Con “Indiana Jones e il Quadrante del Destino” si conclude l’era di Indy e dei film di avventura anni ’80. Com’è la pellicola finale di James Mangold? Scopriamolo insieme con una recensione SENZA spoiler.
I migliori avversari di sempre
Mads Mikkelsen è un perfetto cattivo per Indy 5: scontro tra cappelli, fedora vs fedora! (fonte immagine Lucasfilm ltd)
Archiviata la parentesi sovietica del mal riuscito Teschio di Cristallo, in “Indiana Jones e il Quadrante del Destino” (Indy 5), il famoso archeologo ritrova i suoi nemici naturali: i nazisti, magistralmente capeggiati da un Mads Mikkelsen perfettamente nel ruolo. L’artefatto conteso, stavolta, è un congegno misterioso greco, pressoché ignoto al 99% del pubblico, la cui funzione verrà rivelata gradualmente nel film. Saprete di certo dai trailer che vedrete Indy ormai canuto nel 1969 ma anche in flashback del ’44, ringiovanito con una convincente tecnica digitale. Nel “passato” Indy è doppiato dal figlio di Michele Gammino, storico voice actor di Harrison Ford, la cui iconica voce rimane comunque nelle scene con Jones anziano; la differenza di timbro tra padre (voce calda e rassicurante) e figlio (un po’ gracchiante) lascia però un senso di straniamento fastidioso. Le scene nel passato sono un vero omaggio ai capitoli 1 e 3, e quindi la sensazione è qualcosa di rassicurante ma già ampiamente visto. Già da questi momenti iniziali, tolta la credibile faccia di Indy giovane, si vede una certa bruttezza della CGI, un po’ finta soprattutto nelle scene di pioggia e velocità, per cui risulta tutto molto fasullo, quasi come se le tecniche digitali fossero di 10-20 anni fa, con la tendenza ad esagerarle in tutto il film. In luogo di fondali e stuntmen che avrebbero reso le scene di azione molto più credibili (v. Mad Max Fury Road).
One man Shaw
Il film è incentrato ovviamente sulla ricerca di questo incredibile manufatto (il Quadrante) per cui Indy verrà affiancato dalla figlia di un ex-collega, Helena Shaw. Con tutto l’amore che si può volere all’attrice Phoebe Waller-Bridge, il personaggio è stereotipato, antipatico, scontato e continuamente sovrastato da Indy. Non manca un richiamo al Tempio Maledetto con il personaggio di Teddy, un ragazzino ladruncolo che nemmeno lontanamente riesce ad eguagliare la simpatia di Shorty. Con grande dispiacere notiamo il cameo di due co-primari dei precedenti film, abbastanza sprecati e privi del giusto riconoscimento. La presenza di Antonio Banderas come personaggio secondario farà soffrire i suoi fan, essendo relegato a un ruolo anonimo, breve e privo di importanza. Insomma, è tutto sulle spalle di Ford che dimostra di saperci ancora fare, seppure la sospensione dell’incredulità fatica a rimanere integra nello spettatore, continuamente sollecitato a non ritenere plausibili improbabili scazzottate “due contro cento” e inseguimenti incasinati alla Transformers.
Vedrete Indy ringiovanito al computer e ormai anziano. (fonte immagine Hollywood Reporter)
Ma c’è del buono
Indiana Jones 5 però non è un brutto film: è solo in ritardo di 15 anni sul gusto del pubblico. Se fosse uscito nel 2008 al posto del terribile predecessore, nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma avrebbe comunque segnato il declino di questo tipo di cinema d’avventura ormai schiacciato su storie riviste mille volte (grazie “Viaggio dell’eroe”) e dal finale scontato. A parte tutto, non c’è mai un attimo di noia e Indy 5 ha i suoi bei momenti: i cattivi sono spietati e brutali, si soffre per le loro vittime innocenti. Mikkelsen è un main villain convincente che riesce a trasparire malvagità pure nel semplice dialogo con un cameriere. C’è l’amarezza di Jones in pensione con la famiglia spezzata, un incredibile finale a sorpresa dove il professore che ha bevuto dal Graal, sconfitto i Thug, recuperato l’Arca dell’Alleanza e visto gli alieni, supera L’ULTIMA barriera che resta e fa quello che qualsiasi archeologo vorrebbe fare al suo posto (guardatelo e capirete). Ci sono luoghi iconici e la immancabile mappa con la linea rossa sul percorso dell’archeologo.
Copiarsi non è plagio: missione compiuta?
Indy 5 decide dunque di tornare nella sua zona di comfort recuperando citazioni e personaggi che fanno parte del suo passato; per questo è scontato ma l’azione non manca mai, non si sbadiglia e Ford sa tenere tutto in piedi. Nel complesso un film da 6, uno di quelli che non riguarderai più. Un saluto decente (ma non ottimale) al suo personaggio e al genere d’avventura. I tempi sono diversi e agli archeologi si sono sostituiti miliardari spaziali e subacquei. Chissà se il cinema eleggerà loro come eroi del presente. Ma anche il cinema è cambiato: la X non indica più il posto dove scavare… ormai è soltanto il prefisso per un gruppo di supereroi mutanti.
Terza parte del viaggio nelle attività dei medici medievali genovesi. Oggi parleremo delle terapie che erano prescritte ai malcapitati pazienti nella Repubblica di Genova medievale. Con la doverosa premessa di chiarire da quali basi partisse la medicina medievale.
Secondo il più classico dei classici, Ippocrate, dentro il corpo umano vi sarebbero quattro fluidi detti umori: sangue, bile nera (un mix di sangue coagulato e muco scuro, mai identificato realmente), bile gialla (quella del fegato/colecisti), e flemma (il catarro), il cui sbilanciamento sarebbe stato la causa delle malattie. Un surplus di un particolare umore, inoltre, avrebbe reso il paziente, appunto, di “cattivo umore”. Eccesso di bile nera? Il paziente sarà “melanconico” e dunque triste, mentre un surplus di bile gialla lo avrebbe reso “collerico” e irascibile.
La teoria umorale ippocratica, l’ABC del medico medievale. Ronev, CC0, via Wikimedia Commons
Tali teorie bislacche si mescolavano con pratiche prive di razionale come l’astrologia o l’uroscopia: osservare le urine per capire da quale malanno fosse affetto il paziente (sì: le assaggiavano per fare diagnosi di diabete mellito. Ma, al netto del ribrezzo, aveva senso).
Trovata la presunta causa del malanno, il paziente poteva andare incontro a diverse terapie (o nessuna): poteva essere allegramente salassato (ovvero farlo sanguinare incidendo una vena) per riequilibrare gli umori, ottenendo soltanto di anemizzarlo e forse renderlo più “mansueto”, se non addirittura di peggiorare la sua condizione. Poteva essergli prescritta una rigida dieta (regimen) che tenesse conto della fonte presunta del malanno secondo lo schema umorale: ad esempio se la malattia fosse stata considerata “calda” o “umida” ecc, la dieta sarebbe stata “fredda” o “secca”. Il regimen riguardava anche norme igieniche come l’attività fisica e variava nel tempo a seconda dello stadio di malattia, arrivando talvolta a prescrivere l’alimentazione di cibarie raccapriccianti.
Significativo e ugualmente sgradevole era un altro modo di allontanare la materia peccans: assumere sostanze emetiche o lassative, irritanti la mucosa digestiva in modo da garantire un’ipotetica catarsi del malanno da sopra… o da sotto. Questo poteva aver senso nelle infezioni digestive dove ancor’oggi, in alcuni casi, si può consigliare al paziente di non impedire il vomito o la diarrea, in quanto servono ad allontanare l’agente infettivo dal tubo digerente. Tuttavia, oggi non si somministrano sostanze irritanti e si lascia che la natura faccia il suo corso.
A far precipitare la credibilità di questa già poco difendibile arte ci si metteva anche l’astrologia e la infondata credenza che potesse avere una qualsiasi influenza sugli umani destini. All’epoca, tale pseudoscienza era invece estremamente gettonata. Nella farmacopea ligure troviamo, tanto per dire, la ricetta di un amuleto d’oro con incisi alcuni astri, da bagnare nel sangue di capra e applicare sulla schiena per impedire la formazione dei calcoli renali. Oppure, prassi ubiquitaria, rimandare un intervento chirurgico alla settimana successiva perché le stelle non erano correttamente allineate.
Non ultimo, il medico poteva prescrivere rimedi farmacologici, quasi tutti a base di erbe, spezie e minerali, spesso associati a una patologia solo per il loro odore o colore (“sanguinamento? Usiamo un fiore rosso oppure con le foglie bucate!”). Nella farmacopea medievale troviamo molte sostanze disgustose o pericolose (come lo sterco d’asino, ragnatele e bava di lumache) e pomate, olii, unguenti, impiastri, cataplasmi o elettuari a base di spezie o sali metallici, già più sensati per il loro potere antibatterico ma tossici a dosi errate. Non mancavano una serie di ingredienti sbalorditivi come la “mumia” di cui ho già parlato precedentemente (polvere dell’ossidazione dei cadaveri mummificati) e veri evergreen, quali la “teriaca” (v. in seguito), la trementina di Venezia o l’olio di rosa, che erano rimedi comuni come oggi lo è il paracetamolo.
Il già ampiamente citato rispetto dei classici greci e romani (che ogni medico doveva non azzardarsi mai a mettere in discussione) portava a considerare come sacre teorie erronee. Come quella del pus ereditata da Galeno, il principale esempio del “si è sempre fatto così”, la frase nemica numero uno della scienza. Se un medico medievale avesse visto un ascesso, essendo sconosciuti sia i batteri che gli antibiotici, il dotto avrebbe applicato un terribile misunderstaning della medicina classica. Galeno, che visse ai tempi dell’Impero Romano, aveva notato che la produzione di pus si avvicinava all’esito finale dell’infezione (inclusa però la morte…) e l’aveva definito “pus bonum et laudabile”, aggiungendo però che “ubi pus, ibi evacua” (“dove c’è del pus, drenalo via”). Il travisare la teoria galenica portò per secoli i medici a considerare solo la parte “laudabile” del pus, applicando alle ferite dei malcapitati ogni sorta di mostruosi impiastri e unguenti a base di schifezze e quanto di più settico vi fosse, per stimolare ancora di più la produzione di pus. Potete immaginare, dunque, come andasse spesso a finire.
La tanto decantata medicina araba, poi, arrivata in Europa con la traduzione del canone di Avicenna nel basso medioevo (l’Harrison dell’epoca), non era molto di più che una rivisitazione delle teorie ippocratiche condite con le più moderne teorie della scuola di Baghdad. Fu sicuramente un miglioramento scientifico, ma non aspettatevi miracoli nemmeno da essa.
Tutto da buttare? Affatto. Alcune intuizioni – ad esempio quelle di Celso – erano fondate e ancora oggi utilizzate, come il potere antisettico di alcuni metalli, il cambio periodico delle medicazioni o la legatura dei vasi nelle emorragie in luogo del devastante uso della cauterizzazione. Ma, specialmente nelle malattie infettive, davvero si poteva fare affidamento perlopiù sulla forza del corpo e a volte era meglio evitare del tutto l’osservazione medica. Non stupisce, quindi, il trovare spesso individui non-medici che, nelle carte notarili, dispensavano anche consigli sanitari che “su di loro funzionavano”.
Terapie e diete del medico medievale genovese
Tracciato l’amaro quadro empirico dell’arte medica medievale, vediamo che cosa è giunto a noi dalla Liguria.
Nella Superba l’atto medico poteva consistere in una prescrizione essenziale e generica e a basso costo (quella che chiedi al tuo amico medico davanti a una pizza: “senti c’ho un dolore qua, che può essere?”) oppure il vero e proprio “consulto” (consilium) che si riservava al paziente VIP/pagante, diviso in tre parti: il casus (anamnesi e diagnosi della malattia); il regimen (l’insieme della dieta e delle norme igieniche da seguire) e medicinalia (la terapia farmacologica).
Il Salasso, una pratica diffusissima da Aldobrandino of Siena: Li Livres dou Santé. XIII secolo. British Library, London, UK
L’esempio della gotta
Tutti, pensando al medioevo, evochiamo spesso la “gotta”, una dolorosa afflizione delle articolazioni periferiche dovuta a un eccesso di acido urico, i cui precursori sono presenti in molti alimenti proteici quali carne e pesce, ma che per lo più è dovuta a problemi renali imprevedibili. Vediamo tre approcci a questa patologia.
Un medico medievale di Moneglia proponeva una dieta a base di pulcini e uccellini (…ma non avevamo detto che era meglio evitare la carne?!), bere acqua e zucchero, assumere compresse di ermodattilo e rabarbaro per la fase acuta e poi altre piante per il mantenimento della remissione. Questo perché la gotta era una malattia “calda e secca” secondo la teoria umorale e quindi si prescrivevano alimenti “tiepidi e umidi”.
Un medico “togato” del Quattrocento, Antonio da Novi, consigliava di non bere alcolici (va benissimo!) ma sorseggiare acqua cotta con mollica di pane e un po’ di sciroppo di scorza di limone e – finalmente! – astenersi dai cibi carnei di bovino adulto e suini (però gli uccellini andavano bene anche per lui), lasciando però il paziente libero di alimentarsi con vitelli giovani o carne di capriolo (eh ma allora! Era partito bene!) per poi riprendere dopo 1-2 settimane ad alimentarsi di ogni carne, partendo con l’intramontabile brodino di pollo (consiglio tra i peggiori, in quanto il brodo e il pollame aumentano la produzione di acido urico!). Più o meno concessi gli altri alimenti. In pratica, si faceva un passo avanti e tre indietro. Poteva andare peggio? Certo che sì. Al paziente venivano prescritte delle pillole lassative di erbe e di indursi il vomito due o tre volte al mese, di stare tranquillo senza incavolarsi e astenersi dal sesso (che tanto hai male al piede). Finiti i consigli, si passava a una complicatissima terapia medica che prevedeva l’assunzione di diverse pillole e sciroppi a seconda del periodo dell’anno e diverse volte al giorno. Tra gli ingredienti troviamo la lavanda, la salvia, il miele rosato, il ravanello, la cicoria e l’immancabile teriaca (ne parleremo nella prossima sezione).
Un terzo medico, ci propone anche consigli sul posto dove vivere (meglio una casa lontana da paludi e con un buon clima… sì ma sai che IMU?), di mangiare i cibi tiepidi, diluire il vino, rinunciare alle spezie e, come prima, darsi una calmata coi vari vizi carnali e non.
Quale di queste terapie è corretta secondo la moderna medicina? Praticamente nessuna, in quanto la gotta prevede di non consumare troppi cibi ricchi di “purine”, precursori dell’acido urico, come le frattaglie, pesce e pollame, e prevede una terapia con farmaci impossibili da ottenere nel medioevo, tranne l’estratto di un fiore chiamato croco che contiene la colchicina, efficace nella gotta e che in effetti trovava uso nei dolori articolari già prima di Cristo. Ovviamente, non lo troviamo in queste prescrizioni (mai ‘na gioia).
Il mal francese, rimedi d’alto mare e non solo
L’altro terribile morbo che sancì per convenzione la fine del Medioevo, insieme alla polvere da sparo, la scoperta dell’America e la caduta dell’Impero d’Oriente, fu “il mal franzese”: l’infezione da treponema nota con il termine Sifilide, portata in Italia dai soldati di Carlo VIII, a fine ‘400, e prima ancora direttamente dall’America dall’equipaggio di Colombo e successivi.
L’opera del veronese Fracastoro sulla Sifilide, un best seller del 1500
Si tratta di un’infezione inizialmente venerea che, dopo molti anni, può portare a morte il paziente attraverso fasi con disturbi cutanei e poi neurologici. Decine di medici ritengono che questa malattia sia un flagello sui peccatori, data la trasmissione sessuale, e inizia una vera e propria produzione letteraria che si pone l’obiettivo di trovarne causa ma anche cura. Avendo parlato nel precedente articolo dei barbieri-chirurghi, uno di essi di nome Pietro di Porto proponeva, per la cura della sifilide, di spalmarsi grasso di porco, biscia e cavallo, mercurio e ossido di piombo, cera e acqua di rose, per qualche giorno. E l’immancabile “stai tranquillo e non fare l’amore” (che magari infetti qualcun altro).
Per la lombalgia invece, Pietro ci suggeriva di procurarci una canna tagliata da piazzare con una estremità sui lombi, professando una brevissima preghiera corroborata da segni di croce. Tutto con l’aiuto di un bambino che facesse altrettanto, tenendo sui suoi lombi l’altra estremità della canna, forse per trasferire il malanno su di lui?!
L’armamentario di castronerie non finirebbe qui e non riguarderebbe solo i sanitari liguri, sebbene qualche intuizione qui e là vi fosse (vi furono alcuni, ad esempio, che si opposero allo stimolo galenico del pus). E, ad ulteriore complicazione, aggiungiamo che spesso alcuni cittadini comuni dispensavano consigli medici con la stessa autorevolezza dei medici consolidati (800 anni prima di Facebook, pensate!). Oggi abbiamo imparato che la scienza medica era imprecisa, ma fa strano vedere un dottore di legge del ‘300, Bartolomeo di Jacopo, fornire una quindicina di rimedi diversi per patologie che spaziano dalla febbre all’epistassi, e che esso viene citato in un grosso “prontuario” medico ligure, di autore anonimo (Medicinalia Quam Plurima).
Trattandosi di una repubblica marinara, Genova doveva armare di sostanze medicamentose anche le sue galee da guerra. Inizialmente, la fornitura dei farmaci avveniva presso le farmacie conventuali, le più fornite, per poi estendersi anche a quelle private. Verso la prima metà del 1600 fu creata anche una “spezieria” situata alla darsena. Dato che, a partire dal tardo medioevo, le galee genovesi iniziarono a impiegare rematori prigionieri (dopo i poco pagati “buonavoglia”), possiamo immaginare condizioni igieniche devastanti che imponevano la presenza di farmaci a bordo, tra cui le “erbette” a funzione catartica e lassativa, lo zucchero e la rosa oltre ai farmaci destinati ai feriti e a coloro che si ammalassero per il viaggio. Immancabili a bordo due prodotti di uso anche sulla terraferma: la teriaca e l’olio di scorpione.
L’origine della teriaca, ritenuta una vera panacea, è dell’epoca classica, ma trova il suo fulgore nell’epoca neroniana, e nacque come rimedio per l’avvelenamento da serpenti per poi estendersi letteralmente verso ogni malanno. Inizialmente era composta da quattro gruppi di “semplici” (piante medicinali e il medicamento che da esse si estrae): un gruppo che includeva sostanze catartiche o toniche, antipiretiche o astringenti, un gruppo di sostanze eccitanti, un tonico/edulcorante e per finire sostanze oppioidi che hanno un potere sedativo. Ai quattro gruppi venivano sommati tre minerali e poi si prese ad aggiungere anche la carne di vipera lessata e stagionata, nel cui caso genovese doveva essere una vipera femmina senza uova che possibilmente doveva essere catturata lontano dal mare, o avrebbe messo sete al paziente (… Sì certo, sarà ben quella…). Potete immaginare quindi come ci fosse un business sul commercio di vipere, addirittura col Nordafrica. Rimasta nel prontuario per secoli, fu Napoleone a vietarne l’uso, che sparì nel corso del XIX secolo.
L’olio di scorpione, un infuso di olio, tormentilla, euforbia, trementina, castoreo, quasi 200 scorpioni e due belle vipere femmine, fatto tutto bollire con aggiunta di zedoaria e rabarbaro, serviva da antidoto e antibiotico (almeno era inteso così. Non sarò io a provarlo oggi, alla prima tonsillite).
Altri rimedi curiosi sono la “confezione giacintina” (solo per ricchi in quanto formata da polvere di pietre preziose!), il corno di cervo, l’ossimiele (miele e aceto, forse l’unica cosa che avesse davvero un senso), l’unguento egiziaco (verderame, allume, miele e aceto, adoperato per la cura delle ulcere, anche questo con un parziale senso), olii di ogni genere tra cui quello di rosa, la trementina (una sostanza estratta dalla resina e molto usata come vasodilatatore) e centinaia di altre sostanze. Tra le tante ricette pervenute soprattutto negli atti notarili, un infuso di melograno e zucchero per la diuresi (modestamente sensato), la liquirizia per il catarro (di nuovo moderatamente sensato) e centinaia di altri rimedi che oggi troviamo a buon diritto nelle caramelle balsamiche. Per la scabbia (la famosa “rogna”) vengono prescritti unguenti con miele, sale, mercurio, zolfo, trementina e altre sostanze che, quantomeno, avrebbero irritato o ucciso il parassita responsabile. Questo per non bollare tutto come completamente campato per aria.
Per tornare però ai cari vecchi rimedi grotteschi, non possiamo non citare quello che viene indicato per il dolore all’utero, nella zona di Ventimiglia: se il dolore è nella parte alta, far bere alla donna vino e succo di piantaggine (così si ubriaca e smette di lamentarsi…?). Se il dolore è più basso (cervice), fare dei tamponamenti di tal mistura “laggiù” oppure delle fumigazioni con pigne verdi arroventate (!!!). Sipario su quest’ultimo rimedio.
Lo stile di vita sano
Con il termine “regimen” si intendeva sia la dieta alimentare che i consigli per una vita sana, da seguire. Ogni medico qui spaziava dal togliere o aggiungere alimenti più o meno a caso e organizzare la giornata in un certo modo, ad esempio raccomandando di lavorare solo al mattino (bravo!) e di fare passeggiate non più lunghe di mille passi dopo pranzo, condite da un bel pisolino alla fine. Per gli alimenti erano tutti concordi di non mangiar troppo ma di non aspettare la fame (che avrebbe generato cattivi umori), mentre sono diversi i medici che si scagliavano contro i pesci o alcune carni, o che raccomandavano di non mangiare il pane cotto in giornata (ma perché???).
I consigli del Regimen Sanitatis Salernitanum del 1480
Naturalmente ogni regimen poteva essere adattato al ceto del paziente. Ecco che Ambrogio Oderico raccomanda di mangiare i cibi in vasellame d’oro o argento che fa bene, e di indossare un bell’anello con smeraldi o rubini di valore. Grande preoccupazione era la potabilità dell’acqua, cosa che non stupisce data l’altissima mortalità delle gastroenteriti da contaminazione fecale, capaci di uccidere anche re come il povero Luigi IX di Francia. Il consumo di cibi o bevande di qualità scadente o una dieta poco variegata erano problemi connessi con il ceto dei pazienti che i medici, perlomeno coloro che hanno lasciato scritti, non sembravano curarsi, preferendo dare consigli a coloro che potevano permettersi anelli con rubini, come sopra.
I farmacisti (speziali) genovesi nel medioevo
Per quanto riguarda i farmaci, molti erano prodotti fai da te dal medico, che poteva custodirne gelosamente il segreto, oppure acquistati dall’antenato del farmacista: lo speziale / apotecario, che secondo lo statuto del Collegio dei Medici della Genova Medievale, poteva fornire farmaci ai pazienti solo su prescrizione medica (spoiler: qualcuno lo faceva anche senza, l’avreste mai detto?). Coloro che lavoravano negli apotecari (le odierne farmacie, con una contaminazione verso le drogherie) non potevano nemmeno “associarsi” con un medico specifico a fini di monopolio sanitario, anche se viene da immaginare quanto fosse possibile aggirare tale divieto.
Un apotecario – Norimberga, XVII secolo (autore anonimo)
Gli speziali genovesi erano raggruppati in un ordine professionale (potentissimo) assieme ai droghieri (allora detti “aromatari”) e ai confettieri: “Artis Aromatariorum sive Spectiariorum ac aliorum hominum dicte artis”. A Genova, dunque, vi erano due tipi di speziali nel medioevo: coloro che producevano e vendevano farmaci e quelli che oggi chiameremo droghieri. Sulla confetteria possiamo dire che non c’entrano i matrimoni: ai tempi spettava a lei la creazione dei dolci a lunga conservazione, come caramelle e confetti, ottenuti ricoprendo di sostanze dolci semi e altre cibarie. Tali pietanze erano considerate terapeutiche già dall’epoca classica. Perché unire le due arti in una singola corporazione? Perché gli speziali e gli aromatari utilizzavano le medesime piante e sostanze sia per uso terapeutico che come condimenti o ingredienti alimentari.
Nella Repubblica di Genova, l’arte farmaceutica era retta da due consoli, uno per categoria, eletti ogni anno, ed era naturalmente dotata di statuto magistrale di cui ci resta una versione di fine 1400. Esattamente come avveniva per i medici, si stabilì che nessun forestiero o genovese potesse aprire un’apotecario/spezieria se non avesse esercitato il mestiere per almeno sei anni, previo esame da parte con una commissione altisonante formata dal Collegio dei medici, dal Console e consiglieri degli Speziali e da membri sindacatori della stessa Compagna Communis (Repubblica).
Lo speziale propriamente detto (non il droghiere, quindi), doveva produrre personalmente i farmaci e raccogliere personalmente gli ingredienti, non di rado immagazzinati in ampolle senza etichettatura (leggiamo in alcuni testamenti), immaginiamo forse per proteggerle da eventuali abusi e furti. Lo statuto dell’ordine è molto ferreo su alcune cose, come i passaggi per la preparazione della teriaca, già menzionata prima: i suoi componenti dovevano essere esposti per almeno otto giorni nella bottega, a disposizione dell’autorità comunale che poteva compiere un’ispezione.
Gli incantamenti e la superstizione
Dulcis in fundo, inutile dire quando magia e astrologia fossero intrecciate con la medicina. Iniziamo allora con un farmacista. Che gli speziali sgomitassero coi medici per la prescrizione delle terapie non ci stupisce: anche oggi basta entrare in una farmacia sbandierando qualche sintomo blando per ricevere immediatamente un “consiglio” dal farmacista. Quello che farebbe ridere oggi sarebbe il ricevere tale avviso da uno come Tommaso di Murta, speziale genovese, che affermava di aver appreso un rimedio contro la peste da un frate di Milano, il quale a sua volta lo aveva ottenuto (o estorto) in confessionale da… una vecchia strega meneghina! La quale consigliava di confezionare un amuleto cartaceo imbrattato di mercurio da indossare sotto i vestiti e rigorosamente preparato di mercoledì (giorno di Mercurio, appunto).
Per il morso di un cane rabbioso, un medico ligure cita il “quadrato del sator”, una locuzione palindroma latina (notata anche da Christopher Nolan nel suo film Tenet):
S A T O R A R E P O T E N E T O P E R A R O T A S
Potete leggere tali parole da sinistra a destra o dall’alto in basso e saranno sempre le stesse 5. Carino vero? Sul significato (mai compreso) vi lascio ricercare da soli. Tornando all’atto medico, tale formula, per la rabbia, andava incisa su una crosta di pane rigorosamente rotonda e data da mangiare all’individuo morso. Vi segnalo solo che il lyssavirus della rabbia uccide al 99% in 1-2 settimane, in assenza di tempestivo trattamento post-morso. Non capisco, quindi, come si potesse anche solo sospettare come efficace questa terapia astrusa. Il quadrato ebbe altri molteplici usi in tutta Europa: inciso su un architrave avrebbe protetto la casa dal fuoco e dai fulmini, e poteva anche essere confezionato in un amuleto per aiutare una donna a partorire.
Ma la magia non finisce qui. Sanguinamento dal naso? Prendete un po’ di questo sangue e scrivete una formula magica sulla fronte (“agla, aglala, aglalata”! Harry Potter scansati). Flusso mestruale problematico? Scrivi, ma col sangue di una pollastra che non abbia mai deposto uova, la frase “consummatum est” (le ultime parole di Cristo in croce) sui polsi e le tempie della donna. Bleah.
La domanda è spontanea: il medico credeva in questi rimedi? Probabilmente no. Pietro d’Abano, infatti, diceva chiaramente che questi incantesimi vanno istituiti “per conquistarsi la fiducia del paziente e influire sul suo spirito”. Insomma, il famoso effetto placebo.
E la preghiera? Diffusa, comune e totalmente prescritta in molteplici fogge. Parto difficile? Perché non far sussurrare alla partoriente un “Padre nostro” pronunciato da un verginello? Oppure fabbricare amuleti con preghiere varie? Magari fondendo tutto con la già abusata astrologia?
Conclusione
La terapia medievale ci mostra intuizioni corrette che poi si perdono nel marasma del misticismo e dell’eccessivo rispetto dei classici e in questo nemmeno i medici liguri ne furono immuni, trovandosi spesso a condividere il sapere con altre figure non-sanitarie.
Concludiamo il capitolo rimandando al successivo: gli ospedali a Genova nel Medioevo! Grazie e a presto!
Bibliografia essenziale
Balletto, L., (1986) “Medici e Farmaci, scongiuri e incantesimi, dieta e gastronomia nel medioevo genovese”, Collana storica di fonti e studi
Caneva, G., (1977) “L’arte degli speziali sulle galee genovesi”, La Casana
Cosmacini, G., (2003) “La vita nelle mani: Storia della chirurgia”, Laterza
Cosmacini, G., (2011) “L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi”, Laterza
Hryszko, R., (2021) “Le radici medievali della Confetteria Italiana” Uniwersytet JagiellońskiInstytut Historii
Marchesani C., Sperati G., (1981) “Ospedali Genovesi nel Medioevo”, Atti della Società Ligure di storia patria
Palmero, G., (2007) “Ars medica e terapeutica alla fine del Medioevo. Il caso genovese”, Nuova rivista storica
Pesce, G., (1951) “I medici di bordo ai tempi di Cristoforo Colombo”Civico Istituto Colombiano
Il sorprendente film di Paramount intrattiene e fa sorridere, ma non supera le forche caudine del Box Office. Eppure è un film meritevole di visione e non solo dagli appassionati del gioco di ruolo. Ecco la mia recensione, senza spoiler.
Eravamo quattro amici al tavolo: storia breve di D&D
Quella di Dungeons & Dragons (D&D o DnD) è stata una vita piena di avventure, le stesse che, da metà anni ’70, hanno stimolato la fantasia di milioni di giocatori. Manifesto della comunità nerd fantasy di derivazione tolkeniana, ha visto il massimo fulgore tra la fine degli anni ’80 e quella degli anni ’90, dopo aver subito un incredibile contraccolpo dai giochi di carte collezionabili come Magic o Pokémon.
La mitica “Scatola Base” con cui moltissimi hanno iniziato negli anni ’80 e ’90
Chi vi scrive ha fatto il Dungeon Master per quasi 15 anni in quel periodo d’oro e, per citare le parole del protagonista del film Chris Pine, “è un gioco che a scuola dovrebbero giocare tutti”.
Per coloro che non sapessero nulla di D&D, si tratta di un gioco di ruolo “pen and paper”: ci si riunisce attorno a un tavolo come per giocare a Monopoli ma non c’è tabellone: ognuno interpreta un personaggio di fantasia in un mondo medievaleggiante con draghi, orchi e magia, in diverse ambientazioni totalmente customizzabili e pure inventabili di sana pianta. Uno dei giocatori diviene il “Dungeon Master” (DM), che funge da inventore, narratore dell’azione e collante di una serie di “avventure” durante le quali i personaggi diventano sempre più potenti, esattamente come nei classici videogiochi stile Dragon Age, Final Fantasy o Pillars of Eternity, per citare i più moderni. Non c’è tabellone, dicevo, ma ogni giocatore ha una scheda del suo personaggio con caratteristiche peculiari: un barbaro sarà forte e abile con le armi, mentre un mago sarà intelligente ma pessimo nel corpo a corpo. Ci sono i dadi, che hanno da 4 a 20 facce: tirandoli e aggiungendo o sottraendo dei modificatori specifici dei personaggi, ogni giocatore può far compiere al suo alter ego virtualmente ogni azione, dall’attaccare con la spada a lanciare un raggio mortale. Ecco che ogni giocatore può recitare un ruolo come se fosse in uno spettacolo teatrale, immaginando tutto ciò che il DM descrive basandosi sul tiro dei dadi e sulla storia che fa vivere ai giocatori.
Troppo difficile da capire? Scoprite se avete qualche amico che ci gioca e andate a vedere, una sera. Resterete sorpresi 🙂
Veniamo al film! (niente spoiler)
Ambientato nei blasonatissimi Forgotten Realms, D&D – L’onore dei ladri (D&DLdL) ci porta una classica “quest” avventurosa dove uno scalcinatissimo gruppo di avventurieri – in un mondo medievaleggiante – cerca di salvare una ragazza da un astuto furfante che si è alleato con potentissimi e oscuri individui. Quello che colpisce di D&DLdL è l’estrema ironia fin dalla primissima scena. Esistono solo due momenti seri in tutto il film, ma si sposano perfettamente con tutta la leggerezza di una trama totalmente cliché, che serve unicamente a far salire sul palco la caratterizzazione – eccellente – dei singoli membri del gruppo di avventurieri. In questo, L’onore dei Ladri è riuscito a far dimenticare il primo terribile film di D&D del 2000, grazie a un budget più elevato e al maggiore ricorso all’ironia, ma soprattutto alla maggiore aderenza con il caro gioco di ruolo da tavolo.
I quattro protagonisti del film Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri
Se gli appassionati troveranno ampie citazioni attinte a piene mani dai manuali (dalle mani di Bigby alle belve distorcenti), anche chi ama semplicemente commedia e azione incontrerà poco più di due ore di intrattenimento e sorrisi. Questo perché D&DLdL spesso dissacra il gioco di ruolo stesso canzonando miti come i draghi invincibili o seriosi paladini, trasformati in personaggi comici loro malgrado. In questo modo, il film decide di non mettersi minimamente a concorrere coi mostri sacri del genere: Conan, il Signore degli Anelli, The Witcher o il Trono di Spade, perché l’ironia becera in stile Vox Machina del film Paramount non sconfina mai nella narrazione aulica. E proprio per questo motivo D&DLdL vince a mani basse: perché si scava una sua propria nicchia nel genere Fantasy e consegna a tutti la risata che finalmente ci meritiamo dopo elmi cornuti, nozze rosse, incesti, decapitazioni, orfani albini da proteggere e trekking estenuanti verso vulcani.
Sciocco e infantile? Tutt’altro. D&DLdL ci consegna comunque cattivi spietati e e un’attenta caratterizzazione dei protagonisti, sempre perfettamente nel loro ruolo nonostante le dozzine di battute di alleggerimento che pronunciano. E un curioso ruolo di Hugh Grant in spolvero dopo l’epoca d’oro delle commedie romantiche.
In sintesi
D&DLdL è una commedia fantasy che convince e sa intrattenere i palati fini che vengono dal GdR, ma pure chi vuole passare due ore facili in un mondo fantastico e ironico. Purtroppo, il box office non ha premiato il film nonostante le ottime recensioni, e questo ci porterà forse a non vedere mai un sequel. Ma forse è meglio così, in modo che questa pellicola resti ferma nella sua bellezza, senza rovinarsi in saghe trascinate come altri franchise (vedi Pirati dei Caraibi).
Benvenuti nella seconda parte sulla vita e attività dei medici e chirurghi a Genova nel Medioevo. Se vi siete persi la prima parte, dove affrontavamo vita e compensi dei medici “physici”, potete trovarla qui oppure nell’ottimo sito Genova Medievale. A questo indirizzo troverete la terza parte sulle terapie e i farmacisti. Per finire, qui trovate la parte sugli ospedali genovesi.
Dopo aver parlato dei medici propriamente detti e di come, a Genova, non fossero stati trattati inizialmente in maniera né troppo benevola né lautamente remunerati, meritano ora adeguata menzione coloro che maneggiavano le lame, e non mi riferisco ai soldati.
Chirurghi e barbieri a Genova nel medioevo
La chirurgia è una disciplina che esiste dalla preistoria e ha seguito lo sviluppo umano di pari passo. Nel paradosso di essere considerata dai dotti physici un’arte minore, è forse quella che più di tutte ha subito progressi e trasformazioni nei secoli, che la medicina “interna” vedrà ingenti solo a partire dalla scoperta dei batteri. Inizieremo con una visione d’insieme del chirurgo medievale e poi vedremo come si comportavano i chirurghi genovesi.
La “Medicina Esterna” tra dotti e praticoni
Dato che abbiamo citato il papa-medico Pietro Ispano sparlare dei medici, non possiamo non chiamare al banco dei testimoni anche un chirurgo medievale, il fiammingo Thomas Scellinck, e leggere come descrivesse i colleghi. Egli scrisse:
“La maggior parte dei chirurghi sono ignoranti […], spacconi, gradassi e truffatori, che cercano sempre di calunniare i chirurghi sapienti.”
Non molto gentile, dunque. Mentre il collega Jan Yperman, sempre nel periodo medievale, definisce la sua figura di chirurgo ideale:
“Il chirurgo deve avere delle ottime mani e delle dita affusolate. Egli sarà di corporatura robusta, e non si dovrà mai lasciare vincere dalle emozioni. Egli avrà vista sicura, idee costantemente chiare […]. Non deve conoscere solo la medicina, ma i libri sulla natura e sulla filosofia […]. Egli non adulerà se stesso, […] consolerà sempre il paziente, […] dai ricchi chiederà ingenti salari, dagli altri quanto possono pagarlo a seconda delle loro finanze, e curerà i poveri per l’amor di Dio che gliene ha dato la possibilità.”
Rincuorati dalle sue parole, proviamo a cercare ulteriore riscatto della categoria leggendo le parole di uno dei chirurghi più famosi del medioevo, Henri de Mondeville:
“I medici [intende i physici, NdR] non fanno altro che ciarlare” (quindi non si sporcano mai le mani), mentre i chirurghi “sono superbi e pomposi” ma “totalmente ignoranti. […] Non vedo tra i miei colleghi nessun chirurgo che sia incline allo studio; pochissimi sono letterati; se ce ne sono, o sono in numero esiguo oppure sono interamente avidi di denaro.”
Perché tanto accanimento da parte degli accademici? C’è un motivo. Vediamolo insieme.
I barbieri-chirurghi
L’arte chirurgica, considerata un “male necessario” dalla casta snob dei sanitari togati e non particolarmente amata dalla Chiesa (che la lasciava nelle mani degli Ordini minori), nella prima fase del Medioevo era esercitata per lo più da barbitonsoriobarbieri chirurghi illetterati che, tra un taglio di capelli e una spuntata alle unghie, si dilettavano anche in salassi, riduzione delle fratture, incisioni di ascessi ed estrazioni dentarie. Erano assistiti dai loro “garzoni” ovvero i barbierotti, che ne apprendevano l’arte per poi esercitarla a loro volta. Privi di qualsiasi accademia ma, più o meno dal tardo ‘200, dotatisi di ordini professionali ben strutturati, i barbieri chirurghi imparavano l’arte usando gli animali o gli stessi pazienti come campo di addestramento, non di rado essendo analfabeti o comunque privi di specifici testi di riferimento fino al tardo medioevo/rinascimento. Per questo, il chirurgo era il grande sperimentatore del suo tempo, talvolta a scapito dei pazienti a lui contemporanei ma, aumentando le sue capacità e conoscenze, a beneficio di quelli futuri.
Curiosamente, l’odierna insegna dei barbieri, ovvero il palo a strisce bianche e rosse (oggi rotante e anche blu), deriva proprio dall’origine sanitaria di questa categoria. Veniva infatti esposto da quei barbieri-chirurghi che praticassero i salassi; un paletto veniva fatto stringere dal paziente per distendere le vene e il bianco e il rosso rappresentavano le garze insanguinate; la spirale era forse un riferimento al serpente avvolto al bastone di Asclepio, ancora oggi simbolo dei medici, o al doppio serpente del caduceo di Hermes, emblema dei farmacisti (simboli tuttora ampiamente confusi tra loro).
Il palo da barbiere esposto fuori da una bottega kim traynor / Barber’s pole, Drummond Street / CC BY-SA 2.0 – Wikimedia
Le operazioni chirurgiche e le specializzazioni nel Medioevo
Il chirurgo di qualsiasi foggia, inizialmente, non godette di ottima fama. Secondo Mondeville, ciò era dovuto alla sua attività sanguinolenta, tanto da spingerlo a pratiche turpi – da linee guida medievali – come assaggiare il sangue dei pazienti proprio come il medico faceva con l’urina (eww!).
Eppure, non bisogna (necessariamente) immaginare il chirurgo medievale come un macellaio voglioso di aprire pance: gli spettavano più che altro lesioni odontoiatriche, urologiche, ortopediche o cutanee (es: fistole, cisti ecc.). Varie, infatti, erano le patologie che richiedevano comunque un doppio approccio medico-chirurgico, ad esempio i diffusissimi calcoli renali (il “mal della pietra”). È facile immaginare che le operazioni chirurgiche che oggi chiameremmo “open”, non potevano avvenire con la frequenza odierna e anzi, nel caso dei trattati sulle ferite belliche, spesso si esortava il curante a lasciare la perforazione dell’addome “nelle mani di Dio”, perché un intestino perforato o necrotico era causa di morte quasi certa. Però, grazie ai paleontologi, sappiamo che le trapanazioni craniche si effettuavano da tempi preistorici e che il paziente non di rado sopravviveva anni dopo tale intervento, nel medioevo molto praticato non solo per alleggerire eventuali raccolte di sangue pericolose, ma anche – perché no – per allontanare ipotetici demoni dalla testa di pazienti evidentemente escandescenti.
Esempio di trapanazione cranica nella Siberia pre-nascita di Cristo. Il paziente sopravvisse anni dopo l’intervento, come si vede dall’orletto di osso neoformato attorno al sito di trapanazione. Fonte: Institute of Archaeology and Ethnografy of the Siberian Branch of Russian Academy of Sciences
Odiernamente, il chirurgo si specializza in qualcosa (come il neurochirurgo). Se è vero che nel medioevo “tutti cercavano di saper far tutto”, anche all’epoca si crearono comunque piccole aree di eccellenza: nel ‘400, a Norcia e nel borgo di Preci, si sviluppò una scuola di chirurgia “autoctona” ed “empirica”, specializzata in particolare in chirurgia oculistica (per la cataratta, vi risparmio la descrizione della tecnica medievale per amor vostro), nelle ernie inguinali e nella litotomia (rimozione dei calcoli renali). In zona si praticava anche la chirurgia veterinaria (castrazione di animali) e si sviluppò quindi una scuola laica. Alcuni chirurghi norcini/preciani guadagneranno la fama nelle corti di mezza Europa.
Nel ‘500 poi, inizia anche un incredibile viaggio nella chirurgia ricostruttiva, con la rinoplastica secondo Gaspare Tagliacozzi, affascinante quanto geniale tecnica usata fino al 1800, usando un pezzo di cute del braccio per ricostruire il naso, separando il lembo di pelle dall’arto solo dopo alcuni giorni, in modo da attendere che fosse vascolarizzato adeguatamente dal viso (non fosse chiaro, l’immagine sottostante descrive meglio).
La rinoplastica secondo Tagliacozzi. Ti attacco un braccio in faccia per un mese e il tuo naso è come nuovo! Fonte: De curtorum chirurgia per insitionem, 1597, di Gasparo Tagliacozzi
Il chirurgo laureato
Appreso quanto la chirurgia fosse un’arte complessa, alla categoria dei praticoni improvvisati si affiancarono nel tempo figure accademiche: il cerusicus / cirurgus / surgicus “puro” (che spesso spillava ai nobili qualche soldino sonante) o il “medicus praticus” più alla mano, che faceva un po’ da physicus (il medico teorico) e un po’ da cerusicus e dispensava la sua arte tra la popolazione più variegata.
Dal 1200 si assistette poi a un netto cambio di passo nella considerazione del chirurgo. Prima di allora, a Genova, egli era considerato un consulente del physicus: prendeva ordini e prescrizioni solo dal medico per legge, anche se l’attività “in nero” era estremamente diffusa. Dalla scuola francese e italiana sorsero individui di incredibile levatura come Guglielmo da Saliceto, Ugo de’Borgognoni e suo figlio Teodorico, Henri De Mondeville, Guy de Chaulliac, fino al geniale barbiere Ambroise Paré del 1500, quando i grandi atenei erano fucine di chirurghi togati capaci di scrivere interessanti manuali e trattati diffusisi in tutta Europa. Anche gli arabi andalusi ebbero in Albucasi il loro degno rappresentante, anche se paladino strenuo della cauterizzazione (ahia!). Nel 1490, l’università di Parigi aprì le porte anche ai barbieri chirurghi, nobilitando quindi le loro esperienze e aiutando l’umanità a consacrare i talenti tra loro presenti.
La “prima” anestesia
Oggi, spalla imprescindibile del chirurgo in sala operatoria, l’anestesista può vedere in Teodorico de’Borgognoni (che però riprese la formula da un precedente medico) un suo antesignano. Ci portò la ricetta della famigerata spongia somnifera, oggi per fortuna sostituita da migliori e più sicuri anestetici. Eccola:
“Si prendono queste cose: mezza oncia di oppio tebaico, otto di succo della verde erba di Matala; tre di succo di verde giusquiamo; di succo di mandragola (tratto) dalle foglie spremute, mezza oncia trita; raccogli così per mezzo di una spugna in una unica pasta, e diligentemente lascia asciugare. Quando vorrai farne uso per mezzo della stessa spugna, per un’ora immergila in acqua calda e avvicinala alle narici, ed avvertirai il paziente che da sé stesso assorba quell’essenza, per dormire a lungo; e quando lo vorrai risvegliare, applicherai alle sue narici un’altra spugna, imbevuta di aceto scaldato, e potrai così scacciare il sonno.”
La spongia somnifera, la migliore amica dell’anestesista trecentesco. Miniatura dal Post Mundi Fabricam, codice francese del XIV secolo.
Con questo mix di oppio e alcaloidi, il paziente si addormentava (anche per sempre, se il dosaggio era errato) e il chirurgo poteva esercitare indisturbato la sua arte. Fino alla scoperta dell’etere dietilico, oppio e altre sostanze furono le sole usate in anestesia, mentre sulla classica scena da film del ferito che si scola il whisky e poi si fa operare, dai documenti di medici storici evinciamo che bere grosse quantità di alcolici prima di un’operazione fosse anche sconsigliato. Ovviamente, possiamo presumere che sarà pure capitato, nelle migliaia di operazioni compiute in setting non raccontati dalla letteratura, ma quest’ultima per lo più lo sconsigliava.
La situazione del chirurgo genovese
Sulla componente vulneraria, a Genova la presenza di medici specialisti in ferite (medici vulnerum) si riscontra fin dal XII secolo. In una repubblica marinara come quella, non stupisce che si facesse anche un uso nautico dei medici. Durante la navigazione si poteva essere feriti in molti modi: per abbordaggi (o ammutinamenti) ma anche per le normali manovre atte al governare una nave: schegge di legno, sfregando il cordame sulle mani, ustionandosi, ferendosi con utensili o cadendo dagli alberi stessi dell’imbarcazione. L’esigenza di un medico di bordo era quindi tutt’altro che secondaria, ma trovare qualcuno voglioso di imbarcarsi non era semplice.
Se la medicina togata e accademica aveva trovato una sua componente elitaristica a Genova, iniziamo a immaginare che questo avvenisse anche per i chirurghi dotti, che volevano distinguersi dai barbieri. Lo evinciamo, ad esempio, nel contratto per approntare una flotta di quaranta galee, stipulato nel 1337 tra i genovesi e Filippo VI di Valois, nell’eterna lotta contro gli inglesi. Notiamo come l’ammiraglio avrebbe avuto a disposizione sulla sua nave il “professorone”: un maestro chirurgo laureato (con l’ottimo stipendio di 10 fiorini al mese). Mentre su tutte le altre imbarcazioni sarebbero stati presenti “i chirurghi di serie B”: un barbiere e un barbierotto buonavoglia, incaricati della salute dei marinai. I buonavoglia erano persone che venivano pagate per eseguire i più umili compiti di bordo, tra cui remare (schiavi e carcerati iniziarono a essere forzati al remo solo verso la fine del medioevo genovese) e tale barbierotto proveniva proprio da quella ciurma di volenterosi o disperati.
Sull’attività dei barbieri di bordo genovesi non venivano di certo spese parole di stima, arrivando anche ad “accusarli” di causare morti per loro imperizia. La presenza di medici physici a bordo era invece più sporadica e dovuta all’assistenza dei naviganti senza necessità chirurgiche e per ispezionare le derrate alimentari, mentre ai chirurghi era lasciata tutta la parte della cura delle ferite, drenaggi di ascessi e fistole e ogni cosa per cui il medico avrebbe storto il naso. Nei documenti è noto che il barbiere di bordo avesse un suo “forziere” pieno di strumenti e ingredienti: sanguisughe, grassi animali, bende e olii vari.
Notare la faccia perplessa del paziente. Fonte: Chirurgia Practica di Ruggero Da Salerno
Eppure, la penuria di sanitari a bordo si evince da “una supplica fatta dal Collegio dei Medici di Genova al Doge, nell’intento di ricordargli che l’obbligo di fornire per il servizio delle armate e delle galee uno o più medici era praticamente inattuabile se questi medici non ricevevano il dovuto compenso mensilmente e non a servizio compiuto”, anche perché, vista la perigliosità della navigazione medievale, non sempre si arrivava vivi in fondo al viaggio. Intuiamo, quindi, come la Compagna CommunisGenuensis non nutrisse grande stima di questi professionisti.
I chirurghi tardomedievali genovesi, dunque, vivevano in quella tipica commistione coi barbieri. Tale confusione si ripercosse anche nella creazione degli ordini professionali: a Genova, chirurghi e barbieri finirono tutti nella stessa associazione professionale, la Ars chirurgicorum ac tonsorum, la cui chiesa era dedicata ai santi-medici Cosma e Damiano, ancora oggi uno dei luoghi di culto più graziosi del centro storico. Non è un caso, visto che una leggenda vedrebbe i due santi addirittura come i primi ad aver eseguito un trapianto di gamba… Tale commistione durò fino al 1600, secolo in cui il barbiere venne sempre più estromesso dall’arte chirurgica e gli venne lasciata solo la parte igienica e la cura dei poveretti.
E la formazione? sappiamo che l’apprendista barbiere genovese doveva esercitarsi per sei anni (curiosamente, è la durata dell’odierno corso di laurea in medicina e chirurgia; al medico invece “bastavano” quattro anni): si iniziava a lavorare a quattordici anni fino circa ai vent’anni di età prima di potersi mettere in proprio, a distanza di “quindici case” dal maestro, onde evitare la concorrenza. La corporazione, naturalmente, replicava quella medica ed era richiesto un esame (e una quota in denaro) per entrarvi, obolo previsto anche per i forestieri che si fermassero ad esercitare nella Repubblica per più di due settimane. Il loro esercizio, poi, non era solo in bottega ma anche ospedaliero, talvolta senza compenso, giusto per farsi una base-pazienti da seguire poi privatamente.
Un esempio di chirurgo medievale ligure
Non possiamo chiudere il capitolo sui chirurghi medievali genovesi senza parlare di Giovanni da Vigo, anche detto “Giannettino il Genovese” dai contemporanei. Nato nella zona di Rapallo, dove esisteva una discreta comunità medica (abbiamo parlato anche delle due “medichesse” nello scorso capitolo) e buoni chirurghi litotomi come il suo probabile maestro Battista da Rapallo, Giovanni divenne chirurgo delle armate papali alla fine del 1400 e poi fu l’archiatra di papa Della Rovere alias Giulio II. Fu anche tra i primi a esercitare la chirurgia presso l’ospedale di Pammatone, oggi inglobato dal tribunale di Genova e sostituito dal Policlinico San Martino dai primi del ‘900.
Giovanni da Vigo e il suo baffetto irresistibile.
Utilizzò macchinari avanzati per l’epoca (e ne inventò uno per la trapanazione del cranio) e batteva spesso la valle del Bisagno in cerca di erbe medicamentose da usare nelle sue preparazioni.
Da Vigo, però, divenne famosissimo per il suo manuale di chirurgia che era un must dei tempi e tradotto in varie lingue: “De practica copiosa in arte chirurgica” dove trattò di decine di patologie, dai polipi nasali, alle fistole, ai “tumori infiammatori”, scrofola e quant’altro. Poi si occupò di due novità del tempo: la prima fu la grande infezione del rinascimento, il “mal franzese” (tra i liguri chiamato “delle tavelle”) oggi noto come Sifilide, di cui sicuramente lo stesso papa Della Rovere – chierico “allegro” e con figli – soffriva. Da Vigo descrisse con cura tutte le orrende fasi della malattia e trattava le lesioni con impiastri di mercurio, zolfo, olii e resine varie, nonché vino: tutte sostanze che hanno effettivamente potere antibatterico. Si nota, anche dalla sua tecnica di fumigazione delle ragadi anali, come il chirurgo rinascimentale non agitasse solo il coltello ma provvedesse anche alla terapia medica delle lesioni esterne.
Il nostro scrisse, nelle sue opere, una guida esplicita per i medici naviganti, e ciò non ci stupisce, essendo cittadino genovese. Tra gli scritti troviamo una guida sugli ingredienti da portarsi appresso: assenzio, anice, canfora, aloe, ma anche farine di orzo o fave, e gli immancabili minerali, allume, ossido di rame e il litargirio (piombo), poi grassi vari e polvere di mummia! Sì, proprio quella. La polvere di mummia era un ingrediente prezioso che si riteneva potesse far bene ai tessuti viventi, dal momento che quelli delle mummie mica si decomponevano! Ciò grazie ad alcuni prodotti neri e bituminosi poco facili da reperire e che qualcuno consigliava di estrarre dalle mummie egizie, che venivano tritate, macerate, distillate… e poi bevute o spalmate sulla parte da “curare”. Data la difficoltà nel riconoscere i prodotti autentici, esistevano anche i falsificatori di mummie che usavano raccapriccianti metodi per procurarsi il prezioso “oro nero”, come usare cadaveri freschi lasciati a imputridire dopo “iniezioni di asfalto”.
Tornando al Da Vigo, la raccomandazione per il ferito a bordo era di usare semplici bende di lino senza impiastri vari ma un olio rigenerante “ad incarnandi” che era di consuetudine per l’epoca. Purtroppo, Da Vigo prese un grosso granchio sulle ferite da arma da fuoco, reputando velenosa la polvere da sparo e quindi spingendo a cauterizzare gioiosamente ogni ferita, producendo danni ben peggiori. A “sbugiardarlo” fu un giovanissimo barbiere francese, Ambroise Paré, che trovatosi ad aver finito l’olio per cauterizzare i feriti, si limitò a bendare le loro lesioni dopo un semplice impacco e scoprì che i feriti cauterizzati, il giorno dopo, erano tutti in preda a febbre e dolore mentre quelli bendati no. Da allora giurò che “mai più avrebbe crudelmente bruciato dei poveretti feriti da archibugio”. Ma questa è un’altra storia.
Con questa serie di articoli, parleremo di com’era la vita del medico genovese nel medioevo, intendendo per genovese il “cittadino della Repubblica di Genova”, qualsiasi fosse il borgo d’origine.
Prima di addentrarci, dobbiamo fare una doverosa premessa sull’attività dei sanitari nel medioevo. Mi scuseranno gli studiosi se userò un tono talvolta goliardico. Qui potrete trovare la seconda parte dedicata ai chirurghi o la terza dedicata a terapie e farmacisti. Qui invece l’ultima parte sugli ospedali. Buona lettura!
Lavorare come medico nell’età di mezzo
Quando si evoca l’immagine del medico medievale, subito si pensa a una lunga tunica nera, la maschera bianca con il becco, gli occhialoni e un cappello a larghe falde, quasi una maschera per spaventare i bambini.
Ogni volta che un medico medievale viene rappresentato in tal guisa, uno storico della medicina ha una fitta al petto.
Tale immagine erronea (questo abbigliamento si adotterà solo dalla peste del 1600) è uno dei tanti tentativi di chi ha voluto bollare il medioevo come soltanto un’epoca barbara. Eppure, sul tema sanitario dobbiamo parzialmente confermare la barbarie.
Per un paziente medievale c’era ben poco da scherzare con le malattie, ma ancor di più a mettersi sotto le grinfie di un “medico”, poiché la terapia medica medievale è riassumibile con “me la provo a senso e citando i classici: tanto si è sempre fatto così”. Lo stesso Pietro Ispano, che fu prima medico e poi Papa Giovanni XXI, stilò un elenco di tutte le figure che praticavano la medicina, con la stessa simpatia con cui un anziano primario in pensione parla degli ex-colleghi:
“mulieres ignorantes, obstetrices, rustici, barbitonsores et barberii, aromatari, empirici, medici debiles et vulgares, medici illitterati et vagipulantes medici, chirurghi rurales, insidiatores, falsarii, alchemistae, Judaei et conversi saraceni.”
Bastano pochi termini chiave di questo estratto per capire come il mondo sanitario medievale fosse costellato da ciarlatani, praticoni ed empirici. La medicina era infarcita di riferimenti all’astrologia – oggi ampiamente declassata a folklore ma allora in grande considerazione – empirismo e una buona dose di “ricette segrete” che il medico inventava di aver appreso nei modi più fantasiosi, qualcosa di poco credibile tipo “ho trovato un libro in giardino attirato dal tubare di una colomba che recava nel becco un ramo d’olivo”, “me l’ha dettata in sogno San Michele” o “l’ho sentita da un medico veneziano in confessionale ed egli giura di aver guarito torme di gente con essa”. Non è un caso che, dai documenti, si evinca un certo scetticismo generale verso la professione sanitaria.
A dominare l’atto medico era la teoria “umorale” ippocratica, di cui parleremo approfonditamente in un successivo articolo: ribilanciare un ipotetico squilibrio dei fluidi corporei, considerati la causa di ogni malattia che non fosse un colpo di spada o una gamba rotta.
Convocato il medico per guarire un malanno, questi iniziava con una prima ispezione del paziente per capirne tanto i sintomi quanto la sua capacità di pagare. Deciso se agire o se lasciare il malcapitato “nelle mani di Dio” per evitare di aggravare la situazione (o se si riteneva di non essere pagati o peggio essere perseguiti), si esercitava la propria arte seguendo la medicina degli antichi maestri greco-romani, Ippocrate e Galeno per lo più, considerati sacri e innegabili: se oggi si parla di Evidence-based Medicine, allora si sarebbe chiamata Eminence-based Medicine. Coloro che tentavano di opporsi ai maestri venivano spesso additati come blasfemi e attaccati o isolati dalla comunità scientifica. Tali maestri erano tutt’altro che affidabili per alcune terapie, eppure continuarono a essere seguiti fino al XIX secolo.
Tornando all’attività medica, se far diagnosi non era sempre difficile, la terapia rappresentava il momento più casuale e mutevole. Ecco che il malato veniva spesso sottoposto a terapie dannose, abominevoli, sperimentali e pericolose o gli venivano prescritte diete astruse che non facevano altro che indebolirlo.
Ma come si diventava operatori sanitari nel medioevo? Inizialmente non c’era bisogno di una laurea, tanto che leggiamo spesso di privati cittadini che dispensavano consigli e terapie: mi viene da rabbrividire pensando a cosa sarebbe avvenuto con la presenza di internet e i social network. Solo nel basso/tardo medioevo si assistette a una regolamentazione di tale attività. A complicare il quadro, esistevano medici, physici, pratici, barbieri, barbitonsori, cerusici e chirurghi, speziali e quant’altro, di formazione religiosa o laica, che esercitavano avendo studiato in atenei o semplicemente apprendendo l’arte “in bottega”, senza che vi fossero chiare specializzazioni né si capisse il limite delle loro conoscenze. Vi erano naturalmente imbroglioni, idioti e ciarlatani: il termine nasce proprio in ambito sanitario da “ciarlare” + “Cerretano”, borgo umbro da cui per convenzione provenivano gli ambulanti; costoro spesso spillavano soldi a coloro che non potevano permettersi prestazioni di alta qualità.
Un medico mentre osserva in un contenitore l’urina di un malato. Recueil des traités de médecine (1250–1260)
Nonostante l’empirismo dilagante, esistevano anche prestigiose università come Padova, Bologna, Salerno, Montpellier o Parigi, che avrebbero sfornato la figura del physicus togatus, contrapposto al “praticus”, il praticone da bottega che però era la figura sanitaria più diffusa, soprattutto per la chirurgia (come diremo nel prossimo articolo).
Dove lavoravano i medici? In bottega, erranti, a corte o negli ospedali. Non di rado, i medici si trasferivano in posti nuovi per esigenze di lavoro, forse anche per l’imprecisione della loro arte o l’aver sterminato metà della loro base-pazienti. Solo quelli di bella fama restavano sempre nello stesso luogo, magari al servizio di facoltosi nobili e prelati.
Il basso medioevo e i medici genovesi
Al di fuori dei centri ospedalieri (a Genova praticamente tutti in mano ecclesiastica), il medico genovese non sembrava proprio godere della stima odierna, come ci ricorda Laura Balletto (v. bibliografia). Attraverso l’analisi dei documenti storici innanzitutto notiamo che, prima dell’atto sanitario, il medico genovese stipulava un contratto (verbale o scritto) con il paziente: il dottore (magister) provvedeva a fornire la prestazione sanitaria e si procurava o pagava di tasca propria i farmaci per il paziente e solo in caso di guarigione/sollievo dei sintomi veniva remunerato; a volte era proprio specificato da contratto cosa si intendesse per guarigione (es: “essere nuovamente capaci di stendere il braccio e portarlo alla bocca, stringendo il pugno”). I contratti potevano prevedere anche una scadenza per cui si pagava solo se la guarigione fosse avvenuta entro una tal data, oppure il salario avrebbe potuto essere posticipato o rateizzato. Ancora, in caso di malanni multipli, si pagava solo quello che veniva sanato, con il dovuto giuramento da parte del paziente di non mentire e non simulare, ad esempio, di continuare a provar dolore per non pagare. Oppure era possibile “assicurare” il pagamento con un rimborso da parte del medico se la malattia fosse tornata entro un certo tempo dalla prima guarigione.
Si evince, quindi, l’incredibile aleatorietà del mestiere medico nella Genova medievale che, andando a braccetto con la rozza arte sanitaria, non può che farci propendere per un mestiere rischioso e poco remunerativo, dove spesso il paziente insoddisfatto poteva non pagare. Difficile capire l’entità degli onorari, ma il sospetto è che a Genova fossero ben miseri: un medico lo troviamo a pagare per evitare di vogare sulle galee (!!!), un altro è stipendiato per tenere calde le vasche dei bagni pubblici, un terzo medico in una “colonia” genovese viene pagato meno di un balestriere della guarnigione: non proprio cose per cui la mamma sarebbe stata fiera. L’altro aspetto che ci fa propendere per la scarsa ricchezza dei sanitari liguri è che alcuni esercitavano due mestieri insieme, ad esempio il medico e il notaio o il medico e mercante, cosa ben nota anche in altre città, tanto da ipotizzare l’origine del cognome “Medici” (che erano banchieri) proprio da questo dualismo non strettamente legato alla professione sanitaria.
Diverso il destino di coloro che diventavano medici di fiducia delle famiglie nobili o dei pontefici: tali sanitari contavano su uno stipendio fisso (che imponeva il curare gratis i familiari della casata) e che poteva essere ampiamente arrotondato dalle altre attività private (oggi diremmo intramoenia).
Il tardo medioevo e le fondamenta dell’Ordine dei Medici genovese
Abbiamo affermato che un medico che avesse voluto esercitare nel medioevo avrebbe potuto scegliere la strada del praticone empirico da bottega o provare a studiare ed ottenere una laurea. Nell’epoca rinascimentale, gli onorari dei medici sembrano decisamente crescere fornendo uno sprone in più ad intraprendere quest’arte, ma il numero dei medici rimane comunque troppo basso per coprire la popolazione. Si configura sempre di più, dunque, una medicina di base per gli indigenti, costretti a mettersi nelle mani di ciarlatani o della pietà religiosa, e quella dei ricchi, come avviene ancora oggi in nazioni con sistemi sanitari privati.
La sfiducia in cui incorsero i medici dopo la devastante pestilenza “Decameronica” del ‘300, in cui la sanità si dimostrò totalmente impotente (e senza maschere a becco), portò all’ascesa di altre figure professionali meno dotte o ad affidarsi sempre di più a metodi caserecci (come il decotto di cavolo in voga tra i mercenari tedeschi, come panacea di tutti i mali). In questo i medici genovesi, invece di aprirsi a nuove teorie e collaborazioni, fecero quello che ci si aspetterebbe oggi dai mugugnoni abitanti della riviera Ligure: si chiusero a riccio.
Consulti medici. Miniatura dal “Circa Instans” di Matteo Plateario , Francia, inizio XIV sec.
Partiamo dalla triste notizia che non era possibile “studiare medicina” nel medioevo a Genova. Nel capoluogo ligure una vera e propria facoltà nacque solo secoli più tardi presso l’ospedale di Pammatone. Insomma, bisognava “fare l’Erasmus” e andare a studiare fuori, ad esempio a Padova, per poi tornare. Esisteva però dal tardo ‘300 una sorta di Ordine dei Medici – il Collegium Medicorum – che ammetteva, previo esame su Ippocrate e Galeno, membri che avessero studiato almeno 4 anni e fossero genovesi, svantaggiando in vari modi i candidati forestieri (bello vedere come le cose non siano cambiate molto in settecento anni).
Tale Collegium, che a fine ‘400 contava una ventina di membri, secondo un saggio di G. Palmero sembrava più che altro interessato a formare una corporazione e mantenere i suoi privilegi che formare i medici liguri come un vero ateneo. Ed era prono a impedire che chiunque non fosse associato potesse esercitare il mestiere sanitario in città, spesso in contrasto con le disposizioni comunali. Nel 1481 fu emanato uno statuto deontologico atto a limitare l’attività del personale sanitario, ad esempio imponendo di non poter cambiare terapia al paziente senza prima averla concordata con il primo prescrittore o a non lavorare mai insieme a medici forestieri. I chirurghi, poi, non potevano visitare senza essere accompagnati da un medico del collegio e si chiedeva al comune di Genova di fornire cadaveri di indigenti condannati a morte per eseguire autopsie ed esercitazioni anatomiche, con buona pace di chi sostenesse che nel medioevo fossero proibite. A fine ‘500, i criteri di appartenenza al Collegio si fecero estremamente severi, andando persino a richiedere prove sulla residenza in Genova per lungo tempo dei genitori dei suoi membri, fino a divenire una sede di consorteria familiare quasi nobiliare.
Non solo maschi cristiani
In generale, il governo ligure di fine ‘400 iniziò a non interessarsi delle volontà accentratici del Collegium e favorì comunque l’esercizio della professione a medici forestieri di una certa validità.
In barba a chi ritenesse il medioevo un’epoca solo maschile, dobbiamo citare l’ampio contributo delle donne sanitarie. Le “vetule” erano una sorta di erboriste/ostetriche/guaritrici esperte, di una certa età, che operavano spesso nel mondo rurale. Più “nobili” e in veste di vere e proprie assistenti del physicus – spesso mogli e madri di medici – c’erano le “mulieres” esperte di arte sanitaria, tutt’altro che casi isolati nel medioevo: si vedano le “mulieres salernitanae”. In un’epoca dove la maggioranza delle donne sanitarie era comunque “specializzata” in ginecologia e ostetricia, fa comunque piacere tracciare l’immagine di un medioevo meno nero e misogino di quanto la propaganda post-illuministica ci abbia sempre parlato. Le ostetriche, poi, dominavano la scena del parto (e le levatrici il puerperio) senza intrusioni maschili, ed erano anche autorizzate alla (a quel tempo) terribile procedura del taglio cesareo, di cui recentemente abbiamo avuto una rappresentazione fin troppo truculenta nella serie HBO House of the Dragon.
In questi anni, in Liguria, vengono citate almeno due dottoresse donne: la “divina di Zoagli”, Teodora Chichizola e un’anonima dottoressa rapallina soprannominata addirittura “la profetessa”. Nonostante i titoli ricordino cartomanti da televendita anni ‘90, sono citate perché curarono parenti di dogi della Repubblica, evidentemente con perizia dato che a Teodora fu conferita l’esenzione dalle tasse per sé e i discendenti. I titoli altisonanti delle due dottoresse fanno pensare a quanto la medicina fosse ancora considerata un’arte divinatoria, quasi stregonesca.
E i medici non cristiani? I genovesi ebbero posizioni ambigue, da un lato associandosi ai sentimenti antisemitici di fine ‘400, dall’altro apprezzando le arti dei medici perlomeno ebrei, tanto da garantire loro salvacondotti e privilegi direttamente dal mondo politico. I testi dei medici arabi come Avicenna e Averroè, che Dante “salva” nella sua Commedia mettendoli nel Limbo, vennero poi di gran voga dopo le traduzioni dei loro testi in latino. Si trattava comunque di una medicina basata molto su Ippocrate (scambi tra il mondo greco e quello arabo erano avvenuti per secoli), contaminata dalla scuola di Baghdad e da quella andalusa.
In conclusione, il medico medievale genovese si muoveva in una dimensione di precarietà economica e incertezza, laddove non fosse divenuto membro del suo “club esclusivo”. Vedremo nei prossimi articoli chi invece esercitava la chirurgia, quali terapie erano prescritte e gli ospedali medievali a Genova.
Si ringrazia il sito “Genova Medievale” per aver pubblicato questo stesso articolo del medesimo autore.
Fonti testo:
Cosmacini, G., (2011) “L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi”, Laterza.
Balletto, L., (1986) “Medici e Farmaci, scongiuri e incantesimi, dieta e gastronomia nel medioevo genovese”, Collana storica di fonti e studi.
Palmero, G., (2007) Ars medica e terapeutica alla fine del Medioevo. Il caso genovese”, Nuova rivista storica.
Pesce, G., (1951) “I medici di bordo ai tempi di Cristoforo Colombo” Civico Istituto Colombiano.
Fonti immagini:
Miniatura europea di al-Rāzī nel libro tradotto da Gerardo da Cremona Recueil des traités de médecine (1250–1260) Reproduction in “Inventions et découvertes au Moyen-Âge”, Samuel Sadaune
Miniatura dal “Circa Instans” di Matteo Plateario , Francia, inizio XIV sec. – Londra, British Library
Gli Anelli del Potere e House of the Dragon sono appena terminate. Quale mi è piaciuta di più? L’elfa dalle tendenze orcomicide o l’incestuosa Targaryen?
Certo, è un bell’anno per chi è appassionato di fantasy: le tre grandi potenze Netflix, Amazon Prime Video e HBO/Sky hanno sellato i loro cavalli di battaglia The Witcher, Gli Anelli del Potere (AdP) e House of the Dragon (HotD), in attesa che anche Disney + entri nel conflitto con Willow. Ma se le avventure di Geralt sono già roba natalizia dell’anno scorso, la contemporaneità dei prodotti Prime e HBO/Sky ha portato i fan a vedere insieme le due serie ed esprimere pareri.
È corretto paragonare gli AdP a HotD?
Per me sì, date le posizioni di partenza. Sebbene gli Anelli e Dragon abbiano target completamente diversi, si rivolgono ambedue al pubblico amante del fantastico, ma con una maturità diversa. Inoltre, partono da adattamenti (noiosetti, NdR) di due testi che non sono romanzi ma “libri di storia”. HotD deriva da “Fuoco e Sangue” (oppure da “La Principessa e la Regina”, se preferite), cronaca storica ambientata nel mondo fantastico di George RR Martin, mentre gli AdP sono tratti dalle appendici storiche in fondo a Il Signore degli Anelli di Tolkien (NB: non è derivata dal Silmarillion, poiché Amazon non ne possiede i diritti). Dunque gli showrunner non hanno potuto contare su molti dialoghi già scritti ma solo su una descrizione sommaria degli eventi fatta dagli autori. Con l’eccezione che Martin è ancora vivo e ha collaborato alla serie.
Vediamo insieme il mio parere, ma attenti: hic sunt spoilerones! (spoiler warning Stagione 1 de Gli Anelli del Potere e House of the Dragon, da qui in poi)
Gli Anelli del Potere: all in col budget! E la storia?
Lo dico subito: la produzione de gli Anelli del Potere è imponente. Lessi i libri di Tolkien da ragazzo dopo aver visto il delirante cartone di Ralph Bakshi, ben prima dei tre primi capolavori di Peter Jackson (no, trilogia de Lo Hobbit: tu no!!!). La caratteristica tolkeniana, lasciata quasi intatta da Jackson, era una grande epicità dei personaggi, dei dialoghi e degli ambienti. Gli AdP manca molto di questo aspetto, consegnandoci, sì, un incredibile paesaggio ad alto budget in un misto di CGI e landscape neozelandese, ma ribassando l’aspetto epico/aulico solo a qualche desueto dialogo tra gli elfi, recitato col verbo in fondo alla frase (Yoda?), inframezzato da momenti troppo moderni (v. Isildur, in seguito).
Cast multietnico ma chissenefrega, purché la trama e la recitazione siano valide!
La polemica zero della serie (hobbit, nani ed elfi di colore? Sacrhilegiohh!!!11!!!) viene presto sedata dalla ottima performance attoriale di alcuni attori di colore, dai personaggi anche ben scritti (es: Sadoc il pelopiede tour operator e Arondir l’elfo poliziotto). Ma questo conta davvero poco. Nessuno si aspettava davvero un’aderenza a romanzi tolkeniani che nemmeno esistono (essendo solo quintali di appunti messi insieme dal figlio Cristopher), ma quantomeno mantenere la linea di Jackson (a parte Gimli macchietta, quello no). Gli AdP, più che una sterzata, fa una vera inversione a U, difficile da digerire. Ecco degli esempi.
Isildur e suo papà, che non è andato a vederlo alla partita di baseball
Isildur viene beccato da Elendil a voler “navigare verso Ovest”
L’arco narrativo dei futuri re di Gondor è la parte forse peggiore dell’intera serie, liquidati come fossero due tizi che vivono in una bella villetta a schiera del New Jersey, col padre che chiama “campione” il figlio. Si sono pure inventati una sorella geometra comunale e hanno completamente estromesso il fratello Anarion (wtf?), lasciando il rapporto tra Elendil e il figlio goffo, anacronistico (siamo pur sempre in un mondo medievaleggiante) e borghese. Niente a che vedere con Denethor e Faramir, pur con le diversità delle vicende, o anche di Theoden ed Eowyn. Isildur fa bisboccia coi suoi amichetti della scuola cadetti, facendo pasticci come fosse dentro American Pie. I numenoreani meritavano di meglio.
Stessa cosa per Theo con la madre farmacista, e lasciamo perdere che sia un locandiere a diventare la chiave per la creazione di Mordor. Seriamente, John Ronald, se stai sfondando la cassa stavolta ti capisco.
Galadriel: l’elfa pazza che sogna lo sterminio della razza
Lo ammetto: quando Galadriel confessa all’elfo rinnegato Adar che il suo più grande desiderio è massacrare fino all’ultimo orco, lei coi capelli biondi e la pelle d’alabastro, l’ho vista bene in piedi su una sedia in una birreria di Monaco negli anni ’20 o su un manifesto di propaganda, ad arringare la folla scontenta dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale. La Galadrielwaffe, però, non regge, schiacciata dal peso di una sceneggiatura pro girl-power (che non sarebbe un male, perché in House of the Dragon funziona!) e delle stupidità che la futura regina di Lorien non dovrebbe compiere (“ma sì: mi butto in mare che questa è la rotta di Costa Crociere, prima o poi qualcuno mi raccatta“). Ecco che diventa un personaggio odioso, pomposo e poco appealing, che non ne azzecca quasi una.
Ma qualcosa di buono?
Gli elfi di Rings of Power e i loro invidiabili capelli
Certo: tutta la parte incentrata sui nani è ben svolta, meno azzeccati i ciuffoni anni ’80 di Elrond e Celebrimbor (ma due parrucche no???) ma i loro personaggi sono comunque interessanti. Non da disdegnare il plot twist sull’identità di Sauron alla fine, bella la resa degli orchi e anche la parte dei Teletubbies, ehm ehm…. i pelopiedi, che dona un po’ di ironia scanzonata al tutto (carina la parte in cui elencano i morti, che sembra l’esito di una partita del vecchissimo videogioco Lemmings). E pure l’anacronistica discesa dal cielo di Gandalf (dai che è lui, su) è ben gestita.
In sintesi, gli AdP è una serie modestamente sceneggiata, con la sufficienza non raggiunta o giusto risicata, giusto per l’alto budget e per pochi momenti epici come la nascita di Mordor (vabbeh dai è un mondo fantasy, fanc*lo la vulcanologia!).
House of the Dragon (HotD): sgozza che ti passa
Gli uffici della HBO dove vengono sceneggiati il Trono di Spade e House of the Dragon
In effetti non mi pare di aver visto nessuno sgozzamento nelle 10 puntate, ma rende l’idea di un qualcosa che, sull’onda di Game of Thrones (GoT), ha sempre caratterizzato il mondo di George RR Martin: la violenza e lo shock. Il compiacimento di narrare tirando pugni nello stomaco al pubblico è la caratteristica primaria dei prodotti ambientati a Westeros, zero buonismi. Ecco che ci troviamo a dire “fammene vedere ancora, però mi fa anche un po’ ribrezzo” ogni scena di parto cesareo, sbudellamento, incenerimento ecc: HotD ha momenti horror che però ti fanno guardare con un occhio chiuso e uno aperto. Ed è la sua forza, dove gli AdP non osa mai. Come la costante sensazione che nessun personaggio sia al sicuro, neanche quelli principali (vedi Ned Stark). Sorry Amazon, non ci basta un Sadoc pugnalato per recuperare un po’ di ansia verso i personaggi.
La serie di Miguel Shapo… Sahpoch… insomma lui che già fece scalpore nella prima serie, è un concentrato di temi moderni declinati in salsa antica. In primis, lo svilente ruolo della donna che, già dal primo episodio, viene relegato a quello di giumenta; poi lo strapotere dell’aristocrazia contrapposto al popolino = carne da drago. Fin qui potrebbe essere anche neorealismo sovietico, ma quello che rende HotD una super-serie, non è la sigla scopiazzata (malissimo) da GoT, ma come si possa realizzare “Beautiful, ma coi draghi” e renderlo interessante e aperto sia al pubblico maschile che femminile. Qui, al posto della bomba atomica, il fulcro del potere è cavalcare un drago e incenerire gli avversari. E le donne possono farlo. E lo fanno. Questo girl power è assolutamente più delineato di quello di Galadriel, che non fa altro che piagnucolare ogni corte dove viene ospitata, manco fosse Dante, per andare a cacciare orchi.
L’irresistibile leggerezza dell’incesto medievale
I Targaryen dopo 3 generazioni di matrimoni tra consanguinei
Se Martin sia nato in qualche sperduto villaggio statunitense dove si copula allegramente tra cugini (o peggio), non si sa. Ma questa sua ossessione per l’incesto e le malattie genetiche ad esso correlate deve un po’ cessare. Questa parte è la meno interessante di HotD ma sottende comunque alle guerre familiari tra casate, prese pari pari dal medioevo anche senza andare a scomodare Lancaster e York (chi ha detto Lannister e Stark?)… che pure in Liguria, Doria, Spinola, Fieschi e Grimaldi se le sono date di santa ragione. Questo aspetto, l’ispirarsi pesantemente alla storia medievale europea, è l’altra forza di HotD che si tiene sul fantastico giusto coi draghi, ma resta coi piedi saldamente piantati nel patrimonio storico. Tanto che alcuni spettatori meno letterati pensavano GoT fosse una storia vera ambientata nell’Inghilterra del 1200…
Quella camminata poi, di re Viserys morente verso il trono, la ricorderemo tutti. Come le risate totalmente fuori contesto di Daemon.
Ma ha anche dei difetti
Quando “the Hand of the King” ti interessa meno di “the Feet of the Queen“
La lentezza di alcune puntate tutte intrigo di corte, il ridicolo feticismo per i piedi di Larys Strong (come demolire un personaggio fighissimo), l’assenza completa di qualsiasi “personaggio “buono” per cui parteggiare (non se ne salva uno), i nomi tutti uguali (“oh ciao Bhela, Rhela, Erehla, Erebhela, Rhenis, Rhenir, Irheni, Erehnis, Baegon, Vaegon, Erehva, Viserya, Resyva, … ecchecacchio”) Ci) sono difetti, certo. Ma la perfezione nelle serie non c’è, vedi le ultime di Star Wars…
In soldons:
House of the Dragon, per me, è da 7 e vince a mani basse contro Gli Anelli del Potere. Che mi fa piacere vi sia piaciuta e rispetto la vostra opinione, ma a me no. Sono certo, però, che saprà imparare dagli errori e darci una seconda stagione migliore.
Ma per riassumere tutto, ecco Cartoni Morti che ci regala la migliore comparazione tra le due bionde. Buona visione!
La fine del 2021, anno orribile, ci ha portato la triste notizia della morte di Gian Filippo Pizzo, dopo una lunga malattia.
Autore di fantascienza e saggistica, come curatore di antologie ha ricevuto importanti riconoscimenti quali il Premio Italia.
Sono riconoscente a lui in quanto è stata la prima persona che ha ritenuto i miei racconti validi e degni di pubblicazione, avvenuta quasi esclusivamente sotto la sua supervisione, come avrete visto nella sezione bibliografia. In uno dei nostri ultimi contatti, mi disse che non era triste e che la sua vita l’aveva vissuta.
Grazie, Gian Filippo, per aver creduto in me. Sit tibi terra levis.
Da pochi giorni è disponibile su Disney+ il film di Ridley Scott “The Last Duel“, storia vera dell’ultimo “duello di Dio” avvenuto in Francia tra due cavalieri di fine ‘300. Il film, costato almeno 150 milioni di dollari, non ne ha incassati nemmeno la metà e ora approda sulla piattaforma di streaming di mamma Disney, che lo ha prodotto.
Ogni appassionato di medioevo che si rispetti, come il sottoscritto, si è naturalmente cimentato nella visione. Ma questo film è davvero così brutto o meritava di più?
Ridley Scott, tra alti e bassi
Il famoso regista inglese non è nuovo a débâcle del genere. Quello che forse è il suo film più acclamato dalla critica – Blade Runner – fu un fiasco al botteghino per diventare poi il film cult cyberpunk per eccellenza. Lo stesso Scott, che già si era cimentato con il medioevo nel discreto Le Crociate – Kingdom of Heaven, per poi franare di nuovo nel dimenticatoio in Robin Hood con Russel Crowe, non era mai riuscito a bissare il successo del suo altro grande film “storico”: Il Gladiatore, che a dispetto delle numerose incongruenze, aveva incantato il pubblico delle generazioni X, Y e pure i baby boomer, via. Scott ci ha sempre abituati al tutto o nulla: o film indimenticabili come Alien, o pellicole da cancellare dagli archivi come Exodus. In quale categoria collocare The Last Duel?
La trama in breve (senza spoiler)
Nella Francia sotto il re Carlo VI, i nobili minori Jean de Carrouges (Matt Damon) e l’amico-nemico Jacques Le Gris (Adam Driver), si contendono castelli e la virtù di una donna (Jodie Comer), moglie del primo. Favorito dal conte Pierre (Ben Affleck), Le Gris cercherà in tutti i modi di sfruttare la sua abilità per prevalere su Carrouges, fino a essere da lui sfidato a duello per una grave accusa: un duello all’ultimo sangue dove Dio avrebbe deciso il colpevole.
Adam Driver e Matt Damon, pronti a suonarsele di santa ragione
Il cupo ma tutto sommato accurato medioevo francese
Nonostante la discutibile palette di colori del film rispetti il solito cliché sul medioevo buio, fangoso e freddo, The Last Duel riesce immediatamente a fare immergere il pubblico nella Francia medievale, con il suo sistema feudale tutt’altro che statico (uno dei protagonisti, infatti, cita in tribunale il suo signore), le sue stranezze (gli ordini minori clericali, i medici “uroscopi”, la riscossione degli affitti) e il ruolo difficile delle nobildonne, costrette a matrimoni dinastici con mariti testosteronici e interessati solo a guerre e prestigio. In questo, Scott ha fatto un ottimo lavoro rendendo subito credibile tutto l’apparato, pur concedendosi grosse imprecisioni – di cui una (il mezzo-elmo che vedrete alla fine) difficilmente scusabile. Tuttavia, il duello finale e le circostanze che portarono ad esso sono molto accurate e traslate ottimamente nel film. Il cast è ben amalgamato e i dialoghi sono sempre funzionali alla trama, con un discreto numero di comparse e costumi convincenti (se eccettuiamo il solito errore di mettere il tartan agli scozzesi, in cui cadde miseramente anche Mel Gibson). Tutt’altro che secondaria l’attenzione al ruolo della donna, laddove Jodie Comer diventa un’eroina dei suoi tempi per aver detto la verità, nonostante a difenderla sia un marito duro e anaffettivo, tormentato dal suo egocentrismo.
Ma allora cosa non funziona?
Nonostante Scott abbia dato la colpa del flop ai millennials che “non fanno altro che guardare il cellulare”, il film ha un grosso problema di dinamismo. Difatti, è raccontato tre volte dai punti di vista dei tre protagonisti, con scene che vengono triplicate con minime e non sempre apprezzabili differenze l’una dall’altra, spingendo la pellicola a 2 ore e 40 di ripetitività e lentezza. Avrebbe giovato fare due unici archi narrativi: quello dei due scudieri con le loro bassezze e quello della povera Marguerite, la protagonista femminile, tagliando 40 minuti buoni di ripetizioni e mantenendo un montaggio più veloce e interessante.
Nel complesso, The Last Duel è un film che non può che essere visto dagli appassionati di storia, mentre l’utente medio difficilmente riuscirà a sopportare la sua lentezza didascalica.
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