Quanto devo aver paura della meningite?

Una domanda che in questi mesi affolla l’Italia (e che ora sta venendo sostituita dal Morbillo), dovuta a quella che viene identificata da alcuni come un’epidemia (sempre che sia così) di “meningite”. Essa è la malattia che è dovuta all’infiammazione delle meningi, una serie di guaine che avvolgono il nostro cervello e in generale il nostro sistema nervoso centrale, tenendolo isolato dal resto del corpo.

In questo post mi occuperò solo della meningite da meningococco. Facciamo chiarezza provando ad essere semplici:

Che cosa causa la meningite e perché è pericolosa?

Da brava infiammazione, essa può essere causata da virus, batteri (spesso), funghi oppure sostanze chimiche. Per antonomasia, quando in questi mesi si parla di meningite si intende soprattutto quella da “meningococco“, un batterio dal nome scientifico di Neisseria Meningitidis, presente nelle vie aree superiori (naso, faringe) di moltissimi individui e che in alcuni soggetti prolifera causando una “meningite batterica”; più spesso lo “pneumococco” ovvero Straeptococcus Pneumoniae, il batterio che più di frequente causa la polmonite, è implicato anch’egli mentre particolarmente temuta è quella da Haemophilus, nel bambino.

La meningite è pericolosa perché le guaine sono a contatto con il cervello e quindi un danno ad esse rapidamente si estende al nostro prezioso organo, se non trattato. Quando questo avviene, la meningite risponde peggio alla terapia e in molti casi può portare alla morte o a danni permanenti. Per questo è importante agire presto e proteggersi col vaccino, quando possibile.

Come posso difendermi dalla meningite e capire se sono a rischio?

Se si è sani ed adulti, non è possibile identificare un vero e proprio soggetto a rischio, ma esistono soggetti comunque “fragili” (immunodepressi, anziani, bambini, adolescenti e lattanti) che sono più a rischio di altri. Coloro che lavorano o studiano in comunità chiuse (scuole, stazioni, locali ecc.) sono più esposti al contatto con altre persone e quindi maggiormente a rischio. Questo perché la meningite si passa per via aerea o comunque entrando in contatto con goccioline espulse da bocca e naso parlando, respirando o con uno starnuto, esattamente come per l’influenza.

La malattia interessa soprattutto i giovani, perché:

  • non hanno ancora un sistema immunitario pienamente sviluppato (spec. infanti e lattanti)
  • non possono essere vaccinati quando troppo giovani
  • sono in età scolare e/o frequentano locali chiusi più spesso degli adulti (es. scuola)
  • per la giovane età, magari non sono ancora entrati in contatto con il batterio in questione e non hanno sviluppato una risposta immunitaria contro lo stesso.

Più passa il tempo più è facile che noi abbiamo incontrato il meningococco (senza mai essercene accorti o avendo fatto un banale mal di gola). Magari lo ospitiamo senza saperlo nelle nostre vie aeree dove vive tranquillo, senza provocare danni, perché “circondato” da altri batteri o funghi che condividono con lui le risorse disponibili. E anche perché il nostro sistema immunitario ha imparato a tenerlo a bada; pertanto questi fattori gli impediscono di proliferare facilmente in noi, ma non è detto che, trasmettendolo agli altri, non possiamo causare danno al prossimo senza volerlo.

Questo è il principio per cui il vaccino non è solo un gesto protettivo per noi, ma anche per gli altri: difendersi dalla meningite batterica è infatti possibile fin dall’infanzia con un vaccino sicuro e ben tollerato (ma come tutti i vaccini, vi possono essere rari effetti collaterali). Il vaccino non garantisce un’efficacia del 100%, ma aiuta a non ammalarsi o, in caso di malattia, a minimizzarne gli effetti dannosi.

Occorre chiarire che esistono diverse varianti (“stipiti”) di meningococco e pertanto vi sono 3 vaccini diversi (cito il sito della ASL3 Genovese):

  • il vaccino coniugato tipo C offerto a tutti nel 2° anno di vita
  • il vaccino coniugato A, C, Y e W135 offerto a tutti gli adolescenti
  • il vaccino contro il meningococco tipo B che, in Liguria, viene offerto a tutti i nuovi nati, a partire dalla coorte di nascita 2015.

Per ovvie ragioni, sarebbe opportuno che TUTTE queste categorie si vaccinino quando è il momento. L’adulto ovviamente può vaccinarsi a sue spese, ed è consigliato farlo qualora vi sia un consistente rischio (vedi ultimo paragrafo).

 Come faccio a capire se ho la meningite? E cosa faccio se lo sospetto?

Dopo 2-12 giorni dall’entrata in contatto col batterio può iniziare la fase sintomatica. Non è facile capirlo: dal momento che i sintomi sono poco specifici, la meningite è difficilmente diagnosticabile nella fase iniziale perché ricorda una “brutta influenza” e non c’è modo di distinguerle.

Spesso all’inizio vi sono mal di testa e febbre molto alta. Successivamente il quadro si aggrava rapidamente con possibili nausea, vomito, dolori muscoloscheletrici, irrigidimento del collo (rigor nucalis), avversione alla luce (fotofobia), comparsa di macchie rosse sulla pelle e manifestazioni simil-epilettiche come convulsioni o sopore fino alla perdita di conoscenza. E non è detto che tutto questo si verifichi, a complicare tutto.

Se si sospetta fortemente di essere a rischio, è meglio recarsi subito al Pronto Soccorso o comunque da un medico. In caso di diagnosi positiva, è opportuno segnalare ai medici le persone che sono entrate in contatto con il malato nei giorni/ore precedenti perché vengano esaminate anch’esse ed eventualmente sottoposte a “chemioprofilassi” con antibiotici perché non sviluppino la malattia.

La terapia, in cui non ci addentriamo, prevede il ricovero, antibiotici e terapie di supporto.

Esiste un’epidemia in Italia, nel 2017?

In Italia non c’è un’epidemia, ma l’infezione è in aumento. L’attenzione della stampa può ovviamente esaltare l’allarme perché “fa notizia” ma va detto che esiste un “allerta” solo in Toscana dove si sono riscontrati più casi da meningococco C del normale, dal 2015. Per questo la regione Toscana, giustamente, si è messa a vaccinare anche altre fasce di popolazione. Questa campagna è prorogata fino a giugno 2017, come si legge qui: http://www.regione.toscana.it/-/campagna-contro-il-meningococco-c

Ma nelle altre regioni?

Se guardiamo i dati, scopriamo come sia molto improbabile essere infettati dalla meningite, esclusa la zona in allerta; cito e riassumo dati dall’ottimo sito di “Epicentro“, epidemiologia per la Sanità:

Nel 2015 in Italia (circa 60 milioni di abitanti) sono stati segnalati 196 casi di malattia da meningococco, (0,32 casi per 100.000 abitanti); l’incidenza è in aumento (0,23 nel 2012, 0,29 nel 2013 e 0,27 nel 2014).

Intanto, scopriamo che vivendo in Italia nel 2015, avremmo avuto circa 1 possibilità su 300.000 di ammalarci di meningite da meningococco, tanto per capire quanto in generale la malattia sia rara.

L’incidenza della malattia da meningococco è maggiore in particolare nel primo anno di vita e si mantiene elevata fino alla fascia 15-24 anni e diminuisce dai 25 anni in su.

E chi si reca in Toscana? cito il sito di prima:

Per chi si reca in Toscana. Il Ministero della Salute non ritiene necessario fornire specifiche raccomandazioni a coloro che si recano in Toscana, nelle aree maggiormente interessate dai casi di Meningococco C (Azienda Usl Toscana Centro), per viaggi di lavoro o soggiorni turistici.
E’ quanto testualmente stabilito dalla circolare n. 5783 del 1 marzo 2016 e dal comunicato stampa del 4 marzo 2016, entrambi dello stesso Ministero della Salute.

Per cui, la vaccinazione fuori dalle fasce di età giovanili o nei soggetti più fragili, non è consigliata (non è vietata, ovviamente, ma non c’è un’indicazione). A tal proposito, per i liguri vi propongo di leggere le indicazioni della regione:

http://www.regione.liguria.it/regione-liguria/ente/giunta/item/14563-meningite-influenza-2017.html

In conclusione, tolti i problemi in Toscana (che ci auguriamo si risolvano presto), è consigliata la vaccinazione ai giovani e soggetti a rischio, e non c’è un concreto ed aumentato rischio per gli altri italiani.

A presto!

Ma se mi pungo con un chiodo arrugginito, rischio il tetano?

Prima o poi ogni medico o studente di medicina dovrà rispondere a questa domanda, quando vedrà qualcuno corrergli incontro mentre si tiene la mano. Vediamo qual è la riposta migliore, cercando di usare un linguaggio semplice.

Che cos’è il tetano?

Si tratta dell’infezione sintomatica da un batterio chiamato Clostridium Tetani, che vive nell’intestino degli animali (e degli umani), nella polvere e sul terreno in generale. La sua caratteristica è quella di formare delle spore piuttosto durature e resistenti (anche a 20 minuti di bollitura): se tali spore entrano in contatto con l’uomo tramite ferita, in assenza di ossigeno (la ferita deve essere sufficientemente sporca e/o profonda) il batterio può proliferare e causare la malattia.

Perché il tetano è così grave?

Del tetano è pericolosa la tossina che il batterio produce, che è una delle più letali in natura. Dopo 2-14 giorni dalla ferita, si può sviluppare l’infezione in fase sintomatica che causa una paralisi di alcuni o tutti i muscoli detta “paralisi spastica” in quanto la tossina attacca i neuroni che intervengono nel rilassamento dei muscoli: questi ultimi diventano completamente contratti (partendo vicino alla ferita ma più spesso a partenza dalla mandibola, nella forma generalizzata) e poi si associano le manifestazioni tipiche delle infezioni, come la febbre. Questo può portare a gravissimi danni e anche alla morte in caso di coinvolgimento dei muscoli respiratori. Purtroppo, una volta che la tossina ha fatto effetto, non c’è un “antidoto” e bisogna aspettare che il neurone infettato guarisca da solo, con tempistiche lunghe.

Come faccio a capire se la mia ferita è a rischio?

Ogni ferita profonda (diciamo almeno un millimetro) e/o contaminata da sporcizia, polvere, sabbia, terreno, feci e quant’altro, è a rischio di tetano. In sé per sé la ruggine non c’entra nulla. Le ferite più pericolose, per loro natura, sono quelle da perforazione (ad esempio da punteruolo, filo spinato, spine di pianta, chiodi o schegge) perché creano una ferita profonda la cui parte superficiale si “richiude” presto, dando al batterio un ambiente privo di ossigeno dove proliferare. Anche l’uso di droghe da iniettare, ustioni o ascessi mal curati possono favorire l’infezione.

Dal momento che il tetano vive bene nell’intestino degli animali, una ferita subita in campagna ma anche in un giardino (per via della presenza di animali o dell’uso del letame per concimare) è quella maggiormente a rischio: ci sono stati casi di tetano dovuti alla puntura con le spine delle rose, per intenderci. Anche il morso di un animale, pure se domestico e che non è mai uscito di casa, è potenzialmente a rischio: i gatti si puliscono leccandosi le parti intime mentre i cani escono quotidianamente in strada, quindi potete capire che la loro bocca non è un posto propriamente igienico…

Come faccio a difendermi dall’infezione?

La difesa più efficace è la vaccinazione con richiami periodici (che quasi nessuno fa: ahimè).
Per legge dovremmo tutti essere vaccinati da piccoli ed è buona norma fare un richiamo ogni 5-10 anni. In caso di dubbio, si può controllare se si è ancora coperti tramite un prelievo di sangue (misurando il titolo anticorpale) ma ancora meglio è fare il richiamo a prescindere perché si può fare anche senza controllare la copertura. No: il vaccino (che include anche la difterite) non causa autismo, come abbiamo già detto qui ma come tutti i vaccini, anche se serve ed è efficace, non garantisce il 100% di efficacia.

Cosa faccio se mi sono ferito e penso di essere a rischio?

Pulire la ferita e disinfettarla è ovviamente sempre la cosa da fare. Se la ferita è profonda ma non sanguina o il sanguinamento è scarso, è opportuno non fasciarla in maniera troppo costrittiva: il tetano infatti cresce in assenza d’aria e sarebbe agevolato da bendaggi troppo “soffocanti”.

  • Se mi sono tagliato/punto e penso di essere comunque a rischio di tetano, soprattutto se non sono vaccinato o non ho fatto correttamente i richiami, è meglio che mi rechi IL PRIMA POSSIBILE da un medico per far valutare la ferita (considerate che se avvienedi notte o nei festivi e prefestivi, è in funzione la Guardia Medica).
  • Se la ferita è particolarmente profonda, sporca o grave, o è stata inferta in ambiente rurale/agricolo, meglio andare direttamente in Pronto Soccorso dove c’è la possibilità di somministrare antibiotici, immunoglobuline specifiche contro il batterio (più di rado), rifare il richiamo o comunque ricevere la valutazione medica necessaria.
  • Inoltre, se a distanza di qualche giorno da una ferita a rischio, avvertissi dei sintomi come spasmi muscolari, andare in Pronto Soccorso è più che consigliato.

Trascurare queste norme può essere pericoloso perché l’infezione, una volta in fase avanzata, non è più facilmente curabile, anche se la maggior parte dei pazienti (80% se di età inferiore ai 60 anni) sopravvive senza conseguenze dopo una malattia lunga e debilitante (anche 4-6 mesi). Fare la malattia, va detto, non protegge da un’infezione successiva e solo la vaccinazione ne è in grado.

Concludendo, facciamo attenzione alle ferite “sporche” e a quelle “profonde” e facciamo il richiamo del vaccino (per non dire il vaccino stesso)!

Pazienti saccenti e medici non comunicativi

Ieri mi è capitato di leggere questo articolo di Matteo Basile su Il Giornale, di cui vi invito alla lettura. In pratica, l’articolo tratta del tema delle “autodiagnosi” svolte dai pazienti tramite internet, senza ricorrere all’osservazione medica. Il 58% di essi, procede a (provare a) diagnosticarsi malattie e (tentare di) curarsi, senza passare per il camice bianco.

Oltre all’inquietante 58%, mi hanno fatto molto pensare i commenti di alcuni utenti, che troverete sotto l’articolo, in particolare il secondo, di una paziente che accusa i medici di presunzione e superficialità.

I responsabili di questo crollo della fiducia, lo dico con dispiacere, siamo anche noi medici. In Italia manca una vera e propria filosofia della scienza che nonostante il nostro presunto illuminismo e razionalismo non ha ancora soppiantato uno dei più grandi difetti dei medici: la scarsità di comunicazione col paziente.

Continuiamo da secoli – perché i nostri maestri ce lo hanno insegnato – a non comunicare chiaramente le diagnosi perché il paziente è “stupido” e non può capire, oppure non bisogna generargli ansia, oppure non riusciamo a dirgli che il problema è psicosomatico perché il paziente penserà che gli stiamo dando del pazzo, perché non abbiamo tempo in quanto siamo sotto organico e dobbiamo arrivare vivi a fine giornata. Ancora peggio: non riusciamo a comunicare chiaramente quando non sappiamo che pesci pigliare. E, a volte, non siamo così umili da ammettere che forse è meglio che un nostro collega più esperto visiti il paziente al posto nostro. Per non parlare delle molte diagnosi che spesso vengono comunicate a parenti prossimi e nascoste al paziente stesso (fatto che sarebbe non proprio legale).

Questa insicurezza, mascherata da superiorità, non può che generare una profonda sfiducia nel medico e produrre un esercito di persone scettiche e complottiste che vedono i sanitari erroneamente in pugno alle lobby e aziende farmaceutiche.

Di fronte a questo annientamento della professione medica, basta che una persona (e ne leggerete nei commenti), dichiari qualcosa di mirabolante e la sua dimostrazione di forza e sicurezza faranno immediatamente presa sull’esercito degli scettici che vede nelle persone che hanno studiato soltanto insicurezze e dubbi.

Perché la medicina è la scienza del dubbio, e le certezze purtroppo sono poche: chi si affida a noi, purtroppo, spesso non lo sa e non lo accetta. Starebbe a noi farglielo capire, nonostante le difficoltà, iniziando fin da giovani con un’adeguata educazione sanitaria fatta già nelle scuole.

Ma l’olio di palma fa male?

 

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Benvenuti nella nuova crociata del 2016. Dopo gli insaccati e le carni rosse, dopo i vaccini, la medicina hameriana e compagnia bella, ecco il nuovo “scandalo” del 2016: la presenza, nel cibo, dell’olio di palma, accusato in queste settimane di provocare cancri, disboscamento e infarti, laddove l’unica cosa che sta realmente causando è un’isteria collettiva che si è rapidamente trasmessa all’industria alimentare. Vediamo di fare un po’ di chiarezza analizzando i dati in nostro possesso e cercando di semplificare il linguaggio per raggiungere più persone possibile.

Che cos’è l’olio di palma?

E’ un olio vegetale alimentare ricco di grassi saturi, normalmente utilizzato per la produzione industriale di cibo e, in alcune culture extraeuropee, anche nella cucina quotidiana. Si estrae da una particolare palma, diversa da quella da cocco, che viene coltivata appositamente. Come ci ricorda AIRC, costa poco ed essendo allo stato semi-solido è particolarmente adatto per confezionare dolci industriali, sostituendo elementi più costosi come il burro.

L’olio di palma fa male alla salute?

Esattamente come per la carne rossa e gli insaccati di qualche post fa, il consumo ECCESSIVO di questo composto è dannoso per la salute per un fondamentale meccanismo: essendo un grasso saturo, aumenta il colesterolo LDL ed è dannoso per il cuore e l’apparato cardiovascolare. ESATTAMENTE come lo sarebbe il consumo eccessivo di burro o altri grassi. Quindi, ci basta limitare il consumo di prodotti a base di olio di palma (che sono quasi sempre dolci e quindi già dannosi, di loro, per la salute) per diminuire il rischio cardiovascolare.
Pertanto, l’olio di palma è dannoso per il cuore come qualsiasi altro grasso saturo quale il burro: il suo consumo va limitato, non eliminato.

E il rischio di cancro? I detrattori citano uno studio che imputa un rischio cancerogeno per l’olio di palma trattato ad alte temperature, ma questi composti cangerogeni sono presenti anche in altri olii (mais, girasole ecc.) attualmente non demonizzati dalle polemiche. Sempre AIRC ci tranquillizza che tali temperature difficilmente si raggiungono nei processi di lavorazione del cibo industriale, che la cancerogenicità è accertata solo “in vitro” (quindi solo in laboratorio, ma non è stata studiata nel vivente) e che ci vorrebbero enormi quantità di olio di palma consumato per rischiare concretamente di ammalarsi. L’unico neo da considerare sarebbe il tempo di esposizione in quanto tali composti vengono consumati fin da quando siamo bambini, ma di questo non abbiamo ancora risposte concrete. Quindi il rischio reale di cancerogenicità è probabilmente basso, e paragonabile ad altre sostanze alimentari che consumiamo senza problemi come l’alcol.

Ma è vero che l’olio di palma danneggia l’agricoltura?

Questa è forse l’unica cosa vera: lo sfruttamento del suolo per produrre questo composto è abbastanza ingente e potrebbe creare problemi agricoli. Però l’industria alimentare, se vuole sostituire questo composto, dovrà coltivare altre piante come il cacao (da cui estrarre il burro) e quindi saremmo da capo: qualcosa va coltivato, che sia la palma da olio o altre piante. La soluzione sarebbe quella di diversificare i grassi saturi da inserire nel cibo, ma questa soluzione deve essere presa industrialmente o a livello governativo.

Mi piace condividere le conclusioni dell’AIRC che riassumono bene tutto:

L’olio di palma non è il grasso più salubre che esista, ma nemmeno il peggiore: prima di bandirlo bisogna verificare con che cosa lo si sostituirebbe. Molti prodotti che mostrano sulla confezione la scritta “senza olio di palma” contengono olio di cocco o burro di cacao, che sono altrettanto nocivi di quello di palma per altri aspetti della salute che non sono legati direttamente allo sviluppo di tumori.

Infine, nel caso dell’olio di palma, bisogna considerare anche l’impatto sull’ambiente e la sostenibilità di questa coltura, confrontata con la sostenibilità delle colture alternative: anche il cocco e il cacao sono considerati a rischio perché per coltivarli le popolazioni locali abbandonano altre produzioni più utili all’alimentazione o più ecologiche.

La strategia più ragionevole, a livello individuale, è quella di variare le proprie fonti alimentari, evitando di abusare di prodotti con olio di palma senza però demonizzarli o indire crociate non sempre sostenute da sufficienti motivazioni scientifiche, soprattutto se si guarda al problema nella sua interezza e non solo nei dettagli.

Condividete, per favore, con i “palma-scettici”. Grazie! 🙂

 

Ma il metodo del dr. Hamer funziona?

 


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La morte della ragazza diciottenne  per leucemia
e di una paziente affetta da carcinoma mammario che avevano rifiutato la chiemioterapia per seguire il “metodo Hamer” o “Nuova Medicina Germanica“, hanno avuto come sfortunato effetto quello di far emergere queste teorie di medicina alternativa all’ignaro pubblico. Cerchiamo di analizzare i dati a nostra disposizione.

Chi è il dr. Hamer?

Ryke Geerd Hamer era un dottore in medicina tedesco, morto nel 2017. Una nota importantissima della sua biografia è la morte del figlio Dirk, ucciso da un’arma da fuoco forse imbracciata da Vittorio Emanuele di Savoia, il quale fu parzialmente prosciolto dalle accuse in un processo molto controverso.

Ryke Hamer naturalmente risentì di questo trauma. Dopo circa tre anni, inoltre, si ammalò di cancro ad un testicolo. Hamer si curò con la medicina tradizionale (chirurgia) e sopravvisse.
Il gravissimo trauma della morte del figlio doveva avere alterato irrimediabilmente la psiche di Hamer, tanto da portarlo a partorire alcune teorie: quelle della Nuova Medicina Germanica (NMG), di cui fu fondatore.

Hamer è morto nel 2017 per ictus, a 82 anni; è stato radiato dall’ordine dei medici tedesco per le sue teorie, di cui parlerò qui di seguito. Varie sue affermazioni antisemite gli hanno causato diversi problemi giudiziari. Per approfondire il resto della sua biografia, ecco il link wikipedia.

Che cosa teorizza la “Nuova Medicina Germanica” (NMG)?

Per la NMG le malattie sono tutte frutto di conflitti interiori non risolti all’interno della nostra mente. Ad esempio il suo cancro al testicolo  veniva attribuito al trauma per la morte del figlio (forse perché dal testicolo si generano gli spermatozoi e di conseguenza si possono generare figli). La moglie Sigrid, in seguito, si ammalò di cancro al seno ma seguì il nuovo metodo curativo pensato dal marito, per poi morire nel 1985 a causa di un infarto. Il medesimo motivo (la morte del figlio) fu teorizzato da Hamer come causa del tumore della moglie e alcuni riportano una testimonianza di una collaboratrice, per la quale Hamer avrebbe affermato che la moglie sarebbe poi morta per scarsa fiducia nel suo nuovo metodo curativo.

In breve, le malattie benigne o maligne “non esistono” nella forma in cui le vede la medicina tradizionale ovvero dove un agente esterno o interno innesca un danno fisico nel corpo: esistono perché generate dalla nostra psiche.
Secondo le leggi biologiche della NMG dopo uno “shock” emotivo che causi un conflitto interiore, il corpo attuerebbe un “programma biologico” di eliminazione dei conflitti a partenza cerebrale, e le malattie sono solo il segnale che corpo e mente stanno lavorando per risolvere (o hanno già risolto) un conflitto shockante. A ogni shock corrisponde una malattia specifica: hai avuto un infarto? Allora hai avuto un conflitto del territorio che dura da quasi un anno: forse c’è un collega nuovo in ufficio o qualcuno che entra nella tua vita privata e flirta con tua moglie ecc. Se muori è perché questo conflitto non è stato risolto entro 9 mesi. Il cancro mammario? E’ un conflitto madre/bambino/tutela ed è molto importante stabilire se la paziente è destra o mancina: infatti secondo Hamer il tumore le verrà al seno sinistro se è destrimane, come si legge in un sito dedicato alla NMG:

Un conflitto madre/bambino/tutela nella destrimane colpisce sempre lateralmente a destra nel cervelletto, nella zona riguardante la mammella del seno sinistro.

Cancro dei bronchi? Sono sensi di colpa, minacce o paure e così via.
Se il malato dovesse risolvere il conflitto, secondo la NMG il tumore si fermerà. E questo vale anche per le infezioni: anzi secondo Hamer i batteri sono una conseguenza della risoluzione del conflitto mentale alla base della malattia e sono “creature buone” che non vanno uccise coi farmaci antibiotici. Citando sempre dallo stesso sito che sostiene la NMG:

I microbi non sono nostri nemici ma ci aiutano, loro lavorano su nostro comando, su comando del nostro organismo, diretto dal nostro cervello, perché ad ogni gruppo di organi appartenente ad un foglietto embrionale appartengono specifici microbi tipici di quel foglietto embrionale.

Allo stesso modo, ad esempio, i tumori cerebrali non vanno asportati ma va sempre risolto il conflitto alla base, perché le alterazioni sarebbero un “focolaio” cerebrale di guarigione:

“Alla fine della fase di guarigione, la cosiddetta glia, viene depositata come tessuto connettivo cerebrale innocuo per riparare il Focolaio di Hamer. All’inizio della guarigione il focolaio di Hamer è una cicatrice innocua di una cosiddetta malattia pregressa con deposizione di glia, i cosiddetti anelli di glia, che purtroppo vengono ancora erroneamente interpretati come tumori cerebrali e infelicemente asportati, per la sofferenza dei pazienti“,

nonostante i radiologi di tutto il mondo, da molti anni, parlino di “artefatti ad anello“, privi di significato clinico e ormai non più presenti nei macchinari più moderni.

La NMG afferma inoltre che le metastasi non esistano e che la Chemioterapia e la Morfina siano responsabili della morte del 95% dei pazienti affetti da tumore, senza mai aver dimostrato scientificamente tali teorie. Pertanto il nuovo medico germanico non deve utilizzare tali terapie, mentre altri farmaci come il cortisone sono talvolta ammessi.

Cosa accadde al dr. Hamer dopo le sue teorie?

Ryke Hamer fu radiato dall’ordine dei medici tedesco nel 1986 in quanto affetto da disturbi psichici. Hamer esercitò comunque abusivamente la professione per cui fu indagato varie volte e in vari paesi (Francia, Spagna e Germania). Fece anche diverse affermazioni antisemitiche (ovvero parlò di un complotto sionista ai suoi danni, comprensivo di volontà omicide di cui sarebbe stato il bersaglio) arrivando anche a negare l’Olocausto. Negli ultimi anni di vita visse in Norvegia, continuando a sostenere le sue teorie.

Cosa pensa la comunità scientifica di queste teorie?

La comunità scientifica è pressoché totalmente avversa alle teorie della NMG in quanto esse non sono mai state dimostrate e le famose “testimonianze” dei presunti guariti non sono mai state valutate da commissioni scientifiche “ad hoc” e rimangono semplici “racconti”. Un’analisi completata da una delle società di oncologia svizzere che si interessa di terapie alternative per il cancro (SCAC) afferma:

“Crediamo che il metodo promosso da Hamer sia pericoloso, soprattutto perché culla i pazienti in un falso senso di sicurezza facendo sì che essi vengano privati di altri trattamenti efficaci . Finché Hamer fallisce nel presentare una qualsiasi prova più convincente per le sue ipotesi e l’efficacia della « Nuova Medicina » rimane scientificamente non dimostrabile, dobbiamo dare consiglio vivamente contrario al ricorrere al suo metodo.” (Testo integrale qui).

Ma non è forse vero che la psiche influenza le malattie?

Certo che è vero, e questo si sapeva anche dall’antichità senza l’apporto di Hamer. Esistono molte malattie, ad esempio, che sono dette “psicosomatiche”: ovvero la psiche genera dei sintomi che diventano fisici (somatici): dolore, prurito ecc. Sono esempi frequentissimi la fibromialgia o la sindrome del colon irritabile: persone con un carattere ansioso o depresso avvertono dei sintomi muscolari o dell’intestino, come se avessero un’infezione che non hanno (non si trovano in situ batteri o virus specifici ad esse associati). Tali disturbi regrediscono facilmente quando la persona esegue una terapia psicologica o psichiatrica, piuttosto che assumere antidolorifici, antispastici o antiinfiammatori, e la medicina tradizionale questo lo ha ampiamente dimostrato.

Anche se non viene escluso, la psiche non sembra in grado, da sola, di generare tumori come suggerisce Cancer.Gov, cioè l’istituto sul cancro americano:

“Can psychological stress cause cancer?
Although stress can cause a number of physical health problems, the evidence that it can cause cancer is weak. Some studies have indicated a link between various psychological factors and an increased risk of developing cancer, but others have not.”

— L’evidenza che lo stress causi il cancro è debole dato che alcuni studi indicano un nesso e altri no.

La psiche può influenzare la sintomatologia, e in parte il decorso del cancro, quello sì, come ricorda il paragrafo successivo dello stesso sito Cancer.Gov.

“Evidence from experimental studies does suggest that psychological stress can affect a tumor’s ability to grow and spread.”

La psiche influenzerebbe l’abilità di un tumore di crescere e disseminarsi.

Ma non di guarire da esso: su questo non esiste NESSUNA evidenza scientifica anche se vi sono teorie per cui un atteggiamento psicologico positivo garantisce una miglior risposta alle terapie tradizionali, anche se sul lungo termine non aumenterebbe la sopravvivenza.
Quindi dobbiamo capire che la psiche in qualche modo potrebbe giocare un ruolo nel decorso della malattia, però mai tanto quanto credeva Hamer (che arrivava a negare anche le metastasi e dava “tutta la colpa alla mente”). L’esito finale della malattia non dipenderà dall’umore di nessuno ma dall’efficacia della terapia antitumorale validata (chemio, radio, chirurgia e quant’altro).

Alla luce dei dati scientifici, il metodo del dr. Hamer ha una qualche validità terapeutica?

Effettuando una ricerca su PubMed, il database dei lavori scientifici medici che sono sottoposti all’analisi della comunità scientifica, non esiste studio che dimostri che la NMG abbia alcun effetto terapeutico sulle malattie.
Quindi la risposta più semplice è: no, il metodo Hamer non serve a nulla e usarlo equivale a lasciare che la natura faccia il suo corso, senza intervenire. Il che significa, nelle malattie tumorali, andare incontro alla morte certa. Lo ribadisce bene anche la AIRC, associazione italiana per la ricerca sul cancro.

C’è qualcuno che è guarito dal cancro col metodo Hamer?

C’è chi lo dice ma nessuno lo ha dimostrato. Quindi la risposta è “no, fino a prova contraria” (mai arrivata). Ovviamente ci sono persone che affermano di essere guarite con il metodo Hamer ma nessuna ha messo a disposizione della comunità scientifica la documentazione adeguata per aiutare a capire se tale metodo davvero funzioni. In pratica non vi sono prove se non “testimonianze” generiche raccolte qui e là e non sottoposte alla “peer review” che consente l’analisi scientifica. Ricordiamo quindi una riflessione molto importante sulla NMG che ho tratto da qui:

  • Quando qualcuno guarisce è “merito di Hamer” ma non ne viene fornita prova tangibile (cartelle, referti ecc).
  • Quando muore, è “colpa del paziente che non ci ha creduto”.

Credo che questo valga più di ogni altra spiegazione sulla serietà del metodo Hamer.

Hamer ha dei seguaci? Ed esistono teorie simili?

Ovviamente il dr. Hamer ha molti seguaci, tra cui diversi medici, sparsi in tutto il mondo, che lo difendono a spada tratta su internet, sebbene nessuno porti mai prove scientifiche alla revisione della letteratura o abbia mai completato un trial scientifico secondo i canoni corretti. Purtroppo ci sono anche teorie alternative come quella di Claude Sabbah, considerato addirittura un “copione” del metodo Hamer.
Manco a dirlo, sono tutte teorie non scientificamente dimostrate e potenzialmente dannose per chi le abbraccia.

Che cosa ne pensi tu, Lorenzo?

La mia opinione conta poco quando non si lega a dati scientifici. Ma ve la espongo volentieri:

  • Posso dire che il metodo Hamer non funziona perché la scienza lo ha dimostrato: anzi lui o i suoi seguaci non hanno mai dimostrato che funzioni.
  • Posso dire che la psiche può giocare un ruolo nelle malattie come il cancro, ma difficilmente è determinante nella sua insorgenza, come dicono alcuni studi.
  • Ritengo che un paziente che si affidi a un medico “hameriano” commetta un grave sbaglio.
  • Dal punto di vista personale (e qui la mia opinione vale zero) penso che Hamer abbia voluto darsi da solo spiegazioni sulle sue sfortune personali rifiutando quelle razionali, essendo stato sottoposto a quella che percepiva come una grave ingiustizia (morte del figlio e assoluzione del presunto assassino) cercando quindi di autoeleggersi a nuovo “messia” piuttosto che accettare di essere “uno dei tanti (medici)”. Penso che le sue teorie possano valere qualcosa solo per blandi disturbi cosiddetti “funzionali” o psicosomatici, dove è ben noto che un supporto psicologico possa aiutare a lenire i sintomi e non per tutte le sue leggi bislacche sulla biologia che appaiono completamente prive di fondamento.
  • Penso che l’uomo non sia contento di ammalarsi senza che vi siano cause certe, togliendo il fumo o altri vizi. E che sia una via di uscita “facile” quella di immaginare che tutto sia all’interno della nostra mente e che solo con la forza di volontà si possa sconfiggere la malattia. Essa è in fondo la nostra più grande paura, vista come “perdita della salute”. In questo senso, una teoria come quella di Hamer ha un grosso fascino. Lo stesso fascino che esercitano i dittatori o i pericolosi criminali. Sta a noi, con il cervello acceso, resistergli.
  • Avendo studiato medicina, il pensiero di curare un cancro con cortisone e vitamina C o gli impacchi, come facevano le due sfortunate donne di inizio post, mi fa rabbrividire e intristire. Divento triste pensando ai ricercatori che si scervellano per capire come curare certe patologie. Agli oncologi che ogni giorno vivono con la morte che incombe nelle loro corsie e debbano affrontarla con “testicoli quadrati” e affrontare anche ciarlatani, persone ottuse o facilmente circuibili. A come le persone che ricevano questa orrenda diagnosi, disperate, si abbandonino a facili sensazionalismi come la teoria di Hamer ed evitino le uniche terapie in grado di salvarli. Auspicherei che a scuola, invece dell’ora di religione o quantomeno a fianco ad essa, si facesse un po’ di educazione sanitaria.

Un’ultima raccomandazione

Di solito in questi post cerco di essere oggettivo e meno sentimentale, ma oggi faccio uno strappo alla regola: se avete una malattia grave, non è detto che la medicina tradizionale possa aiutarvi, ma di certo è l’unica in grado di farlo. Non mettete la vostra vita in mano a ciarlatani che nella stragrande maggioranza dei casi vi vedono solo come mucche da mungere e non vi danno nessuna garanzia.

Se pensate che Big Pharma lucri sulle malattie, dovete anche sapere che essi però sono gli unici, assieme ai medici tradizionali, che hanno dimostrato scientificamente di potervi curare. Profitto sì, ma ridandovi qualcosa indietro.
Il resto è misticismo e speculazione. E morte.

Grazie per il vostro tempo.

Trovato batterio resistente a tutti gli antibiotici. Ma cos’è l’antibiotico-resistenza e come accade?

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Batteri “Escherichia Coli”

Ne stanno parlando quasi tutte le testate giornalistiche: in America è stato scoperto un batterio della famiglia Escherichia Coli resistente a tutti gli antibiotici esistenti, isolato nelle urine di una donna. La colpa della nascita di questi batteri è in parte anche NOSTRA, di medici, pazienti, veterinari e farmacisti. Vedremo in seguito come, facendo un po’ di chiarezza su questo fenomeno. Cercherò di usare un linguaggio semplicissimo per essere compreso da più persone possibile.

Cos’è un antibiotico?

L’antibiotico, o più propriamente “antimicrobico”, è un farmaco capace di inibire la crescita dei batteri e/o ucciderli. Gli antibiotici, per definizione, NON sono efficaci sui virus (come quello dell’influenza), sui quali agiscono solo i farmaci antivirali. Esistono antibiotici di diverse classi, ognuna attiva su particolari ceppi di batteri: penicilline, cefalosporine, fluorochinoloni ecc.

Cosa significa che un batterio sia antibiotico-resistente?

Si tratta di un batterio che, per selezione dovuta alle terapie, per mutazione genetica o proprio per sua natura, è resistente agli antibiotici comunemente usati nella pratica clinica (es: le penicilline). A volte la resistenza viene esplicitata contro farmaci specifici (esistono, per esempio, ceppi di Stafilococco Aureo meticillino-resistenti). Tale resistenza è uno dei motivi per cui si sviluppano di continuo nuove molecole antibiotiche e le vecchie tendono a funzionare meno.

Perché la resistenza agli antibiotici è un problema?

Come è ovvio, se un batterio resiste alle terapie mediche, l’infezione batterica in un essere vivente incapace di difendersi da solo può portare il soggetto alla sepsi e alla setticemia, cioè ad un’infezione particolarmente grave e generalizzata e quindi alla morte del soggetto o comunque a danni gravissimi. Oltre a questo, tale batterio potrebbe infettare altre persone o animali, creando una epidemia che sarebbe molto difficile da sconfiggere, mancando terapie efficaci.

Come funziona la resistenza agli antibiotici?

I batteri possono essere resistenti:

  1. Per natura, per la struttura del batterio (ad esempio i Micoplasmi, che entrano dentro le cellule come fanno i virus, o il bacillo di Koch, il micobatterio che causa la tubercolosi e che ha una parete particolarmente resistente). Gli organismi, come spiegava Darwin e altri, si “adattano” al loro ambiente per sopravvivere. Così fanno i batteri quando sono colpiti da una terapia. A volte sono nati resistenti, a volte sviluppano caratteristiche genetiche per resistere alle difficoltà una volta che le incontrino, esattamente come le persone che vivono in Africa e che hanno mantenuto la pelle scura per difendersi dal sole o i popoli nordici che hanno una distribuzione del grasso adatta a resistere al freddo.
  2. Per mutazione del batterio, che può esprimere nuovi geni (a volte “accoppiandosi” con altri batteri) capaci di rendere inefficaci i farmaci antibiotici
  3. Per colpa delle terapie antibiotiche effettuate su uomini e animali: ogni volta che usiamo un antibiotico, anche nella maniera corretta, selezioniamo i batteri resistenti a quello e uccidiamo gli altri. Tali batteri rimangono nell’organismo e una loro successiva infezione crea il problema di dovere cambiare antibiotico. Su questo, ci si può far poco se non usare correttamente i farmaci.
  4. Perché le terapie sono svolte nella maniera sbagliata.

Questo punto richiede un approfondimento. Ogni volta che assumiamo un antibiotico, succede questa serie di fenomeni:

  • Gran parte dei batteri, quelli sensibili a questo antibiotico, muoiono, ma non tutti.
  • I batteri che erano già resistenti per natura o per terapie precedenti, trovando campo libero e nutrienti disponibili perché tutto attorno sono morti i batteri non resistenti, proliferano in maniera facilitata e l’antibiotico non li arresta (sono resistenti).
  • Se la dose dell’antibiotico è stata corretta, se è stato somministrato per il giusto tempo (spesso almeno una settimana) e/o se è “ad ampio spettro” (quindi attivo su molti batteri diversi), anche i batteri resistenti alla lunga verranno sconfitti e l’infezione si risolve. Questo perché a volte per battere la resistenza basta un dosaggio adeguato e/o prolungato nel tempo.
  • Se però ci sono dei batteri che ormai non rispondo più per nulla a quell’antibiotico, l’infezione riprende (o non si arresta) e la terapia diventa inutile. A quel punto, occorre usare un secondo antibiotico, di un’altra classe, per cercare di uccidere quei batteri rimasti vivi per la resistenza al primo antibiotico.

Perché dovrebbe esserci colpa da parte di pazienti, medici, veterinari e farmacisti, nel creare la resistenza agli antibiotici?

  • PER ERRORE DEL PAZIENTE
    I pazienti possono alterarsi da soli la terapia e creare problemi. Se il mio medico mi ha prescritto 3 compresse al giorno di Amoxicillina Clavulanato per 7 giorni, c’è dietro ovviamente un razionale scientifico. Se io, paziente, decido di prendere due compresse invece che 3, se assumo la terapia per 4 giorni e poi sospendo perché “sto meglio” o faccio un misto delle due di cui sopra, non faccio altro che aiutare i batteri resistenti a proliferare! Questo perché una dose non adatta di farmaco non uccide la maggioranza dei batteri ma solo quelli più deboli e sensibili alla terapia, e aiuta quelli resistenti a proliferare, fornendogli campo libero! L’antibiotico va auto-sospeso solo se insorgono effetti collaterali e comunque previo consulto con il medico.
    Anche l’auto-prescrizione senza controllo medico fa un grosso danno! Esistono pazienti che al primo giorno di influenza (che è un virus e quindi immune agli antibiotici) prendono il farmaco antibiotico “perché una volta il medico due anni fa gliel’ha prescritto” o semplicemente perché non hanno tempo o voglia di consultare il loro curante (o lo trovano indisponibile) o perché hanno una scatola avanzata a casa. Tale assunzione di farmaci è quasi sempre erronea e crea resistenza per i punti già trattati sopra.
  • PER ERRORE DEL FARMACISTA
    Il farmacista è “un filtro” tra il medico e il paziente. Non accade di rado che voi possiate comprare antibiotici in farmacia dicendo soltanto “che ve li ha prescritti il medico”, senza ricetta. Questo a volte per ragioni di praticità indubbie (a volte il medico di famiglia ha finito il turno o non c’è proprio per farvi la ricetta), ma che si traduce in un rischio per quei pazienti che si auto-prescrivono i farmaci. Il farmacista in quel caso dovrebbe porre uno stop al profitto e aspettare di vedere la ricetta, prima di vendere il farmaco. Per non menzionare il fatto che a volte questa condotta è illegale.
  • PER ERRORE DEL MEDICO
    Neanche i sanitari sono immuni a questo sbaglio. Alcuni medici prescrivono gli antibiotici con dosaggi magari validati un decennio prima (e nel frattempo sono cambiate le linee guida), sbagliano classe di antibiotico, prescrivono al telefono senza visitare il paziente o prescrivono i farmaci a prescindere per fenomeni di “medicina difensiva” ( = evitare le denunce dei pazienti in caso di complicazioni). Talvolta i medici sono eccessivamente apprensivi o semplicemente prescrivono antibiotici al primo colpo di tosse per calmare i pazienti più ansiosi o più insistenti. Oppure sono medici “aggressivi” e prescrivono antibiotico subito perché credono sia la cosa migliore.
    Tale comportamento, come immaginate, produce un uso eccessivo dei farmaci e non fa che aumentare le chance che i batteri diventino resistenti.
  • PER L’USO VETERINARIO DEI FARMACI
    Purtroppo l’uso degli alimenti di origine animale impone che essi siano sicuri e liberi il più possibile da rischi infettivi. Questo ha creato una tendenza a trattare a prescindere gli animali con antibiotici, che poi finiscono nelle carni che noi consumiamo e quindi vengono assunti da noi in dosaggi assolutamente bassi ed impropri, ma capaci di influenzare le resistenze batteriche. Senza fare terrorismi, questo non è un grosso problema (o saremmo già tutti morti), ma esiste e va considerato perché non peggiori la situazione. Oltretutto, anche il trattare gli animali “in serie” con farmaci a prescindere dal loro stato infettivo, crea batteri resistenti che poi possono trasmettersi all’uomo o mangiando le carni o infettando i lavoratori agricoli a contatto con tali animali.

Conclusioni

Ognuno di noi ha un ruolo nel combattere la resistenza agli antibiotici:

  • Il medico li deve prescrivere solo quando servono, anche se il paziente insiste, aggiornandosi alle linee guida più recenti
  • Il paziente non deve MAI assumerli se non prima di avere consultato il medico e deve assumerli correttamente
  • Il farmacista deve sempre venderli dietro ricetta medica
  • Il veterinario deve vigilare affinché gli animali siano trattati correttamente.

Grazie a tutti per il vostro tempo e condividete se reputate l’articolo utile.

Ma la carne è davvero cancerogena? E cos’è il Cancro Colorettale?

sausage-933720_1920Ecco, ti pareva. Non ho finito una settimana fa di parlare dei vaccini, che subito parte l’emergenza sulle carni cancerogene, notizia che ha fatto saltare di gioia i vegani e precipitare nell’ansia metà della popolazione amante del ragù. Vediamo di fare un po’ di chiarezza con i dati scientifici alla mano, aggiungendo un pizzico della mia esperienza medica.

  • Cos’è il Cancro Colorettale (CCR)?

E’ un tumore che colpisce l’ultimo “metro” dell’intestino, detto “crasso” e composto da colon e retto. Inizia in genere come una lesione detta “polipo” (e non “polpo”: quello ce lo mangiamo con le patate) che cresce in molti anni (10-20) da lesione benigna (e così rimane in buona parte dei casi) fino a vero e proprio cancro. Rappresenta la seconda causa di morte per tumore nelle donne e la terza negli uomini e colpisce in genere dopo i 50 anni di età, salvo casi familiari e giovanili, più rari.

Ma una buona notizia c’è: per fortuna, il Cancro Colorettale è anche uno dei tumori più facilmente isolabili in fase precoce tramite programmi di screening, ad esempio con colonscopia e/o ricerca del sangue occulto fecale. Basta sottoporsi a tali programmi in caso di familiarità o comunque consigliati e proposti ai cittadini con età superiore a 45-50 anni, rivolgendosi ai medici di famiglia o ai gastroenterologi, generalmente.

Anche in termini di sopravvivenza, per fortuna, è uno dei tumori con una discreta probabilità di “spuntarla” (sopravvivenza del 65% a 5 anni dalla diagnosi, 95% se diagnosticato in fase precoce o fase I –> ecco l’importanza dello screening).

  • La carne è cancerogena? Quali carni? Chi lo dice?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO) tramite il suo braccio chiamato IARC che studia i tumori, ha inserito recentemente in questa lista di sostanze cancerogene il consumo alimentare di carni “processate” (consumption of processed meat –  group 1) e di carni “rosse” (consumption of red meat – group 2A).

Le carni processate (insaccati, salsicce, carni in scatola, wurstel ecc.) aumenterebbero, tramite un consumo di almeno 50g al giorno, il rischio di cancro del colon-retto del 18%. Cosa significa? Che se una persona consuma molte carni di questo tipo, avrà una probabilità aumentata di ammalarsi di questo tipo di tumore. Il rischio è basso e ovviamente più se ne assume, più tale rischio aumenta.

Nel gruppo 1, come le carni processate, sono presenti sostanze notoriamente tossiche come il tabacco: questo non significa, e ce lo ricorda IARC stesso, che il rischio di cancro assumendo carni processate sia lo stesso del fumo di sigaretta. Significa soltanto che c’è una correlazione tra cancro e la sostanza interessata, senza riguardo per la potenza della correlazione.

Le carni “rosse” (manzo, agnello e maiale) sono invece nel gruppo 2A: significa che tale affermazione è meno forte: c’è un forte sospetto di rischio di Cancro Colorettale ma non è del tutto dimostrato (e qui si estenderebbe anche a prostata e pancreas). L’aumento di rischio tumorale sarebbe del 17% ogni 100g di carne rossa consumata giornalmente.

Gli apparecchi elettromagnetici come i telefoni cellulari, per dire, sono nel gruppo 2B: anche loro sono possibili cancerogeni, teniamolo bene a mente: forse non tutti mangiamo carne, ma quasi tutti possediamo un cellulare.

  • Quanto rischio di ammalarmi se mangio queste carni?

Per tutti noi, il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto è circa del 5% (fonte). Qui c’è un elenco di fattori di rischio aumentato che ne favoriscono l’insorgenza: età superiore ai 50 anni, fumo di sigaretta, familiarità, malattie intestinali, apporto di grassi alimentari eccessivo ecc.

Allora facciamo due conti:
consumando almeno 50g di insaccati al giorno, il rischio di ammalarsi di Cancro Colorettale aumenta del 18% ma non significa che abbiamo il 18% di probabilità IN ASSOLUTO di sviluppare un cancro ma che il rischio del 5% AUMENTA del 18%.
Quindi il nostro rischio totale potrebbe passare dal 5% a circa il 6%, come ci ricordano i bravi membri di “Italia unita per la Scienza”.

Ergo: l’aumento del rischio appare comunque davvero esiguo.

  • E il pollo? E il pesce?

Lo IARC ci fa sapere che NON sono state studiate le associazioni tra rischio di cancro e questi cibi (questo non vuol dire che non ci siano, badate bene: nessuno si è prefissato di studiarle).

  • Allora cosa devo fare?

Lo scopo dell’analisi dello IARC non è farci diventare tutti vegetariani. Semplicemente ci avvertono di andarci piano con l’alimentazione carnea, cosa che è risaputa da decenni, per non dire secoli (ricordiamoci l’associazione con la gotta, la malattia dei nobili che consumavano larghe quantità di carni, in passato).

Semplicemente, due consigli di buon senso:

  1. Se avete già un rischio aumentato di Cancro Colorettale dovuto ad una malattia (es: poliposi multipla, colite ulcerosa ecc.), alla familiarità (parente prossimo che si è ammalato di cancro, specialmente fratelli, genitori o figli) o al vostro stile di vita (es: fumo di sigaretta), sarebbe una buona idea limitare il consumo di carni rosse e processate, per ridurre questo rischio che avete già.
  2. Se non avete particolari rischi, l’invito è comunque alla MODERAZIONE, non al tassativo divieto.

La carne non è l’amianto dei cibi, anche se a qualcuno farebbe piacere o comodo.

Sulle motivazioni etiche di non mangiarla, la scienza non può pronunciarsi: qui si parla di medicina e non di morale.

My two cents 🙂

Ma il movimento anti-vaccini ha ragione o no?

syringe-417786_1920Ho pensato molto a come scrivere questo post, lavorando in campo sanitario. Se ne sta parlando tanto davvero, in questi giorni.

Cercherò di sintetizzare: c’è un gruppo di persone chiamato “anti-vaxx” ovvero “anti-vaccini“, diffuso anche in Italia, che ha intrapreso la strada di non vaccinare i propri figli contro le malattie infettive, perché convinto che la somministrazione dei vaccini sia associato all’insorgenza di malattie acute e croniche, quali l’autismo. Secondo alcuni esponenti di tale movimento, poi, quello dei vaccini è un business generato dalle case farmaceutiche che, pur di vendere, nasconderebbero i tremendi effetti collaterali o l’inefficacia dei loro prodotti.

La domanda è: hanno ragione i medici tradizionalisti oppure il movimento anti-vaxx è riuscito a trovare una falla in questo sistema che genererebbe più rischi che benefici?

Vediamo i fatti scientifici nella prima pagina di questo post e alcune considerazioni personali nella seconda pagina.

I fatti scientifici, in breve

  • Cos’è un vaccino?

Il vaccino è un preparato contenente materiali provenienti da microrganismi (virus soprattutto, ma anche batteri), opportunamente trattato per non causare la malattia infettiva ma per generare una risposta immunitaria al soggetto vaccinato contro la malattia stessa e prevenirne l’insorgenza o attenuarne il decorso clinico. Si può iniettare sottocute o intramuscolo (via parenterale, la più diffusa), generalmente. Recentemente sono stati introdotti prodotti che vengono impropriamente chiamati “vaccini”, anche per le allergie (immunoterapia ipo-sensibilizzante specifica).

  • Il vaccino ha effetti collaterali? Quali?

Il vaccino, come tutti i farmaci, può avere degli effetti collaterali, il più temuto dei quali è l’anafilassi (reazione allergica). Secondo la moderna ricerca scientifica, tuttavia, è più facile incorrere in una complicanza ammalandosi della patologia infettiva, che assumendo il vaccino per prevenire la stessa patologia. Gli effetti collaterali del morbillo, per esempio, colpiscono 1 soggetto malato su 20, mentre la probabilità di avere un evento avverso assumendo il vaccino è di 1 su 1-2 milioni di soggetti vaccinati (John Hopkins University). Gli effetti collaterali del morbillo possono essere polmoniti, encefaliti, lesioni dell’occhio e, ovviamente, la morte (circa 2 decessi ogni 1000 malati). Grazie alla vaccinazione, la mortalità infantile per il morbillo si è ridotta del 78% dagli anni ‘90 (Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS).
Va ancora peggio per la difterite, il cui vaccino in Italia è obbligatorio: la morte per tale malattia avviene in 5 malati su 100, mentre le complicanze della vaccinazione insorgono in meno di 1 ogni 100.000 soggetti vaccinati. (
OMS)

  • Qual è la correlazione tra vaccini e autismo?

Fu il medico inglese Wakefield a sostenere tale teoria accusando il vaccino contro il morbillo (ma non fu l’unico a farlo), in un articolo pubblicato sulla rivista Lancet nel 1998, con un campione di appena 12 pazienti pediatrici. L’articolo fu in seguito ritirato nel 2010 e Wakefield, un convinto antivaccinista, fu soggetto a indagini per le accuse di non-eticità del suo studio e per essere stato pagato per pubblicare tali risultati (British Medical Journal). Questi fatti nel 2010 hanno portato alla sua espulsione dall’ordine dei medici inglese. Attualmente NESSUNO studio scientifico ha mai dimostrato la correlazione tra il vaccino contro morbillo-parotite-rosolia e l’autismo.
Pertanto la risposta alla domanda di cui sopra è: no, non c’è nessuna correlazione dimostrata.

  • Quali altri problemi sono contestati ai vaccini?

Sono moltissimi gli effetti avversi che negli anni sono stati associati ai vaccini. Ecco i più celebri:

  1. il thimerosal, poiché contiene tracce infinitesimali di mercurio, è uno dei componenti ritenuti responsabili dei problemi dei vaccini, per il semplice assunto che il mercurio è tossico per l’organismo. Molte aziende farmaceutiche lo hanno abbandonato infatti, più per la fama negativa che si è guadagnato che per la sua reale pericolosità.
  2. L’associazione tra la Sclerosi Multipla e il vaccino contro l’epatite B è stata nuovamente smentita da vari studi (CDC). E’ la stessa AISM italiana a pubblicare quest’articolo che assolve i vaccini contro tali speculazioni.
  3. La correlazione tra Sindrome della morte improvvisa dell’infante (SIDS) e vaccino contro il tetano-difterite è stata smentita, e anzi pare che il vaccino sia protettivo contro tale sindrome.
  4. Deficit/sovraccarichi immunitari: molte sono le teorie che associano i vaccini a deficit del sistema immunitario. Il razionale di tali teorie è che i vaccini, somministrati tutti assieme o comunque in un periodo ravvicinato della vita pediatrica, influenzino in maniera negativa la risposta immunitaria dell’organismo agli agenti patogeni. Naturalmente tale teoria è stata smentita.
  • Quali vaccini sono obbligatori in Italia?

Si comincia a vaccinare dal terzo mese di vita, pertanto gli infanti prima dei tre mesi NON sono protetti da alcuna malattia.

Sono obbligatori per legge i vaccini contro:

  1. Poliomielite
  2. Tetano
  3. Difterite
  4. Epatite B (vaccino eseguito anche prima dei 3 mesi, se la madre presenta positività per l’epatite B)

Altri vaccini facoltativi sono, ad esempio, contro il morbillo-parotite-rosolia, il papillomavirus, contro il meningococco C ecc.

Tramite il calendario vaccinale del Ministero della Salute si possono avere informazioni sui vaccini eseguiti gratuitamente alla popolazione.

  • Perché coloro che si vaccinano proteggono anche i non-vaccinati?

Questo è dimostrato dalla teoria della “immunità di branco (anche detta “di gregge o herd immunity).
Immaginando che una comunità sia come un gregge, con individui che vivono a contatto tra loro e possono scambiarsi batteri e virus, i soggetti vaccinati, non ammalandosi, proteggono anche coloro che non si vaccinano. Questo avviene per il semplice fatto che i vaccinati non si ammalano e quindi non contagiano nessuno, compresi i non vaccinati.
Ponendo il fatto che invece si ammalassero i soggetti non vaccinati, essi non potrebbero comunque contagiare i soggetti vaccinati, in quanto tali! Potrebbero solo contagiarsi tra loro.
Riducendosi il numero di soggetti contagiabili, la malattia finirebbe per auto-limitarsi quindi ai pochi soggetti non vaccinati. Se tali soggetti fossero in numero esiguo, comunque sarebbe più difficile anche per loro contagiarsi, perché inseriti in una popolazione che è quasi tutta vaccinata. Quindi anche non arrivando al 100% della copertura vaccinale, la comunità sarebbe comunque protetta se un alto numero di persone si vaccinasse. 
Se la copertura fosse vicina al 100%, la malattia sparirebbe dalla circolazione come avvenne per il vaiolo!

  • Ma i vaccini funzionano davvero nel prevenire le malattie infettive?

La risposta è sì, ed è dimostrata da un numero impressionante di studi. Ovviamente nessun vaccino è efficace al 100%, com’è vero per tutti i farmaci: tutto dipende anche dal sistema immunitario del vaccinato, che potrebbe non rispondere in maniera corretta, o a mutazioni del virus che causa la malattia ecc.


In sintesi, il rapporto costo/efficacia è nettamente a favore dei vaccini, con riduzione dell’incidenza di alcune malattie e scomparsa di altre (come il vaiolo) e diminuzione della spesa sanitaria.

Nella prossima pagina, vediamo quindi cosa sta succedendo a causa delle obiezioni del movimento anti-vaccini.