Il genovese che si convertì all’Islam (e si beccò pure una canzone)

Cicala.jpg

“Cicala” Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Foreign figthers”, li chiamano con tecnica freddezza. Come quando si parla di tumori e il medico le chiama “neoplasie maligne”.
I fatti di Parigi fanno male, ci fanno sentire impotenti: più che condividere link o accendere candele, noi cittadini comuni non riusciamo a fare. Non abbiamo che le nostre parole da esporre.
E la realtà, poi, supera spesso la finzione. Ho scritto un racconto, ogni tanto ne pubblico qualche capitolo, ispirato dalla storia vera di un genovese che si convertì all’Islam e fece carriera nei ranghi dei giannizzeri, famigerato corpo militare ottomano: Scipione Cicala, che a Istanbul ha ancora un quartiere e un hammam dedicato.

Vent’anni fa, Fabrizio De André cantò in genovese le gesta di Scipione, nella canzone “Sinàn Capudàn Pascià“, bollandolo come un arrampicatore sociale, uno senza valori che sfrutta il vento del momento. Sinàn, che è il nome da convertito all’Islam di Scipione, nella canzone ci dice che lui ha saputo rigirare la frittata della sfortuna a suo favore, e la sua vita non è poi così cambiata: ha solo cambiato chi bestemmiare. E a chi lo chiama rinnegato, risponde che era impossibile comportarsi diversamente.

Scipione era nato a Messina da Vincenzo, corsaro per la Repubblica di Genova e capitano “a contratto” di nobile stirpe. Vincenzo era un opportunista: abbordava navi anche fuori dal suo contratto di corsaro, litigava con tutti coloro che si mettessero sulla sua strada e aveva letteralmente una moglie in ogni porto senza averne mai sposata realmente alcuna. Da una donna mussulmana che catturò e fece convertire al cristianesimo, ebbe Scipione, che lo affiancò nelle sue imprese insieme ad altri fratellastri. Catturato a sua volta dagli ottomani insieme al padre (siamo nel 1500), dopo averli combattuti molte volte, a Scipione fu data la scelta se morire o convertirsi all’Islam. Questo perché il padre poté pagare il suo riscatto, ma non fu così per Scipione; oppure, secondo alcuni, fu proprio l’intercessione del figlio a garantire la salvezza al padre. Scipione divenne giannizzero (una specie di “marine” ottomano, un corpo militare temuto da tutti) e in pochi anni scalò i ranghi imperiali fino a diventare Pascià. E a lui fu affidata la flotta ottomana e il comando di altre truppe, che Scipione usò per combattere i nemici dell’impero ottomano, qualsiasi essi fossero: anche e soprattutto cristiani.

Non vi sembra attuale, con le dovute differenze?

Quando ho concepito il racconto “Caleb Sigà“, ispirato a Scipione e ad un suo ipotetico rapporto col padre, non si parlava ancora dell’ISIS, né del fenomeno dei foreign fighters. Eppure oggi, leggendo e correggendo il racconto per pubblicarne i capitoli a puntate, con sorpresa mista a paura e amarezza ci trovo dei paralleli che a tratti mi spingono a cambiarne la storia, a discostarmi, come se non volessi accettare il momento storico in cui mi trovo. Cerco di capire quel personaggio come cerco di immaginare i sentimenti che poteva trovare un genovese del ‘500 a cambiare religione e cultura e combattere i cristiani. Come cerco di capire cosa spinga oggi alcune persone ad andare ad unirsi a questa guerra che colpisce molto più i civili dei militari (come spesso succede).
Scipione però fu catturato: oggi c’è chi parte di sua sponte.

E mi chiedo, se oggi  Scipione Cicala (o il suo alter ego Caleb Sigà) fosse vivo e catturato al largo della Siria, magari su una petroliera di proprietà della sua famiglia, si convertirebbe? Aspetterebbe di essere salvato? Combatterebbe con loro?

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