The Irishman: il viale del tramonto è imboccato

Su Netflix è recentemente approdato “The Irishman“, ultimo film di Martin Scorsese con tre degli attori maschi più famosi del ‘900: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Il film è un gangster movie che si avvale pesantemente del “ringiovanimento digitale” per coprire un arco narrativo di una ventina d’anni, un po’ come nell’indimenticabile C’era una volta in America dove però era il trucco a farla da padrone. Le tre grandi star, infatti, sono tutte ultrasettantenni: sarà stato un ostacolo alla resa del film?

Una doverosa premessa: Irishman è stato osannato dalla critica come il film più bello di Scorsese e non si può che rigettare questa opinione: un insulto a Quei bravi ragazzi, Casinò, The departed e Taxi driver, pietre miliari del cinema. L’impressione che si ha della stampa di settore è che essa dia sempre il massimo dei voti a Scorsese, anche se facesse un video col cellulare; un po’ come accade anche per Tarantino e i suoi ultimi film.

La trama di Irishman è la stessa di tutti i film del regista di origini siciliane: gangster e mafiosi intenti a costruire un impero fino alla inevitabile caduta, e appare più che altro come una scusa per riunione il cast di amici storici del regista (per Pacino, però, è la prima volta con Scorsese) e metterli assieme, come negli anni ’70-’90. Questo è un altro elemento che non depone a favore della pellicola, dove tutto sa di già visto. Quello che invece colpisce è la regia sempre attenta di Scorsese, inquadrature precise e pulite, tanta tecnica che fa solo piacere a vedersi.

Ma la nota più dolente è la recitazione dei tre mostri sacri. Robert de Niro ormai è intrappolato nel suo smandibolamento a labbra serrate che esagera quasi a sembrare una maschera del teatro greco. Joe Pesci, che è suo coetaneo, è invecchiato decisamente più del dovuto ed è quindi fermo, statico, gradevole ma non indimenticabile. Buonissima invece la performance del più anziano: il settantanovenne Al Pacino, che ci porta un Jimmy Hoffa carico di energia, anche grazie all’immancabile doppiaggio di Giannini.

La CGI può mascherare l’età dei personaggi, ma non siamo ai livelli di Rogue One, dove attori giovani recitano con visi agée: in molti casi, la fisicità di De Niro tradisce l’inganno e si ha l’impressione di vedere una marionetta all’opera (vedi scena del pestaggio in strada).

Nel complesso, il film è un prodotto molto sopravvalutato: avrei preferito vedere una storia di Scorsese con attori giovani – come in The departed – magari con un cameo dei mattatori di cui sopra. Il voto è la sufficienza piena, ma la voglia di rivedere Goodfellas più che Irishman, e quindi tornare ai tempi d’oro, è forte.

Il Re: un altro monarch-pic per Netflix

The King è ora visibile su Netflix

Ancora una volta nella breccia, recita Enrico V nel famoso dramma Shakesperiano, sui campi di battaglia di Azincourt nel giorno di San Crispino. Ebbene, Netflix sembra averlo preso in parola consegnandoci il secondo biopic su un monarca medievale, Il Re, dopo il modesto seppur godibile Outlaw King.

Timothée Chalamet interpreta un algido ed asessuato Enrico V detto Hal, figlio del re usurpatore con il medesimo nome che depose Edoardo II (il principe pavido di Braveheart) dando il via alla fortunata stirpe reale dei Lancaster. L’aver usato Shakespeare come fonte bibliografica per il film lo rende un po’ stucchevole, pieno di silenzi gonadolesivi, battute arcaiche e inquadrature statiche in chiaroscuro che ricordano un po’ Il mestiere delle armi di Olmi. Il risultato è un film lento, noioso persino per un amante della storia come me, poco memorabile e che facilmente vi scoprirà col cellulare in mano a scorrere pagine di Wikipedia mentre usate i dialoghi soltanto come sottofondo per coprire il silenzio.

L’occhio riprende a guardare lo schermo soltanto nei due momenti bellici del film: il duello di Hal con Percy (schermisticamente parlando non perfetto ma credibile e molto meglio di centinaia di altri duelli irrealistici ai quali Hollywood ci ha abituato) e la famosa battaglia di Azincourt, considerata la vittoria inglese più sfavillante della Guerra dei Cent’anni assieme a Crecy e Poitiers. Un po’ troppo evidente la somiglianza con la Battaglia dei Bastardi del Trono di Spade: c’è persino la stessa inquadratura dall’alto.

Ciao, sono Il Re e volevo ispirarmi a una famosa serie HBO…

Nonostante questo, la battaglia è credibile e ci dà l’impressione di come poteva essere un vero scontro tardomedievale.

Ad Azincourt si compie però il secondo dramma del film dopo la noia della parte iniziale con la giovinezza di Enrico: la stereotipizzazione dei francesi il cui delfino (che mai partecipò alla battaglia) è interpretato da Robert Pattison, ex-vampiro di talento sprecato, reso come un viscido effeminato che si crede chissà chi e parla inglese con la R moscia.

(NdR: tutti gli sceneggiatori continuano a dimenticare che per tutto il medioevo alla corte del re d’Inghilterra si parlavano latino e soprattutto francese, mentre l’inglese si adoperava solo come lingua del volgo!!! Il motto della corona inglese è infatti scritto in francese: “Dieu et mon droit”. Davvero poco credibile che un nobile francese come il delfino sapesse parlare l’inglese, mentre è assolutamente più probabile il contrario).

A tentare di restituire un po’ di dignità al popolo francese ci pensa la figlia di Johnny Depp che ci lascia però un’interpretazione al limite del museo delle cere Madame Tussauds.

(NdR: ricordiamo anche agli anglosassoni di fare poco gli “spacchiusi”: loro erano invasori e alla fine la Francia ha fatto loro il culetto a strisce con Giovanna D’Arco).

Poco importa che il co-sceneggiatore del film, Joel Edgerton (già zio Owen), provi a fare il trickster nel ruolo di Falstaff: non ci colpisce anche se è l’unico personaggio salvabile.

Nel complesso, The king prende un 5 secco e solo per i meravigliosi costumi e l’atmosfera bellica tardomedievale. Un’altra occasione non sfruttata a pieno per il colosso dello streaming. Consigliato solo ai nerd/appassionati di storia.

El camino: un “atto dovuto” – recensione

Questa recensione è spoiler-safe: solo da metà articolo li metterò, con un debito avviso. Ma vi consiglio comunque di leggerla a visione avvenuta 🙂

Venerdì scorso, Netflix ha rilasciato “El camino”, il film-sequel di Breaking Bad, con protagonista assoluto l’ottimo Aaron Paul – Jesse Pinkman – qui anche in veste di produttore. Il film continua direttamente dall’ultima scena dell’ultima puntata, nella quinta stagione, dove Jesse è in fuga dopo essere stato liberato dall’amico-nemesi Walter White. Il titolo del film è già un gioco di parole: prende spunto dall’auto che Jesse guida all’inizio del film, il cui nome spagnolo però evoca “il cammino” che il protagonista percorre in questa produzione ben fatta e con un discreto ritorno di alcuni attori della serie.

El camino è un atto dovuto, dicevo, per raccontare la vicenda di Jesse: per ridarci ancora quella fotografia e ambientazioni indimenticabili, qualche brivido per la sorte del protagonista (giusto un paio però, nelle due ore) e salutarlo come si confà, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: e ora che ne sarà di lui? Per questo il film può essere considerato la vera ultima puntata di Breaking Bad.

Il film scorre leggero ma potrete apprezzarlo solo se siete fan della serie (altrimenti non ci capirete un ciufolo) e se l’avete vista o rivista di recente: se l’ultima visione è di qualche anno o mese fa, diventa difficile coglierne alcuni aspetti, per cui consiglio un recap dell’ultima stagione. Certo che terminate le grandi serie degli anni ’10, Breaking Bad, Narcos (la vicenda colombiana) e Game of Thrones, e trasformata The Walking Dead in una soap opera post-apocalittica poco ispirata, El camino è una piccola e piacevole anestesia in attesa di un’altra serie mangia-ascolti, come la ragionevolmente corta e splendida Chernobyl.

E adesso è il momento degli SPOILER quindi, andate a vedere El camino e poi tornate qui! 🙂

Certo, alla domanda fondamentale, risponde un notiziario in maniera cruda e distaccata: Heisenberg muore nella scena finale? Gilligan vuole che Jesse sia il protagonista assoluto e ci fa dire che White è stato trovato morto dalla polizia, come prevedibilmente si intuiva. La sua parabola si chiude quindi in un modo ancora più misero, quasi come quella di Pablo Escobar, senza nemmeno un cameo significativo (c’è, ma come flashback assolutamente non memorabile). Grande il ritorno di Robert Forster che per un’amara ironia è morto proprio il giorno di messa in onda del film per un cancro al cervello: si tratta del venditore di aspirapolveri che fa “sparire le persone”, e che già abbiamo amato in Jackie Brown. Il suo addio allo schermo è bello e nobilita ulteriormente il film, essendo forse il personaggio più positivo di tutti.

Jesse finalmente diventa davvero uomo: fa un duello da film western (poco credibile ma vabbè) senza battere ciglio dopo aver chiesto i soldi con rara educazione (quasi mi aspettavo che glieli avrebbero dati), ma mantiene la sua umana fragilità intatta. Finalmente il suo cammino di redenzione può cominciare, consci che però non si potrà dimenticare né sistemare il passato.

Difetti? I cameo del film (manca Fringe e anche Saul) sono tuttavia mal gestiti: poche battute e per nulla memorabili, a parte il bravo venditore di cui sopra. Forse si poteva fare di più in quel senso.

Nel complesso, comunque, un bel 7 per questo film e ora possiamo salutare l’amata serie come si confà.

Curiosità: il contenuto della lettera che Jesse scrive a Brock (figlio della sua ex-fidanzata) e consegna a Ed, non è stato rivelato. Aaron Paul ha detto che ha lottato duramente per farla leggere ma che la produzione ha preferito mantenere un velo di mistero. Spera di poter svelare il contenuto nel futuro, comunque.

Giocare a Dungeons and Dragons e Magic negli anni ’90 (Parte 1)

Will nei panni del Dungeon Master nella terza stagione di Stranger Things (Netflix)

Se avete visto Stranger Things, sarete ormai esperti sulla tiritera che il povero Will Byers somministra ai suoi amici, insistendo per fare una bella partita a Dungeons & Dragons (D&D). Siccome i 2000 che oggi guardano la serie avranno googlato ma sapranno solo alcune informazioni sommarie su questo gioco, lasciate che vi racconti “cosa si provava” a giocare a D&D sentendosi parte di una piccola casta di eletti, incompresi dal mondo e felici di esserlo.

Welcome to this crazy time

Nel 1990, archiviato l’ennesimo mondiale di calcio perso, l’Italia si trova in una nuova fase di ottimismo. In un’epoca senza cellulari, dove i videogiochi erano in 2D pixelato senza possibilità di andare online (manco c’era Internet), le occasioni di socialità erano soltanto la scuola, i bar/pub e le discoteche. In televisione spopolava il cartone di Ken il Guerriero, violentissimo e duramente censurato, segno della contraddizione dei tempi dove la gente voleva contenuti nuovi e meno buonisti, scontrandosi con un certo conservatorismo. A Genova si prepara il cinquecentenario della scoperta dell’America e Renzo Piano e colleghi ci regalano il bellissimo Porto Antico e l’Acquario che ammirate ancora oggi.

Essere nerd negli anni ’80-’90 non era assolutamente figo come oggi e a parte i metallari coi loro capelli lunghi, uno stile facilmente identificabile come gli emo o gli hipster era tutt’altro che presente. Certo: c’erano gli alternativi con la loro giacca della DDR (quella con la bandiera della Germania, per capirsi), qualcuno ostentava i suoi dreadlock senza minimamente sapere cosa volessero dire in realtà, ma esisteva tutto un sottobosco segreto, quasi una fratellanza senza nome, che si riuniva almeno una volta alla settimana a casa di uno dei membri con strani manuali, dadi variopinti e soprattutto tanta carta. E all’oscuro dei loro compagni di classe e spesso degli stessi genitori.

Erano i giocatori di ruolo.

E per diventarlo, come in un vero club segreto, occorreva che tu avessi un amico o un parente che un giorno ti invitasse a giocare: un “iniziatore“. Non erano giochi pubblicizzati in TV: era qualcosa che si comprava in negozi specifici o per posta. E la selezione era dura e non tutti ricevevano “la chiamata“, perché non tutti erano tagliati a diventare giocatori di ruolo: non si parlava di una partita a Monopoli, Brivido o Scarabeo, giochi da tavola per tutti. Per venire selezionati bisognava avere un certo tipo di interessi. Un primo esempio era aver letto “Il Signore degli Anelli“, dieci o vent’anni prima che Peter Jackson ci regalasse l’ottima trilogia cinematografica che lo rese mainstream; oppure amare Conan il Barbaro, aver apprezzato qualche videogioco per Amiga o Super Nes come Eye of the Beholder o aver giocato a Hero Quest, ma con la voglia del giocatore di “avere di più”: voler sentire l’avventura sulla pelle senza vederla solo su un tabellone.

Hero Quest, e giochi da tavolo simili, sono spesso stati il primo approccio ai mondi fantasy per molti giocatori, avendo le meccaniche di combattimento simili ai giochi di ruolo e la possibilità di mantenere il personaggio tra una partita e l’altra. Erano però totalmente privi dell’interpretazione recitativa.

Il tuo “iniziatore” ti aveva studiato per lungo tempo in silenzio, cogliendo il tuo potenziale: come fosse un maestro Jedi a caccia di nuovi allievi padawan. Perché nei primi anni ’90 trovare giocatori di ruolo era una rarità. Nella migliore delle ipotesi una persona faceva un paio di partite per poi sparire lasciando i giocatori assidui a bocca asciutta come un gruppo di cannabinomani senza più pusher di fiducia. Era un’alta responsabilità chiamarti a giocare: se avessi rifiutato, probabilmente avresti ritenuto il tuo iniziatore un pazzo stramboide e l’amicizia si sarebbe incrinata. Era rischioso.

Appurato se potevi essere un giocatore promettente, in genere il tuo iniziatore ti “invitava” un pomeriggio a fare la tua prima partita a un gioco di ruolo, quasi sempre Dungeons & Dragons (ma ce n’erano mille altri: Vampiri, Chtulhu, Cyberpunk, GURPS, Star Wars RPG ecc.). Quando il tuo amico cercava di spiegarti cos’era D&D, non ci riusciva mai.

“Guarda: è come un gioco da tavolo ma senza tabellone. Fai tutto con l’immaginazione. Tu sei tipo un eroe che deve sconfiggere i mostri e prendergli i tesori.”

“Ma senza tabellone come fai a capire chi vince?”

“Non si vince o si perde: si interpreta un ruolo. Tu hai un gruppo di avventurieri che sono gli altri giocatori, a parte un tizio che si chiama Master e interpreta lui i mostri.”

“Quindi si gioca tutti contro di lui!”

“No… lui serve per farti vivere l’avventura e comanda il mondo dove si svolge. Tu devi fare finta di essere lì veramente in questo mondo, tipo coi draghi e gli orchi… ed essere un guerriero o un mago ecc. Devi parlare come se fossi lì davvero, come se recitassi in un film!”

“Ma come si fa a capire chi vince?!?!?”

“Ci sono i dadi anche lì! Tu tiri un certo dado se vuoi attaccare un tizio… un altro dado se vuoi, che ne so… ingannarlo! E puoi fare tutto quello che vuoi! Non c’è tabellone! Vuoi uccidere una guardia? Ci provi! Vuoi rubare a un fabbro? Puoi farlo!”

“… Sì ma senza tabellone… boh… mi sembra una cazzata. Che cos’è, una cosa tipo la Storia Infinita?”

La prima volta

Superato lo scetticismo iniziale, c’era la prima partita. Perdere la “verginità” – ruolisticamente parlando – può essere piacevole ma anche doloroso e confondente. In genere ti trovavi assieme a 6 persone mai viste né conosciute a parte il tuo “iniziatore”, oppure in 3 persone in tutto, disperate per la mancanza di giocatori. A capotavola, il famigerato Dungeon Master (DM), quello che in teoria doveva fare il cattivo però era anche buono però anche neutrale… una specie di combinazione tra Dio, un arbitro, un raccontastorie e un ventriloquo tutto insieme, seminascosto da uno schermo pieno di tabelle indecifrabili e sommerso da un cumulo di dadi colorati e trasparenti.

Netflix e Hasbro hanno realizzato questa scatola “starter pack” di D&D che ricorda quella originale rossa del 1983, indimenticabile…

Si iniziava col lento meccanismo del creare un personaggio: lo voglio forte e guerriero, astuto e ladro, intelligente e mago… Poi venivi catapultato nel mezzo dell’avventura come un parà americano in Vietnam: senza sapere esattamente le regole, senza sapere chi fosse realmente il tuo nemico e sopratutto se ne saresti uscito vivo, morto o pazzo.

Traumatica la scelta del nome: “Non puoi chiamarlo Rambo: non è serio. E nemmeno Luca: non esiste il nome Luca nel mondo di Mystara. O meglio: forse sì ma tu devi farlo diverso da te“.

E poi veniva il momento del primo combattimento, generalmente contro un coboldo o un goblin: tutti i tuoi compagni di squadra ti guardano con aspettativa e tu ti senti più imbarazzato di uno studente che ha dimenticato all’orale “foreste di conifere”, “barbabietola da zucchero” e “settore terziario”.

“Luca, ti sta arrivando contro un dardo infuocato: fai un tiro salvezza.”

“Che cos’è un tiro salvezza?!?! Cosa faccio?!?! “

“Tu tira quel dado da 20 lì e devi fare… (controlla la scheda) più di 13 e l’hai scampata.”

“Quindici!!! ce l’ho fatta!!!”

“Ok, allora subisci solo metà del danno.”

“Ma come!!! Mi avevi detto che… l’avevo scampata!”

“Devi imparare le regole! La vita è dura! Sono 6 punti di danno!

Tutti i Dungeon Master hanno una vena di sadismo alla Sergente Hartmann di Full Metal Jacket: lo sappiamo. Sembrano quegli individui bipolari che prima ti schiaffeggiano e poi ti baciano. E poi ti picchiano di nuovo. Ma nella terra di D&D, tutto questo avviene sempre dopo il tiro di un dado.

La prima volta era dura, certo. Abituato a vincere a qualsiasi gioco – fare più goal della squadra avversaria, mandare in bancarotta e comprare gli hotel degli altri giocatori, fare scacco matto – trovare un gioco che ti chiedeva soltanto di interpretare un essere di fantasia che aveva obiettivi infiniti, era impegnativo. Ti si chiedeva di scardinare la mente, mettere una maschera, sognare ad occhi aperti. E lì, tutta l’abilità del Dungeon Master poteva fare la differenza, esattamente come la prima partner amorosa. Se il tuo DM ti sapeva catturare e aveva una bella storia da farti vivere… ogni pudore e inibizione spariva. Alla fine delle 3-4 ore di gioco avresti parlato come un cavaliere di Re Artù, avresti chiesto ancora spadate o intrighi di corte. Oppure, in caso di pessima partita… saresti scappato da quel mondo etichettando come sfigati schizofrenici tutti coloro che vi avessero partecipato.

Io ho visto la luce!!!

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Ok. Ti è piaciuto. Sei tornato a casa e continui a ripensare al tuo elfo dal nome Targas o Mavedar o qualsiasi altro nome che starebbe bene a un farmaco per la pressione. Tutta la notte guardi la tua scheda personaggio: Forza, Intelligenza, Carisma… pensi al pugnale d’argento che hai trovato nel forziere del re dei goblin e ti senti immediatamente un Aragorn dei tuoi tempi.

Quasi ti vergogni a scuola il giorno dopo ma… ti è piaciuto come la prima becciata/limonata/paccata con una tipa… che ancora probabilmente non avevi fatto! Non vedi l’ora di raccontarlo a qualcuno: ti senti un privilegiato e scoppi di felicità! Allora tiri per il braccio il tuo compagno di banco e glielo fai sapere:

“Oh, ma sai che ho giocato a un gioco bellissimo con mio fratello! Praticamente tu sei un cavaliere o un mago o un elfo… ti danno una missione e devi sconfiggere…”

“Ma per Super Nintendo?”

“No no, si fa sul tavolo ma senza tabellone! In pratica…”

Ma il tuo compagno, che pensa solo a giocare in attacco senza passare mai la palla e la spara regolarmente sopra la traversa, ti guarda strano. E’ come se gli avessi detto di essere gay: pensa che tu sia impazzito e faccia le vocine come i bambini quando giocano coi pupazzetti. Anzi: pensa che tu ti sia messo a giocare con le Barbie. Ma tu, finalmente, capisci che grande onore il tuo “iniziatore” ti ha donato: “Hai fatto il tuo primo passo in un mondo più vasto“, disse Obi-Wan Kenobi. Ed era così. Sei di colpo diventato membro di un’élite di player senza tabellone che possono essere tutto ciò che vogliono e non semplici albergatori di casette verdi e rosse.

Ma l’opinione pubblica viene a sapere di questi giochi di ruolo nel modo più sbagliato: attraverso servizi televisivi scritti da giornalisti ultracinquantenni che erano rimasti alle figurine Panini (belle, eh…) e già invocano rischi di satanismo e alienazione. Ci pensò anche un pessimo film, “Il freddo cuore di Chris” del 1992, che trattava di un omicidio familiare compiuto da un ragazzo che giocava ai giochi di ruolo. Allarmata, mi ricordo che mia mamma mi mise in guardia dai pericoli di D&D. Quando le chiesi “da cosa, di preciso?”, nemmeno lei seppe il motivo ma “aveva sentito in TV che erano giochi pericolosi”.

Certo, metti che ti finisce un dado nell’occhio?!?! Molto meglio andare a farsi le canne ai parchi di Nervi o calarsi un litro di rhum al Vanilla (quando c’era ancora)!

No, caro resto del mondo troppo attento ai video di Madonna, al calciomercato, ai nuovi effetti digitali dei film come Terminator 2: non puoi capirmi perché io ora sono un giocatore di ruolo. E non ho più paura.

(FINE PRIMA PARTE. A prestissimo per la seconda!). Se volete, lasciate un commento con la vostra esperienza di D&D, anche sulla pagina facebook!

Disincanto, la serie con un nome che sa di profezia: la prova del declino di Matt Groening?

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Dopo il dolore dei giorni scorsi, si tenta di distrarsi e tra le tante proposte per staccare il cervello ecco l’esordio su Netflix di Matt Groening, già autore de I Simpson, avvenuto la settimana scorsa con la serie “Disincanto“.

Si tratta di una commedia fantasy/fiabesca ambientata nel regno di Dreamland. Protagonista è la principessa ribelle e alcolizzata Bean, accompagnata dal perfido demone Luci e da Elfo, creatura proveniente da un regno scanzonato e quindi stufo di essere felice. La serie segue le avventure della principessa, costretta dal burbero padre a sposare un principe stupido per suggellare un’alleanza politica. Bean, con le sue turbe da tipica adolescente, è tutt’altro che d’accordo e tenterà in tutti i modi di opporsi per cercare il suo posto nel mondo.

The Good

Prima le buone notizie. Il tratto grafico della serie è ottimo: come in Futurama – sempre di Groening – la tecnologia digitale è implementata sapientemente (forse c’è un po’ troppo affollamento in alcune tavole) e si sposa bene con il character design consolidato da I Simpson. I personaggi sono ben caratterizzati – anche se stereotipati – e su di tutti spicca Elfo: il continuo conflitto tra la natura di esserino felice e la sua depressione cronica sono il punto più interessante della serie.
Disincanto canzona tutte le produzioni medievali/fantasy: ci sono continui riferimenti alle fiabe dei Grimm/Andersen, al Trono di Spade, al Signore degli Anelli, Vikings e ai classici giochi di ruolo pen & paper come Dungeons & Dragons, già omaggiati nelle precedenti opere di Groening. L’ironia cinica, satirica e nonsense del disegnatore americano è mantenuta: abbiamo battute graffianti, prese in giro di tutto ciò che è poco razionale come la religione e corrotto come la politica, personaggi incoerenti, arrivisti, stupidi e ipocriti. La serie ha un filo conduttore, a differenza dei Simpson dove gli episodi erano auto-conclusivi. Come novità rispetto alle serie precedenti, in Disincanto i personaggi muoiono per davvero, spesso in maniera comico-grottesca!

The Bad & (very) Ugly

Ma qui arrivano le cattive notizie… il nome “Disincanto” è un’orrenda profezia per questa serie: lascia tutt’altro che incantati.

Concepita per essere vista tutta in un paio di giorni in pieno stile Netflix, la vicenda è narrata in 10 puntate di circa 25-30 minuti di lunghezza, ma gli episodi rilevanti sono giusto il primo e gli ultimi due o tre, con un finale cliffhanger che non soddisfa per nulla.

Il resto della serie è un’interminabile sequela di piccole storielle inconcludenti e poco utili per l’arco narrativo, intervallate da qualche gag carina ma con un atmosfera troppo nerd per arrivare al cuore del grande pubblico. In questo senso Disincanto ha quasi più senso se fosse montato come un grosso film da due ore abbondanti. Troppe scenette e personaggi sono lasciati fini a sé stessi o mal sfruttati (es: che senso ha mostrare la società segreta e orgiastica stile Eyes Wide Shut se poi essa non ha alcun ruolo utile?).

Se poi Fry di Futurama era scemo ma amabile, qui Bean non si riesce mai a sopportare (anzi) ed è solo grazie al padre Zog e alle due spalle comiche Elfo e Luci che la serie carbura. Ma siamo lontani da un personaggio col carisma del buon Bender.

E poi c’è l’ingombrante confronto con I Simpson. Partendo dal presupposto che è IMPOSSIBILE bissare il successo della famiglia itterica di Springfield che ha reso Groening immortale, Disincanto soffre di quello stesso problema che ha scontentato anche l’audience del modesto Futurama: l’allontanarsi dalla dimensione domestica nota a tutti, usando ironia sempre più destinata a un pubblico di nicchia. Mi spiego: Homer e compagni parlavano a ogni cittadino del mondo moderno, accompagnandolo per decadi attraverso l’era dell’informatica e degli scandali politici, notando sempre con attenzione nuovi stimoli per fare ironia. I Simpson avevano a disposizione materiale continuo generato dalla vita contemporanea.
Questo non può avvenire in Disincanto, dove si batte un terreno nuovo e al contempo già esplorato – ad esempio in Shrek – ovvero l’ironia sui mondi fantastici, sulla grezza vita medievale e i suoi matrimoni combinati. Se I Simpson, inoltre, potevano raggiungere il 100% dell’audience perché erano tra i primi cartoni per adulti mai usciti, strappo verso il mieloso stile Disney in pieni anni ’90, la concorrenza spietata in questo campo è ormai evidente: I Griffin, Bojack Horseman, Rick & Morty e quant’altro; produzioni di qualità che non lasciano indifferenti e hanno abituato il pubblico al top.

Disincanto quindi è una serie appena gradevole come Futurama, che non “attacca” nel cuore del pubblico. Può solo suscitare una blanda simpatia e intrattenere a cervello spento. Resta sopra la sufficienza grazie alle sue piccole chicche e all’effetto nostalgia del tratto grafico di Groening, ma non eccelle mai. Guardatela, consci che non aspetterete con ansia la prossima stagione.

Cosa ne pensate?
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The end of the f***ing world: un’ottima serie

Ciao cari!

Un breve update per segnarlavi una possibile serie da Netflix, da vedervi in queste calde sere d’estate.

Sto parlando di “The end of the f***ing world“, serie britannica tratta dal fumetto omonimo. Il modo migliore per capire questa serie è guardare il suo trailer ufficiale:

Tutt’altro che una serie per adolescenti, gli adulti escono perennemente sconfitti da questa produzione cinicamente geniale, piena di umorismo nero in stile britannico. Un road-trip che è soprattutto immagine e spaccato di quanto può essere duro diventare adulti (gli attori, nonostante il loro aspetto giovanile, sono nei mid-20).

Puntate brevi da una ventina di minuti, una decina in tutto: speriamo in una seconda stagione!

Buona visione!