Ma l’olio di palma fa male?

 

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Benvenuti nella nuova crociata del 2016. Dopo gli insaccati e le carni rosse, dopo i vaccini, la medicina hameriana e compagnia bella, ecco il nuovo “scandalo” del 2016: la presenza, nel cibo, dell’olio di palma, accusato in queste settimane di provocare cancri, disboscamento e infarti, laddove l’unica cosa che sta realmente causando è un’isteria collettiva che si è rapidamente trasmessa all’industria alimentare. Vediamo di fare un po’ di chiarezza analizzando i dati in nostro possesso e cercando di semplificare il linguaggio per raggiungere più persone possibile.

Che cos’è l’olio di palma?

E’ un olio vegetale alimentare ricco di grassi saturi, normalmente utilizzato per la produzione industriale di cibo e, in alcune culture extraeuropee, anche nella cucina quotidiana. Si estrae da una particolare palma, diversa da quella da cocco, che viene coltivata appositamente. Come ci ricorda AIRC, costa poco ed essendo allo stato semi-solido è particolarmente adatto per confezionare dolci industriali, sostituendo elementi più costosi come il burro.

L’olio di palma fa male alla salute?

Esattamente come per la carne rossa e gli insaccati di qualche post fa, il consumo ECCESSIVO di questo composto è dannoso per la salute per un fondamentale meccanismo: essendo un grasso saturo, aumenta il colesterolo LDL ed è dannoso per il cuore e l’apparato cardiovascolare. ESATTAMENTE come lo sarebbe il consumo eccessivo di burro o altri grassi. Quindi, ci basta limitare il consumo di prodotti a base di olio di palma (che sono quasi sempre dolci e quindi già dannosi, di loro, per la salute) per diminuire il rischio cardiovascolare.
Pertanto, l’olio di palma è dannoso per il cuore come qualsiasi altro grasso saturo quale il burro: il suo consumo va limitato, non eliminato.

E il rischio di cancro? I detrattori citano uno studio che imputa un rischio cancerogeno per l’olio di palma trattato ad alte temperature, ma questi composti cangerogeni sono presenti anche in altri olii (mais, girasole ecc.) attualmente non demonizzati dalle polemiche. Sempre AIRC ci tranquillizza che tali temperature difficilmente si raggiungono nei processi di lavorazione del cibo industriale, che la cancerogenicità è accertata solo “in vitro” (quindi solo in laboratorio, ma non è stata studiata nel vivente) e che ci vorrebbero enormi quantità di olio di palma consumato per rischiare concretamente di ammalarsi. L’unico neo da considerare sarebbe il tempo di esposizione in quanto tali composti vengono consumati fin da quando siamo bambini, ma di questo non abbiamo ancora risposte concrete. Quindi il rischio reale di cancerogenicità è probabilmente basso, e paragonabile ad altre sostanze alimentari che consumiamo senza problemi come l’alcol.

Ma è vero che l’olio di palma danneggia l’agricoltura?

Questa è forse l’unica cosa vera: lo sfruttamento del suolo per produrre questo composto è abbastanza ingente e potrebbe creare problemi agricoli. Però l’industria alimentare, se vuole sostituire questo composto, dovrà coltivare altre piante come il cacao (da cui estrarre il burro) e quindi saremmo da capo: qualcosa va coltivato, che sia la palma da olio o altre piante. La soluzione sarebbe quella di diversificare i grassi saturi da inserire nel cibo, ma questa soluzione deve essere presa industrialmente o a livello governativo.

Mi piace condividere le conclusioni dell’AIRC che riassumono bene tutto:

L’olio di palma non è il grasso più salubre che esista, ma nemmeno il peggiore: prima di bandirlo bisogna verificare con che cosa lo si sostituirebbe. Molti prodotti che mostrano sulla confezione la scritta “senza olio di palma” contengono olio di cocco o burro di cacao, che sono altrettanto nocivi di quello di palma per altri aspetti della salute che non sono legati direttamente allo sviluppo di tumori.

Infine, nel caso dell’olio di palma, bisogna considerare anche l’impatto sull’ambiente e la sostenibilità di questa coltura, confrontata con la sostenibilità delle colture alternative: anche il cocco e il cacao sono considerati a rischio perché per coltivarli le popolazioni locali abbandonano altre produzioni più utili all’alimentazione o più ecologiche.

La strategia più ragionevole, a livello individuale, è quella di variare le proprie fonti alimentari, evitando di abusare di prodotti con olio di palma senza però demonizzarli o indire crociate non sempre sostenute da sufficienti motivazioni scientifiche, soprattutto se si guarda al problema nella sua interezza e non solo nei dettagli.

Condividete, per favore, con i “palma-scettici”. Grazie! 🙂

 

Ma la carne è davvero cancerogena? E cos’è il Cancro Colorettale?

sausage-933720_1920Ecco, ti pareva. Non ho finito una settimana fa di parlare dei vaccini, che subito parte l’emergenza sulle carni cancerogene, notizia che ha fatto saltare di gioia i vegani e precipitare nell’ansia metà della popolazione amante del ragù. Vediamo di fare un po’ di chiarezza con i dati scientifici alla mano, aggiungendo un pizzico della mia esperienza medica.

  • Cos’è il Cancro Colorettale (CCR)?

E’ un tumore che colpisce l’ultimo “metro” dell’intestino, detto “crasso” e composto da colon e retto. Inizia in genere come una lesione detta “polipo” (e non “polpo”: quello ce lo mangiamo con le patate) che cresce in molti anni (10-20) da lesione benigna (e così rimane in buona parte dei casi) fino a vero e proprio cancro. Rappresenta la seconda causa di morte per tumore nelle donne e la terza negli uomini e colpisce in genere dopo i 50 anni di età, salvo casi familiari e giovanili, più rari.

Ma una buona notizia c’è: per fortuna, il Cancro Colorettale è anche uno dei tumori più facilmente isolabili in fase precoce tramite programmi di screening, ad esempio con colonscopia e/o ricerca del sangue occulto fecale. Basta sottoporsi a tali programmi in caso di familiarità o comunque consigliati e proposti ai cittadini con età superiore a 45-50 anni, rivolgendosi ai medici di famiglia o ai gastroenterologi, generalmente.

Anche in termini di sopravvivenza, per fortuna, è uno dei tumori con una discreta probabilità di “spuntarla” (sopravvivenza del 65% a 5 anni dalla diagnosi, 95% se diagnosticato in fase precoce o fase I –> ecco l’importanza dello screening).

  • La carne è cancerogena? Quali carni? Chi lo dice?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO) tramite il suo braccio chiamato IARC che studia i tumori, ha inserito recentemente in questa lista di sostanze cancerogene il consumo alimentare di carni “processate” (consumption of processed meat –  group 1) e di carni “rosse” (consumption of red meat – group 2A).

Le carni processate (insaccati, salsicce, carni in scatola, wurstel ecc.) aumenterebbero, tramite un consumo di almeno 50g al giorno, il rischio di cancro del colon-retto del 18%. Cosa significa? Che se una persona consuma molte carni di questo tipo, avrà una probabilità aumentata di ammalarsi di questo tipo di tumore. Il rischio è basso e ovviamente più se ne assume, più tale rischio aumenta.

Nel gruppo 1, come le carni processate, sono presenti sostanze notoriamente tossiche come il tabacco: questo non significa, e ce lo ricorda IARC stesso, che il rischio di cancro assumendo carni processate sia lo stesso del fumo di sigaretta. Significa soltanto che c’è una correlazione tra cancro e la sostanza interessata, senza riguardo per la potenza della correlazione.

Le carni “rosse” (manzo, agnello e maiale) sono invece nel gruppo 2A: significa che tale affermazione è meno forte: c’è un forte sospetto di rischio di Cancro Colorettale ma non è del tutto dimostrato (e qui si estenderebbe anche a prostata e pancreas). L’aumento di rischio tumorale sarebbe del 17% ogni 100g di carne rossa consumata giornalmente.

Gli apparecchi elettromagnetici come i telefoni cellulari, per dire, sono nel gruppo 2B: anche loro sono possibili cancerogeni, teniamolo bene a mente: forse non tutti mangiamo carne, ma quasi tutti possediamo un cellulare.

  • Quanto rischio di ammalarmi se mangio queste carni?

Per tutti noi, il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto è circa del 5% (fonte). Qui c’è un elenco di fattori di rischio aumentato che ne favoriscono l’insorgenza: età superiore ai 50 anni, fumo di sigaretta, familiarità, malattie intestinali, apporto di grassi alimentari eccessivo ecc.

Allora facciamo due conti:
consumando almeno 50g di insaccati al giorno, il rischio di ammalarsi di Cancro Colorettale aumenta del 18% ma non significa che abbiamo il 18% di probabilità IN ASSOLUTO di sviluppare un cancro ma che il rischio del 5% AUMENTA del 18%.
Quindi il nostro rischio totale potrebbe passare dal 5% a circa il 6%, come ci ricordano i bravi membri di “Italia unita per la Scienza”.

Ergo: l’aumento del rischio appare comunque davvero esiguo.

  • E il pollo? E il pesce?

Lo IARC ci fa sapere che NON sono state studiate le associazioni tra rischio di cancro e questi cibi (questo non vuol dire che non ci siano, badate bene: nessuno si è prefissato di studiarle).

  • Allora cosa devo fare?

Lo scopo dell’analisi dello IARC non è farci diventare tutti vegetariani. Semplicemente ci avvertono di andarci piano con l’alimentazione carnea, cosa che è risaputa da decenni, per non dire secoli (ricordiamoci l’associazione con la gotta, la malattia dei nobili che consumavano larghe quantità di carni, in passato).

Semplicemente, due consigli di buon senso:

  1. Se avete già un rischio aumentato di Cancro Colorettale dovuto ad una malattia (es: poliposi multipla, colite ulcerosa ecc.), alla familiarità (parente prossimo che si è ammalato di cancro, specialmente fratelli, genitori o figli) o al vostro stile di vita (es: fumo di sigaretta), sarebbe una buona idea limitare il consumo di carni rosse e processate, per ridurre questo rischio che avete già.
  2. Se non avete particolari rischi, l’invito è comunque alla MODERAZIONE, non al tassativo divieto.

La carne non è l’amianto dei cibi, anche se a qualcuno farebbe piacere o comodo.

Sulle motivazioni etiche di non mangiarla, la scienza non può pronunciarsi: qui si parla di medicina e non di morale.

My two cents 🙂