Informazioni su Lorenzo Fabre

Lorenzo Fabre, genovese, è un blogger e scrittore emergente. Il suo racconto d'esordio "La pillola" è pubblicato nell'antologia Continuum Hopper (Della Vigna), vincitrice del Premio Italia 2017. Fabre è anche tra i vincitori del Premio Racconti Liguri 2017 e si è classificato secondo al Premio G. Viviani 2017, con menzione e diritto di stampa. Tra le sue passioni oltre la scrittura c'è anche la recitazione teatrale per cui è stato allievo in alcuni corsi di teatro e attore in diverse produzioni locali e la Scherma Medievale, per il quale è risultato vincitore in due gare di categoria "beginner". Tra gli altri interessi c'è la storia medievale italiana, il Cinema, i libri di JRR Tolkien e George RR Martin, i videogiochi “con bella trama”, le serie televisive quali Game of Thrones, Black Sails e The Walking Dead, e le scienze, con particolare attenzione a quelle mediche e biologiche. Per ogni altra informazione visitate il sito http://lorenzofabre.com

The André: plagio o genio?

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Il logo di The André

Fa discutere – e bene sia – la scelta artistica di “The André“, un giovane ultraventenne che ha una voce tremendamente simile al compianto Fabrizio De André a cui si ispira in tutto, dalle sonorità al timbro. Noto su youtube con lo pseudonimo Gab Loter, ha deciso di non cantare il repertorio classico del cantautore ligure ma nuovi (e meno nuovi) successi di generi nati in tempi recenti come il trap e l’Indie pop, come se fosse il vero Faber.

The André reinterpreta quindi brani de Lo Stato Sociale, Calcutta, Young Signorino, Gué Pequeno e altri artisti molto amati dai ragazzi ma snobbati dal resto della critica e pubblico musicale, con la particolarità di cantare e suonare i loro testi accompagnato da chitarra acustica e con timbro e voce tremendamente simile a quella di Fabrizio de André.

Questa è la sua reintepretazione di Young Signorino, addirittura “tradotta”.

Ecco una cover molto riuscita (“Mi sono rotto il cazzo” de Lo stato sociale), ispirata probabilmente a “La domenica delle salme“.

In una recente intervista, dice di non amare particolarmente il genere trap rispetto all’Indie pop, ma di utilizzarlo solo perché è quello popolare al momento.

Eppure i testi, che The André definisce non poetici, “un elenco di spacconate, racconti di coiti, droghe, esibizione di ricchezza“, ascoltando lo stile inequivocabile da cantautore anni ’70 sembrano magicamente nobilitati, restituiti a una dimensione di capolavoro vintage che le melodie elettroniche sembrano avergli tolto.

E qui nasce la riflessione su quanto sia importante il testo, piuttosto che la melodia?

Naturalmente l’opinione pubblica si è divisa tra i detrattori che lo considerano sacrilego e i fan già sfegatati che chiedono ancora. Ed è già notizia che lo vedremo (in faccia?) nel suo primo tour live.

La mia opinione? Lo giudico un buon esperimento, molto interessante. Da genovese e amante di De André, non lo ritengo altro che una persona che lo omaggia in maniera anche delicata, forse talvolta scimiottandone un po’ l’accento, ma comunque col dovuto rispetto.

Voi che ne pensate? Ci sentiamo anche sulla mia pagina Facebook, ovviamente!

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Solo: analisi, temi e riferimenti (con spoiler)

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Han Solo, il contrabbandiere di Coreglia Lig… ehm Corellia 😛

E ora che, immagino, un po’ di voi hanno visto Solo: a Star Wars story, possiamo commentare un po’ questo film ambientato nella Galassia lontana lontana più amata di sempre. Ci sono abbondanti SPOILER!!!

Corellia, crimine e schiavitù

Il primo posto che vediamo in Solo (e non è proprio quello dell’immagine :-D) è il pianeta industriale Corellia. Chi ha vissuto o è stato in una città portuale/industriale ha sicuramente riconosciuto i cantieri, le scintille delle saldature, le gru tipiche di zone come Genova Cornigliano/Sestri Ponente o Multedo. Ma è la condizione degli schiavi che, dopo i prequel di Lucas e lo stesso Ep. VII, torna ad essere trattata, e non stiamo parlando dei soli corelliani. Savareen, dove si raffina aumma aumma il coassio, sembra la Somalia o i villaggi disagiati ai margini dei pozzi petroliferi in Africa.

l’Impero schiavizza i Wookie, installa regimi a lui amichevoli (qualcuno stava forse pensando a Iraq e Afghanistan?) e si arricchisce facendo affari con criminali così potenti che addirittura un governatore imperiale viene ucciso con nonchalance da Dryden Vos. L’occasione di Han per scappare dalla mafia corelliana è arruolarsi tramite lo “Zio Sam” (o forse più Adolf), l’Impero il cui ufficio di reclutamento è sovrastato da manifesti di propaganda usciti dagli anni ’20 e promette gloria… mantenendo esplosioni, fango e morte.
Ci sarebbe piaciuto vedere Han all’accademia navale, ma la cosa sarebbe stata poco funzionale al film e quindi eccoci catapultati in piena…

Prima Guerra Mondiale su Mimban

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Il “mud trooper” dell’esercito Imperiale e un soldato tedesco della Grande Guerra, con il suo stahlhelm e un particolare modello di maschera antigas

Cadendo il film nel centenario della Grande Guerra, è difficile non paragonare le sequenze del pianeta fangoso Mimban con le trincee francesi della Somme.
Intanto, Han e compagni indossano l’uniforme e i caschi dell’esercito imperiale, già ispirati agli stahlhelm tedeschi introdotti proprio nel 1917 e che hanno anche dato sostanza all’elmo di Darth Vader. L’elmetto imperiale è correlato da una maschera con tubi che ricorda molto quelle antigas, usate per la prima volta proprio nel primo conflitto mondiale.

La guerra su Mimban appare per la prima volta poco eroica in Star Wars, dopo le scorazzate in CGI dei prequel con i cloni-paladini e le due battaglie nella neve e nella foresta della trilogia classica, con gli imperiali battuti dai vietcong… ehm dagli Ewok. Han viene sbalzato in aria mentre tutt’attorno sono urla, laser ed esplosioni e lo vediamo colto dal panico. Fu proprio nella prima guerra mondiale che fu teorizzato il triste disturbo post-traumatico da stress chiamato “shock da esplosione” (shell shock) che colpì migliaia di soldati caduti in preda al panico durante i bombardamenti.

Dopo l’assalto “suicida” dove l’ufficiale superiore di Han viene obliterato mentre incita le truppe (esattamente come nelle cariche della Grande Guerra) Solo si trova a tentare di convincere Beckett a prenderlo con sé mentre cammina in una trincea fangosa e affollata, come quelle francesi.

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Le truppe d’assalto Imperiali e il paragone con quelle austro-ungariche

Per finire, gli Stormtrooper imperiali su Mimban, la cui armatura bianca è ormai ricoperta di fango, hanno sull’elmo una placca di protezione aggiuntiva esattamente come le Sturmtruppen tedesche e austriache della 1a Guerra Mondiale (al museo della guerra di Rovereto ce n’è giusto una), che potevano servire (a poco) quando il soldato metteva la testa fuori dalla trincea ed entrava nel mirino di un nemico. In più, gli assaltatori imperiali indossano una mantella corta, come i fanti della Prima Guerra Mondiale.

Avere scelto la Grande Guerra come setting è stata una buona idea: niente come il primo conflitto mondiale ha svilito l’uomo e valorizzato il proiettile, con le fucilazioni imposte da generali senza scrupoli come Cadorna ai disertori (qui Han viene dato in pasto a Chewbe) e gli assalti sanguinosi per conquistare tre metri di terreno.

West… poco Far e molto Spaghetti

Liberato Chewbe con tanto di doccia imbarazzante si passa all’assalto al treno su Vandor, girato sulle Dolomiti italiane, che introduce il secondo tema del film.
Solo, bollato sommariamente come western, è in realtà soprattutto un “heist-movie” alla Ocean’s Eleven: della frontiera americana ci sono però le pistole roteanti, i duelli che in però si concludono in maniera inaspettata, e le partite a carte. Tutto è però affrontato in maniera disillusa e cinica, come ho detto nella recensione senza spoiler: non John Ford John Wayne ma piuttosto Sergio Leone, Django (non quello di Tarantino) o Gli Spietati, quest’ultimo ammesso dai Kasdan che hanno firmato la sceneggiatura. Ah, ci sono anche gli indiani, impersonificati dai predoni guidati da Enfys Nest (l’attrice dai tratti africani ma con lentiggini e capelli rossi) che ricordano un po’ quelli di Mad Max ma sono tutt’altro che malvagi: come in Balla coi Lupi o Soldato Blu sono in verità i buoni e si oppongono al crudele uomo bianco (imperiale). E non è un caso che Han faccia notare al suo tenente su Mimban che “questo è il loro pianeta: gli ostili siamo noi“. Beccati questa, Bush.

Ventimila leghe sotto Kessel

Se Solo ha preso dal western molti elementi, anche i classici dell’avventura come L’isola del tesoro (altra ammissione dei Kasdan) hanno dato molto al film. Tobias Beckett è infatti la personificazione di Long John Silver, pirata spietato ma dai tratti benevoli che insegna al giovane Han molte cose, tra cui “sparare per primo”.

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Indy shot first. Why Han not?

La catarsi del duello dove Beckett stesso viene impallinato prima di finire il discorso (come accadde a Greedo nella scena poi rovinata da Lucas e i suoi maniacali ritocchini) ci riporta anche alla famosa immagine de I predatori dell’arca perduta, dove Indiana Jones (guarda caso Harrison Ford) spara senza remore al tizio con la sciabola.
Ci volevano Ron Howard e i Kasdan a ridarci un po’ di razionale cinismo e spazzare via il buonismo manicheo lucasiano.
Questo colpo di blaster sancisce il passaggio definitivo di Han all’età adulta che fa seguito alla caduta del suo mentore, come le teorie del “viaggio dell’eroe” di Vogler hanno sempre stabilito e che già Lucas seguì pedissequamente (ma anche Gandalf cade, se ricordate…)

Kessel, con il suo enorme vortice, ci riporta immagini di mitologia classica: il mostro marino che vi abita vicino rievoca la vicenda di Ulisse tra Scilla e Cariddi. Questo è il punto in cui Solo torna alle fantasie infantili e alla grande avventura, un po’ Sinbad un po’ Capitano Nemo. E ci regala anche la battuta più riuscita del film: “Ho imparato questa manovra da un amico… che si è schiantato… ed è morto… facendo questo!

Donne e droidi dei paesi tuoi

La ribellione che sarà il centro della trilogia classica inizia da piccoli gesti in più parti della galassia, tante “scintille” già evocate in Ep. VII: da quella delle miniere di Kessel al gruppo di Enfys Nest, fino a sfociare apertamente nelle battaglie di Rogue One.

Se nel film ci sono un paio di personaggi femminili forti e indipendenti (l’amante di Beckett, Qi’ra ed Enfys Nest stessa), è il personaggio di L3, il droide “femminista” o meglio “droidista” che rappresenta il vero punto di svolta disneyano, una vera e propria suffragetta di metallo. Laddove le relazioni amorose di Lucas erano poco più che asessuate, l’amore interraziale irrompe fortissimo nel mondo di SW con la relazione tra L3 e Lando, che come dice lo stesso droide a Qi’Ra “funziona senza spiegazioni”. E ora, dal momento che L3 si unisce al Falcon, sappiamo perché C-3PO, ne L’Impero colpisce ancora, dice a Han: “Signore, non so dove la sua nave ha imparato a comunicare, ma usa un linguaggio molto insolito“. 😉

Ma Star Wars è soprattuto blockbuster e deve quindi piacere a più persone possibile. Manca ancora un eroe chiaramente omosessuale e poi quasi tutte le minoranze sono state accontentate da mamma Disney: gli afroamericani con Lando (ma ci pensò già Lucas negli anni ’80) e poi Finn; gli asiatici con i due guardiani degli Whill di Rogue One o Rose di Ep. VIII; hanno avuto il loro eroe anche gli ispano-americani con Poe Dameron o Cassian Andor, attore messicano che nella versione originale di Rogue One non nasconde il suo accento latino.

La recente attenzione della Lucasfilm per il pubblico femminile (pensiamo a Rey e Jyn Erso, protagoniste di ben due film su tre dell’era Disney) è tutt’altro che nascosta. Le donne hanno spesso snobbato SW per dedicarsi con maggior passione a Harry Potter o Il Signore degli Anelli: che non le vogliamo coinvolgere nella Galassia lontana lontana? Stacchiamo qualche biglietto in più, dai!

Maul e la sindrome della Marvel

twist del twist del plot twist!

Il ritorno – piacevole – di (Darth) Maul era sconosciuto a tutti i fan che si siano attenuti ai soli film ma era già stato ampiamente esplorato nei fumetti e nelle serie The Clone Wars & Rebels: ogni morte che avviene fuori scena non è mai definitiva e qui non facciamo eccezione. Certo, Maul è un (ex) Sith e quindi molto potente, forse tanto da sopravvivere allo smembramento. Ad ogni modo la voglia di non far morire definitivamente personaggi iconici viene proprio dai fumetti dove Superman o Batman defungono venticinque volte e poi, guarda caso, risorgono.
Se questa resurrezione la possiamo anche perdonare (e gradiremmo avere conferma cinematografica su quella di Boba Fett) è anche perché Lucas sfruttò malissimo questo personaggio dandoci in cambio il vomitevole Jar Jar Binks o gente inutile come il Capitano Panaka. Dopo Leia “iperbarica” e congelata come un petto di pollo in Ep. VIII, speriamo tuttavia di non assistere al ritorno di Han Solo che riemerge dalla base Starkiller dopo che suo figlio Kylo Ren lo ha impalato senza pietà… Anche perché vedere Harrison Ford recitare tra vent’anni con il catetere e la dentiera non sarebbe piacevole.

In conclusione

Solo funziona? Sì, anche se pubblico e critica lo stanno castigando. Perché è un enorme film d’avventura che sembra uscito in pieno dagli anni ’80, li racchiude e li somma insieme: non esplora nulla del mito ma si limita a narrare e intrattenere senza pretese.
Un altro regalino ai fan di SW ormai addormentati noiosamente di fronte alle trilogie canoniche che, almeno per me, non vedo l’ora che finiscano per dar spazio a nuove storie.

Solo: la recensione (senza spoiler)

solo

La locandina del film “Solo”

Tranquilli: niente spoiler.

Ron Howard (già Richie Cunningham di Happy Days) ha ricevuto da Disney l’enorme patata bollente di correggere la produzione di Solo: a Star Wars story (SaSWs), in uscita in questi giorni. Il film fa parte delle “stories”, ovvero approfondimenti di personaggi ed eventi derivati dalla trilogia classica, come l’ottimo Rogue One e i presunti futuri film su Boba Fett e/o Obi-Wan.

In questo film scopriremo la prima “grande” avventura del giovane Han Solo, orfano del pianeta Corellia – un centro industriale che sembra un incrocio tra Cornigliano, Busalla e Sestri Ponente. Scopriremo il suo primo amore, come ha conosciuto Lando e Chewbe e messo le mani sul leggendario Millennium Falcon, in un susseguirsi di incontri con canaglie, inganni e rapine.
La trama non ha nulla di particolarmente sorprendente (se eccettuiamo omaggi e camei) ed è contraddistinta da una linearità quasi rassicurante e senza troppe telenovele come ci hanno abituati i vecchi e nuovi film “coi numeri romani”.
Il film è ambientato in epoca imperiale ma se eccettuiamo una sequenza di battaglia, l’Impero è presente quasi “sullo sfondo” come una grossa seccatura per i criminali che tentano di arricchirsi con il commercio di un prezioso combustibile: il coassio.

Non chiamatelo (soltanto) western

Molti hanno bollato Solo come un western spaziale, in maniera piuttosto erronea: il vecchio Episodio IV ha molti più elementi western di Solo che è piuttosto un action-movie fracassone, un concentrato di laser ed esplosioni che, anzi, prende in giro la seriosità dei western americani con John Wayne.
Solo strizza invece l’occhio agli spaghetti/fagioli western di Leone, Corbucci ecc o al western revisionista Gli spietati di C. Eastwood: protagonisti straccioni e doppiogiochisti, onore praticamente assente, ironia ovunque e antieroi a pioggia. Niente cavalcate verso il tramonto o sfide all’OK Corral, per intenderci: lungo il film si assiste piuttosto a un susseguirsi di rapine a mano armata operate da Han (un discreto ma mai eclatante Alden Ehrenreich) e i suoi soci, di cui sotto.

  • Qi’ra (la “madre dei draghi” Emilia Clarke, col difetto di essere sempre sé stessa sia che interpreti Daenerys Targaryen, Sarah Connors o Qi’ra).
  • Il legnoso ma efficace Tobias Beckett (Woody Harrelson, anche lui sempre uguale in ogni ruolo ma in questo caso positivamente).
  • Lo sciccoso playboy Lando Calrissian (Donald Glover, che però ci fa mancare tanto Billy Dee Williams).
  • Per finire, il titanico – in tutti i sensi – Chewbecca (Joonas Suotamo; l’assenza di Peter Mayhew si nota poco sotto il costume poiché il personaggio è molto ben scritto e questo basta).

Blasta che ti passa

Spegnete i cervelli perché Solo è un film poco basato sulle performance degli attori o la psicologia dei personaggi e molto sulla sceneggiatura e gli effetti visivi: non messo bene il comparto dei “cattivi” dato che l’Impero c’è ma è di contorno, mentre i criminali dell’Alba Cremisi non sono così affascinanti come Vader, Krennic o Tarkin in Rogue One; sono piuttosto stereotipati e autogoderecci della loro cattiveria, senza carisma né approfondimento psicologico.

Solo è un “heist-movie” che attinge da moltissime pellicole o perlomeno gli assomiglia: Heat: la sfida, Ocean’s Eleven, Mad Max, i film di James Bond, lo stesso Rogue One e anche il vecchissimo gioco Shadows of the Empire (la sequenza del treno e il mondo criminale di SW). Oltre ad avere un ritmo rapido e incalzante e l’ironia tipica degli action movie a cervello spento. Il film si ispira dunque molto di più al cinema d’azione classico ’80-’90, con le sue didascalie prese già in giro da Balle Spaziali: gli “spiegoni” come se il pubblico fosse idiota, per capirci.

Grande assente la Forza e ogni altro elemento mitologico orientaleggiante introdotto da Lucas: in Solo è il blaster a comandare.

Ultimo ma non ultimo: il finale aperto lascia presagire un Solo 2…

Perché vederlo

  • Perché la saga degli Skywalker ci ha un po’ rotto e preferiamo esplorare meglio l’universo di SW fuori dalle telenovele spaziali.
  • Perché Solo è un film d’azione senza pensieri, tutto luci e scintille, uscito direttamente fuori dagli anni ’80 come Commando o Arma Letale: l’americanata pura al 100%. Laddove si addentra nella critica sociale (pianeti sfruttati, schiavi e altro) essa è poco ingombrante come quella di Rogue One (che la gestiva comunque benino).
  • Chewbecca.
  • Perché esplora meglio il mondo criminale di SW, abbozzato negli altri episodi.
  • Perché ironia e azione senza respiro sono molto presenti ma ben gestite.
  • Perché risponde a mille domande: Solo è un cognome o un soprannome? Han come ha incontrato Chewbie? Come ha trovato il Falcon? E la rotta di Kessel in 12 parsec che significa? E il blaster di Han che sembra una grossa Mauser? E gli wookie, è vero che… no, questa non posso dirvela 😛
  • C’è un cameo completamente e piacevolmente inatteso, un po’ come il buon Yoda in episodio VIII.

Dove Solo non funziona

  • L’assenza di mito (come la Forza) e il susseguirsi di furti e raggiri e blasterate rendono il film un mero esercizio di battute ed effetti speciali, pur gradevole ma che non arriva mai a farti dire “wow”. A non tutti potrebbe piacere l’assenza di filosofia e il cervello spento quindi se siete in cerca di riflessioni, stategli lontani.
  • Il ritmo è frenetico e non c’è mai spazio per una vera e propria “pausa” o un approfondimento psicologico e quindi rimane tutto superficiale.
  • Fuori dal cinema, dal surround e dal megaschermo, rischia di perdere molto; pertanto è un film che richiede un setting specifico (il cinema) per essere goduto.
  • Assenza di un cattivo degno di questo nome: i tempi di Vader e dell’Imperatore sono lontanissimi.
  • Lando è un personaggio sprecato e messo in ombra da Tobias: poco più di un co-co-coprotagonista. Non funziona nemmeno il suo droide L3.
  • Assente anche la colonna sonora, laddove Powell deve faticare non poco per sovrastare il rumore delle esplosioni, senza mai fornirci un tema che le nostre orecchie ricordino tranne quando ri-esplora i brani di John Williams.

E quindi?

In conclusione, Solo: a Star Wars story conferma il trend aperto da Rogue One, dove le Star Wars stories diventano ottimi diversivi da una saga che sa un po’ di vecchio. Solo non arriva ad essere bello e ispirato come Rogue One, ma stacca ugualmente i nuovi Ep. VII e VIII. Chi lo vedrà con poca aspettativa e voglia soltanto di passare un paio d’ore su Kessel, lo godrà. Chi cerca di più sarà deluso profondamente.

Appuntamento tra un anno e mezzo per Episodio IX, con la speranza sia una degna conclusione della saga degli Skywalker e l’apertura verso nuovi orizzonti nella galassia lontana lontana più famosa dell’universo!

Assassin’s Creed Origins: benino ma c’è ancora strada da fare

aco.jpgUbisoft ha sempre avuto in mano una gallina dalle uova d’oro: Assassin’s Creed (AC) una saga capace di usare l’enorme patrimonio storico dell’umanità per divulgare e intrattenere. Eppure gli ultimi due capitoli – Unity e Syndicate – lamentavano una certa stanchezza fatta di gameplay già visti e poco interesse nella trama. I tempi del buon Ezio Auditore, della cui storia familiare ci si appassionava, o del mitico pirata Edward Kenway (vera novità nel panorama AC), sembrano passati. Ci riuscirà Bayek, il precursore egizio degli assassini che vive in epoca tolemaica, tra Cesare e Cleopatra?

Strizzare l’occhio a The Witcher? Fatto. A Metal Gear? No…

Origins presenza per la prima volta una mappa terrestre enorme con moltissime location ben rese ma con insediamenti che si assomigliano, a parte le tre grandi città di Menfi, Alessandria e Cirene (differenziate in stile egizio, greco e romano). La mappa ha una CATERVA di quest e attività secondarie da svolgere, che faranno disperare chi cerca di completare il gioco al 100%. Tutto in puro stile The Witcher (aree divise per livello del personaggio), che rende questo il primo vero gioco open world della saga di AC, non confinato a una città ma a un intera nazione.

Se da un lato c’è molto da fare, quasi tutto si assomiglia: acquattarsi nel cespuglio, fare secche 4-5 guardie, essere scoperti dalla sesta, tirare fuori la spada, massacrare tutti, sollevare l’ostaggio e portarlo fuori.
La dinamica di gioco stealth è ancora poco premiante rispetto a capolavori come Metal Gear Solid V. Il risultato è che dopo una decina di missioni del genere si finisce per usare direttamente arco e spada in stile Geralt di Rivia più che Snake. La presenza di 3-4 tipologie di soldati ripetute (lo smilzo con l’arco, il fante medio con la spada, il tizio con la lancia, l’omone con la mazza) non aiuta la varietà, ma il combat system è notevolmente migliorato, pur senza raggiungere gli alti livelli di credibilità di Kingdom Come: Deliverance (che comunque è in prima persona).

Molto – forse troppo – importante il livello del personaggio e dei nemici: sebbene presente anche nel capolavoro di CD Projekt Red,  la mancanza di varietà dei nemici non rende molto credibile la disparità di forza tra Bayek e loro: quindi risulta frustrante che lo stesso omino con la lancia e l’elmo frigio, a 1 km di distanza diventi improvvisamente una cintura nera di Wu Shu.

La trama scontata

Bayek non ha grandi tratti di profondità: è mosso dalla vendetta personale a fare secchi il solito numero di perfidi pre-templari, ama la sua compagna in maniera integerrima e non è “grigio” abbastanza da risultare credibile. Il sunto è che ben presto premerete il tasto tondo per saltare le cutscene di intermezzo e passare direttamente all’azione, tranne per quelle che riguardano personaggi interessanti come Cleopatra.

Pro e contro

Per non farla troppo lunga ecco i PRO:

  • Ottima ricostruzione dell’Egitto tolemaico (vi verrà voglia di andarci in vacanza) e scelta del periodo storico: in un colpo solo ci sono egiziani, romani e greci.
  • Sistema di combattimento migliorato rispetto agli scorsi AC
  • Ottima anche la gestione dei combattimenti a cavallo (unico punto dove Origins batte Witcher e co.)
  • Grafica comunque notevole e libertà d’azione del personaggio vs. il paesaggio in pieno stile AC

Ed ecco i CONTRO:

  • Trama scontata e poco interessante
  • Personaggi piatti (ridateci Ezio ed Edward!!!)
  • Stealth poco remunerativo rispetto alla tattica “spara e spada”
  • Nell’ambito della stessa cultura, gli insediamenti sono tutti uguali (vista una città egizia –> viste tutte.)
  • Poco ispiranti i mini-game “corsa delle bighe” e “gladiatori” e malfatte le battaglie navali.

Vale la pena?

Se amate AC: sì, ma meglio aspettare che cali di prezzo (accettabile tra i 20-25 euro, secondo me) o fatevelo prestare 😉

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“Naziende”: i marchi famosi nati o fioriti sotto il nazismo

Oggi sono tutte aziende rispettabili che hanno rinnegato e chiesto perdono per ogni legame passato con il movimento di Adolf Hitler, ma questi marchi tedeschi sono nati o fioriti durante il nazionalsocialismo e non crederete ai vostri occhi quando scoprirete quali!

Fanta

fanta

Pubblicità d’epoca della Fanta

Il caso più incredibile riguarda la bibita Fanta, prodotta oggi da Coca-Cola Company. Durante la guerra, il ramo tedesco della Coca-Cola si trovò impossibilitato nell’importare lo sciroppo utilizzato per creare la bevanda scura in quanto proveniente dagli Stati Uniti, contro cui la Germania era in guerra. La filiale tedesca dell’azienda – su pressione da parte anche di esponenti del Reich – decise di produrre una bevanda utilizzando prodotti reperibili in Germania – come zucchero e le mele – e creò il nome Fanta dalla parola tedesca “fantastisch” ovvero “fantastico”. Finita la guerra, Coca-Cola si riappropriò delle strutture e chiuse la produzione della Fanta, ma nel 1955 la bibita fu nuovamente immessa sul mercato per contrastare le bibite al gusto di frutta prodotte da Pepsi.
A quel punto la Fanta fu esportata altrove, anche in America. La cosa è ricordata simpaticamente anche nel primo film di Ritorno al Futuro, quando Marty McFly chiede una Fanta e il barista non sa cosa sia.

Volkswagen e le altre auto tedesche

VW logo during the 1930s.svg

L’originale logo Volkswagen, che rimandava alla svastica, Public Domain, Link

Il nome Volkswagen significa “l’auto del popolo” ed è quanto mai evocante un regime socialista. La genesi della compagnia fu voluta proprio da Hitler (che secondo alcuni diede il nome allo stesso maggiolino) e nel primissimo logo dell’azienda compare anche una svastica stilizzata. La compagnia fu supportata da Ferdinand Porsche, imprenditore automobilistico che ha dato il suo nome alle celebri auto di lusso. Hitler lo interpellò perché voleva invece un’utilitaria che fosse acquistabile dalla gran parte della popolazione (similmente al modello T di Ford) e così nel 1938 nacque il famoso “maggiolino“. Durante la guerra VW produsse anche molte auto per l’esercito come la Kubelwagen che spesso appare nei film. Anche altre aziende quali Audi, BMW, Opel e Mercedes-Benz diedero ampio supporto e profittarono facendo affari con il governo di Hitler – come si può facilmente immaginare – non disdegnando anche di usare il lavoro coatto di prigionieri e popolazioni annesse con la forza. Sorprende di più che anche il ramo tedesco della Ford fu implicato con il Reich, una volta che i rapporti con la casa madre furono parzialmente interrotti dalla guerra.

(Curiosità: la “V” di Volkswagen si pronuncia come una “f” mentre la lettera “e” del nome Porsche si pronuncia interamente, mentre gli italiani spesso la omettono).

Hugo Boss

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Pubblicità anni ’30 delle uniformi di Boss – public domain image

Altra compagnia il cui supporto al nazismo sorprende, fu il famoso brand di moda Hugo Boss. Dagli anni ’30 il signor Boss, membro del partito nazista e che utilizzava largamente il lavoro coatto, iniziò a produrre le uniformi per le SA, le SS e la Gioventù Hitleriana, rimaste tristemente famose per la loro indubbia eleganza ma soprattutto per le violenze perpetrate da chi le indossò. La compagnia ha tentato varie volte, dopo la guerra, di discostarsi dalla pesante eredità nazionalsocialista e dobbiamo dire che c’è riuscita: oggi è rispettata da tutti. Ma il ricordo delle uniformi iconiche dei nazisti è rimasto in molte persone: per elaborare le famose divise degli ufficiali dell’Impero Galattico di Star Wars, Lucas si ispirò infatti a quelle della Germania Nazista.

Puma e Adidas (fratelli Dassler)

Inizialmente uniti nell’azienda di calzature “Dassler”, i fratelli Rudolf e Adolf Dassler non sono ricordati come criminali nazisti ma la loro azienda fiorì proprio durante questo periodo storico.  I due fratelli erano comunque membri del partito nazionalsocialista ma Rudolf era il sostenitore più fervente. Dopo la guerra si divisero a seguito dei forti contrasti in due compagnie: Puma, che nacque da Rudolf, e Adidas che fu fondata da Adolf (da ADI, diminutivo di Adolf e DAS, dal cognome Dassler ). Le due compagnie, quando erano unite nella Dassler Calzature, non furono mai accusate di gravi crimini, nemmeno a seguito dell’arresto dell’intransigente Rudolf, sospettato dagli alleati di essere un membro delle SS.

Bayer (tramite IG Farben)

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Etichette del gas Zyklon B – Pubblico dominio, Collegamento

La casa farmaceutica che ha portato l’aspirina al successo fu acquisita da IG Farben e fabbricò il tristemente famoso gas Zyklon-B che sterminò milioni di prigionieri. Anch’essi usarono lavoratori coatti, come quasi tutte le aziende dell’epoca. Finita la guerra, IG Farben fu smantellata ma il personale continuò a produrre armi chimiche (stavolta per gli amici a stelle e strisce…).

Esiste anche una controversia sull’eredità dell’aspirina, dato che secondo alcuni a scoprirla fu una persona di religione ebraica che però non fu citata dall’azienda come scopritrice.

Le altre compagnie

Altre compagnie, seppur nate in precedenza, legarono molto con il nazismo. Siemens, Kodak, Random House Publishing o IBM (il ramo tedesco, dato che l’azienda è americana) collaborarono nel fornire servizi e infrastrutture ai nazisti e alcune di queste compagnie usarono schiavi e prigionieri come lavoratori, come era di triste costume all’epoca. Potete trovare una lista delle compagnie che profittarono dall’olocausto qui, che include anche Deutsche Bank, Allianz e altre aziende arrivate fino ai giorni nostri.

Le scuse postume

Alcune di queste compagnie hanno preso le distanze o si sono scusate per il loro passato a supporto del terzo Reich: a loro parziale difesa, quasi tutti gli industriali tedeschi all’epoca sostenevano il sanguinario regime nazista (pena la chiusura o peggio) e impiegavano lavoratori coatti reclutati nei campi di concentramento e tra i prigionieri delle nazioni occupate, come la Polonia.

A dimostrazione ulteriore che il totalitarismo infettò anche un ramo, quello del lavoro, che dovrebbe essere sacro.

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Kingdom Come Deliverance: le mie prime impressioni sul gioco

Non credo che sia un mistero quanto io ami e apprezzi il medioevo. Questo gioco per PS4, PC e Xbox One, Kingdom Come Deliverance, è da qualche tempo sotto la lente di ingrandimento di tutto il mondo videoludico, in particolare degli amanti dei giochi di ruolo Open world.

Si tratta In pratica di uno Skyrim ambientato però nella Boemia del 1400, con una ricostruzione storica e approfondimenti più che accurati. La storia tratta del figlio di un fabbro, Henry, che dovrà vendicarsi e crescere come uomo nel suo mondo medievale.

Controlli e difficoltà

Molte recensioni hanno evidenziato come il gioco presenti una curva di difficoltà paragonabile a quella del famigerato Dark Souls. In realtà, si tratta di approcciare KCD con un atteggiamento diverso, ovvero che siamo persone comuni lanciate in un mondo più grande di noi e senza un’adeguata preparazione ogni missione si trasforma in una ecatombe. Durante una delle prime missioni, ad esempio, ci viene richiesto di uccidere un paio di banditi che sistematicamente ci aggirano, trucidandoci in pochi secondi. Il gioco ci dà la possibilità, senza mai suggerirla direttamente, di cercare aiuto dal capo della guardia cittadina, oppure provare a occuparcene direttamente, magari prendendoli durante il sonno.

Durante l’indagine, qualora impieghiamo troppo tempo a zonzo invece che a fare rapporto al nostro superiore, ci sentiremo anche rimproverare da lui, dando alle quest finalmente dei caratteri di maggior realismo.

Se decidiamo di occuparci noi dei banditi, è opportuno recarci prima presso uno dei quadrati di addestramento e passare una buona mezz’oretta ad allenarci con le armi per poi affrontare questi sgherri in modo assolutamente più efficace.

In questo senso dobbiamo finalmente smetterla di considerarci dei supereroi e approcciare Kingdom Come Deliverance come se fossimo di colpo catapultati noi, con la nostra fisicità e i nostri limiti, nella Boemia medievale. Pertanto, si passano molte ore di gioco a pianificare un assalto invece che farlo a capofitto mulinando la spada e lanciando magie come nel pur ottimo Skyrim.

Anche le attività più banali, come l’alchimia o la riparazione delle armi, sono fatte con realismo. Per riparare la nostra spada dovremo effettivamente passarla sopra una mola stando attenti a non scheggiare la lama, mentre per l’alchimia dobbiamo mescolare ogni singolo ingrediente e farlo cuocere utilizzando una clessidra per stare attenti a non rovinare tutto. In questo senso il grado di immersione è quasi totale e non rende le attività secondarie noiose, anzi: un gioco nel gioco. In questo senso Warhorse, la software-house ungherese che ha confezionato il prodotto, ci regala una nuova dimensione di divertimento.

L’altra faccia della medaglia è che essendoci un sistema di salvataggio non proprio user-friendly (i salvataggi spontanei costano monete sonanti e gli autosave scarseggiano) ci troviamo talvolta a buttare un paio d’ore di gioco per un semplice errore, un colpo di sfortuna, o un bug.

Un mondo vivo

Il ciclo giorno-notte e le attività dei cittadini del gioco sono assolutamente accurati. Inoltre all’interno del menù è presente un’enciclopedia sulla vita del medioevo, con approfondimenti più che interessanti.

Se passate troppo tempo senza mangiare o dormire avrete delle penalità; allo stesso modo abbuffarsi di cibo ci farà soffrire. Parlare con un nobile con gli abiti sporchi di sangue ci svantaggia, mentre potrebbe aiutarci a intimidire il popolino.

Se pianificate di rubare un oggetto da un baule, ad esempio, vi converrà farlo di notte vestendo di nero in modo da essere meno visibili. Viceversa, se volete combattere è meglio farlo in condizioni di luce sufficienti. Ogni missione può essere sempre approcciata in almeno quattro o cinque modi differenti, elemento che potrebbe ripercuotersi in maniera positiva sulla rigiocabilità del titolo.

La scherma storica

Essendo un praticante HEMA, non ho potuto che apprezzare la profonda ricostruzione utilizzando i trattati dell’arte schermistica medievale. Facendo riferimento soprattutto alla scuola tedesca, i combattimenti di KCD sono basati sui dettami storici dove a ogni postura dell’arma corrisponde una contro-azione. Mai ho visto un simile realismo senza che la cosa diventasse troppo macchinosa. Con la levetta sinistra si muove il nostro personaggio, mentre con quella di destra si può cambiare la posizione dell’arma nello spazio per poi sferrare gli attacchi con R2 o R1 (quest’ultimo per i colpi di punta). Il sistema richiede qualche ora per essere padroneggiato, ma una volta che sarà così e acquistate le varie combo con punti abilità, diventa divertentissimo.

I punti dolenti

Oltre al già citato sistema di salvataggi un po’ frustrante e la curva di apprendimento non proprio agevole, il gioco è ancora caratterizzato da numerosissimi bug che in molti casi vi faranno tirare un pugno sul bracciolo del divano e diversi santi giù dal calendario.

Mettete ad esempio di avere sgominato dei banditi in inferiorità numerica, essere riusciti a scassinare un baule alla prima e star tornando verso casa. Per un bug, appena montate sul vostro cavallo il vostro personaggio si blocca impedendovi di proseguire o interagire con alcunché: oppure si troverà sbarrata la porta della città dove dovete recarvi, perché in una quest precedente non si è aperta. L’assenza di auto salvataggi frequenti provocherà in voi una sensazione di frustrazione VERA. Per fortuna le varie patch stiano risolvendo gradualmente i problemi e pagando un centinaio di monete si può salvare on demand.

Sono stati inoltre criticati i sistemi di scassinamento e borseggio. Per quanto riguarda il primo, è assolutamente complicato scassinare anche il più semplice dei lucchetti senza spezzare un numero impressionante di grimaldelli, spingendo il giocatore a lasciare perdere l’arte nelle prime fasi del gioco in quanto non si dispone dei fondi necessari per acquistare arnesi in quantità. Col passare del gioco, spendendo un po’ di soldini in addestramento il problema si risolve.

Dal punto di vista tecnico il gioco è ben fatto ma non ha la qualità grafica di The Witcher, altra pietra miliare di riferimento. Anche l’interazione con l’ambiente è limitata o in alcuni casi osteggiata dalla fisica del gioco non ancora perfetta.

Chi dovrebbe giocarci e chi starci lontano

KCD deve essere assolutamente acquistato da coloro che amano il medioevo, i giochi sfidanti alla Dark Souls, oppure i giochi di ruolo Open World con grandi possibilità.

Viceversa, chi ha poco tempo per giocare e vuole un’esperienza più arcade, è meglio che lasci perdere.

Ciao!

De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)

Assassinio sull’Orient Express: tanto cast e niente arrosto

asoe.jpgDurante le vacanze di Natale trionfano i cinepanettoni o i film fracassoni alla Star Wars, per cui quando c’è l’adattamento di un romanzo che ha fatto la storia, c’è sempre la curiosità di vedere se può essere attualizzato. Kenneth Branagh, che ci ha sempre abituati al teatro shakespeariano, ci prova con il lavoro più famoso di Agatha Christie, e si ritaglia anche il ruolo di protagonista.

La trama in breve

Anni ’30. Hercule Poirot, detective belga molto famoso, sale a bordo del treno Orient Express in partenza da Istanbul. Conosce i suoi compagni di viaggio marginalmente, essendo egli stesso abbastanza schivo, ma una notte viene commesso l’omicidio di un passeggero ambiguo e viscido. A Poirot il compito di sbrogliare la matassa e, col suo leggendario fiuto, interrogare i sospettati cercando di cogliere piccoli particolari che possano incastrarli…

Il cast

Gli attori che compongono questo film sono assolutamente a livello Ocean’s eleven. Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, Johnny Depp, Penelope Cruz, lo stesso Brannagh e anche ottimi emergenti come Daisy Ridley, già Rey negli ultimi Star Wars. Eppure i loro ruoli sono troppo piccoli per apprezzarne l’abilità, e solo pochi riescono a svettare grazie ad alcuni piccoli monologhi. Per il resto è un One Man Show dello stesso autore e regista, non particolarmente incisivo.

La resa generale

Non si può alterare troppo la sceneggiatura di un grande classico. Eppure si ha l’impressione che il romanzo della Christie sia invecchiato piuttosto male.

Il risultato è un film lentissimo, noiosetto, con un unico colpo di scena finale al quale comunque si arriva senza poter associare la propria deduzione, perché la pellicola non consente di elaborare gli indizi (Poirot li rivela gradualmente) e si basa soltanto sulla narrazione fatta dal protagonista di ricordi di una vicenda passata che il pubblico non può conoscere. Pertanto assistiamo a un mostruoso insieme di spiegoni da far ribrezzo ai fan del famoso aforisma show: don’t tell, ma pure al pubblico medio. Assenti le scene d’azione, a parte un goffo inseguimento. Stiamo pur sempre parlando di un giallo.

Giudizio finale

Assassinio sull’Orient Express è un film girato in maniera troppo vecchio stile, lento e didascalico. Bocciato senza appello, rimane solo un collage di piccole scene interpretate da grandi attori.

Consigliato solo a fan hardcore della Christie.

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Ciao!