Tu lo fai il Phubbing? Probabilmente sì, e non te ne rendi conto.

Io, lo ammetto, ne soffro a tratti. E credo che un buon 70% della popolazione abbia questo problema. Con l’avvento delle novità in campo tecnico/scientifico, questa nuova “malattia” si è diffusa a macchia d’olio tra tutti i cittadini di qualsiasi classe o estrazione sociale, purché incontrino un requisito fondamentale, qualcosa che ormai abbiamo tutti e che sta danneggiando il nostro equilibrio sociale.
Sì: anche tu mi sa che soffri di Phubbing.

Ma che cosa è il Phubbing? Avevo già parlato di come il “selfie” fosse una specie di trionfo della solitudine, ma qui le dimensioni del problema appaiono tutt’altro che rassicuranti. Come vi ho detto tutti ne abbiamo a che fare quotidianamente.

Il Phubbing è l’atto di mancare di rispetto,”snobbare” o comunque trascurare le altre persone per utilizzare il nostro smartphone: appunto “Phone” + “Snubbing” = Phubbing. Questo atto genera, come è ovvio, un grande fastidio nel nostro interlocutore (che spesso si mette a farlo anche lui in risposta), ed è causa di non pochi problemi, anche di coppia. Come ci ricorda Wired riportando uno studio:

“L’indagine dimostra che il 46,3% degli intervistati (campione assai ristretto, 145 persone) ha dichiarato di essere stato “vittima” di simili, sgradevoli trattamenti. Ma le sorprese arrivano da altri risultati: più di un terzo (36,6%) ha riconosciuto che non ricevere la giusta attenzione dal partner, impegnato come se non ci fosse un domani ad adorare il suo Manitou digitale, ha provocato una certa tristezza, almeno in qualche occasione, e il 22,6% ha riconosciuto che sì, quella roba ha scatenato problemi nella relazione.

Numeri a parte, stiamo parlando di un problema reale, se ci pensiamo: ognuno di noi fa questa sgradevole pratica, perché ormai siamo molto più abituati a coltivare i nostri interessi virtualmente che realmente. Whatsapp ha sostituito il caffè assieme o addirittura la telefonata, Facebook e Instagram sono diventati un accozzaglia di foto di piatti che mangiamo o selfie, o nel primo caso nessuno pubblica più nulla ma riporta soltanto post di altri, come se fossimo incapaci di dire la nostra, se non nei commenti caustici alle news.

Se continuiamo, quando saremo ultraottantenni e consumati dalla demenza, l’immagine delle possibili case di riposo del 2050, potrebbe essere questa:

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Le nostre chance sono quelle di prendere parte a corsi, laboratori, palestra ecc. Attività che impongono che il nostro smartphone se ne stia chiuso nello zaino almeno per un’ora. O lanciarci in alcuni giochi “di società” come questo: tutti i partecipanti di una tavolata mettono i loro telefoni in pila al centro del tavolo. Il primo che prende il cellulare prima del tempo, paga da bere a tutti!

Senza arrivare a cose estreme, dovremmo essere più sinceri con noi stessi e gli altri: trovare dei momenti della giornata dove il telefono lo prendiamo in mano solo se suona.
Lo dico per primo a me stesso: è una forma di dipendenza e non è bello dipendere da nulla che sia così superfluo che vedere le foto che Geppo ha pubblicato sul suo gatto che si fa il bidet.

Senza abbandonare ovviamente il piacere di usare il nostro smartphone quando siamo da soli.
Che già lo facciamo abbastanza.

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