Italiano medio di Maccio Capatonda

Cosa riusciresti a fare con il 2% del tuo cervello? Risponde Maccio Capatonda: faresti l’italiano medio!

La storia di Italiano Medio (IM) e del fake-trailer che lo ha ispirato ormai la sanno anche i sassi. Come i sassi sanno chi è Maccio, l’abruzzese regista e comico autogestito, consacrato dalla Gialappa’s Band come il più geniale creatore di finti trailer italiano.

In soldoni, Giulio Verme (Maccio Capatonda, al secolo Marcello Macchia) è un nerd-ecologista che si sente fuori posto in un mondo dominato dagli “italiani medi”, interessati solo a calcio e reality e non all’ecologia. Un suo amico (Herbert Ballerina, alias Luigi Luciani) lo aiuterà con una pillola magica… non proprio come nel film “Limitless“, di cui IM è quasi parodia.

Ho visto IM venerdì e devo dire che non era nulla di diverso da ciò che mi aspettassi: comicità basso-demenziale (con un goccio di satira), i personaggi dei trailer che ritornano a farci sghignazzare e un paio di trovate veramente azzeccate: eppure IM sembra un po’ una grande occasione mancata.

Sprecato ad esempio il potenziale di alcuni “attori” (virgolette d’obbligo, dato che il potenziale di Maccio Capatonda è sempre stato puntare su attori amatoriali o dalle interpretazioni grottesche): ecco che vediamo un Rupert Sciamenna davvero sottotono e praticamente assenti tutti gli altri (Ivo Avido, Anna Pannocchia ecc.), relegati a ruoli meno che di servizio, mentre il mitico Herbert Ballerina si dimostra il vero coprotagonista, sempre il più comico di tutti, arrivando anche a rubare la scena al grande Maccio.
In questo, le (brave e professionali) attrici Barbara Tabita e Lavinia Longhi, che nel film si contendono l’amore di Giulio Verme, naturalmente risultano un po’ fuori dal coro generale composto da attori “cazzeggiatori”: insomma, stridono perché sono “capaci a recitare”, come se mettessimo la Marchesini sul palco dell’oratorio.

Con Italiano Medio, Maccio Capatronda fa un nostalgico omaggio a sé stesso: eh sì perché il film non è che una contrazione spalmata su due orette di tutto ciò che erano i fake-trailer di Maccio, diventando a sua volta un gigantesco fake-trailer che dopo la prima mezzora perde di efficacia; niente comicità sagace (scordiamocela: neanche gli omaggi a Kubrick possono risollevarla) ma una carrellata di macchiette caricate (e il film non vuole essere altro).

Gli unici tentativi di satira (il “passante di professione” e il potere della stampa, la parodia dei reality e dei calciatori craniolesi) non sono mai condotti a fondo.
Eppure rimane il messaggio finale di come è nata la transizione da nerd impegnato a tamarro medio di Giulio Verme: in qualche misura fa riflettere (poco poco ma qualcosina), ed è un’aspetto con cui abbiamo a che fare giornalmente quando tutti noi, operai o letterati, ci sediamo in poltrona, ci togliamo i panni “regali e curiali”, prendiamo la birra e facciamo “gli italiani medi”.

Maccio Capatonda tuttavia si merita i soldi del biglietto anche soltanto per averci sempre fatto ridere tanto (almeno in passato). Speriamo che sia un ottimo punto di partenza per migliorare, visto l’ottimo successo.

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