mostri e prendergli i tesori.”

“Ma senza tabellone come fai a capire chi vince?”

“Non si vince o si perde: si interpreta un ruolo. Tu hai un gruppo di avventurieri che sono gli altri giocatori, a parte un tizio che si chiama Master e interpreta lui i mostri.”

“Quindi si gioca tutti contro di lui!”

“No… lui serve per farti vivere l’avventura e comanda il mondo dove si svolge. Tu devi fare finta di essere lì veramente in questo mondo, tipo coi draghi e gli orchi… ed essere un guerriero o un mago ecc. Devi parlare come se fossi lì davvero, come se recitassi in un film!”

“Ma come si fa a capire chi vince?!?!?”

“Ci sono i dadi anche lì! Tu tiri un certo dado se vuoi attaccare un tizio… un altro dado se vuoi, che ne so… ingannarlo! E puoi fare tutto quello che vuoi! Non c’è tabellone! Vuoi uccidere una guardia? Ci provi! Vuoi rubare a un fabbro? Puoi farlo!”

“… Sì ma senza tabellone… boh… mi sembra una cazzata. Che cos’è, una cosa tipo la Storia Infinita?”

La prima volta

Superato lo scetticismo iniziale, c’era la prima partita. Perdere la “verginità” – ruolisticamente parlando – può essere piacevole ma anche doloroso e confondente. In genere ti trovavi assieme a 6 persone mai viste né conosciute a parte il tuo “iniziatore”, oppure in 3 persone in tutto, disperate per la mancanza di giocatori. A capotavola, il famigerato Dungeon Master (DM), quello che in teoria doveva fare il cattivo però era anche buono però anche neutrale… una specie di combinazione tra Dio, un arbitro, un raccontastorie e un ventriloquo tutto insieme, seminascosto da uno schermo pieno di tabelle indecifrabili e sommerso da un cumulo di dadi colorati e trasparenti.

Netflix e Hasbro hanno realizzato questa scatola “starter pack” di D&D che ricorda quella originale rossa del 1983, indimenticabile…

Si iniziava col lento meccanismo del creare un personaggio: lo voglio forte e guerriero, astuto e ladro, intelligente e mago… Poi venivi catapultato nel mezzo dell’avventura come un parà americano in Vietnam: senza sapere esattamente le regole, senza sapere chi fosse realmente il tuo nemico e sopratutto se ne saresti uscito vivo, morto o pazzo.

Traumatica la scelta del nome: “Non puoi chiamarlo Rambo: non è serio. E nemmeno Luca: non esiste il nome Luca nel mondo di Mystara. O meglio: forse sì ma tu devi farlo diverso da te“.

E poi veniva il momento del primo combattimento, generalmente contro un coboldo o un goblin: tutti i tuoi compagni di squadra ti guardano con aspettativa e tu ti senti più imbarazzato di uno studente che ha dimenticato all’orale “foreste di conifere”, “barbabietola da zucchero” e “settore terziario”.

“Luca, ti sta arrivando contro un dardo infuocato: fai un tiro salvezza.”

“Che cos’è un tiro salvezza?!?! Cosa faccio?!?! “

“Tu tira quel dado da 20 lì e devi fare… (controlla la scheda) più di 13 e l’hai scampata.”

“Quindici!!! ce l’ho fatta!!!”

“Ok, allora subisci solo metà del danno.”

“Ma come!!! Mi avevi detto che… l’avevo scampata!”

“Devi imparare le regole! La vita è dura! Sono 6 punti di danno!

Tutti i Dungeon Master hanno una vena di sadismo alla Sergente Hartmann di Full Metal Jacket: lo sappiamo. Sembrano quegli individui bipolari che prima ti schiaffeggiano e poi ti baciano. E poi ti picchiano di nuovo. Ma nella terra di D&D, tutto questo avviene sempre dopo il tiro di un dado.

La prima volta era dura, certo. Abituato a vincere a qualsiasi gioco – fare più goal della squadra avversaria, mandare in bancarotta e comprare gli hotel degli altri giocatori, fare scacco matto – trovare un gioco che ti chiedeva soltanto di interpretare un essere di fantasia che aveva obiettivi infiniti, era impegnativo. Ti si chiedeva di scardinare la mente, mettere una maschera, sognare ad occhi aperti. E lì, tutta l’abilità del Dungeon Master poteva fare la differenza, esattamente come la prima partner amorosa. Se il tuo DM ti sapeva catturare e aveva una bella storia da farti vivere… ogni pudore e inibizione spariva. Alla fine delle 3-4 ore di gioco avresti parlato come un cavaliere di Re Artù, avresti chiesto ancora spadate o intrighi di corte. Oppure, in caso di pessima partita… saresti scappato da quel mondo etichettando come sfigati schizofrenici tutti coloro che vi avessero partecipato.

Io ho visto la luce!!!

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Ok. Ti è piaciuto. Sei tornato a casa e continui a ripensare al tuo elfo dal nome Targas o Mavedar o qualsiasi altro nome che starebbe bene a un farmaco per la pressione. Tutta la notte guardi la tua scheda personaggio: Forza, Intelligenza, Carisma… pensi al pugnale d’argento che hai trovato nel forziere del re dei goblin e ti senti immediatamente un Aragorn dei tuoi tempi.

Quasi ti vergogni a scuola il giorno dopo ma… ti è piaciuto come la prima becciata/limonata/paccata con una tipa… che ancora probabilmente non avevi fatto! Non vedi l’ora di raccontarlo a qualcuno: ti senti un privilegiato e scoppi di felicità! Allora tiri per il braccio il tuo compagno di banco e glielo fai sapere:

“Oh, ma sai che ho giocato a un gioco bellissimo con mio fratello! Praticamente tu sei un cavaliere o un mago o un elfo… ti danno una missione e devi sconfiggere…”

“Ma per Super Nintendo?”

“No no, si fa sul tavolo ma senza tabellone! In pratica…”

Ma il tuo compagno, che pensa solo a giocare in attacco senza passare mai la palla e la spara regolarmente sopra la traversa, ti guarda strano. E’ come se gli avessi detto di essere gay: pensa che tu sia impazzito e faccia le vocine come i bambini quando giocano coi pupazzetti. Anzi: pensa che tu ti sia messo a giocare con le Barbie. Ma tu, finalmente, capisci che grande onore il tuo “iniziatore” ti ha donato: “Hai fatto il tuo primo passo in un mondo più vasto“, disse Obi-Wan Kenobi. Ed era così. Sei di colpo diventato membro di un’élite di player senza tabellone che possono essere tutto ciò che vogliono e non semplici albergatori di casette verdi e rosse.

Ma l’opinione pubblica viene a sapere di questi giochi di ruolo nel modo più sbagliato: attraverso servizi televisivi scritti da giornalisti ultracinquantenni che erano rimasti alle figurine Panini (belle, eh…) e già invocano rischi di satanismo e alienazione. Ci pensò anche un pessimo film, “Il freddo cuore di Chris” del 1992, che trattava di un omicidio familiare compiuto da un ragazzo che giocava ai giochi di ruolo. Allarmata, mi ricordo che mia mamma mi mise in guardia dai pericoli di D&D. Quando le chiesi “da cosa, di preciso?”, nemmeno lei seppe il motivo ma “aveva sentito in TV che erano giochi pericolosi”.

Certo, metti che ti finisce un dado nell’occhio?!?! Molto meglio andare a farsi le canne ai parchi di Nervi o calarsi un litro di rhum al Vanilla (quando c’era ancora)!

No, caro resto del mondo troppo attento ai video di Madonna, al calciomercato, ai nuovi effetti digitali dei film come Terminator 2: non puoi capirmi perché io ora sono un giocatore di ruolo. E non ho più paura.

(FINE PRIMA PARTE. A prestissimo per la seconda!). Se volete, lasciate un commento con la vostra esperienza di D&D, anche sulla pagina facebook!

Su quel ponte: cittadini, un presidente e il Papa. E ognuno di noi.

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Tutti i liguri se lo sono detti: poteva esserci ognuno di noi sul Ponte Morandi, che abbiamo attraversato migliaia di volte. Il ponte delle code serali, della decisione se svoltare a nord verso i monti o a sud verso il porto, come questa città, Genova, stretta tra inospitale conservatorismo e il “vorrei ma nemmeno tanto” spiccare il volo.

Paradossale e triste che La Superba si noti in Italia solo per le tragedie. Dal 2001 e il G8 dove ancora ci si chiede se sia lecito sparare a chi vuole lanciare un estintore dentro una camionetta, arriviamo all’alluvione del 2011 dove il centro cittadino diventa una poltiglia fangosa che ingoia sei vittime. Nel 2013 una nave distrugge la Torre piloti del porto: e i morti sono nove. Quello che sembra aumentare col tempo è l’entità delle sciagure e il numero dei cadaveri. Ieri il crollo del “Morandi” oltre a più di trenta morti, ci ha lasciato macerie tanto reali quanto virtuali: hashtag inutili, speciali TV con l’immancabile ospite “io ve l’avevo detto” e foto-omaggi social col fioccone nero. Pure Techetecheté dedica la puntata a Genova, ci fa ascoltare “Ma se ghe pensu” cantata da Mina e “Cheuilla dunde t’è” da Gino Paoli. Per restare in tema di “dove sono andati i tempi d’una volta?”

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Bella schifezza il Ponte Morandi, architetto oggi maledetto, autore dell’opera che per anni abbiamo paragonato all’irraggiungibile Ponte di Brooklyn. Lo inaugurò il presidente della repubblica Saragat, in quell’epoca infame di edilizia mostruosa che ha spazzato via la casa di Paganini e via Madre di Dio, restituendo cemento capace di durare meno di ponti romani in pietra. Un’epoca che ha sdoganato la costruzione di edifici e la costrizione dei torrenti, lasciando dietro di sé metastasi di orrende palazzine sparse nelle vallecole inerpicate sui monti, i “bricchi“, come li chiamiamo noi.
Edilizia popolare per contenervi una popolazione proletaria che ha reso Genova una città grigia e industriale, destino perso dagli anni ’90.

Oggi, a fronte di un territorio ancora acerbo nell’accettare la sfida del turismo, tra pagine Facebook che inneggiano scherzose all’allontanamento dei “foresti” e la voglia di essere di più di “quella città dove c’è solo l’Acquario”, il crollo del Morandi dà la sveglia a un’Italia che “ex-post is megl che ex-ante”, dove la politica ha fallito tutto quello che poteva, dove è meglio vincere un’elezione e gozzovigliare qualche lustro, arraffare e scappare. L’Italia mafiosa che ha perso la speranza, dove piuttosto voto ignoranti e populisti e mi bevo la teoria che, bloccato un barcone a Lampedusa, tutto andrà meglio; dove chi ha governato prima per cinquant’anni, con laurea e cravatta, ha fatto schifo tanto quanto.

Un altro presidente, quello della Regione Liguria, ieri ha detto seraficamente che percorreva quel ponte tutti i giorni, come a dire che poteva succedere anche a lui, a farci percepire che è “uno de niatri“. Ci consoliamo?
Anche Papa Francesco l’avrà percorso nel 2017, o quantomeno ci sarà passato sotto per recarsi alla Madonna della Guardia, la regina di Genova: che magari esistesse davvero, scendesse dal monte con suo figlio e prendesse qualcuno a calci nelle natiche, più che porgere l’altra guancia. Forse se a cascare giù da 70 metri fosse stato un pontefice… o un presidente…

Ma assieme a presidenti e i papi, il Morandi l’hanno percorso milioni di liguri, di turisti tedeschi, di milanesi al mare, di camionisti, di medici che andavano a fare il turno in ospedale, di ragazzi a tarda notte dopo serata alle Erbe. Milioni di persone che non contano un ciufolo per la politica se non a ridosso del voto. Quel ponte siamo tutti noi, incoerenti, ipocriti, pigri e svogliati, che accettiamo la melma che ci circonda senza reagire, facciamo un po’ di manutenzione ogni tanto senza mai ricostruire, quando sapevamo tutti che il Morandi traballava ma facevamo finta di niente e speravamo solo di passarlo, segno della croce al volante e via. E il camion della Basko, a 3 metri dal baratro, sta lì a chiedersi quando penseremo che forse è meglio che in Italia bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole, anche al costo di qualche scippo in più. Se lo dovrebbe chiedere anche chi dice che “lo faceva anche lui tutti i giorni”, quel ponte.

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E ora che si fa? Gli sciacalli politici sono già all’opera. C’è chi gongola e dice che la morte del “Morandi” è la prova divina che la “gronda” andava realizzata prima, c’è chi dice che però la buona notizia che rischiara la giornata sia stato bloccare una nave di migranti. Perché i ponti possono crollare, ma vuoi mettere bloccare 150 migranti contro 30 mortucoli. Non c’è confronto. Sento che i ponti restanti sono già più solidi ora che ci sono meno neri in giro.

Quanto tempo deve passare? Quando ci incazzeremo, smetteremo di fare condoni ed eleggere gondoni? Manca ancora tanto tempo, temo. Manca ancora qualche sisma, qualche cavalcavia che va giù. Qualche altra bara bianca zincata. Aspettiamo e ‘sto ponte facciamocelo rifare da Renzo Piano, cervello non fuggito, finché campa.
Si fa così, a Genova.

#PrayForGenoa? Le preghiere servono solo a scaricare responsabilità su altri. Io me ne sto sveglio ad aspettare che “muoia la speranza, maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire“.

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Le tre Caravelle non erano tre e non si chiamavano Nina, Pinta e Santa Maria

Oggi è il 12 ottobre: cinquecento anni fa, nel 1492, Colombo sbarcava alle Bahamas credendo fossero le indie.

Tutti noi sappiamo che ci andò con tre caravelle ma non è del tutto vero: ecco un po’ di falsi miti.

La Santa Maria non era una caravella e non si chiamava così

Quando la regina Isabella concesse a Colombo di partire, gli affido un equipaggio composto da un certo numero di galeotti amnistiati, due caravelle e una caracca. Quest’ultima sarebbe stata l’ammiraglia: la caracca infatti è una nave rinascimentale di maggiore stazza rispetto alla piccola caravella. Il nome dell’imbarcazione era “La Gallega” che significa la galiziana, ma in quel periodo dalla Galizia provenivano convenzionalmente anche le prostitute. Una delle teorie è che il cattolicissimo Colombo non potesse permettere che una così nobile spedizione avesse una nave dal nome scabroso. Né andare da sua moglie e dirle “Ohi, tesoro: esco un attimo in mare con la galiziana”. 😁

Pertanto la ribattezzò Santa Maria dell’Immacolata Concezione – per gli amici Santa Maria.

L’altra teoria, meno divertente ma forse più credibile, è che la nave fosse stata semplicemente costruita in Galizia ma fu comunque rinominata.

Ah: la povera caracca, che Colombo chiamava spesso Nao cioè “nave”, non torno indietro in Spagna. Si arenò presso Haiti e fu abbandonata lì. Parte del suo legname fu usato per costruire un fortino dove l’ammiraglio del mare oceano lasciò alcuni uomini.

Quando il navigatore genovese tornò nelle Americhe per il suo secondo viaggio, trovò la costruzione vuota e nessun superstite. Di loro non se ne seppe più nulla. Brrr…

La Niña non era un nome ma un soprannome

Posto che già tutti sbagliano la pronuncia che è nigna, il proprietario di questa imbarcazione più piccola – lei sì che era una caravella – si chiamava Juan Niño. Il suo cognome vuol dire bambino in spagnolo e la nave fu quindi soprannominata la Niña cioè la bambina, forse anche per la sua stazza ridotta. Il suo vero nome? Santa Clara.

La Pinta non ha nulla a che vedere con la birra

Non ci è arrivato il vero nome della seconda caravella, la Pinta, ma tutti la associano erroneamente con l’alcol. Sbagliato perché vuol semplicemente dire dipinta in spagnolo. Forse il soprannome derivava da una sua particolare colorazione, ma sono congetture.

E ora che sapete tutto, un piccolo bonus.

Colombo era genovese, lo dimostrano alcuni documenti

Ogni tanto qualcuno prova a farlo diventare spagnolo, portoghese o proveniente da altre parti d’Italia.

A smentire tutti questi fantasiosi aneddoti sono diversi uomini contemporanei o di poco postumi a Colombo, come il cartografo turco Piri Reis (lo abbiamo visto in Assassin’s Creed Revelations) che su una cartina scrisse a fianco delle Americhe: “l’infedele genovese Colombo scoprì queste terre.

Che volete di più?

Buon 12 ottobre!

Le prostitute a Genova nel medioevo

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E ora un momento sexy per LorenzoFabre.com! Quartieri a luci rosse stile Amsterdam, prostitute che paghino le tasse, riapertura delle case chiuse… temi che dalla legge Merlin e la conseguente chiusura dei postriboli, sono rimasti in voga e dibattuti anche ora.

Eppure, come esisteva la moschea nei pressi della Darsena e vi era ammesso il culto da parte degli schiavi al remo, a Genova esisteva un quartiere-bordello, recintato e con tanto di guardie e regole ben precise: il quartiere di Monte Albano.

Oggi? Non c’è più ed è occupato da splendidi palazzi. Vediamo dov’era.

Dalle lupe alle contribuenti

Non si fa fatica a immaginare che a Genova, la prostituzione esistesse dai tempi dei romani. Sembra che buona parte delle meretrici vivesse presso il Monte Albano, dove si svolgevano i baccanali nell’antichità e vi era un campo militare vicino, ottimo per procurarsi la clientela. Nell’epoca romana esistevano i “lupanari“: veri e propri bordelli con cataloghi dipinti sulle pareti e ben rappresentati anche a Pompei, le cui meretrici prendevano appunto il nome di “lupe“. Questo nome forse perché pare che ululassero per attirare i clienti. Il paragone cinofilo tra la prostituta e l’animale è  ricorrente nella storia. Il termine “cagna“, altamente dispregiativo, è oggi utilizzato ampiamente per delineare una donna propensa alla promiscuità sessuale, anche se il diffuso uso recente in internet non deriva dal latino ma probabilmente è mutuato dalla traduzione del termine inglese “bitch“, che inizialmente indicava la femmina del cane e col tempo è diventato invece sinonimo di “puttana“.

Con l’avvento del cristianesimo la prostituzione, perfettamente accettata tra i romani e praticata dagli schiavi, diventa motivo di scandalo e viene condannata, pur continuando a esistere.

Nel 1096-1100 si forma la Compagna Communis Ianuensis, ovvero l’abbozzo della futura Repubblica di Genova, e nel comune non possono esistere lavoratori fannulloni o categorie esentasse: per cui arriva gradualmente la regolamentazione del meretricio, di cui si hanno notizie risalenti al 1340 circa, dove scopriamo che le prostitute avrebbero pagato le tasse.

La regolamentazione del meretricio

Le prostitute medievali genovesi vivevano sempre presso il Monte Albano, in un vero e proprio recinto di case con tanto di porta d’ingresso, un pozzo e una taverna dove i clienti potevano dissetarsi. All’entrata c’erano le guardie che perquisivano gli uomini e non era permesso portare all’interno oggetti atti ad offendere, come lame o armi da punta. Anzi, chi avesse ferito le ragazze avrebbe dovuto pagare una multa.

Le ragazze non erano libere di circolare dove volessero e dovevano restare nel recinto dal lunedì al venerdì. Secondo diverse fonti, dovevano vestire di giallo per essere riconoscibili anche in caso di abbandono del recinto. Il giallo, nel medioevo, ha un connotato talvolta negativo anche nell’arte pittorica cristiana (gli ebrei spesso sono ritratti con questo colore e anche i musulmani, due categorie di “infedeli” non proprio amate).

Tornando alle prostitute, erano definite “donne delle candele” per via della misurazione della prestazione sessuale, effettuata facendo opportune tacche sui ceri (la fantasia maliziosa, qui, si può scatenare nell’immaginare clienti truffati con ceri opportunamente accorciati).

Al sabato potevano circolare liberamente e la domenica gli era concesso di andare a messa (ce lo ricorda Fabrizio De André nella canzone A dumenega, anche se si parla già di prostitute moderne con la “madama” che le  governa). Il giorno della processione di San Giovanni, in epoca post-medievale, potevano anche unirsi al corteo dietro un loro vessillo (ritraente Maria Maddalena, come facilmente immaginabile). Qualcuno sostiene che Piazza Fontane Marose derivi da “Fonti Amorose” per la vicinanza di questo luogo al “red light district” ligure.

Il “pappone comunale”

Appare chiaro come un business abbia sempre bisogno di un manager e così il comune di Genova, con bando biennale, nominava e stipendiava il “Podestà del Meretricio“, vero e proprio protettore e coordinatore del lavoro delle ragazze (probabilmente affiancato da “lenoni“, ovvero aiutanti).

Sappiamo che nel 1400 le prostitute dovevano versare le imposte giornaliere a tale Podestà, 5 soldi destinati ai lavori di manutenzione del porto e del molo, di cui esisteva una Opera Pia. Se il Podestà avesse chiesto più denaro, avrebbe pagato egli stesso una multa di 10 soldi.

Il bordello, dato che era perfettamente legale, era frequentato più di giorno che di notte. La cosa non stupisce in quanto aggirarsi per la città notturna era pericoloso e il cliente l’avrebbe evitato volentieri. Al tramonto, il suono di una campana indicava ai clienti di abbandonare il recinto: se un ospite però voleva darsi alla pazza gioia tutta la notte doveva pagare un sovrapprezzo di 6-12 denari, ma anche la prostituta avrebbe dovuto versare un ulteriore obolo.

Prostituirsi al di fuori del Monte Albano? Sarebbe stato un crimine punibile con la fustigazione e quindi praticato solo da persone disperate.

Le prostitute pentite e “illegali”

Sulla figura della prostituta medievale non c’è uniforme chiarezza e quindi molto è lasciato alla supposizione.

La povertà è probabilmente la causa principale di tale decisione: immaginiamo, in un epoca di conflitti tra casate, crociate e malattie, quanto una carestia o la guerra stessa potesse produrre vedove e orfane incapaci di provvedere a loro stesse. Anche uno scandalo familiare (ad esempio una gravidanza extraconiugale o indesiderata) poteva essere causa di espulsione e l’alternativa al morir di fame poteva essere il meretricio, come per una serva che di colpo perdeva il lavoro (magari per una tresca col padrone).

Non dobbiamo dimenticare nemmeno come anche nel medioevo esistessero disturbi psicologici e comportamentali detti “ipersessualismi” come la celebre ninfomania o vi potessero essere altre manifestazioni della psiche, magari dovute ad abusi e soprusi, che spingessero consapevolmente o meno la donna a prostituirsi. Né dobbiamo dimenticare come questa scelta potesse essere libera e consapevole, anche se nessuno pare averla mai documentata.

Mettersi sotto il Podestà significava dover versare un’entrata fissa e non tutte potevano poi riscattare il loro prezzo, e la libertà. Ottenuta quest’ultima, non fatichiamo ad immaginare come un marchio d’infamia tale potesse rendere invivibile l’esistenza fuori dal meretricio. Per alcune di esse, l’unica soluzione era il pentimento e il conseguente ritiro in convento fino a sopraggiunta morte.

Per chi decideva di prostituirsi fuori dal recinto, le cose erano più complesse: sebbene vi fosse una qualche genere di tolleranza, esse erano vere e proprie lavoratrici in nero, che secondo alcune fonti si aggiravano nei pressi della “ripa maris” (Sottoripa). Secondo alcuni erano schiave indigene provenienti dalle colonie liguri (non viene quasi mai ricordato come nel medioevo la schiavitù fosse tutt’altro che debellata), probabilmente sfruttate da protettori come accade tristemente oggi; oppure serve di famiglia che si prostituivano dentro una casa nobiliare, dove erano state regolarmente assunte per altri compiti, come sguattere, balie, cuoche e quanto altro. O, per finire, serve che arrotondavano il misero salario vendendo anche il proprio corpo esternamente senza mettersi in regola.

L’esproprio del territorio

Nel 1500, nell’ambito della restaurazione di Genova iniziata da Andrea Doria, venne costruita Strada Nuova, oggi via Garibaldi. Il quartiere a luci rosse fu demolito per far spazio ai palazzi dei Rolli e le prostitute… traslocarono poco sotto, nel quartiere della Maddalena (manco a farlo apposta), dove rimangono ancora oggi in un regime di tolleranza e miseria; senza che nessuno abbia mai osato legiferare a loro favore, magari restituendo dignità a quel mestiere più antico del mondo che non dovrebbe mai essere effettuato in regime di schiavitù ma solo scelta volontaria e consapevole.

Santa Maria di Castello: uno splendido complesso nel cuore della Genova Medievale

Capitano quelle giornate d’agosto in cui vuoi soltanto tuffarti nella tua città semideserta. Nel cuore della Genova medievale esisteva “Il Castello“, derivato dal castrum romano e che occupa la collina omonima: il punto più antico di Genova. La chiesa di Santa Maria di Castello è lì in piedi dal 1100 a dimostrare quanto i magistri antélami fossero in gamba a costruire edifici.

Se ero rimasto molto deluso dalla Commenda di San Giovanni di Pré, Santa Maria di Castello mi ha fatto far pace con il mantenimento dei complessi medievali liguri.

La visita di Santa Maria di Castello è effettuata gratuitamente (se volete potete lasciare un’offerta) dai volontari omonimi, che con maestria vi accompagneranno a vedere il coro, i chiostri, la cisterna, lo scrittorio e altri locali dell’antico convento domenicano. Avrete l’occasione di vedere una facciata del 12° secolo e una chiesa romanica non troppo massacrata dal pesante barocco, più un complesso monastico rinascimentale.

Vi consiglio caldamente di visitare il luogo non perdendo troppo tempo a descrivervelo, poiché non rende: con una guida la visita si arricchisce enormemente. Potete lasciare la moto in piazza Cavour (l’auto al Porto Antico) e ci siete in cinque minuti di bellissimi e segreti carruggi.

Genova è veramente more than this.

La Commenda dimenticata: Genova non è ancora pronta per il turismo

L’interno della Commenda

Vicino al Porto Antico, sorge la Commenda di San Giovanni di Pré, un tempo ospedale per pellegrini e crociati diretti verso la Terrasanta e gestito dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni – oggi noti come “Cavalieri di Malta”.

Approfittando, da bravo genovese, che la domenica la visita del complesso sia gratuita per i residenti nel Comune di Genova, trotterello verso la zona di Pré per vedere questo gioiello medievale.

Apprendo che il complesso è diviso in due, intanto: la Commenda vera e propria, ovvero l’ospedale medievale, e le due “chiese sovrapposte”, che non sono comprese nella visita della Commenda in quanto la chiesa superiore è ancora aperta al culto e la chiesa inferiore soltanto il venerdì e il sabato. Pazienza, anche se è un po’ strano che un gioiello architettonico non sia aperto di domenica – giorno di massima affluenza – ma sorvoliamo.

La zona di Pré è da sempre degradata. Le strade sono luride, le case malandate, la via è frequentata da poveri immigrati e tipi “loschi” che stazionano ai lati della strada osservando chi passa. Seppure magari non siano d’intralcio o addirittura danno, la loro presenza è così incombente da scoraggiare di addentrarsi nei bellissimi carruggi medievali.

Rinuncio alla visita delle chiese perché era tardi e mi dedico alla sola Commenda. Entrato dentro, si respira subito l’aria da ospedale medioevale, senza “corsie”, con i colonnati e le arcate a crociera. Non c’è nessun visitatore nel museo e sono le 5:00 del pomeriggio. C’è un biglietto cumulativo che consente di visitare il Museo del Mare e la Commenda, quindi ci si aspetterebbe che la domenica vi fosse almeno qualche turista: zero. La cosa non mi quadra e mi abbandono a un’invettiva contro i genovesi che nemmeno Dante: dico che sono tutti disinteressati dalla loro storia, che non c’è più interesse verso la loro città eccetera. Sarà davvero colpa loro?

Preso il biglietto, noto che il museo è organizzato con degli schermi che proiettano video dove alcuni personaggi storici raccontano le loro vicende. L’idea è simpatica ma ad ogni schermo è collegata una sola cuffia e quindi, ci fossero più turisti, vanno ascoltati a turno. Provo ad ascoltare Benedetto Zaccaria, importante capitano di mare ligure, e la sua storia. Dopo qualche secondo rinuncio: non mi sta “conquistando” e provo con Caffaro da Caschifellone. Anche lui, nulla di che: i video sono statici monologhi e dopo qualche minuto risultano per nulla interessanti e se lo sono per me che sono appassionato di storia di Genova, mi immagino per gli altri.

Procedo al piano di sopra a visitare l’ospedale degli infermi vero e proprio. La sala è completamente vuota, se eccettuiamo un altro paio di schermi dove si possono visionare il regolamento dei Cavalieri Ospitalieri e un approfondimento sui personaggi e luoghi storici. Per il resto non c’è assolutamente nulla: niente mobilio, niente reperti, niente costumi, niente ricostruzioni a parte un modellino di legno.

Vuoto.

Mi chiedo che cosa possa spingere un turista qui: l’architettura del posto da sola non basta… Salgo ancora di un piano e c’è una mostra temporanea di fotografia, anch’essa davvero poco interessante. Così poco che anche il guardiano sonnecchia mestamente, così profondamente che nemmeno si accorge che sono lì.

Scendo di nuovo a vedere la ricostruzione di un orto medievale, almeno questo è quello che c’è scritto nei pannelli guida. L’orto è striminzito, grande come una stanza e dà su un cortile interno dove il degrado raggiunge vette di massima potenza. Le piante sono cresciute tra una mattonella e l’altra fino a formare piccoli cespugli. Dalle finestre fatiscenti dei palazzoni di Pré è stata gettata qualsiasi cosa, compresi preservativi usati, pezzi di persiana, cartacce e ogni schifezza possibile. Mancano le transenne ed è possibile entrare dentro un secondo cortile così abbandonato che le piante rampicanti hanno ricoperto l’intera facciata di un palazzo, finestre incluse. Non pubblico foto per pietà.

Deluso, me ne vado.

Sono così arrabbiato per la gestione di questo museo, tanto da scrivere questo grido di aiuto che si leva dalla Commenda e da tutto il sestiere di Pré, un gioiello che ha quasi 1000 anni, sestiere che in nome del mancato impiego di risorse per la sicurezza, è lasciato all’abbandono, ceduto a criminali e disperati che ne hanno fatto il loro quartier generale, a due passi dai moli che portano i croceristi in città.

Evitiamo di scrivere hashtag tipo #ciaoMilano, difendendoci soltanto col “sì ma noi c’abbiamo il mare”, se prima non ci occupiamo seriamente della parte storica della nostra città.