Il sito che ripete le frasi come la voce di Trenitalia

ti

Quante volte abbiamo odiato la voce che, in stazione, ci annunciava un ritardo o la cancellazione di un treno? Oppure abbiamo voluto fare qualche scherzo agli amici facendo annunciare qualcosa di spiritoso da quella voce? Grazie a internet si può e senza spendere un euro! Ecco come fare per far pronunciare quello che vogliamo alla famigerata voce usata da Trenitalia nelle stazioni italiane:

  1. Collegati su questo sito
  2. Seleziona la lingua “italian”
  3. Seleziona la voce “Roberto”
  4. Digita la frase che vuoi sentire pronunciata e clicca su “Say it”.

Se la frase è molto lunga, ci potrebbe volere qualche istante per sentirla, ma vi garantisco che funziona.

Vi ricordo che potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

Adesso vi saluto e allontanatevi dalla linea gialla!

Annunci

Le prostitute a Genova nel medioevo

[IMG]

E ora un momento sexy per LorenzoFabre.com! Quartieri a luci rosse stile Amsterdam, prostitute che paghino le tasse, riapertura delle case chiuse… temi che dalla legge Merlin e la conseguente chiusura dei postriboli, sono rimasti in voga e dibattuti anche ora.

Eppure, come esisteva la moschea nei pressi della Darsena e vi era ammesso il culto da parte degli schiavi al remo, a Genova esisteva un quartiere-bordello, recintato e con tanto di guardie e regole ben precise: il quartiere di Monte Albano.

Oggi? Non c’è più ed è occupato da splendidi palazzi. Vediamo dov’era.

Dalle lupe alle contribuenti

Non si fa fatica a immaginare che a Genova, la prostituzione esistesse dai tempi dei romani. Sembra che buona parte delle meretrici vivesse presso il Monte Albano, dove si svolgevano i baccanali nell’antichità e vi era un campo militare vicino, ottimo per procurarsi la clientela. Nell’epoca romana esistevano i “lupanari“: veri e propri bordelli con cataloghi dipinti sulle pareti e ben rappresentati anche a Pompei, le cui meretrici prendevano appunto il nome di “lupe“. Questo nome forse perché pare che ululassero per attirare i clienti. Il paragone cinofilo tra la prostituta e l’animale è  ricorrente nella storia. Il termine “cagna“, altamente dispregiativo, è oggi utilizzato ampiamente per delineare una donna propensa alla promiscuità sessuale, anche se il diffuso uso recente in internet non deriva dal latino ma probabilmente è mutuato dalla traduzione del termine inglese “bitch“, che inizialmente indicava la femmina del cane e col tempo è diventato invece sinonimo di “puttana“.

Con l’avvento del cristianesimo la prostituzione, perfettamente accettata tra i romani e praticata dagli schiavi, diventa motivo di scandalo e viene condannata, pur continuando a esistere.

Nel 1096-1100 si forma la Compagna Communis Ianuensis, ovvero l’abbozzo della futura Repubblica di Genova, e nel comune non possono esistere lavoratori fannulloni o categorie esentasse: per cui arriva gradualmente la regolamentazione del meretricio, di cui si hanno notizie risalenti al 1340 circa, dove scopriamo che le prostitute avrebbero pagato le tasse.

La regolamentazione del meretricio

Le prostitute medievali genovesi vivevano sempre presso il Monte Albano, in un vero e proprio recinto di case con tanto di porta d’ingresso, un pozzo e una taverna dove i clienti potevano dissetarsi. All’entrata c’erano le guardie che perquisivano gli uomini e non era permesso portare all’interno oggetti atti ad offendere, come lame o armi da punta. Anzi, chi avesse ferito le ragazze avrebbe dovuto pagare una multa.

Le ragazze non erano libere di circolare dove volessero e dovevano restare nel recinto dal lunedì al venerdì. Secondo diverse fonti, dovevano vestire di giallo per essere riconoscibili anche in caso di abbandono del recinto. Il giallo, nel medioevo, ha un connotato talvolta negativo anche nell’arte pittorica cristiana (gli ebrei spesso sono ritratti con questo colore e anche i musulmani, due categorie di “infedeli” non proprio amate).

Tornando alle prostitute, erano definite “donne delle candele” per via della misurazione della prestazione sessuale, effettuata facendo opportune tacche sui ceri (la fantasia maliziosa, qui, si può scatenare nell’immaginare clienti truffati con ceri opportunamente accorciati).

Al sabato potevano circolare liberamente e la domenica gli era concesso di andare a messa (ce lo ricorda Fabrizio De André nella canzone A dumenega, anche se si parla già di prostitute moderne con la “madama” che le  governa). Il giorno della processione di San Giovanni, in epoca post-medievale, potevano anche unirsi al corteo dietro un loro vessillo (ritraente Maria Maddalena, come facilmente immaginabile). Qualcuno sostiene che Piazza Fontane Marose derivi da “Fonti Amorose” per la vicinanza di questo luogo al “red light district” ligure.

Il “pappone comunale”

Appare chiaro come un business abbia sempre bisogno di un manager e così il comune di Genova, con bando biennale, nominava e stipendiava il “Podestà del Meretricio“, vero e proprio protettore e coordinatore del lavoro delle ragazze (probabilmente affiancato da “lenoni“, ovvero aiutanti).

Sappiamo che nel 1400 le prostitute dovevano versare le imposte giornaliere a tale Podestà, 5 soldi destinati ai lavori di manutenzione del porto e del molo, di cui esisteva una Opera Pia. Se il Podestà avesse chiesto più denaro, avrebbe pagato egli stesso una multa di 10 soldi.

Il bordello, dato che era perfettamente legale, era frequentato più di giorno che di notte. La cosa non stupisce in quanto aggirarsi per la città notturna era pericoloso e il cliente l’avrebbe evitato volentieri. Al tramonto, il suono di una campana indicava ai clienti di abbandonare il recinto: se un ospite però voleva darsi alla pazza gioia tutta la notte doveva pagare un sovrapprezzo di 6-12 denari, ma anche la prostituta avrebbe dovuto versare un ulteriore obolo.

Prostituirsi al di fuori del Monte Albano? Sarebbe stato un crimine punibile con la fustigazione e quindi praticato solo da persone disperate.

Le prostitute pentite e “illegali”

Sulla figura della prostituta medievale non c’è uniforme chiarezza e quindi molto è lasciato alla supposizione.

La povertà è probabilmente la causa principale di tale decisione: immaginiamo, in un epoca di conflitti tra casate, crociate e malattie, quanto una carestia o la guerra stessa potesse produrre vedove e orfane incapaci di provvedere a loro stesse. Anche uno scandalo familiare (ad esempio una gravidanza extraconiugale o indesiderata) poteva essere causa di espulsione e l’alternativa al morir di fame poteva essere il meretricio, come per una serva che di colpo perdeva il lavoro (magari per una tresca col padrone).

Non dobbiamo dimenticare nemmeno come anche nel medioevo esistessero disturbi psicologici e comportamentali detti “ipersessualismi” come la celebre ninfomania o vi potessero essere altre manifestazioni della psiche, magari dovute ad abusi e soprusi, che spingessero consapevolmente o meno la donna a prostituirsi. Né dobbiamo dimenticare come questa scelta potesse essere libera e consapevole, anche se nessuno pare averla mai documentata.

Mettersi sotto il Podestà significava dover versare un’entrata fissa e non tutte potevano poi riscattare il loro prezzo, e la libertà. Ottenuta quest’ultima, non fatichiamo ad immaginare come un marchio d’infamia tale potesse rendere invivibile l’esistenza fuori dal meretricio. Per alcune di esse, l’unica soluzione era il pentimento e il conseguente ritiro in convento fino a sopraggiunta morte.

Per chi decideva di prostituirsi fuori dal recinto, le cose erano più complesse: sebbene vi fosse una qualche genere di tolleranza, esse erano vere e proprie lavoratrici in nero, che secondo alcune fonti si aggiravano nei pressi della “ripa maris” (Sottoripa). Secondo alcuni erano schiave indigene provenienti dalle colonie liguri (non viene quasi mai ricordato come nel medioevo la schiavitù fosse tutt’altro che debellata), probabilmente sfruttate da protettori come accade tristemente oggi; oppure serve di famiglia che si prostituivano dentro una casa nobiliare, dove erano state regolarmente assunte per altri compiti, come sguattere, balie, cuoche e quanto altro. O, per finire, serve che arrotondavano il misero salario vendendo anche il proprio corpo esternamente senza mettersi in regola.

L’esproprio del territorio

Nel 1500, nell’ambito della restaurazione di Genova iniziata da Andrea Doria, venne costruita Strada Nuova, oggi via Garibaldi. Il quartiere a luci rosse fu demolito per far spazio ai palazzi dei Rolli e le prostitute… traslocarono poco sotto, nel quartiere della Maddalena (manco a farlo apposta), dove rimangono ancora oggi in un regime di tolleranza e miseria; senza che nessuno abbia mai osato legiferare a loro favore, magari restituendo dignità a quel mestiere più antico del mondo che non dovrebbe mai essere effettuato in regime di schiavitù ma solo scelta volontaria e consapevole.

Sarahah: un’app per gli onesti o i vigliacchi?

sarahah.png

All’improvviso arriva Sarahah e potrebbe sconvolgere le vite di coloro che decideranno di servirsene, manco fosse uno stupefacente. Ma cos’è questa nuova app e perché è un arma a doppio, anzi multiplo taglio?

Sarahah, chi è costei?

In pratica ogni persona può crearsi una casella di posta dove chiunque può scriverci qualcosa restando totalmente anonimo.

Per farlo, è sufficiente che conosca il nostro indirizzo o che ci cerchi all’interno dell’app (se abbiamo deciso di essere ricercabili). Non è attualmente possibile rispondere ai messaggi, ma si può far sì che a scriverci siano solo utenti registrati al sito, oppure chiunque anche senza account.

Questa app di messaggistica anonima è stata creata da Zain al-Abidin Tawfiq e in arabo significherebbe “onestà“. Si può usare via Android o iOS, e (per leggere soltanto) anche da normale browser.

Perché?

A che scopo installare un’app del genere? Il sito ufficiale https://www.sarahah.com ci dà questi suggerimenti:

Al lavoro

  • Esalta le tue aree di forza
  • Rafforza le aree di miglioramento

Coi tuoi amici

  • Migliora la tua amicizia scoprendo i tuoi punti di forza e aree di miglioramento.
  • Fa sì che i tuoi amici siano onesti con te

Che cosa ne dicono?

Chi ha installato questa nuova diavoleria, dice che è molto curioso di sapere cosa pensa la gente di lui/lei, senza filtri, ma che ci vuole molto coraggio a leggere alcuni messaggi. Naturalmente, nell’era degli haters che infangano con tanto di nome e cognome le pagine facebook coi loro commenti, avere la possibilità di farsi prendere a pesci in faccia anonimamente suscita diverse perplessità.

Ci serve davvero?

Qualcuno dice di non installare l’app se non si ha un gran pelo sullo stomaco (chiunque può scrivere, anche un malintenzionato), e già è partito l’allarme cyberbullismo. Non si fatica ad immaginare che l’uso di questa applicazione tra i giovanissimi sia un ottimo modo per massacrare il compagno di classe sfigato o la tipa che non si è concessa la sera prima.

Sul fatto, poi, che gli amici abbiano bisogno di un messaggino anonimo per “dirci la verità”, forse potrebbe farci riflettere sul grado di amicizia che abbiamo con loro.

Per non parlare di quante persone riceveranno messaggi volti soltanto a seminare zizzania.

Il più, per la mia breve esperienza, sono amici burloni che mandano frasi spiritose.

In molti siamo curiosi di “vedere che succede”: la tentazione è forte e nasconde anche la paura che nessuno ci scriva nulla: un’ulteriore smacco alla nostra autostima.

Come difendersi? Probabilmente non installandola.

Ma la tentazione di provare… 😉
Puoi mandarmi un messaggio anonimo cliccando su questo link: https://lorenzofabre.sarahah.com/, anche per dirmi che ne pensi! I più significativi verranno pubblicati nei prossimi giorni sulla mia pagina facebook.

 

La Commenda dimenticata: Genova non è ancora pronta per il turismo

L’interno della Commenda

Vicino al Porto Antico, sorge la Commenda di San Giovanni di Pré, un tempo ospedale per pellegrini e crociati diretti verso la Terrasanta e gestito dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni – oggi noti come “Cavalieri di Malta”.

Approfittando, da bravo genovese, che la domenica la visita del complesso sia gratuita per i residenti nel Comune di Genova, trotterello verso la zona di Pré per vedere questo gioiello medievale.

Apprendo che il complesso è diviso in due, intanto: la Commenda vera e propria, ovvero l’ospedale medievale, e le due “chiese sovrapposte”, che non sono comprese nella visita della Commenda in quanto la chiesa superiore è ancora aperta al culto e la chiesa inferiore soltanto il venerdì e il sabato. Pazienza, anche se è un po’ strano che un gioiello architettonico non sia aperto di domenica – giorno di massima affluenza – ma sorvoliamo.

La zona di Pré è da sempre degradata. Le strade sono luride, le case malandate, la via è frequentata da poveri immigrati e tipi “loschi” che stazionano ai lati della strada osservando chi passa. Seppure magari non siano d’intralcio o addirittura danno, la loro presenza è così incombente da scoraggiare di addentrarsi nei bellissimi carruggi medievali.

Rinuncio alla visita delle chiese perché era tardi e mi dedico alla sola Commenda. Entrato dentro, si respira subito l’aria da ospedale medioevale, senza “corsie”, con i colonnati e le arcate a crociera. Non c’è nessun visitatore nel museo e sono le 5:00 del pomeriggio. C’è un biglietto cumulativo che consente di visitare il Museo del Mare e la Commenda, quindi ci si aspetterebbe che la domenica vi fosse almeno qualche turista: zero. La cosa non mi quadra e mi abbandono a un’invettiva contro i genovesi che nemmeno Dante: dico che sono tutti disinteressati dalla loro storia, che non c’è più interesse verso la loro città eccetera. Sarà davvero colpa loro?

Preso il biglietto, noto che il museo è organizzato con degli schermi che proiettano video dove alcuni personaggi storici raccontano le loro vicende. L’idea è simpatica ma ad ogni schermo è collegata una sola cuffia e quindi, ci fossero più turisti, vanno ascoltati a turno. Provo ad ascoltare Benedetto Zaccaria, importante capitano di mare ligure, e la sua storia. Dopo qualche secondo rinuncio: non mi sta “conquistando” e provo con Caffaro da Caschifellone. Anche lui, nulla di che: i video sono statici monologhi e dopo qualche minuto risultano per nulla interessanti e se lo sono per me che sono appassionato di storia di Genova, mi immagino per gli altri.

Procedo al piano di sopra a visitare l’ospedale degli infermi vero e proprio. La sala è completamente vuota, se eccettuiamo un altro paio di schermi dove si possono visionare il regolamento dei Cavalieri Ospitalieri e un approfondimento sui personaggi e luoghi storici. Per il resto non c’è assolutamente nulla: niente mobilio, niente reperti, niente costumi, niente ricostruzioni a parte un modellino di legno.

Vuoto.

Mi chiedo che cosa possa spingere un turista qui: l’architettura del posto da sola non basta… Salgo ancora di un piano e c’è una mostra temporanea di fotografia, anch’essa davvero poco interessante. Così poco che anche il guardiano sonnecchia mestamente, così profondamente che nemmeno si accorge che sono lì.

Scendo di nuovo a vedere la ricostruzione di un orto medievale, almeno questo è quello che c’è scritto nei pannelli guida. L’orto è striminzito, grande come una stanza e dà su un cortile interno dove il degrado raggiunge vette di massima potenza. Le piante sono cresciute tra una mattonella e l’altra fino a formare piccoli cespugli. Dalle finestre fatiscenti dei palazzoni di Pré è stata gettata qualsiasi cosa, compresi preservativi usati, pezzi di persiana, cartacce e ogni schifezza possibile. Mancano le transenne ed è possibile entrare dentro un secondo cortile così abbandonato che le piante rampicanti hanno ricoperto l’intera facciata di un palazzo, finestre incluse. Non pubblico foto per pietà.

Deluso, me ne vado.

Sono così arrabbiato per la gestione di questo museo, tanto da scrivere questo grido di aiuto che si leva dalla Commenda e da tutto il sestiere di Pré, un gioiello che ha quasi 1000 anni, sestiere che in nome del mancato impiego di risorse per la sicurezza, è lasciato all’abbandono, ceduto a criminali e disperati che ne hanno fatto il loro quartier generale, a due passi dai moli che portano i croceristi in città.

Evitiamo di scrivere hashtag tipo #ciaoMilano, difendendoci soltanto col “sì ma noi c’abbiamo il mare”, se prima non ci occupiamo seriamente della parte storica della nostra città.

Modigliani a Genova: recensione della mostra

Risultati immagini per modigliani genova

“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi.” La frase di Modì campeggia all’inizio della mostra che si sonda a Palazzo Ducale (Genova), nell’appartamento del Doge, un altro successo dopo le mostre sugli impressionisti, Picasso e Van Gogh, che onora l’arte pittorica in città. Ecco la mia opinione sulla mostra.

La visita

Dato che Amedeo Modigliani è uno dei miei pittori preferiti, questa volta mi sono concesso il lusso della guida in carne e ossa (aggiungendo 8 euro), ma il biglietto ordinario (da 13 euro) comprende anche un’audioguida che mi dicono essere abbastanza ben fatta.

Le opere esposte sono una sessantina (per metà quadri e altrettanti bozzetti) e sono provenienti da musei e collezioni private. Tralasciando i bozzetti (decisamente meno interessanti), i quadri sono quasi tutti ritratti, con un paio di nudi audaci in pieno stile del pittore livornese, la cui carriera è durata un soffio ed è stata caratterizzata da eccessi e povertà nella Parigi “bohemien” di inizio ‘900. Per 170 milioni di euro è stato battuto all’asta un suo quadro, recentemente: eppure Amedeo morì povero come molti artisti. Stroncato dalla meningite tubercolare dopo appena sette anni di carriera, la morte non ha permesso di identificare dei veri “periodi” artistici come ad esempio quelli blu o rosa dell’amico/rivale Picasso.

La mostra esplora le relazioni del pittore attraverso i suoi quadri: dagli amici come Soutine, dipinti in maniera tenera e intima, alle sue amanti e muse, fino a qualche gallerista poco gradito dal pittore e ritratto in maniera caricaturale. La mostra ha il pregio di portare al pubblico un pittore che non ha, nella sua produzione, una “Gioconda”: un quadro che immediatamente lo identifichi. Piuttosto possiede alcuni elementi chiave come i lunghi colli o gli occhi di dimensioni diverse, ora senza pupille ora dettagliati, a seconda del rapporto dell’artista con il modello. Modigliani sviluppa un tratto che cambia a seconda del momento in cui dipinge e questo lo rende, seppure facilmente riconoscibile, unico, come il suo amico Cocteau ricordò.Amedeo Modigliani

E Jeanne? La moglie di Modì non è presente in nessun’opera ed è ricordata soltanto in fotografia. Un peccato, per quanto ella è stata determinante nella vita dell’artista.

La visita ha il difetto di finire davvero troppo presto (1 ora è sufficiente, meglio 1 ora e mezza) ma dato il valore dell’artista e il prezzo contenuto dovrebbe essere un must per tutti.

Complimenti ai curatori per questo ennesimo successo.

Per info e biglietti: http://www.modiglianigenova.it/

 

Operazione nostalgia: in corso!

nokia3310

Torna il Nokia 3310 – da http://www.nokia.com

Sì dice che quando ci sono poche idee, è il momento di ritirare fuori quelle vecchie per migliorarle o riproporle.

Stiamo assistendo a una profonda operazione nostalgia, da qualche tempo. Nintendo rilancia il NES e allora SEGA gli va dietro con il Megadrive; una delle serie più viste di Netflix è Stranger Things, un omaggio puro agli anni ’80 con tanto di Winona Ryder. Per non parlare dei jeans a vita alta che ora vengono sfoggiati dalle ragazzine come 30 anni fa e dei numerosi reboot cinematografici.

nesmini

NES classic mini – da http://www.nintendo.com

La novità del momento è Nokia che decide di rilanciare il 3310 in un momento in cui lo smartphone è diventato un’appendice del nostro braccio, un accessorio che se dimentichiamo a casa dobbiamo assolutamente tornare indietro a riprenderlo, decidendo per altro di non dotarlo di connettività o app particolari. Cosa che lo rende ciò che era in origine: un phone senza smart.

Questo processo è, a mio modo di vedere, dovuto al fatto che la generazione nata negli anni ’70, ormai ultraquarantenne, sta iniziando a entrare nella sindrome di mezza età.

Perché stiamo attraversando questa fase? La risposta è forse da cercare nel pessimismo cosmico che è partito giusto dall’11 settembre 2001, anno in cui abbiamo capito quanto la nostra sicurezza economica (e non) sia in realtà effimera. Allora torniamo ai beati anni ’80 e ’90, dove la minaccia era giusto quella sovietica, più virtuale che reale. E di certo non vicina alle nostre piazze, oggi minacciate da camion guidati da squilibrati assassini. La corruzione politica c’era ma prima del fatidico 1992 non era stata così esposta come una ferita in cancrena. Insomma vivevamo tutti in una sorta di Truman Show dove tutto sembrava bello e il marcio riusciva a restare sottoterra per decenni. Forse perché non c’era internet.

Insomma, nel cervello di chi ora occupa posizioni di potere economico (Il grosso dei CEO ora ha 40-50 anni) c’è forte volontà di tornare nella zona di comfort dell’infanzia, dove apparentemente si stava meglio ma se avevi un cancro o l’HIV morivi nel 90% dei casi. Mentre ora no. Ma a parte i progressi medici forse il resto non era così necessario per sopravvivere.

Questo forse rallenterà l’evoluzione? O magari qualcuno prenderà il buono del passato per fare un balzo verso il futuro? Una cosa è certa: 50 euro per giocare a Snake mi sembrano un po’ tanti.

Una palma non fa primavera

clouds-1846124_640Brutta annata per le palme: prima l’olio e ora le bruciano.

Questa è una storia torbida fatta di populismo e ignoranza reciproca. Avrete letto del balzano tentativo milanese di installare un boschetto di palme in Piazza Duomo e dell’incendio doloso che ne ha danneggiate alcune. Tutto preceduto da manifestazioni destrorse che accostano la palma all’Africa e quindi ad un prodotto straniero da respingere. Ad una scelta estetica discutibile (che c’entrano le palme con la famosa piazza meneghina?) si è risposto con una boiata strumentalizzata al 200%. Ma la terza scelta discutibile è quella di ignorare questi segnali di sconforto in nome del buonismo e del quieto vivere.

Le destre xenofobe fanno man bassa di consensi da tempo. Da quando c’è l’ISIS, i migliori Le Pen, Trump, Salvini e compagni battono cassa tra i leoni da tastiera europei: si riparla di pulizia etnica, di affondare i barconi. A favorire la questione c’è l’incapacità europea di gestire il problema migranti, vera benzina sul fuoco e carburante per  l’incremento dei saluti romani.

Accostare una palma ad una sedicente africanizzazione è una stupidaggine bella e buona: a Genova si dovrebbe quindi bruciare Corso Italia, il Porto Antico o il viale che porta alla stazione di Nervi, seguendo questo principio. Ma se diverse persone ci sono cascate, o hanno voluto cascarci, significa che queste voci esasperate le abbiamo ignorate per troppo tempo.

Facendo un giro per i quartieri del centro storico e del ponente genovese, i residenti si sentono schiacciati dalla presenza straniera, dal degrado che in molti casi ha portato l’afflusso di persone senza abilità particolari e prospettive di lavoro (ergo -> o delinqui o fai il questuante), dai suoi usi e costumi mai digeriti. Ma i cittadini sono davvero tutti schierati contro gli stranieri? Come dice il titolo, di certo non è così e molti hanno condannato il gesto di bruciare le palme.

La massa è ignorante e facilmente influenzabile: sono secoli che accade. Per sua natura tende a vedere il problema sotto il naso e ignorare quello profondo che non vede o che non tocca direttamente. Solidarizza solo a parole con gli esseri meno fortunati ma prima vuole che tutto sia in ordine vicino a casa propria (“not in my backyard”). E’ completamente sbagliato? Non saprei, ma di certo è umano.

Le famose ultradestre riescono a fare proselitismo laddove i governi più democratici deficitano in meccanismi d’azione efficaci, per non perdere il consenso dell’elettorato di sinistra o ultracattolico, per non andare contro le Nazioni Unite o per semplice mancanza di mezzi. Raramente, ritengo, perché reputano l’assistenza umanitaria un valore fondamentale.

E’ giusto ospitare profughi in fuga dalla guerra? Certamente sì. E’ giusto finanziare in maniera diretta o indiretta tali guerre? Certamente no. E’ giusto ospitare anche profughi non provenienti da zone di conflitto? Probabilmente no, a meno che non serva manodopera. Aiutarli a casa loro? Giustissimo, ma allora non aiutiamoli a combattersi tra tribù, non trivelliamo le loro terre tenendo tutto il prodotto per noi e forniamogli mezzi adeguati per evolvere. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e questi sono i prodotti che in parte anche noi abbiamo seminato.

D’altro canto se il grosso delle persone non vuole più sentire che esiste un problema immigrati, è giusto ignorare questa voce affermando che “non c’è soluzione pratica”? Finché la xenofobia spicciola potrà essere sfruttata e strumentalizzata, aspettiamoci altre palme in fiamme e la mancanza di risoluzioni decise è la benzina ideale.

Facebook tra qualche anno? Ecco da chi sarà frequentato

Perdonatemi un po’ il click-baiting iniziale ma… Qualche tempo fa, imbarcatomi in un bellissimo corso di recitazione teatrale dall’età media decisamente meno stagionata dei miei mid-thirties, notavo quanto la fascia di età compresa tra i 16 e i 25 anni fosse incredibilmente sparita dai social.

Entrai su Facebook nel 2007, ai tempi della fine dell’università. In un paio d’anno diventò difficile trovare qualcuno che non avesse un account. Spammavamo foto delle nostre serate, giochi, video delle vacanze.

Poi, il deserto.

Oggi non facciamo che condividere post fatti da pagine specializzate come “Commenti Memorabili“, “Sii come Bill” o “Tua madre è leggenda“, senza quasi più condividere nulla di nostro.
Dieci anni dopo la sua diffusione planetaria, basta farsi un giro per qualsiasi pagina FB pubblica per trovare commenti di quaranta-cinquantenni incazzati verso il mondo, complottisti, condivisori di bufale, casi umani grammaticali e “webeti” in genere.

Pensavo fosse solo una mia erronea percezione e invece vedo che i sondaggi iniziano a confermare la mia ipotesi:

vncs

(FONTE: http://vincos.it/2014/01/27/i-10-anni-di-facebook-visti-italia-statistiche-social-network/)

Questo veniva scritto nel 2013, e la tendenza non è affatto invertita: allora Facebook tra qualche anno sarà frequentato da haters cinquantenni e disertato dai giovani, che lo stanno soppiantando per WhatsApp o Snapchat?

Eppure, se guardiamo i sondaggi più recenti, forse un po’ di ricambio generazionale c’è:

https://www.insidemarketing.it/italiani-social-network-si-dividono-le-varie-piattaforme/

Siamo  dunque condannati a vedere il nostro social preferito cadere in mano dei “buongiornissimi kafèèèè” o alla caterva di post con frasi banali sulle “perzone falze”?  E’ probabile, ma perché anche noi invecchiamo e tendiamo a sostare nel cerchio di conoscenze della nostra generazione, frequentando meno i luoghi di aggregazione virtuali dei giovani.

Come è probabile che il web, come tutti i non-luoghi, evolverà, crescerà, diverrà un’altra cosa.
E a quel punto la tecnologia ci farà di nuovo drizzare i capelli come quando ci fu chiesto per la prima volta di inserire nome e cognome VERI su Facebook e tutti ci spaventammo: ricordate? Fino a persuaderci a consegnare a Mark e co. i nostri più torbidi segreti, in cambio di una manciata di like.

Che ne pensate?

A presto!