Su quel ponte: cittadini, un presidente e il Papa. E ognuno di noi.

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Tutti i liguri se lo sono detti: poteva esserci ognuno di noi sul Ponte Morandi, che abbiamo attraversato migliaia di volte. Il ponte delle code serali, della decisione se svoltare a nord verso i monti o a sud verso il porto, come questa città, Genova, stretta tra inospitale conservatorismo e il “vorrei ma nemmeno tanto” spiccare il volo.

Paradossale e triste che La Superba si noti in Italia solo per le tragedie. Dal 2001 e il G8 dove ancora ci si chiede se sia lecito sparare a chi vuole lanciare un estintore dentro una camionetta, arriviamo all’alluvione del 2011 dove il centro cittadino diventa una poltiglia fangosa che ingoia sei vittime. Nel 2013 una nave distrugge la Torre piloti del porto: e i morti sono nove. Quello che sembra aumentare col tempo è l’entità delle sciagure e il numero dei cadaveri. Ieri il crollo del “Morandi” oltre a più di trenta morti, ci ha lasciato macerie tanto reali quanto virtuali: hashtag inutili, speciali TV con l’immancabile ospite “io ve l’avevo detto” e foto-omaggi social col fioccone nero. Pure Techetecheté dedica la puntata a Genova, ci fa ascoltare “Ma se ghe pensu” cantata da Mina e “Cheuilla dunde t’è” da Gino Paoli. Per restare in tema di “dove sono andati i tempi d’una volta?”

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Bella schifezza il Ponte Morandi, architetto oggi maledetto, autore dell’opera che per anni abbiamo paragonato all’irraggiungibile Ponte di Brooklyn. Lo inaugurò il presidente della repubblica Saragat, in quell’epoca infame di edilizia mostruosa che ha spazzato via la casa di Paganini e via Madre di Dio, restituendo cemento capace di durare meno di ponti romani in pietra. Un’epoca che ha sdoganato la costruzione di edifici e la costrizione dei torrenti, lasciando dietro di sé metastasi di orrende palazzine sparse nelle vallecole inerpicate sui monti, i “bricchi“, come li chiamiamo noi.
Edilizia popolare per contenervi una popolazione proletaria che ha reso Genova una città grigia e industriale, destino perso dagli anni ’90.

Oggi, a fronte di un territorio ancora acerbo nell’accettare la sfida del turismo, tra pagine Facebook che inneggiano scherzose all’allontanamento dei “foresti” e la voglia di essere di più di “quella città dove c’è solo l’Acquario”, il crollo del Morandi dà la sveglia a un’Italia che “ex-post is megl che ex-ante”, dove la politica ha fallito tutto quello che poteva, dove è meglio vincere un’elezione e gozzovigliare qualche lustro, arraffare e scappare. L’Italia mafiosa che ha perso la speranza, dove piuttosto voto ignoranti e populisti e mi bevo la teoria che, bloccato un barcone a Lampedusa, tutto andrà meglio; dove chi ha governato prima per cinquant’anni, con laurea e cravatta, ha fatto schifo tanto quanto.

Un altro presidente, quello della Regione Liguria, ieri ha detto seraficamente che percorreva quel ponte tutti i giorni, come a dire che poteva succedere anche a lui, a farci percepire che è “uno de niatri“. Ci consoliamo?
Anche Papa Francesco l’avrà percorso nel 2017, o quantomeno ci sarà passato sotto per recarsi alla Madonna della Guardia, la regina di Genova: che magari esistesse davvero, scendesse dal monte con suo figlio e prendesse qualcuno a calci nelle natiche, più che porgere l’altra guancia. Forse se a cascare giù da 70 metri fosse stato un pontefice… o un presidente…

Ma assieme a presidenti e i papi, il Morandi l’hanno percorso milioni di liguri, di turisti tedeschi, di milanesi al mare, di camionisti, di medici che andavano a fare il turno in ospedale, di ragazzi a tarda notte dopo serata alle Erbe. Milioni di persone che non contano un ciufolo per la politica se non a ridosso del voto. Quel ponte siamo tutti noi, incoerenti, ipocriti, pigri e svogliati, che accettiamo la melma che ci circonda senza reagire, facciamo un po’ di manutenzione ogni tanto senza mai ricostruire, quando sapevamo tutti che il Morandi traballava ma facevamo finta di niente e speravamo solo di passarlo, segno della croce al volante e via. E il camion della Basko, a 3 metri dal baratro, sta lì a chiedersi quando penseremo che forse è meglio che in Italia bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole, anche al costo di qualche scippo in più. Se lo dovrebbe chiedere anche chi dice che “lo faceva anche lui tutti i giorni”, quel ponte.

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E ora che si fa? Gli sciacalli politici sono già all’opera. C’è chi gongola e dice che la morte del “Morandi” è la prova divina che la “gronda” andava realizzata prima, c’è chi dice che però la buona notizia che rischiara la giornata sia stato bloccare una nave di migranti. Perché i ponti possono crollare, ma vuoi mettere bloccare 150 migranti contro 30 mortucoli. Non c’è confronto. Sento che i ponti restanti sono già più solidi ora che ci sono meno neri in giro.

Quanto tempo deve passare? Quando ci incazzeremo, smetteremo di fare condoni ed eleggere gondoni? Manca ancora tanto tempo, temo. Manca ancora qualche sisma, qualche cavalcavia che va giù. Qualche altra bara bianca zincata. Aspettiamo e ‘sto ponte facciamocelo rifare da Renzo Piano, cervello non fuggito, finché campa.
Si fa così, a Genova.

#PrayForGenoa? Le preghiere servono solo a scaricare responsabilità su altri. Io me ne sto sveglio ad aspettare che “muoia la speranza, maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire“.

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“Naziende”: i marchi famosi nati o fioriti sotto il nazismo

Oggi sono tutte aziende rispettabili che hanno rinnegato e chiesto perdono per ogni legame passato con il movimento di Adolf Hitler, ma questi marchi tedeschi sono nati o fioriti durante il nazionalsocialismo e non crederete ai vostri occhi quando scoprirete quali!

Fanta

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Pubblicità d’epoca della Fanta

Il caso più incredibile riguarda la bibita Fanta, prodotta oggi da Coca-Cola Company. Durante la guerra, il ramo tedesco della Coca-Cola si trovò impossibilitato nell’importare lo sciroppo utilizzato per creare la bevanda scura in quanto proveniente dagli Stati Uniti, contro cui la Germania era in guerra. La filiale tedesca dell’azienda – su pressione da parte anche di esponenti del Reich – decise di produrre una bevanda utilizzando prodotti reperibili in Germania – come zucchero e le mele – e creò il nome Fanta dalla parola tedesca “fantastisch” ovvero “fantastico”. Finita la guerra, Coca-Cola si riappropriò delle strutture e chiuse la produzione della Fanta, ma nel 1955 la bibita fu nuovamente immessa sul mercato per contrastare le bibite al gusto di frutta prodotte da Pepsi.
A quel punto la Fanta fu esportata altrove, anche in America. La cosa è ricordata simpaticamente anche nel primo film di Ritorno al Futuro, quando Marty McFly chiede una Fanta e il barista non sa cosa sia.

Volkswagen e le altre auto tedesche

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L’originale logo Volkswagen, che rimandava alla svastica, Public Domain, Link

Il nome Volkswagen significa “l’auto del popolo” ed è quanto mai evocante un regime socialista. La genesi della compagnia fu voluta proprio da Hitler (che secondo alcuni diede il nome allo stesso maggiolino) e nel primissimo logo dell’azienda compare anche una svastica stilizzata. La compagnia fu supportata da Ferdinand Porsche, imprenditore automobilistico che ha dato il suo nome alle celebri auto di lusso. Hitler lo interpellò perché voleva invece un’utilitaria che fosse acquistabile dalla gran parte della popolazione (similmente al modello T di Ford) e così nel 1938 nacque il famoso “maggiolino“. Durante la guerra VW produsse anche molte auto per l’esercito come la Kubelwagen che spesso appare nei film. Anche altre aziende quali Audi, BMW, Opel e Mercedes-Benz diedero ampio supporto e profittarono facendo affari con il governo di Hitler – come si può facilmente immaginare – non disdegnando anche di usare il lavoro coatto di prigionieri e popolazioni annesse con la forza. Sorprende di più che anche il ramo tedesco della Ford fu implicato con il Reich, una volta che i rapporti con la casa madre furono parzialmente interrotti dalla guerra.

(Curiosità: la “V” di Volkswagen si pronuncia come una “f” mentre la lettera “e” del nome Porsche si pronuncia interamente, mentre gli italiani spesso la omettono).

Hugo Boss

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Pubblicità anni ’30 delle uniformi di Boss – public domain image

Altra compagnia il cui supporto al nazismo sorprende, fu il famoso brand di moda Hugo Boss. Dagli anni ’30 il signor Boss, membro del partito nazista e che utilizzava largamente il lavoro coatto, iniziò a produrre le uniformi per le SA, le SS e la Gioventù Hitleriana, rimaste tristemente famose per la loro indubbia eleganza ma soprattutto per le violenze perpetrate da chi le indossò. La compagnia ha tentato varie volte, dopo la guerra, di discostarsi dalla pesante eredità nazionalsocialista e dobbiamo dire che c’è riuscita: oggi è rispettata da tutti. Ma il ricordo delle uniformi iconiche dei nazisti è rimasto in molte persone: per elaborare le famose divise degli ufficiali dell’Impero Galattico di Star Wars, Lucas si ispirò infatti a quelle della Germania Nazista.

Puma e Adidas (fratelli Dassler)

Inizialmente uniti nell’azienda di calzature “Dassler”, i fratelli Rudolf e Adolf Dassler non sono ricordati come criminali nazisti ma la loro azienda fiorì proprio durante questo periodo storico.  I due fratelli erano comunque membri del partito nazionalsocialista ma Rudolf era il sostenitore più fervente. Dopo la guerra si divisero a seguito dei forti contrasti in due compagnie: Puma, che nacque da Rudolf, e Adidas che fu fondata da Adolf (da ADI, diminutivo di Adolf e DAS, dal cognome Dassler ). Le due compagnie, quando erano unite nella Dassler Calzature, non furono mai accusate di gravi crimini, nemmeno a seguito dell’arresto dell’intransigente Rudolf, sospettato dagli alleati di essere un membro delle SS.

Bayer (tramite IG Farben)

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Etichette del gas Zyklon B – Pubblico dominio, Collegamento

La casa farmaceutica che ha portato l’aspirina al successo fu acquisita da IG Farben e fabbricò il tristemente famoso gas Zyklon-B che sterminò milioni di prigionieri. Anch’essi usarono lavoratori coatti, come quasi tutte le aziende dell’epoca. Finita la guerra, IG Farben fu smantellata ma il personale continuò a produrre armi chimiche (stavolta per gli amici a stelle e strisce…).

Esiste anche una controversia sull’eredità dell’aspirina, dato che secondo alcuni a scoprirla fu una persona di religione ebraica che però non fu citata dall’azienda come scopritrice.

Le altre compagnie

Altre compagnie, seppur nate in precedenza, legarono molto con il nazismo. Siemens, Kodak, Random House Publishing o IBM (il ramo tedesco, dato che l’azienda è americana) collaborarono nel fornire servizi e infrastrutture ai nazisti e alcune di queste compagnie usarono schiavi e prigionieri come lavoratori, come era di triste costume all’epoca. Potete trovare una lista delle compagnie che profittarono dall’olocausto qui, che include anche Deutsche Bank, Allianz e altre aziende arrivate fino ai giorni nostri.

Le scuse postume

Alcune di queste compagnie hanno preso le distanze o si sono scusate per il loro passato a supporto del terzo Reich: a loro parziale difesa, quasi tutti gli industriali tedeschi all’epoca sostenevano il sanguinario regime nazista (pena la chiusura o peggio) e impiegavano lavoratori coatti reclutati nei campi di concentramento e tra i prigionieri delle nazioni occupate, come la Polonia.

A dimostrazione ulteriore che il totalitarismo infettò anche un ramo, quello del lavoro, che dovrebbe essere sacro.

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De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Il sito che ripete le frasi come la voce di Trenitalia

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Quante volte abbiamo odiato la voce che, in stazione, ci annunciava un ritardo o la cancellazione di un treno? Oppure abbiamo voluto fare qualche scherzo agli amici facendo annunciare qualcosa di spiritoso da quella voce? Grazie a internet si può e senza spendere un euro! Ecco come fare per far pronunciare quello che vogliamo alla famigerata voce usata da Trenitalia nelle stazioni italiane:

  1. Collegati su questo sito
  2. Seleziona la lingua “italian”
  3. Seleziona la voce “Roberto”
  4. Digita la frase che vuoi sentire pronunciata e clicca su “Say it”.

Se la frase è molto lunga, ci potrebbe volere qualche istante per sentirla, ma vi garantisco che funziona.

Vi ricordo che potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

Adesso vi saluto e allontanatevi dalla linea gialla!

Le prostitute a Genova nel medioevo

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E ora un momento sexy per LorenzoFabre.com! Quartieri a luci rosse stile Amsterdam, prostitute che paghino le tasse, riapertura delle case chiuse… temi che dalla legge Merlin e la conseguente chiusura dei postriboli, sono rimasti in voga e dibattuti anche ora.

Eppure, come esisteva la moschea nei pressi della Darsena e vi era ammesso il culto da parte degli schiavi al remo, a Genova esisteva un quartiere-bordello, recintato e con tanto di guardie e regole ben precise: il quartiere di Monte Albano.

Oggi? Non c’è più ed è occupato da splendidi palazzi. Vediamo dov’era.

Dalle lupe alle contribuenti

Non si fa fatica a immaginare che a Genova, la prostituzione esistesse dai tempi dei romani. Sembra che buona parte delle meretrici vivesse presso il Monte Albano, dove si svolgevano i baccanali nell’antichità e vi era un campo militare vicino, ottimo per procurarsi la clientela. Nell’epoca romana esistevano i “lupanari“: veri e propri bordelli con cataloghi dipinti sulle pareti e ben rappresentati anche a Pompei, le cui meretrici prendevano appunto il nome di “lupe“. Questo nome forse perché pare che ululassero per attirare i clienti. Il paragone cinofilo tra la prostituta e l’animale è  ricorrente nella storia. Il termine “cagna“, altamente dispregiativo, è oggi utilizzato ampiamente per delineare una donna propensa alla promiscuità sessuale, anche se il diffuso uso recente in internet non deriva dal latino ma probabilmente è mutuato dalla traduzione del termine inglese “bitch“, che inizialmente indicava la femmina del cane e col tempo è diventato invece sinonimo di “puttana“.

Con l’avvento del cristianesimo la prostituzione, perfettamente accettata tra i romani e praticata dagli schiavi, diventa motivo di scandalo e viene condannata, pur continuando a esistere.

Nel 1096-1100 si forma la Compagna Communis Ianuensis, ovvero l’abbozzo della futura Repubblica di Genova, e nel comune non possono esistere lavoratori fannulloni o categorie esentasse: per cui arriva gradualmente la regolamentazione del meretricio, di cui si hanno notizie risalenti al 1340 circa, dove scopriamo che le prostitute avrebbero pagato le tasse.

La regolamentazione del meretricio

Le prostitute medievali genovesi vivevano sempre presso il Monte Albano, in un vero e proprio recinto di case con tanto di porta d’ingresso, un pozzo e una taverna dove i clienti potevano dissetarsi. All’entrata c’erano le guardie che perquisivano gli uomini e non era permesso portare all’interno oggetti atti ad offendere, come lame o armi da punta. Anzi, chi avesse ferito le ragazze avrebbe dovuto pagare una multa.

Le ragazze non erano libere di circolare dove volessero e dovevano restare nel recinto dal lunedì al venerdì. Secondo diverse fonti, dovevano vestire di giallo per essere riconoscibili anche in caso di abbandono del recinto. Il giallo, nel medioevo, ha un connotato talvolta negativo anche nell’arte pittorica cristiana (gli ebrei spesso sono ritratti con questo colore e anche i musulmani, due categorie di “infedeli” non proprio amate).

Tornando alle prostitute, erano definite “donne delle candele” per via della misurazione della prestazione sessuale, effettuata facendo opportune tacche sui ceri (la fantasia maliziosa, qui, si può scatenare nell’immaginare clienti truffati con ceri opportunamente accorciati).

Al sabato potevano circolare liberamente e la domenica gli era concesso di andare a messa (ce lo ricorda Fabrizio De André nella canzone A dumenega, anche se si parla già di prostitute moderne con la “madama” che le  governa). Il giorno della processione di San Giovanni, in epoca post-medievale, potevano anche unirsi al corteo dietro un loro vessillo (ritraente Maria Maddalena, come facilmente immaginabile). Qualcuno sostiene che Piazza Fontane Marose derivi da “Fonti Amorose” per la vicinanza di questo luogo al “red light district” ligure.

Il “pappone comunale”

Appare chiaro come un business abbia sempre bisogno di un manager e così il comune di Genova, con bando biennale, nominava e stipendiava il “Podestà del Meretricio“, vero e proprio protettore e coordinatore del lavoro delle ragazze (probabilmente affiancato da “lenoni“, ovvero aiutanti).

Sappiamo che nel 1400 le prostitute dovevano versare le imposte giornaliere a tale Podestà, 5 soldi destinati ai lavori di manutenzione del porto e del molo, di cui esisteva una Opera Pia. Se il Podestà avesse chiesto più denaro, avrebbe pagato egli stesso una multa di 10 soldi.

Il bordello, dato che era perfettamente legale, era frequentato più di giorno che di notte. La cosa non stupisce in quanto aggirarsi per la città notturna era pericoloso e il cliente l’avrebbe evitato volentieri. Al tramonto, il suono di una campana indicava ai clienti di abbandonare il recinto: se un ospite però voleva darsi alla pazza gioia tutta la notte doveva pagare un sovrapprezzo di 6-12 denari, ma anche la prostituta avrebbe dovuto versare un ulteriore obolo.

Prostituirsi al di fuori del Monte Albano? Sarebbe stato un crimine punibile con la fustigazione e quindi praticato solo da persone disperate.

Le prostitute pentite e “illegali”

Sulla figura della prostituta medievale non c’è uniforme chiarezza e quindi molto è lasciato alla supposizione.

La povertà è probabilmente la causa principale di tale decisione: immaginiamo, in un epoca di conflitti tra casate, crociate e malattie, quanto una carestia o la guerra stessa potesse produrre vedove e orfane incapaci di provvedere a loro stesse. Anche uno scandalo familiare (ad esempio una gravidanza extraconiugale o indesiderata) poteva essere causa di espulsione e l’alternativa al morir di fame poteva essere il meretricio, come per una serva che di colpo perdeva il lavoro (magari per una tresca col padrone).

Non dobbiamo dimenticare nemmeno come anche nel medioevo esistessero disturbi psicologici e comportamentali detti “ipersessualismi” come la celebre ninfomania o vi potessero essere altre manifestazioni della psiche, magari dovute ad abusi e soprusi, che spingessero consapevolmente o meno la donna a prostituirsi. Né dobbiamo dimenticare come questa scelta potesse essere libera e consapevole, anche se nessuno pare averla mai documentata.

Mettersi sotto il Podestà significava dover versare un’entrata fissa e non tutte potevano poi riscattare il loro prezzo, e la libertà. Ottenuta quest’ultima, non fatichiamo ad immaginare come un marchio d’infamia tale potesse rendere invivibile l’esistenza fuori dal meretricio. Per alcune di esse, l’unica soluzione era il pentimento e il conseguente ritiro in convento fino a sopraggiunta morte.

Per chi decideva di prostituirsi fuori dal recinto, le cose erano più complesse: sebbene vi fosse una qualche genere di tolleranza, esse erano vere e proprie lavoratrici in nero, che secondo alcune fonti si aggiravano nei pressi della “ripa maris” (Sottoripa). Secondo alcuni erano schiave indigene provenienti dalle colonie liguri (non viene quasi mai ricordato come nel medioevo la schiavitù fosse tutt’altro che debellata), probabilmente sfruttate da protettori come accade tristemente oggi; oppure serve di famiglia che si prostituivano dentro una casa nobiliare, dove erano state regolarmente assunte per altri compiti, come sguattere, balie, cuoche e quanto altro. O, per finire, serve che arrotondavano il misero salario vendendo anche il proprio corpo esternamente senza mettersi in regola.

L’esproprio del territorio

Nel 1500, nell’ambito della restaurazione di Genova iniziata da Andrea Doria, venne costruita Strada Nuova, oggi via Garibaldi. Il quartiere a luci rosse fu demolito per far spazio ai palazzi dei Rolli e le prostitute… traslocarono poco sotto, nel quartiere della Maddalena (manco a farlo apposta), dove rimangono ancora oggi in un regime di tolleranza e miseria; senza che nessuno abbia mai osato legiferare a loro favore, magari restituendo dignità a quel mestiere più antico del mondo che non dovrebbe mai essere effettuato in regime di schiavitù ma solo scelta volontaria e consapevole.

Sarahah: un’app per gli onesti o i vigliacchi?

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All’improvviso arriva Sarahah e potrebbe sconvolgere le vite di coloro che decideranno di servirsene, manco fosse uno stupefacente. Ma cos’è questa nuova app e perché è un arma a doppio, anzi multiplo taglio?

Sarahah, chi è costei?

In pratica ogni persona può crearsi una casella di posta dove chiunque può scriverci qualcosa restando totalmente anonimo.

Per farlo, è sufficiente che conosca il nostro indirizzo o che ci cerchi all’interno dell’app (se abbiamo deciso di essere ricercabili). Non è attualmente possibile rispondere ai messaggi, ma si può far sì che a scriverci siano solo utenti registrati al sito, oppure chiunque anche senza account.

Questa app di messaggistica anonima è stata creata da Zain al-Abidin Tawfiq e in arabo significherebbe “onestà“. Si può usare via Android o iOS, e (per leggere soltanto) anche da normale browser.

Perché?

A che scopo installare un’app del genere? Il sito ufficiale https://www.sarahah.com ci dà questi suggerimenti:

Al lavoro

  • Esalta le tue aree di forza
  • Rafforza le aree di miglioramento

Coi tuoi amici

  • Migliora la tua amicizia scoprendo i tuoi punti di forza e aree di miglioramento.
  • Fa sì che i tuoi amici siano onesti con te

Che cosa ne dicono?

Chi ha installato questa nuova diavoleria, dice che è molto curioso di sapere cosa pensa la gente di lui/lei, senza filtri, ma che ci vuole molto coraggio a leggere alcuni messaggi. Naturalmente, nell’era degli haters che infangano con tanto di nome e cognome le pagine facebook coi loro commenti, avere la possibilità di farsi prendere a pesci in faccia anonimamente suscita diverse perplessità.

Ci serve davvero?

Qualcuno dice di non installare l’app se non si ha un gran pelo sullo stomaco (chiunque può scrivere, anche un malintenzionato), e già è partito l’allarme cyberbullismo. Non si fatica ad immaginare che l’uso di questa applicazione tra i giovanissimi sia un ottimo modo per massacrare il compagno di classe sfigato o la tipa che non si è concessa la sera prima.

Sul fatto, poi, che gli amici abbiano bisogno di un messaggino anonimo per “dirci la verità”, forse potrebbe farci riflettere sul grado di amicizia che abbiamo con loro.

Per non parlare di quante persone riceveranno messaggi volti soltanto a seminare zizzania.

Il più, per la mia breve esperienza, sono amici burloni che mandano frasi spiritose.

In molti siamo curiosi di “vedere che succede”: la tentazione è forte e nasconde anche la paura che nessuno ci scriva nulla: un’ulteriore smacco alla nostra autostima.

Come difendersi? Probabilmente non installandola.

Ma la tentazione di provare… 😉
Puoi mandarmi un messaggio anonimo cliccando su questo link: https://lorenzofabre.sarahah.com/, anche per dirmi che ne pensi! I più significativi verranno pubblicati nei prossimi giorni sulla mia pagina facebook.

 

La Commenda dimenticata: Genova non è ancora pronta per il turismo

L’interno della Commenda

Vicino al Porto Antico, sorge la Commenda di San Giovanni di Pré, un tempo ospedale per pellegrini e crociati diretti verso la Terrasanta e gestito dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni – oggi noti come “Cavalieri di Malta”.

Approfittando, da bravo genovese, che la domenica la visita del complesso sia gratuita per i residenti nel Comune di Genova, trotterello verso la zona di Pré per vedere questo gioiello medievale.

Apprendo che il complesso è diviso in due, intanto: la Commenda vera e propria, ovvero l’ospedale medievale, e le due “chiese sovrapposte”, che non sono comprese nella visita della Commenda in quanto la chiesa superiore è ancora aperta al culto e la chiesa inferiore soltanto il venerdì e il sabato. Pazienza, anche se è un po’ strano che un gioiello architettonico non sia aperto di domenica – giorno di massima affluenza – ma sorvoliamo.

La zona di Pré è da sempre degradata. Le strade sono luride, le case malandate, la via è frequentata da poveri immigrati e tipi “loschi” che stazionano ai lati della strada osservando chi passa. Seppure magari non siano d’intralcio o addirittura danno, la loro presenza è così incombente da scoraggiare di addentrarsi nei bellissimi carruggi medievali.

Rinuncio alla visita delle chiese perché era tardi e mi dedico alla sola Commenda. Entrato dentro, si respira subito l’aria da ospedale medioevale, senza “corsie”, con i colonnati e le arcate a crociera. Non c’è nessun visitatore nel museo e sono le 5:00 del pomeriggio. C’è un biglietto cumulativo che consente di visitare il Museo del Mare e la Commenda, quindi ci si aspetterebbe che la domenica vi fosse almeno qualche turista: zero. La cosa non mi quadra e mi abbandono a un’invettiva contro i genovesi che nemmeno Dante: dico che sono tutti disinteressati dalla loro storia, che non c’è più interesse verso la loro città eccetera. Sarà davvero colpa loro?

Preso il biglietto, noto che il museo è organizzato con degli schermi che proiettano video dove alcuni personaggi storici raccontano le loro vicende. L’idea è simpatica ma ad ogni schermo è collegata una sola cuffia e quindi, ci fossero più turisti, vanno ascoltati a turno. Provo ad ascoltare Benedetto Zaccaria, importante capitano di mare ligure, e la sua storia. Dopo qualche secondo rinuncio: non mi sta “conquistando” e provo con Caffaro da Caschifellone. Anche lui, nulla di che: i video sono statici monologhi e dopo qualche minuto risultano per nulla interessanti e se lo sono per me che sono appassionato di storia di Genova, mi immagino per gli altri.

Procedo al piano di sopra a visitare l’ospedale degli infermi vero e proprio. La sala è completamente vuota, se eccettuiamo un altro paio di schermi dove si possono visionare il regolamento dei Cavalieri Ospitalieri e un approfondimento sui personaggi e luoghi storici. Per il resto non c’è assolutamente nulla: niente mobilio, niente reperti, niente costumi, niente ricostruzioni a parte un modellino di legno.

Vuoto.

Mi chiedo che cosa possa spingere un turista qui: l’architettura del posto da sola non basta… Salgo ancora di un piano e c’è una mostra temporanea di fotografia, anch’essa davvero poco interessante. Così poco che anche il guardiano sonnecchia mestamente, così profondamente che nemmeno si accorge che sono lì.

Scendo di nuovo a vedere la ricostruzione di un orto medievale, almeno questo è quello che c’è scritto nei pannelli guida. L’orto è striminzito, grande come una stanza e dà su un cortile interno dove il degrado raggiunge vette di massima potenza. Le piante sono cresciute tra una mattonella e l’altra fino a formare piccoli cespugli. Dalle finestre fatiscenti dei palazzoni di Pré è stata gettata qualsiasi cosa, compresi preservativi usati, pezzi di persiana, cartacce e ogni schifezza possibile. Mancano le transenne ed è possibile entrare dentro un secondo cortile così abbandonato che le piante rampicanti hanno ricoperto l’intera facciata di un palazzo, finestre incluse. Non pubblico foto per pietà.

Deluso, me ne vado.

Sono così arrabbiato per la gestione di questo museo, tanto da scrivere questo grido di aiuto che si leva dalla Commenda e da tutto il sestiere di Pré, un gioiello che ha quasi 1000 anni, sestiere che in nome del mancato impiego di risorse per la sicurezza, è lasciato all’abbandono, ceduto a criminali e disperati che ne hanno fatto il loro quartier generale, a due passi dai moli che portano i croceristi in città.

Evitiamo di scrivere hashtag tipo #ciaoMilano, difendendoci soltanto col “sì ma noi c’abbiamo il mare”, se prima non ci occupiamo seriamente della parte storica della nostra città.

Modigliani a Genova: recensione della mostra

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“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi.” La frase di Modì campeggia all’inizio della mostra che si sonda a Palazzo Ducale (Genova), nell’appartamento del Doge, un altro successo dopo le mostre sugli impressionisti, Picasso e Van Gogh, che onora l’arte pittorica in città. Ecco la mia opinione sulla mostra.

La visita

Dato che Amedeo Modigliani è uno dei miei pittori preferiti, questa volta mi sono concesso il lusso della guida in carne e ossa (aggiungendo 8 euro), ma il biglietto ordinario (da 13 euro) comprende anche un’audioguida che mi dicono essere abbastanza ben fatta.

Le opere esposte sono una sessantina (per metà quadri e altrettanti bozzetti) e sono provenienti da musei e collezioni private. Tralasciando i bozzetti (decisamente meno interessanti), i quadri sono quasi tutti ritratti, con un paio di nudi audaci in pieno stile del pittore livornese, la cui carriera è durata un soffio ed è stata caratterizzata da eccessi e povertà nella Parigi “bohemien” di inizio ‘900. Per 170 milioni di euro è stato battuto all’asta un suo quadro, recentemente: eppure Amedeo morì povero come molti artisti. Stroncato dalla meningite tubercolare dopo appena sette anni di carriera, la morte non ha permesso di identificare dei veri “periodi” artistici come ad esempio quelli blu o rosa dell’amico/rivale Picasso.

La mostra esplora le relazioni del pittore attraverso i suoi quadri: dagli amici come Soutine, dipinti in maniera tenera e intima, alle sue amanti e muse, fino a qualche gallerista poco gradito dal pittore e ritratto in maniera caricaturale. La mostra ha il pregio di portare al pubblico un pittore che non ha, nella sua produzione, una “Gioconda”: un quadro che immediatamente lo identifichi. Piuttosto possiede alcuni elementi chiave come i lunghi colli o gli occhi di dimensioni diverse, ora senza pupille ora dettagliati, a seconda del rapporto dell’artista con il modello. Modigliani sviluppa un tratto che cambia a seconda del momento in cui dipinge e questo lo rende, seppure facilmente riconoscibile, unico, come il suo amico Cocteau ricordò.Amedeo Modigliani

E Jeanne? La moglie di Modì non è presente in nessun’opera ed è ricordata soltanto in fotografia. Un peccato, per quanto ella è stata determinante nella vita dell’artista.

La visita ha il difetto di finire davvero troppo presto (1 ora è sufficiente, meglio 1 ora e mezza) ma dato il valore dell’artista e il prezzo contenuto dovrebbe essere un must per tutti.

Complimenti ai curatori per questo ennesimo successo.

Per info e biglietti: http://www.modiglianigenova.it/