Informazioni su Lorenzo Fabre

Lorenzo Fabre, genovese, è un blogger e scrittore emergente. Il suo racconto d'esordio "La pillola" è pubblicato nell'antologia Continuum Hopper (Della Vigna), vincitrice del Premio Italia 2017. Fabre è anche tra i vincitori del Premio Racconti Liguri 2017 e si è classificato secondo al Premio G. Viviani 2017, con menzione e diritto di stampa. Tra le sue passioni oltre la scrittura c'è anche la recitazione teatrale per cui è stato allievo in alcuni corsi di teatro e attore in diverse produzioni locali e la Scherma Medievale, per il quale è risultato vincitore in due gare di categoria "beginner". Tra gli altri interessi c'è la storia medievale italiana, il Cinema, i libri di JRR Tolkien e George RR Martin, i videogiochi “con bella trama”, le serie televisive quali Game of Thrones, Black Sails e The Walking Dead, e le scienze, con particolare attenzione a quelle mediche e biologiche. Per ogni altra informazione visitate il sito http://lorenzofabre.com

Idee per un viaggio in Yucatan

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Tulùm e le sue rovine Maya

Volete esplorare una zona del Messico piena di storia, mare, templi Maya nascosti nella giungla e osservare il mondo rurale spontaneo del Mesoamerica? Allora dovreste andare in Yucatán!

Dove dormire

La penisola dello Yucatán è divisa in due stati della federazione messicana: lo stesso Yucatán (che si affaccia sul Golfo del Messico) e Quintana Roo (sul Mar dei Caraibi). Le città dove si soggiorna sono in genere Mérida e le tre città della “Riviera Maya” ovvero Cancùn (che ha un aeroporto che serve bene la zona), Playa del Carmen o Tulúm.

Mérida è una città coloniale colorata e allegra, molto tranquilla anche di sera ma abbastanza fuori dal turismo di massa tipico della zona caraibica, anche perché non è sul mare. Un giorno è sufficiente per vederla ma vicino ad essa ci sono molti interessanti siti archeologici Maya, come Uxmal.

Cancùn è una specie di Rimini in perenne estate: rumorosa, piena di locali e spiagge. Zero storia in città la cui fondazione è recente, fastidiosi buttadentro e venditori che tenteranno di propinarvi anche la loro suocera, luci e taxi a ogni angolo la rendono adatta solo a chi ami la movida o voglia farsi un po’ di mare in hotel extralusso.

Playa del Carmen è un buon compromesso: spiagge, locali, città meno affollata ma ugualmente viva e buona base di partenza per le escursioni nell’interno. Anch’essa è stata fondata nella seconda metà del ‘900, quindi non aspettatevi cattedrali barocche o castelli ma resort sulla spiaggia…

Tulúm: la città è piccolissima (praticamente è grande come Recco, ma senza la focaccia) però vicino c’è un sito archeologico Maya splendido che si affaccia sul mare, da vedere assolutamente. Nella strada tra essa e Playa del Carmen ci sono molti resort che propongono interessanti pacchetti all inclusive.

I resti della civiltà Maya

Ha davvero poco senso andare in Yucatán senza vedere almeno un paio di siti archeologici Maya: sarebbe come andare a Pisa senza vedere la torre.

I Maya hanno sempre esercitato fascino, soprattutto per il loro calendario (che i venditori di souvenir proveranno a vendervi ogni volta che distoglierete lo sguardo). Questa civiltà precolombiana ha subito un improvviso e inspiegato collasso, avvenuto circa nel periodo del nostro Medioevo. All’arrivo dei conquistadores spagnoli, le città erano state per lo più abbandonate e inghiottite dalla immensa giungla che le circonda per essere riscoperte solo nei due secoli precedenti al nostro.

Per visitare i siti archeologici per noi si è rivelato fondamentale assoldare una guida (parlante italiano e magari da casa tramite agenzia) tramite tour organizzato. I luoghi Maya che abbiamo visitato sono stati:

– Chichen itzá

Una delle sette meraviglie del mondo moderno è la sua piramide, molto appariscente tanto da sembrare finta (e il restauro moderno è evidente su due lati). Il sito però è sovraffollato e rovinato dalla massiccia e invasiva presenza di bancarelle a ogni angolo, tanto da costringervi a fare un costante slalom tra le comitive di turisti e a una overdose di “no gracias” all’ennesimo che vi vorrà vendere la calamita per vostra suocera. So che molti mi daranno del matto ma se avete poco tempo per girare, lasciatela perdere e andate a Uxmal e Tulúm: meno gente e molto più fascino.

– Uxmal

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La piramide dell’indovino a Uxmal

“Tre volte ricostruita”, assieme a Tulúm, Uxmal è il sito archeologico decisamente più bello, praticamente una Pompei yucateca. La “piramide dell’indovino” è meravigliosa e svetta sulle piazze ormai vuote ma ancora ben conservate, testimone del collasso della civiltà precolombiana. Silenzio, pace e una marea di verde della giungla dove è immersa, vi lasceranno a bocca aperta.

– Ek Balam

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La “acropoli” di Ek Balam

La “città del giaguaro nero” si presenta in uno stato di conservazione simile a Uxmal ma presenta alcuni bassorilievi perfettamente conservati che finalmente vi daranno l’idea di quanto fossero elaborate le decorazioni Maya, nel periodo del loro splendore. La parte significativa del sito è una piccola acropoli dove si trovano, appunto, tali decorazioni.

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Meno interessante in quanto il sito è disperso su un’area vastissima, tanto che dentro ci si muove in bici o risciò, in mezzo alla giungla che ospita anche le scimmie urlatrici! È possibile rischiare di rompersi il collo salendo sulla piramide aggrappati a una corda. La scalata è molto alta e ripida (io ho contato 118 scalini), e i turisti che tentano l’ascesa in infradito e rimangono bloccati a metà (rallentando anche voi) o vi rotolano addosso perché scivolano, vi faranno rivedere le vostre idee sui diritti umani. Oppure i criteri di sicurezza messicani…

Tulúm (zona archeologica)

Un must. L’immagine di copertina si riferisce proprio a queste rovine di un porto Maya ben conservato che si affaccia su una scogliera a picco sullo splendido turchese del Mar dei Caraibi. Vi sentirete immersi da subito in un’atmosfera da Pirati dei Caraibi o un misto di Indiana Jones, Uncharted, Tomb Raider, Goonies… Insomma avete capito! Sito abbastanza grande ma con passaggi piccoli tra cespugli e agavi dove si crea un po’ di affollamento. E tante iguane a prendere il sole su ciò che resta dei Maya…

I Cenote

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Un cenote

Altra esperienza da fare è quella di vedere almeno un “cenote“, un lago naturale scavato in grotte molto profonde! In molti di essi è possibile anche fare il bagno. In genere, nelle vicinanze c’è sempre una ex-hacienda (il ranch messicano) dove mangiare o pernottare. Essendocene moltissimi, una “googlata” su quello che potrebbe piacervi di più è d’uopo.

Cibo, trasporti e sicurezza

In generale la cucina yucateca riprende quella tradizionale messicana: tortillas, tortillas e ancora tortillas! Mais, tacos, riso, fagioli, chipotle, queso (formaggio) e carne la fanno da padrone insieme al guacamole.
Dal momento che può capitare di essere esposti a batteri e virus locali (che agli abitanti non causano nulla), conviene munirsi di farmaci da usare in caso di diarrea da gastroenterite o banalmente da reazione alla “piccantezza” di alcuni cibi (buona fortuna se vi capita di dare un morso per sbaglio a un peperoncino). Valgono i consigli di ogni viaggio di consumare solo acqua in bottiglia – mai del rubinetto – e di evitare di far mettere il ghiaccio nelle bevande (perché potrebbero averlo fatto con l’acqua del rubinetto, appunto).

La zona “civilizzata” è molto turistica e quindi è abbastanza sicura: di certo lo è di giorno, mentre la notte molte strade non sono illuminate, quindi è bene non addentrarsi in zone buie e restare sempre nei centri abitati più grandi. Dal momento che la quasi totalità della penisola è occupata da giungla, sarà difficile che abbandoniate le autostrade principali. Comunque è sempre bene consultare il sito http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/messico.html prima di partire.

Per spostarsi i taxi sono generalmente molto economici se rapportati coi nostri (si decide la tariffa al momento di salire), ma esiste anche la possibilità di usare i Colectivos, furgoncini misto tra taxi e bus che percorrono le vie principali a costi popolari (tanto che gli abitanti autoctoni li usano molto).

Con questo è tutto! Grazie per la lettura e… buon viaggio!

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Crossout: combattimenti gratis tra auto post-apocalittiche

co.jpgDopo aver parlato dell’ottimo “War Thunder” ecco un’altro gioco interessante della stessa software house (Gaijin). Sto parlando di Crossout!

Crossout è un gioco gratuito multiplayer di combattimenti tra veicoli (con acquisti in-game), che vi porterà in un mondo tremendamente simile all’ambientazione post-apocalittica di Mad Max, mixandola col gameplay di un grande classico qual era Interstate ’76 ma anche Twisted Metal: veicoli tamarri con armi da fuoco montate sopra.

Il gioco prevede una caratteristica importantissima: siete voi a costruire il vostro veicolo da combattimento partendo da singoli pezzi: lo volete a 4 o 6 ruote? Leggero o pesantissimo? Preferite che sia ricoperto da tante piccole mitragliatrici o da un singolo mostruoso cannone? La scelta è vostra!

Gameplay

Il gioco (PC, PS4 e XBox One) prevede diverse modalità PvP oppure Coop dove lo scopo è eliminare gli avversari o raggiungere obiettivi sensibili (es: conquistare una base o scortare un veicolo fino alla fine della mappa). A farla da padrone sono le armi da fuoco e da speronamento che deciderete di montare sul veicolo e che lo renderanno unico rispetto agli altri, oltre a quanto vorrete rinforzarne la struttura. I veicolo si sfasciano che è un piacere e non di rado vi capiterà di arrivare a fine partita su due o tre ruote, con il telaio sparso per la mappa o tutte le armi distrutte. La possibilità di autodistruggersi causando una marea di danni ai veicolo vicini è un’ottima soluzione quando non avrete più mezzi offensivi.

Nel gioco ci sono diverse fazioni da sbloccare tramite missioni che vi metteranno a disposizione nuovi upgrade per il veicolo, molti dei quali da costruire raccogliendo materiali durante particolari raid. Ma la vera parte divertente sarà quella di montare e smontare il vostro veicolo provando migliaia di combinazioni diverse ed è qui che il gioco ha il suo vero punto di forza. Spesso giocando e osservando i veicoli altrui vi verrà da “copiarli” oppure da differenziarvi totalmente da loro.

Crossout concede acquisti in-game ma, come War Thunder, è possibile giocare senza spendere un centesimo, a patto di avere pazienza con la progressione che rallenta un po’ col tempo.

Una ulteriore buona notizia per i possessori di PS4 è che il gioco NON RICHIEDE L’ABBONAMENTO A PS PLUS per poter giocare con gli altri!

Difetti: l’assenza di una vera e propria storia single player e la ripetitività di alcune missioni non vi faranno gridare al capolavoro. Inoltre, avendo giocato solo le fasi iniziali non saprei ancora dirvi se alla fine diventi un pay-to-win.

In conclusione

Trattandosi di un gioco gradevole, non indimenticabile ma carino e totalmente free, ve lo consiglio soprattutto in quei periodi “morti” tra un gioco terminato e un altro! 🙂

A presto!

Disincanto, la serie con un nome che sa di profezia: la prova del declino di Matt Groening?

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Dopo il dolore dei giorni scorsi, si tenta di distrarsi e tra le tante proposte per staccare il cervello ecco l’esordio su Netflix di Matt Groening, già autore de I Simpson, avvenuto la settimana scorsa con la serie “Disincanto“.

Si tratta di una commedia fantasy/fiabesca ambientata nel regno di Dreamland. Protagonista è la principessa ribelle e alcolizzata Bean, accompagnata dal perfido demone Luci e da Elfo, creatura proveniente da un regno scanzonato e quindi stufo di essere felice. La serie segue le avventure della principessa, costretta dal burbero padre a sposare un principe stupido per suggellare un’alleanza politica. Bean, con le sue turbe da tipica adolescente, è tutt’altro che d’accordo e tenterà in tutti i modi di opporsi per cercare il suo posto nel mondo.

The Good

Prima le buone notizie. Il tratto grafico della serie è ottimo: come in Futurama – sempre di Groening – la tecnologia digitale è implementata sapientemente (forse c’è un po’ troppo affollamento in alcune tavole) e si sposa bene con il character design consolidato da I Simpson. I personaggi sono ben caratterizzati – anche se stereotipati – e su di tutti spicca Elfo: il continuo conflitto tra la natura di esserino felice e la sua depressione cronica sono il punto più interessante della serie.
Disincanto canzona tutte le produzioni medievali/fantasy: ci sono continui riferimenti alle fiabe dei Grimm/Andersen, al Trono di Spade, al Signore degli Anelli, Vikings e ai classici giochi di ruolo pen & paper come Dungeons & Dragons, già omaggiati nelle precedenti opere di Groening. L’ironia cinica, satirica e nonsense del disegnatore americano è mantenuta: abbiamo battute graffianti, prese in giro di tutto ciò che è poco razionale come la religione e corrotto come la politica, personaggi incoerenti, arrivisti, stupidi e ipocriti. La serie ha un filo conduttore, a differenza dei Simpson dove gli episodi erano auto-conclusivi. Come novità rispetto alle serie precedenti, in Disincanto i personaggi muoiono per davvero, spesso in maniera comico-grottesca!

The Bad & (very) Ugly

Ma qui arrivano le cattive notizie… il nome “Disincanto” è un’orrenda profezia per questa serie: lascia tutt’altro che incantati.

Concepita per essere vista tutta in un paio di giorni in pieno stile Netflix, la vicenda è narrata in 10 puntate di circa 25-30 minuti di lunghezza, ma gli episodi rilevanti sono giusto il primo e gli ultimi due o tre, con un finale cliffhanger che non soddisfa per nulla.

Il resto della serie è un’interminabile sequela di piccole storielle inconcludenti e poco utili per l’arco narrativo, intervallate da qualche gag carina ma con un atmosfera troppo nerd per arrivare al cuore del grande pubblico. In questo senso Disincanto ha quasi più senso se fosse montato come un grosso film da due ore abbondanti. Troppe scenette e personaggi sono lasciati fini a sé stessi o mal sfruttati (es: che senso ha mostrare la società segreta e orgiastica stile Eyes Wide Shut se poi essa non ha alcun ruolo utile?).

Se poi Fry di Futurama era scemo ma amabile, qui Bean non si riesce mai a sopportare (anzi) ed è solo grazie al padre Zog e alle due spalle comiche Elfo e Luci che la serie carbura. Ma siamo lontani da un personaggio col carisma del buon Bender.

E poi c’è l’ingombrante confronto con I Simpson. Partendo dal presupposto che è IMPOSSIBILE bissare il successo della famiglia itterica di Springfield che ha reso Groening immortale, Disincanto soffre di quello stesso problema che ha scontentato anche l’audience del modesto Futurama: l’allontanarsi dalla dimensione domestica nota a tutti, usando ironia sempre più destinata a un pubblico di nicchia. Mi spiego: Homer e compagni parlavano a ogni cittadino del mondo moderno, accompagnandolo per decadi attraverso l’era dell’informatica e degli scandali politici, notando sempre con attenzione nuovi stimoli per fare ironia. I Simpson avevano a disposizione materiale continuo generato dalla vita contemporanea.
Questo non può avvenire in Disincanto, dove si batte un terreno nuovo e al contempo già esplorato – ad esempio in Shrek – ovvero l’ironia sui mondi fantastici, sulla grezza vita medievale e i suoi matrimoni combinati. Se I Simpson, inoltre, potevano raggiungere il 100% dell’audience perché erano tra i primi cartoni per adulti mai usciti, strappo verso il mieloso stile Disney in pieni anni ’90, la concorrenza spietata in questo campo è ormai evidente: I Griffin, Bojack Horseman, Rick & Morty e quant’altro; produzioni di qualità che non lasciano indifferenti e hanno abituato il pubblico al top.

Disincanto quindi è una serie appena gradevole come Futurama, che non “attacca” nel cuore del pubblico. Può solo suscitare una blanda simpatia e intrattenere a cervello spento. Resta sopra la sufficienza grazie alle sue piccole chicche e all’effetto nostalgia del tratto grafico di Groening, ma non eccelle mai. Guardatela, consci che non aspetterete con ansia la prossima stagione.

Cosa ne pensate?
Vi saluto e, se vi va, seguitemi anche su Facebook o Instagram! 🙂

Su quel ponte: cittadini, un presidente e il Papa. E ognuno di noi.

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Tutti i liguri se lo sono detti: poteva esserci ognuno di noi sul Ponte Morandi, che abbiamo attraversato migliaia di volte. Il ponte delle code serali, della decisione se svoltare a nord verso i monti o a sud verso il porto, come questa città, Genova, stretta tra inospitale conservatorismo e il “vorrei ma nemmeno tanto” spiccare il volo.

Paradossale e triste che La Superba si noti in Italia solo per le tragedie. Dal 2001 e il G8 dove ancora ci si chiede se sia lecito sparare a chi vuole lanciare un estintore dentro una camionetta, arriviamo all’alluvione del 2011 dove il centro cittadino diventa una poltiglia fangosa che ingoia sei vittime. Nel 2013 una nave distrugge la Torre piloti del porto: e i morti sono nove. Quello che sembra aumentare col tempo è l’entità delle sciagure e il numero dei cadaveri. Ieri il crollo del “Morandi” oltre a più di trenta morti, ci ha lasciato macerie tanto reali quanto virtuali: hashtag inutili, speciali TV con l’immancabile ospite “io ve l’avevo detto” e foto-omaggi social col fioccone nero. Pure Techetecheté dedica la puntata a Genova, ci fa ascoltare “Ma se ghe pensu” cantata da Mina e “Cheuilla dunde t’è” da Gino Paoli. Per restare in tema di “dove sono andati i tempi d’una volta?”

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Bella schifezza il Ponte Morandi, architetto oggi maledetto, autore dell’opera che per anni abbiamo paragonato all’irraggiungibile Ponte di Brooklyn. Lo inaugurò il presidente della repubblica Saragat, in quell’epoca infame di edilizia mostruosa che ha spazzato via la casa di Paganini e via Madre di Dio, restituendo cemento capace di durare meno di ponti romani in pietra. Un’epoca che ha sdoganato la costruzione di edifici e la costrizione dei torrenti, lasciando dietro di sé metastasi di orrende palazzine sparse nelle vallecole inerpicate sui monti, i “bricchi“, come li chiamiamo noi.
Edilizia popolare per contenervi una popolazione proletaria che ha reso Genova una città grigia e industriale, destino perso dagli anni ’90.

Oggi, a fronte di un territorio ancora acerbo nell’accettare la sfida del turismo, tra pagine Facebook che inneggiano scherzose all’allontanamento dei “foresti” e la voglia di essere di più di “quella città dove c’è solo l’Acquario”, il crollo del Morandi dà la sveglia a un’Italia che “ex-post is megl che ex-ante”, dove la politica ha fallito tutto quello che poteva, dove è meglio vincere un’elezione e gozzovigliare qualche lustro, arraffare e scappare. L’Italia mafiosa che ha perso la speranza, dove piuttosto voto ignoranti e populisti e mi bevo la teoria che, bloccato un barcone a Lampedusa, tutto andrà meglio; dove chi ha governato prima per cinquant’anni, con laurea e cravatta, ha fatto schifo tanto quanto.

Un altro presidente, quello della Regione Liguria, ieri ha detto seraficamente che percorreva quel ponte tutti i giorni, come a dire che poteva succedere anche a lui, a farci percepire che è “uno de niatri“. Ci consoliamo?
Anche Papa Francesco l’avrà percorso nel 2017, o quantomeno ci sarà passato sotto per recarsi alla Madonna della Guardia, la regina di Genova: che magari esistesse davvero, scendesse dal monte con suo figlio e prendesse qualcuno a calci nelle natiche, più che porgere l’altra guancia. Forse se a cascare giù da 70 metri fosse stato un pontefice… o un presidente…

Ma assieme a presidenti e i papi, il Morandi l’hanno percorso milioni di liguri, di turisti tedeschi, di milanesi al mare, di camionisti, di medici che andavano a fare il turno in ospedale, di ragazzi a tarda notte dopo serata alle Erbe. Milioni di persone che non contano un ciufolo per la politica se non a ridosso del voto. Quel ponte siamo tutti noi, incoerenti, ipocriti, pigri e svogliati, che accettiamo la melma che ci circonda senza reagire, facciamo un po’ di manutenzione ogni tanto senza mai ricostruire, quando sapevamo tutti che il Morandi traballava ma facevamo finta di niente e speravamo solo di passarlo, segno della croce al volante e via. E il camion della Basko, a 3 metri dal baratro, sta lì a chiedersi quando penseremo che forse è meglio che in Italia bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole, anche al costo di qualche scippo in più. Se lo dovrebbe chiedere anche chi dice che “lo faceva anche lui tutti i giorni”, quel ponte.

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E ora che si fa? Gli sciacalli politici sono già all’opera. C’è chi gongola e dice che la morte del “Morandi” è la prova divina che la “gronda” andava realizzata prima, c’è chi dice che però la buona notizia che rischiara la giornata sia stato bloccare una nave di migranti. Perché i ponti possono crollare, ma vuoi mettere bloccare 150 migranti contro 30 mortucoli. Non c’è confronto. Sento che i ponti restanti sono già più solidi ora che ci sono meno neri in giro.

Quanto tempo deve passare? Quando ci incazzeremo, smetteremo di fare condoni ed eleggere gondoni? Manca ancora tanto tempo, temo. Manca ancora qualche sisma, qualche cavalcavia che va giù. Qualche altra bara bianca zincata. Aspettiamo e ‘sto ponte facciamocelo rifare da Renzo Piano, cervello non fuggito, finché campa.
Si fa così, a Genova.

#PrayForGenoa? Le preghiere servono solo a scaricare responsabilità su altri. Io me ne sto sveglio ad aspettare che “muoia la speranza, maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire“.

The end of the f***ing world: un’ottima serie

Ciao cari!

Un breve update per segnarlavi una possibile serie da Netflix, da vedervi in queste calde sere d’estate.

Sto parlando di “The end of the f***ing world“, serie britannica tratta dal fumetto omonimo. Il modo migliore per capire questa serie è guardare il suo trailer ufficiale:

Tutt’altro che una serie per adolescenti, gli adulti escono perennemente sconfitti da questa produzione cinicamente geniale, piena di umorismo nero in stile britannico. Un road-trip che è soprattutto immagine e spaccato di quanto può essere duro diventare adulti (gli attori, nonostante il loro aspetto giovanile, sono nei mid-20).

Puntate brevi da una ventina di minuti, una decina in tutto: speriamo in una seconda stagione!

Buona visione!

 

 

The André: plagio o genio?

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Il logo di The André

Fa discutere – e bene sia – la scelta artistica di “The André“, un giovane ultraventenne che ha una voce tremendamente simile al compianto Fabrizio De André a cui si ispira in tutto, dalle sonorità al timbro. Noto su youtube con lo pseudonimo Gab Loter, ha deciso di non cantare il repertorio classico del cantautore ligure ma nuovi (e meno nuovi) successi di generi nati in tempi recenti come il trap e l’Indie pop, come se fosse il vero Faber.

The André reinterpreta quindi brani de Lo Stato Sociale, Calcutta, Young Signorino, Gué Pequeno e altri artisti molto amati dai ragazzi ma snobbati dal resto della critica e pubblico musicale, con la particolarità di cantare e suonare i loro testi accompagnato da chitarra acustica e con timbro e voce tremendamente simile a quella di Fabrizio de André.

Questa è la sua reintepretazione di Young Signorino, addirittura “tradotta”.

Ecco una cover molto riuscita (“Mi sono rotto il cazzo” de Lo stato sociale), ispirata probabilmente a “La domenica delle salme“.

In una recente intervista, dice di non amare particolarmente il genere trap rispetto all’Indie pop, ma di utilizzarlo solo perché è quello popolare al momento.

Eppure i testi, che The André definisce non poetici, “un elenco di spacconate, racconti di coiti, droghe, esibizione di ricchezza“, ascoltando lo stile inequivocabile da cantautore anni ’70 sembrano magicamente nobilitati, restituiti a una dimensione di capolavoro vintage che le melodie elettroniche sembrano avergli tolto.

E qui nasce la riflessione su quanto sia importante il testo, piuttosto che la melodia?

Naturalmente l’opinione pubblica si è divisa tra i detrattori che lo considerano sacrilego e i fan già sfegatati che chiedono ancora. Ed è già notizia che lo vedremo (in faccia?) nel suo primo tour live.

La mia opinione? Lo giudico un buon esperimento, molto interessante. Da genovese e amante di De André, non lo ritengo altro che una persona che lo omaggia in maniera anche delicata, forse talvolta scimiottandone un po’ l’accento, ma comunque col dovuto rispetto.

Voi che ne pensate? Ci sentiamo anche sulla mia pagina Facebook, ovviamente!

Solo: analisi, temi e riferimenti (con spoiler)

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Han Solo, il contrabbandiere di Coreglia Lig… ehm Corellia 😛

E ora che, immagino, un po’ di voi hanno visto Solo: a Star Wars story, possiamo commentare un po’ questo film ambientato nella Galassia lontana lontana più amata di sempre. Ci sono abbondanti SPOILER!!!

Corellia, crimine e schiavitù

Il primo posto che vediamo in Solo (e non è proprio quello dell’immagine :-D) è il pianeta industriale Corellia. Chi ha vissuto o è stato in una città portuale/industriale ha sicuramente riconosciuto i cantieri, le scintille delle saldature, le gru tipiche di zone come Genova Cornigliano/Sestri Ponente o Multedo. Ma è la condizione degli schiavi che, dopo i prequel di Lucas e lo stesso Ep. VII, torna ad essere trattata, e non stiamo parlando dei soli corelliani. Savareen, dove si raffina aumma aumma il coassio, sembra la Somalia o i villaggi disagiati ai margini dei pozzi petroliferi in Africa.

l’Impero schiavizza i Wookie, installa regimi a lui amichevoli (qualcuno stava forse pensando a Iraq e Afghanistan?) e si arricchisce facendo affari con criminali così potenti che addirittura un governatore imperiale viene ucciso con nonchalance da Dryden Vos. L’occasione di Han per scappare dalla mafia corelliana è arruolarsi tramite lo “Zio Sam” (o forse più Adolf), l’Impero il cui ufficio di reclutamento è sovrastato da manifesti di propaganda usciti dagli anni ’20 e promette gloria… mantenendo esplosioni, fango e morte.
Ci sarebbe piaciuto vedere Han all’accademia navale, ma la cosa sarebbe stata poco funzionale al film e quindi eccoci catapultati in piena…

Prima Guerra Mondiale su Mimban

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Il “mud trooper” dell’esercito Imperiale e un soldato tedesco della Grande Guerra, con il suo stahlhelm e un particolare modello di maschera antigas

Cadendo il film nel centenario della Grande Guerra, è difficile non paragonare le sequenze del pianeta fangoso Mimban con le trincee francesi della Somme.
Intanto, Han e compagni indossano l’uniforme e i caschi dell’esercito imperiale, già ispirati agli stahlhelm tedeschi introdotti proprio nel 1917 e che hanno anche dato sostanza all’elmo di Darth Vader. L’elmetto imperiale è correlato da una maschera con tubi che ricorda molto quelle antigas, usate per la prima volta proprio nel primo conflitto mondiale.

La guerra su Mimban appare per la prima volta poco eroica in Star Wars, dopo le scorazzate in CGI dei prequel con i cloni-paladini e le due battaglie nella neve e nella foresta della trilogia classica, con gli imperiali battuti dai vietcong… ehm dagli Ewok. Han viene sbalzato in aria mentre tutt’attorno sono urla, laser ed esplosioni e lo vediamo colto dal panico. Fu proprio nella prima guerra mondiale che fu teorizzato il triste disturbo post-traumatico da stress chiamato “shock da esplosione” (shell shock) che colpì migliaia di soldati caduti in preda al panico durante i bombardamenti.

Dopo l’assalto “suicida” dove l’ufficiale superiore di Han viene obliterato mentre incita le truppe (esattamente come nelle cariche della Grande Guerra) Solo si trova a tentare di convincere Beckett a prenderlo con sé mentre cammina in una trincea fangosa e affollata, come quelle francesi.

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Le truppe d’assalto Imperiali e il paragone con quelle austro-ungariche

Per finire, gli Stormtrooper imperiali su Mimban, la cui armatura bianca è ormai ricoperta di fango, hanno sull’elmo una placca di protezione aggiuntiva esattamente come le Sturmtruppen tedesche e austriache della 1a Guerra Mondiale (al museo della guerra di Rovereto ce n’è giusto una), che potevano servire (a poco) quando il soldato metteva la testa fuori dalla trincea ed entrava nel mirino di un nemico. In più, gli assaltatori imperiali indossano una mantella corta, come i fanti della Prima Guerra Mondiale.

Avere scelto la Grande Guerra come setting è stata una buona idea: niente come il primo conflitto mondiale ha svilito l’uomo e valorizzato il proiettile, con le fucilazioni imposte da generali senza scrupoli come Cadorna ai disertori (qui Han viene dato in pasto a Chewbe) e gli assalti sanguinosi per conquistare tre metri di terreno.

West… poco Far e molto Spaghetti

Liberato Chewbe con tanto di doccia imbarazzante si passa all’assalto al treno su Vandor, girato sulle Dolomiti italiane, che introduce il secondo tema del film.
Solo, bollato sommariamente come western, è in realtà soprattutto un “heist-movie” alla Ocean’s Eleven: della frontiera americana ci sono però le pistole roteanti, i duelli che in però si concludono in maniera inaspettata, e le partite a carte. Tutto è però affrontato in maniera disillusa e cinica, come ho detto nella recensione senza spoiler: non John Ford John Wayne ma piuttosto Sergio Leone, Django (non quello di Tarantino) o Gli Spietati, quest’ultimo ammesso dai Kasdan che hanno firmato la sceneggiatura. Ah, ci sono anche gli indiani, impersonificati dai predoni guidati da Enfys Nest (l’attrice dai tratti africani ma con lentiggini e capelli rossi) che ricordano un po’ quelli di Mad Max ma sono tutt’altro che malvagi: come in Balla coi Lupi o Soldato Blu sono in verità i buoni e si oppongono al crudele uomo bianco (imperiale). E non è un caso che Han faccia notare al suo tenente su Mimban che “questo è il loro pianeta: gli ostili siamo noi“. Beccati questa, Bush.

Ventimila leghe sotto Kessel

Se Solo ha preso dal western molti elementi, anche i classici dell’avventura come L’isola del tesoro (altra ammissione dei Kasdan) hanno dato molto al film. Tobias Beckett è infatti la personificazione di Long John Silver, pirata spietato ma dai tratti benevoli che insegna al giovane Han molte cose, tra cui “sparare per primo”.

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Indy shot first. Why Han not?

La catarsi del duello dove Beckett stesso viene impallinato prima di finire il discorso (come accadde a Greedo nella scena poi rovinata da Lucas e i suoi maniacali ritocchini) ci riporta anche alla famosa immagine de I predatori dell’arca perduta, dove Indiana Jones (guarda caso Harrison Ford) spara senza remore al tizio con la sciabola.
Ci volevano Ron Howard e i Kasdan a ridarci un po’ di razionale cinismo e spazzare via il buonismo manicheo lucasiano.
Questo colpo di blaster sancisce il passaggio definitivo di Han all’età adulta che fa seguito alla caduta del suo mentore, come le teorie del “viaggio dell’eroe” di Vogler hanno sempre stabilito e che già Lucas seguì pedissequamente (ma anche Gandalf cade, se ricordate…)

Kessel, con il suo enorme vortice, ci riporta immagini di mitologia classica: il mostro marino che vi abita vicino rievoca la vicenda di Ulisse tra Scilla e Cariddi. Questo è il punto in cui Solo torna alle fantasie infantili e alla grande avventura, un po’ Sinbad un po’ Capitano Nemo. E ci regala anche la battuta più riuscita del film: “Ho imparato questa manovra da un amico… che si è schiantato… ed è morto… facendo questo!

Donne e droidi dei paesi tuoi

La ribellione che sarà il centro della trilogia classica inizia da piccoli gesti in più parti della galassia, tante “scintille” già evocate in Ep. VII: da quella delle miniere di Kessel al gruppo di Enfys Nest, fino a sfociare apertamente nelle battaglie di Rogue One.

Se nel film ci sono un paio di personaggi femminili forti e indipendenti (l’amante di Beckett, Qi’ra ed Enfys Nest stessa), è il personaggio di L3, il droide “femminista” o meglio “droidista” che rappresenta il vero punto di svolta disneyano, una vera e propria suffragetta di metallo. Laddove le relazioni amorose di Lucas erano poco più che asessuate, l’amore interraziale irrompe fortissimo nel mondo di SW con la relazione tra L3 e Lando, che come dice lo stesso droide a Qi’Ra “funziona senza spiegazioni”. E ora, dal momento che L3 si unisce al Falcon, sappiamo perché C-3PO, ne L’Impero colpisce ancora, dice a Han: “Signore, non so dove la sua nave ha imparato a comunicare, ma usa un linguaggio molto insolito“. 😉

Ma Star Wars è soprattuto blockbuster e deve quindi piacere a più persone possibile. Manca ancora un eroe chiaramente omosessuale e poi quasi tutte le minoranze sono state accontentate da mamma Disney: gli afroamericani con Lando (ma ci pensò già Lucas negli anni ’80) e poi Finn; gli asiatici con i due guardiani degli Whill di Rogue One o Rose di Ep. VIII; hanno avuto il loro eroe anche gli ispano-americani con Poe Dameron o Cassian Andor, attore messicano che nella versione originale di Rogue One non nasconde il suo accento latino.

La recente attenzione della Lucasfilm per il pubblico femminile (pensiamo a Rey e Jyn Erso, protagoniste di ben due film su tre dell’era Disney) è tutt’altro che nascosta. Le donne hanno spesso snobbato SW per dedicarsi con maggior passione a Harry Potter o Il Signore degli Anelli: che non le vogliamo coinvolgere nella Galassia lontana lontana? Stacchiamo qualche biglietto in più, dai!

Maul e la sindrome della Marvel

twist del twist del plot twist!

Il ritorno – piacevole – di (Darth) Maul era sconosciuto a tutti i fan che si siano attenuti ai soli film ma era già stato ampiamente esplorato nei fumetti e nelle serie The Clone Wars & Rebels: ogni morte che avviene fuori scena non è mai definitiva e qui non facciamo eccezione. Certo, Maul è un (ex) Sith e quindi molto potente, forse tanto da sopravvivere allo smembramento. Ad ogni modo la voglia di non far morire definitivamente personaggi iconici viene proprio dai fumetti dove Superman o Batman defungono venticinque volte e poi, guarda caso, risorgono.
Se questa resurrezione la possiamo anche perdonare (e gradiremmo avere conferma cinematografica su quella di Boba Fett) è anche perché Lucas sfruttò malissimo questo personaggio dandoci in cambio il vomitevole Jar Jar Binks o gente inutile come il Capitano Panaka. Dopo Leia “iperbarica” e congelata come un petto di pollo in Ep. VIII, speriamo tuttavia di non assistere al ritorno di Han Solo che riemerge dalla base Starkiller dopo che suo figlio Kylo Ren lo ha impalato senza pietà… Anche perché vedere Harrison Ford recitare tra vent’anni con il catetere e la dentiera non sarebbe piacevole.

In conclusione

Solo funziona? Sì, anche se pubblico e critica lo stanno castigando. Perché è un enorme film d’avventura che sembra uscito in pieno dagli anni ’80, li racchiude e li somma insieme: non esplora nulla del mito ma si limita a narrare e intrattenere senza pretese.
Un altro regalino ai fan di SW ormai addormentati noiosamente di fronte alle trilogie canoniche che, almeno per me, non vedo l’ora che finiscano per dar spazio a nuove storie.

Solo: la recensione (senza spoiler)

solo

La locandina del film “Solo”

Tranquilli: niente spoiler.

Ron Howard (già Richie Cunningham di Happy Days) ha ricevuto da Disney l’enorme patata bollente di correggere la produzione di Solo: a Star Wars story (SaSWs), in uscita in questi giorni. Il film fa parte delle “stories”, ovvero approfondimenti di personaggi ed eventi derivati dalla trilogia classica, come l’ottimo Rogue One e i presunti futuri film su Boba Fett e/o Obi-Wan.

In questo film scopriremo la prima “grande” avventura del giovane Han Solo, orfano del pianeta Corellia – un centro industriale che sembra un incrocio tra Cornigliano, Busalla e Sestri Ponente. Scopriremo il suo primo amore, come ha conosciuto Lando e Chewbe e messo le mani sul leggendario Millennium Falcon, in un susseguirsi di incontri con canaglie, inganni e rapine.
La trama non ha nulla di particolarmente sorprendente (se eccettuiamo omaggi e camei) ed è contraddistinta da una linearità quasi rassicurante e senza troppe telenovele come ci hanno abituati i vecchi e nuovi film “coi numeri romani”.
Il film è ambientato in epoca imperiale ma se eccettuiamo una sequenza di battaglia, l’Impero è presente quasi “sullo sfondo” come una grossa seccatura per i criminali che tentano di arricchirsi con il commercio di un prezioso combustibile: il coassio.

Non chiamatelo (soltanto) western

Molti hanno bollato Solo come un western spaziale, in maniera piuttosto erronea: il vecchio Episodio IV ha molti più elementi western di Solo che è piuttosto un action-movie fracassone, un concentrato di laser ed esplosioni che, anzi, prende in giro la seriosità dei western americani con John Wayne.
Solo strizza invece l’occhio agli spaghetti/fagioli western di Leone, Corbucci ecc o al western revisionista Gli spietati di C. Eastwood: protagonisti straccioni e doppiogiochisti, onore praticamente assente, ironia ovunque e antieroi a pioggia. Niente cavalcate verso il tramonto o sfide all’OK Corral, per intenderci: lungo il film si assiste piuttosto a un susseguirsi di rapine a mano armata operate da Han (un discreto ma mai eclatante Alden Ehrenreich) e i suoi soci, di cui sotto.

  • Qi’ra (la “madre dei draghi” Emilia Clarke, col difetto di essere sempre sé stessa sia che interpreti Daenerys Targaryen, Sarah Connors o Qi’ra).
  • Il legnoso ma efficace Tobias Beckett (Woody Harrelson, anche lui sempre uguale in ogni ruolo ma in questo caso positivamente).
  • Lo sciccoso playboy Lando Calrissian (Donald Glover, che però ci fa mancare tanto Billy Dee Williams).
  • Per finire, il titanico – in tutti i sensi – Chewbecca (Joonas Suotamo; l’assenza di Peter Mayhew si nota poco sotto il costume poiché il personaggio è molto ben scritto e questo basta).

Blasta che ti passa

Spegnete i cervelli perché Solo è un film poco basato sulle performance degli attori o la psicologia dei personaggi e molto sulla sceneggiatura e gli effetti visivi: non messo bene il comparto dei “cattivi” dato che l’Impero c’è ma è di contorno, mentre i criminali dell’Alba Cremisi non sono così affascinanti come Vader, Krennic o Tarkin in Rogue One; sono piuttosto stereotipati e autogoderecci della loro cattiveria, senza carisma né approfondimento psicologico.

Solo è un “heist-movie” che attinge da moltissime pellicole o perlomeno gli assomiglia: Heat: la sfida, Ocean’s Eleven, Mad Max, i film di James Bond, lo stesso Rogue One e anche il vecchissimo gioco Shadows of the Empire (la sequenza del treno e il mondo criminale di SW). Oltre ad avere un ritmo rapido e incalzante e l’ironia tipica degli action movie a cervello spento. Il film si ispira dunque molto di più al cinema d’azione classico ’80-’90, con le sue didascalie prese già in giro da Balle Spaziali: gli “spiegoni” come se il pubblico fosse idiota, per capirci.

Grande assente la Forza e ogni altro elemento mitologico orientaleggiante introdotto da Lucas: in Solo è il blaster a comandare.

Ultimo ma non ultimo: il finale aperto lascia presagire un Solo 2…

Perché vederlo

  • Perché la saga degli Skywalker ci ha un po’ rotto e preferiamo esplorare meglio l’universo di SW fuori dalle telenovele spaziali.
  • Perché Solo è un film d’azione senza pensieri, tutto luci e scintille, uscito direttamente fuori dagli anni ’80 come Commando o Arma Letale: l’americanata pura al 100%. Laddove si addentra nella critica sociale (pianeti sfruttati, schiavi e altro) essa è poco ingombrante come quella di Rogue One (che la gestiva comunque benino).
  • Chewbecca.
  • Perché esplora meglio il mondo criminale di SW, abbozzato negli altri episodi.
  • Perché ironia e azione senza respiro sono molto presenti ma ben gestite.
  • Perché risponde a mille domande: Solo è un cognome o un soprannome? Han come ha incontrato Chewbie? Come ha trovato il Falcon? E la rotta di Kessel in 12 parsec che significa? E il blaster di Han che sembra una grossa Mauser? E gli wookie, è vero che… no, questa non posso dirvela 😛
  • C’è un cameo completamente e piacevolmente inatteso, un po’ come il buon Yoda in episodio VIII.

Dove Solo non funziona

  • L’assenza di mito (come la Forza) e il susseguirsi di furti e raggiri e blasterate rendono il film un mero esercizio di battute ed effetti speciali, pur gradevole ma che non arriva mai a farti dire “wow”. A non tutti potrebbe piacere l’assenza di filosofia e il cervello spento quindi se siete in cerca di riflessioni, stategli lontani.
  • Il ritmo è frenetico e non c’è mai spazio per una vera e propria “pausa” o un approfondimento psicologico e quindi rimane tutto superficiale.
  • Fuori dal cinema, dal surround e dal megaschermo, rischia di perdere molto; pertanto è un film che richiede un setting specifico (il cinema) per essere goduto.
  • Assenza di un cattivo degno di questo nome: i tempi di Vader e dell’Imperatore sono lontanissimi.
  • Lando è un personaggio sprecato e messo in ombra da Tobias: poco più di un co-co-coprotagonista. Non funziona nemmeno il suo droide L3.
  • Assente anche la colonna sonora, laddove Powell deve faticare non poco per sovrastare il rumore delle esplosioni, senza mai fornirci un tema che le nostre orecchie ricordino tranne quando ri-esplora i brani di John Williams.

E quindi?

In conclusione, Solo: a Star Wars story conferma il trend aperto da Rogue One, dove le Star Wars stories diventano ottimi diversivi da una saga che sa un po’ di vecchio. Solo non arriva ad essere bello e ispirato come Rogue One, ma stacca ugualmente i nuovi Ep. VII e VIII. Chi lo vedrà con poca aspettativa e voglia soltanto di passare un paio d’ore su Kessel, lo godrà. Chi cerca di più sarà deluso profondamente.

Appuntamento tra un anno e mezzo per Episodio IX, con la speranza sia una degna conclusione della saga degli Skywalker e l’apertura verso nuovi orizzonti nella galassia lontana lontana più famosa dell’universo!