Blade Runner 2049: com’è andata?

br2049.jpgEsce in questi giorni Blade Runner 2049, sequel del capolavoro del 1982. Ecco una recensione senza rischio di spoiler (sono in fondo dopo un avviso).

Blade Runner 2049: si doveva fare?

La risposta ovviamente è no. BR2049 non era proprio necessario farlo ma il risultato non è malaccio. Finite le estenuanti 2 ore e mezza di film, a caldo, si esce pensando che poteva andare mooolto peggio. Guardando questo nuovo BR si ha la sensazione che un franchise che era nato per un singolo film (pur con finale aperto) sia stato riesumato a tutti i costi per fini commerciali. C’è da dire che la pellicola è un noir fantascientifico puro: grandi silenzi, grande fotografia, uso degli effetti speciali ragionato, attenzione all’ambientazione più che alla trama.

A parte la fotografia molto d’impatto, BR2049 espande notevolmente il filone narrativo del suo genitore classe anni ’80 senza tradirlo. I telefoni pubblici invece dei cellulari, la pubblicità fastidiosamente presente per strada, l’integrazione con la tecnologia digitale (a malapena emergente negli anni ’80) e che rende il personaggio di Joi il più interessante del film. Non sfocia mai nel “reboot” ma si comporta sempre da vero sequel preferendo innovare che “rilanciare”.

Ha difetti? Certo.

Il film è decisamente troppo lungo: molte le scene sacrificabili. La trama è solo in parte filosofica e più simile all’altro capolavoro fantascientifico: Matrix. Deckard non “serve a molto” ed è infilato a forza dentro. Sulla recitazione di Harrison Ford, ormai egli non sembra più capace di interpretare null’altro che il vecchietto inacidito ma ancora in grado di lottare. In BR2049 si fatica a distinguerlo da Han Solo o Indiana Jones: questo ci fa gridare “largo ai giovani” a pieni polmoni, come quando assistiamo a sforzate interpretazioni di Dustin Hoffman ne “I Medici” o un poco ispirato Robert De Niro da “Stardust” in poi.

Sono tanti i personaggi che potrebbero essere sostituiti senza gran rimpianto: Jared Leto appare poco ed è fin troppo stereotipato, la sua “assistente” Luv non ha il carisma necessario per sostenere il ruolo dell’antagonista. Robin Wright è usata malamente e l’unico personaggio con il quale si riesce a simpatizzare è Joi, la fidanzata di K, fin troppo perfetta (volutamente: se vedrete il film capirete).

Ah già: parliamo di K. Ryan Gosling, l’agente Blade Runner che dà la caccia ai replicanti, è suo malgrado costretto a un “one man show” per tre ore, che egli interpreta strappando la sufficienza, essendo volutamente inespressivo.

La colonna sonora? Il primo capitolo fu indimenticabile per l’apporto di Vangelis. Qui ritroviamo Hans Zimmer e un suo adepto che riprendono le vecchie sonorità e le mixano unendole alle immagini, senza mai creare però un tema “orecchiabile” e che venga ricordato efficacemente. Eppur funziona.

Insomma: BR2049 potrebbe convincervi, se sopporterete la sua lunghezza! Prima di lasciarvi agli spoiler, come sempre potete seguirmi anche sulla pagina Facebook, mandarmi messaggi totalmente anonimi su Sarahah, spedirmi una mail a lorenzofabre.saga@gmail.com o seguirmi anche su Instagram e Twitter.

E adesso un po’ di considerazioni spoilerose da leggere solo DOPO aver visto il film!

ATTENZIONE Spoiler!!!

Quando mi sono seduto in sala, mi sono chiesto se l’effetto sfiga dovuto alla presenza di Harrison Ford avrebbe distrutto questo film com’è avvenuto per Indiana Jones 4 e Star Wars 7. Non è stato così: il ruolo di Deckard è stato poco utile ma “integrativo” alla vicenda e per nulla gettante ombra su quello dell’agente K. L’idea di rendere Rachel un replicante molto speciale perché capace di avere figli ha un suo ottimo perché: abbatte l’ultima delle barriere tra umani e replicanti ed è una innovazione piuttosto originale. Meno quando la vediamo risorta in digitale nel quartier generale di Wallace e Deckard la riconosce per via degli occhi: questa strizzata d’occhio al vecchio BR, un po’ come l’interrogatorio inutile di Gaff, è fin troppo copincollata lì per essere adeguatamente amalgamata al film.

La presenza dei “ribelli” pro-replicanti invece non mi è piaciuta: troppo lasciata in sordina per un nuovo film. Bello il concetto di clima planetario completamente sconvolto: dalla Las Vegas radioattiva alla neve del finale…

E K? La sua malinconia ci accompagna durante tutto il film: vediamo la sua speranza di essere speciale, il suo bisogno di dimostrare a se stesso che è unico, come gli ricorda Joi. Lei è artificiale come lui, in senso diverso, ma pronta a sacrificarsi per aiutarlo. In questo senso è stata davvero ben costruita dalla Wallace Corp: è la fidanzata che vorremmo avere tutti. Sexy, mai invadente a parte piccoli piacevoli colpi di gelosia, comprensiva, complice. Troppo “perfetta” per essere umana.

La delusione quando K scopre di non essere lui il figlio di Deckard è davvero amara. Ma il suo sorriso finale mentre spira (???) sugli scalini, che riprende il sacro monologo di Rutger Hauer, restituisce nobiltà alla sua figura. Invece che lacrime nella pioggia, stavolta è un sorriso nella neve.

Ragazzi, insomma: poteva andare peggio. Insieme a Mad Max, uno dei pochi sequel che vale la pena di vedere.

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