Disincanto, la serie con un nome che sa di profezia: la prova del declino di Matt Groening?

dic.PNG

Dopo il dolore dei giorni scorsi, si tenta di distrarsi e tra le tante proposte per staccare il cervello ecco l’esordio su Netflix di Matt Groening, già autore de I Simpson, avvenuto la settimana scorsa con la serie “Disincanto“.

Si tratta di una commedia fantasy/fiabesca ambientata nel regno di Dreamland. Protagonista è la principessa ribelle e alcolizzata Bean, accompagnata dal perfido demone Luci e da Elfo, creatura proveniente da un regno scanzonato e quindi stufo di essere felice. La serie segue le avventure della principessa, costretta dal burbero padre a sposare un principe stupido per suggellare un’alleanza politica. Bean, con le sue turbe da tipica adolescente, è tutt’altro che d’accordo e tenterà in tutti i modi di opporsi per cercare il suo posto nel mondo.

The Good

Prima le buone notizie. Il tratto grafico della serie è ottimo: come in Futurama – sempre di Groening – la tecnologia digitale è implementata sapientemente (forse c’è un po’ troppo affollamento in alcune tavole) e si sposa bene con il character design consolidato da I Simpson. I personaggi sono ben caratterizzati – anche se stereotipati – e su di tutti spicca Elfo: il continuo conflitto tra la natura di esserino felice e la sua depressione cronica sono il punto più interessante della serie.
Disincanto canzona tutte le produzioni medievali/fantasy: ci sono continui riferimenti alle fiabe dei Grimm/Andersen, al Trono di Spade, al Signore degli Anelli, Vikings e ai classici giochi di ruolo pen & paper come Dungeons & Dragons, già omaggiati nelle precedenti opere di Groening. L’ironia cinica, satirica e nonsense del disegnatore americano è mantenuta: abbiamo battute graffianti, prese in giro di tutto ciò che è poco razionale come la religione e corrotto come la politica, personaggi incoerenti, arrivisti, stupidi e ipocriti. La serie ha un filo conduttore, a differenza dei Simpson dove gli episodi erano auto-conclusivi. Come novità rispetto alle serie precedenti, in Disincanto i personaggi muoiono per davvero, spesso in maniera comico-grottesca!

The Bad & (very) Ugly

Ma qui arrivano le cattive notizie… il nome “Disincanto” è un’orrenda profezia per questa serie: lascia tutt’altro che incantati.

Concepita per essere vista tutta in un paio di giorni in pieno stile Netflix, la vicenda è narrata in 10 puntate di circa 25-30 minuti di lunghezza, ma gli episodi rilevanti sono giusto il primo e gli ultimi due o tre, con un finale cliffhanger che non soddisfa per nulla.

Il resto della serie è un’interminabile sequela di piccole storielle inconcludenti e poco utili per l’arco narrativo, intervallate da qualche gag carina ma con un atmosfera troppo nerd per arrivare al cuore del grande pubblico. In questo senso Disincanto ha quasi più senso se fosse montato come un grosso film da due ore abbondanti. Troppe scenette e personaggi sono lasciati fini a sé stessi o mal sfruttati (es: che senso ha mostrare la società segreta e orgiastica stile Eyes Wide Shut se poi essa non ha alcun ruolo utile?).

Se poi Fry di Futurama era scemo ma amabile, qui Bean non si riesce mai a sopportare (anzi) ed è solo grazie al padre Zog e alle due spalle comiche Elfo e Luci che la serie carbura. Ma siamo lontani da un personaggio col carisma del buon Bender.

E poi c’è l’ingombrante confronto con I Simpson. Partendo dal presupposto che è IMPOSSIBILE bissare il successo della famiglia itterica di Springfield che ha reso Groening immortale, Disincanto soffre di quello stesso problema che ha scontentato anche l’audience del modesto Futurama: l’allontanarsi dalla dimensione domestica nota a tutti, usando ironia sempre più destinata a un pubblico di nicchia. Mi spiego: Homer e compagni parlavano a ogni cittadino del mondo moderno, accompagnandolo per decadi attraverso l’era dell’informatica e degli scandali politici, notando sempre con attenzione nuovi stimoli per fare ironia. I Simpson avevano a disposizione materiale continuo generato dalla vita contemporanea.
Questo non può avvenire in Disincanto, dove si batte un terreno nuovo e al contempo già esplorato – ad esempio in Shrek – ovvero l’ironia sui mondi fantastici, sulla grezza vita medievale e i suoi matrimoni combinati. Se I Simpson, inoltre, potevano raggiungere il 100% dell’audience perché erano tra i primi cartoni per adulti mai usciti, strappo verso il mieloso stile Disney in pieni anni ’90, la concorrenza spietata in questo campo è ormai evidente: I Griffin, Bojack Horseman, Rick & Morty e quant’altro; produzioni di qualità che non lasciano indifferenti e hanno abituato il pubblico al top.

Disincanto quindi è una serie appena gradevole come Futurama, che non “attacca” nel cuore del pubblico. Può solo suscitare una blanda simpatia e intrattenere a cervello spento. Resta sopra la sufficienza grazie alle sue piccole chicche e all’effetto nostalgia del tratto grafico di Groening, ma non eccelle mai. Guardatela, consci che non aspetterete con ansia la prossima stagione.

Cosa ne pensate?
Vi saluto e, se vi va, seguitemi anche su Facebook o Instagram! 🙂

Annunci

The end of the f***ing world: un’ottima serie

Ciao cari!

Un breve update per segnarlavi una possibile serie da Netflix, da vedervi in queste calde sere d’estate.

Sto parlando di “The end of the f***ing world“, serie britannica tratta dal fumetto omonimo. Il modo migliore per capire questa serie è guardare il suo trailer ufficiale:

Tutt’altro che una serie per adolescenti, gli adulti escono perennemente sconfitti da questa produzione cinicamente geniale, piena di umorismo nero in stile britannico. Un road-trip che è soprattutto immagine e spaccato di quanto può essere duro diventare adulti (gli attori, nonostante il loro aspetto giovanile, sono nei mid-20).

Puntate brevi da una ventina di minuti, una decina in tutto: speriamo in una seconda stagione!

Buona visione!

 

 

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

fda.jpg

Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Black Sails è finita: valeva la pena vedere questa serie? (NO SPOILER)

Revenge_1024x680.jpg

Una scena di Black Sails – STARZ

Tranquilli: niente spoiler.

Appassionati di pirateria (quella dei Caraibi) di tutto il mondo: è finita. L’unica serie degna di aver trattato questo tema e prequel de “L’isola del tesoro” di Stevenson, è giunta ieri alla sua conclusione dopo 4 stagioni dalla qualità crescente, picco raggiunto con una magnifica stagione 3. Vediamo di capire se è valsa la pena di vedere questa serie o meno:

Che cos’è Black Sails?

Black Sails esplora la storia della “Repubblica dei Pirati” di Nassau, all’inizio del 1700 e mescola le vicende di veri pirati come Charles Vane o Barbanera, con i personaggi del capolavoro letterario di Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, considerato forse il più celebre romanzo d’avventura per ragazzi e di cui la serie costituisce il prequel. Le quattro stagioni, infatti, sono incentrate su come il Capitano Flint ha messo le mani sul famoso tesoro e come è giunto a nasconderlo sulla famigerata isola.

Black Sails non è piaciuta proprio a tutti (a me sì) e di certo non è arrivata minimamente a scalfire colossi come Game of Thrones, The Walking Dead o Breaking Bad.
Eppure il piccolo miracolo di Michael Bay (inspiegabilmente senza esplosioni) è riuscito a raccontare un’epopea storica snobbata da molti oppure resa grottescamente fantasy dalla Disney con la saga di Jack Sparrow. La serie, la cui ultima puntata è andata in onda ieri negli USA  si conclude dopo un crescendo (NB: non si sa ancora quando sarà trasmessa, doppiata, in Italia; dovrebbe andare in onda su Netflix).

Le quattro stagioni… suonate con le sciabole

Tranquilli nuovamente: niente spoiler.

Nella prima stagione abbiamo visto delinearsi i personaggi, cercando nel bene o nel male di capire quali fossero i buoni e quali i cattivi. Come in ogni buona storia di pirati non ci sono personaggi senza macchia: ognuno è spinto da obiettivi che lo porranno, presto o tardi, a tradire una persona, un ideale, a uccidere innocenti o semplicemente ad asfaltare di botte tutti coloro che si metteranno sulla sua strada. Long John Silver, assieme a Flint, sono i due protagonisti indiscussi, pur nel tentativo di far emergere anche forti personaggi femminili, alcuni realmente esistiti come Anne Bonney, una celebre piratessa donna.

Nella seconda stagione i rapporti diventano fitti e confusionari, con ampi riferimenti alla omo-bisessualità che, pare, non fosse un tabù così ristretto tra pirati e marinai in genere: almeno tre personaggi, infatti, non disdegnano la compagnia di uomini o donne mentre uno è dichiaratamente omossessuale. Anche la componente inter-razziale è stressata.

La terza stagione, la più bella, vede un incremento delle scene d’azione e di massa: battaglie navali o terrestri, nonché l’inasprirsi della lotta sopra il famoso tesoro che sarà al centro del romanzo. La stagione è nettamente la migliore delle quattro: i dialoghi sono ridotti all’essenziale per lo svolgimento della storia, anche se brillanti, mentre l’azione e i cambi di schieramento arrivano a sorprendere l’audience.

La quarta stagione va più in direzione lineare: dopo un primo episodio a dir poco spettacolare, iniziano con molta lentezza a chiudersi tutti i conti tra i contendenti anche se il finale, pur molto a sorpresa, è un po’ da telenovela e non soddisfa appieno il palato.

Perché guardarla

  • Se amate l’epoca dei pirati o le atmosfere caraibiche, è un must
  • Ottima idea di fare il prequel di un famosissimo romanzo
  • Buon mix di eventi storici e inventati, che si amalgamano in maniera credibile
  • Spade, pistole, cannoni e amori “tutti contro tutti” (se la cosa non vi disturba)
  • Personaggi femminili “forti” anche se si muovono in un contesto ancora molto maschile

Perché non guardarla

  • Decolla molto lentamente: la prima stagione è una transizione non sempre piacevole verso le altre, nettamente migliori
  • Nelle ultime stagioni la storia è un po’ tirata per le lunghe, con molti dialoghi a chiarificare quello che era un po’ già chiaro a tutti (effetto The Walking Dead ultime stagioni); poteva anche finire prima.
  • I rapporti forzatamente omo-bierotici a volte sono un po’ buttati lì e “mercificati” per ostentare la liberalità dei pirati.
  • Carenza di scene d’azione degne nella prima stagione (limiti di budget? Ed effetto Game of Thrones stagione 1…)

… e alla fine arriva… (The Walking Dead SPOILER ultimo episodio S06)

SPOILER WARNING: Fermatevi qui se non avete ancora visto l’ultimo episodio della sesta stagione di The Walking Dead: “L’ultimo giorno sulla terra”. Perché sto per spoilerare il contenuto della puntata, quindi è meglio se prima di leggere questo post, andate a vederla.
SPOILER da qui.

Negan-JDM TWD.png

Negan By Source (WP:NFCC#4), Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=50044387

E alla fine… arriva Negan. Abbiamo capito, specie chi ha letto i fumetti, che in questa serie sarebbe stato presentato il peggior cattivo mai visto in TWD, ancora peggio del Governatore…

… stiamo parlando di Negan, capo dei Salvatori, che con la sua fida mazza da baseball “Lucille”, ha appena spaccato il cranio a uno dei protagonisti della serie.

Peccato che non venga mostrato chi… nel fumetto, la sorte tocca brutalmente a Glenn(evidenzia il testo nello spazio bianco precedente per vedere chi), ma sappiamo che la serie ha apportato diversi cambiamenti (ad esempio, nei primi episodi del fumetto, Carol muore, mentre è ancora in vita sua figlia Sophia).

Quella finale è una puntata di grande tensione, costruita magistralmente. L’arroganza di Rick e compagni si spegne contro l’incredibile superiorità numerica dei Salvatori.

L’ultimo episodio avrebbe potuto coronare una stagione veramente di grande qualità, con i momenti filosofici (insopportabili ormai, compreso l’ultimo di Carol e Morgan) tagliati al minimo in favore di azione e tensione. Invece, il dubbio cliffhanger dal sapore troppo commerciale per risultare originale ha rovinato una bella puntata e una bella stagione.

E’ ovvio che tutti noi, ad ottobre, vorremo sapere chi è stato spaccato in due come una noce: secondo Chandler Riggs, l’attore che interpreta Carl, nessuno del cast è stato informato su chi è il personaggio ucciso.

Forse è stato un espediente per allontanare qualche attore che non ha più voglia di partecipare alla serie o è in rotta con la produzione?

Detto questo, ho un certo disappunto. Sono abituato ai cliffhanger, ma questo è stato molto scorretto per i fan, a mio giudizio.

Post-apocalisse: il fascino della decadenza che ci attira

Bird, Città, Merlo, Silhouette, Sun, Al Tramonto

Quello del post-apocalittico è un genere che non passa mai di moda. Sono ormai centinaia le produzioni di TV, cinema e videogiochi (e arrivano anche gli eventi “a tema”) che ipotizzano la fine del mondo come una lenta agonia innescata da un evento catastrofico.

Perché sentiamo il bisogno di immaginare che la razza umana venga distrutta, massacrata, infettata, invasa da alieni e quant’altro?

Perché ci piace immaginare l’apocalisse?

Tale evento, la “fine del mondo” ovviamente esisteva in precedenza soltanto nell’immaginario religioso. Nella volontà di immaginare “cosa provi Dio”, il processo creativo esplora l’eventualità della fine di tutto, spogliandola dall’aspetto religioso per riconsegnarla al materialismo. Perché amiamo questa visione decadente?

  1. In parte perché l’uomo teme se stesso, più di quanto non tema la natura, ma al contempo è un animale sociale. L’uomo ha paura dell’esercizio simil-divino e senza controllo del suo potere (ad esempio con le armi atomiche e in generale con la scienza). La sempre maggiore consapevolezza del martirio che stiamo infliggendo al pianeta, aiuta a immaginarne la distruzione.
  2. La socialità ha imposto regolamenti non sempre facili da rispettare e che sotto sotto vorremmo potere infrangere senza sentirci immorali. Ecco che gli artisti ci fanno immaginare cosa succederebbe al loro tracollo, quasi desiderandolo per riportarci da semplici cittadini in giudici e carnefici arbitrari. Avete mai desiderato spaccare la faccia a qualcuno che vi ha fatto un torto? In un mondo senza regole potreste. E una parte selvaggia, dentro di noi, lo vorrebbe.
  3. La nostra società non è più abituata alla violenza fisica e l’ha relegata nei media. Quindi essi sono diventati un motivo di sfogo di pulsioni che una volta si esplicitavano nel lavoro maggiormente fisico o nel conflitto bellico. L’uomo medio in poltrona deve sfogare la sua rabbia e lo fa più che altro nei giochi e nei film, perché “non rischia nulla”.
  4. Anche la sfiducia nelle istituzioni, oltre che nel comportamento umano, è quella che, dopo la seconda guerra mondiale, ha fatto precipitare gli artisti nella creazione pessimistica dell’apocalisse. Ecco che nel genere post-apocalittico c’è sempre un po’ di distopia, come brillantemente raccontato ne I figli degli uomini o in Half Life.

Queste sono ovviamente le mie spiegazioni: non sono un filosofo ma un semplice utilizzatore del medium che si sta facendo due ragionamenti. 🙂

E ora, vediamo i sotto-generi che compongo questo tema:

  • Gli zombie

Zombie, Non Morti, Mostro, Horror, Donna, FemminaUno dei più amati è il genere “apocalisse zombie“, attingendo a piene mani da quello che potrebbe essere un po’ il suo capostipite: “La notte dei morti viventi” di Romero, girata alla fine degli anni ’60. Il genere si caratterizza per un evento, spesso un’infezione, che porta gli esseri umani a diventare mostruosi e privi di controllo oppure a resuscitare una volta morti. Il denominatore comune è che la società viene sovvertita e si dimostra incapace di contenere l’infezione/fenomeno.
L’apocalisse zombie è stato esplorato in lungo e in largo nel cinema, pensiamo a 28 giorni dopo o Io sono leggenda, ed è anche molto amato nel mondo dei videogiochi: come non citare la saga di Resident Evil, primo vero survival horror conosciuto dalla massa, Left 4 dead o il recente The last of us, splendida esclusiva Playstation dove è un fungo ad infettare la popolazione.

Gli zombie, esplorati anche dal punto di vista sentimentale in Warm bodies, sono forse il genere più amato in questo periodo: mostrano più di tutti l’idea di cambiamento che l’uomo dovrebbe fare se attaccato da un male superiore, ipotizzando un mondo diviso in due tra i “lupi” che saccheggiano e uccidono i viventi per sopravvivere e coloro che tentano di preservare la loro umanità. E’ questo dualismo che ha reso la serie di The Walking Dead la più interessante degli ultimi anni: realismo, personaggi caratterizzati, colpi di scena e morti dei protagonisti come solo Game of Thrones ci aveva abituati, sono la ricetta del successo di questa serie.

  • Il post-atomico/bellico

Esplosione Nucleare, Nuvola A Fungo, Bomba AtomicaIl celebre “olocausto nucleare” è stato molto amato negli anni ’80, ha vissuto un certo declino negli anni successivi e poi è tornato in auge negli anni 2000. La parabola è perfettamente riassunta nei film dalla saga di Mad Max, che lanciò Mel Gibson e ispirò il capolavoro Ken il Guerriero nel mondo dei manga, e il suo recentissimo reboot Mad Max: Fury Road, unico reboot ben riuscito degli ultimi tempi. E come non citare la saga di Terminator, in bilico tra il mondo odierno e uno distrutto dalle macchine. Tra i videogiochi sarebbe un crimine non citare la saga di Fallout, capolavoro indiscusso del genere, passato da uno strategico a turni a un FPS di ruolo. Tornando ai manga, anche Nausicaa della Valle del Vento è assolutamente da citare, creato dal mitico Studio Ghibli.

Nel post-atomico l’umanità spesso torna a livelli tecnologicamente paragonabili ad un “medioevo con automobili”, dove i sopravvissuti combattono l’ostilità del pianeta, depauperato dalle sue risorse. Questo genere condivide la lotta tra sopravvissuti di alcuni media del genere “zombie”, ma introduce spesso anche animali e piante mutati per colpa delle radiazioni e quindi elementi generalmente più fantastici.

  • Gli alieni e le Macchine

Per le invasioni aliene, genere meno fortunato e più fracassone, i titoli degni di nota sono La guerra dei mondi per il genere cinematografico e Half Life 2, capolavoro indiscusso per quello ludico. Se fossero le macchine a ribellarsi e distruggere l’uomo, non possiamo non citare il capolavoro videoludico Mass Effect (dove l’invasione è operata da macchine aliene venute dallo spazio profondo) e le saghe cinematografiche di Terminator e Matrix.

L’umanità, in genere, si coalizza contro la minaccia in questa variante post-apocalittica, caratterizzata in genere dalla creazione di una “resistenza” simil-partigiana contro gli invasori.

  • Il cataclisma

Meteorite, Impatto, Cometa, DistruzioneThe Road, ambientato in un mondo dove tutte le piante sono morte, è forse uno degli esempi più struggenti, citabile anche per il rapporto “proteggi i più deboli”, visto anche in The last of us del genere Zombie. Nello splendido “I figli degli uomini“, il cataclisma è invece una improvvisa infertilità delle donne di tutto il pianeta mentre in The day after tomorrow c’è un’improvvisa glaciazione.

Anche in questa variante l’umanità collassata si trova a combattere contro se stessa per la sopravvivenza.

In conclusione

Il genere non tramonterà con facilità, non prima che tramonti anche l’uomo… proprio quello che lo stesso medium ipotizza! 🙂

Black Sails e Walking Dead: ritorno alla grande

Due delle mie serie preferite sono tornate veramente in scena alla grande!

Black Sails – immagine da AXN Italia

Black Sails, la serie sui pirati storici dei Caraibi, mischiati con  L’Isola del Tesoro di Stevenson (di cui vi parlai nel post linkato), è approdata ad una grande terza stagione, dopo una prima mediocre e una seconda davvero risollevante. Stavolta la lotta con l’Inghilterra per il dominio di Nassau è davvero vicina! Stavolta assistiamo ad un mutamento profondo del Capitano Flint, dopo gli eventi drammatici della seconda stagione e un “ammorbidimento” di Charles Vane. Ne vedremo delle belle? Finora sì!

The Walking Dead – foto da AMC.com

Solo tre parole: The Walking Dead. Tutti la conosciamo e abbiamo imparato ad amarla, nonostante 6 stagioni dagli esiti altalenanti: puntate lente e filosofiche inframezzate da paurosi colpi di scena. La serie sull’apocalisse zombie più famoso del mondo, dai fumetti di Robert Kirkman, è ormai inarrestabile e dopo la pausa autunnale torna in scena con un episodio 9 che è davvero un pugno nello stomaco. L’abbiamo imparato con Game of Thrones (a proposito: a fine aprile si torna a Westeros!) che nessuno è davvero al sicuro…

Shannara ai banchi di partenza: Tyrion trema?

shna

Tra pochi giorni esce la serie TV fantasy che proverà a minare la popolarità del Trono di Spade: le Cronache di Shannara, tratto dai lavori di Terry Brooks, già considerati da molti un vero e proprio copiaincolla de Il Signore degli Anelli in salsa He-Man. Shannara è ambientato sulla Terra 2000 anni dopo un olocausto nucleare/batteriologico che ha trasformato il nostro in un mondo fantasy con elfi e nani, dove le tecnologie odierna, fantasy e futura si mischiano insieme come nel cartone animato anni ’80 ambientato su Eternia. Brooks è anche colui che ha scritto il romanzo di Star Wars Episodio I che, a differenza del film, è stato discretamente apprezzato.

La serie prodotta da MTV sembra essere girata per un pubblico moooolto giovane, visto il cast. Dal trailer non appare interessante: mi sembra un po’ un Fantaghirò con molti effetti speciali, ma gli darò una chance.

Sarà trasmessa in italia su Sky da metà gennaio.