De André “romanesco” è quello che ci meritiamo, ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso.

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Finalmente in televisione, dopo un passaggio al cinema, la fiction Rai dedicata a Fabrizio De André, il Principe Libero (da una citazione del pirata S. Bellamy). Il prodotto, apprezzato da tutta Italia, ha suscitato invece ben più di un mugugno nella capitale mondiale della lamentela nonché stessa città di Faber: Genova.

Il motivo del contendere? Luca Marinelli – che ha riportato De André in vita sullo schermo – parlerebbe con un’inflessione romanesca, in aperto contrasto con l’accento sfumatamente ligure del cantautore. La stessa moglie di De André, Dori Ghezzi, ha lodato l’interpretazione di Marinelli invitando tutti a non esagerare con la precisione. Tutta questa polemica è fondata? Approfondiamo.

Marinelli è davvero così terribile?

No. Come tutte le interpretazioni, non è uguale all’originale, ma la prova d’attore è buona; spesso, tuttavia, Marinelli biascica in maniera poco comprensibile (ma queste sono indicazioni di regia) e quando ricorre ai genovesismi (“mussa“, “belinate“), risulta essere il classico “foresto” (i.e. “non-ligure”) che tenta di parlare in genovese. Questa è una lingua difficile, aspra, a tratti affascinante e contemporaneamente sgradevole anche alle orecchie degli stessi autoctoni. Impossibile da padroneggiare senza nascere o vivere per anni in Liguria. Ma diciamoci la verità: poteva andare peggio. Tolto il fastidio di alcuni momenti, la sua interpretazione è quantomeno adeguata, se non buona, anche perché supportato da un cast di livello alto.

Com’è in generale la fiction?

La qualità è discreta, anche se l’intreccio non fa gridare al miracolo: stiamo parlando del biopic di un cantautore, non di un film sparatutto con Vin Diesel o un episodio di GoT. Da segnalare l’ottima prova di Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), che nato a Milano ma avendo studiato allo Stabile genovese, riesce a mascherare (quasi sempre) l’accento meneghino. Una certezza il puntuale Fantastichini e le due donne di Faber (bravina la Radonicich ma ancor di più la Bellé). La colonna sonora ovviamente è di livello celestiale (più di così potete solo chiamare Hans Zimmer) anche se non sempre i brani sono scelti in maniera adeguata allo svolgimento delle scene.

E gli sfondi? Genova antica (con un po’ troppe gru), Boccadasse… la città è indiscussa co-protagonista e omaggiata di continuo. Insomma: a un non-ligure piacerà, perché a noi no?

Perché ci arrabbiamo tanto?

I liguri sono circa 1 milione e seicentomila su 60 milioni di italiani: manco il 3%. L’Italia non si “accorge” di noi: si riconosce in un lampo un siciliano, un toscano, un milanese, un napoletano, un romano. Ma un ligure no. Quando parlo con il mio accento natio e vengo udito da un non-ligure, mi chiedono se sono emiliano, lombardo o piemontese, a meno che io non dica “belin“. Disappointing.

Il ligure pretende di essere riconosciuto al volo, odia il foresto ma vorrebbe essere ammirato da lui, vorrebbe che l’accento fosse la prima cosa in un prodotto che celebra il nostro conterraneo più famoso del ‘900, insieme allo stesso Paolo Villaggio. Non vorrebbe accontentarsi solo di qualche “figgi de bagascia” buttato in un vicolo. Il genovese ama Genova con tutto il cuore, non se ne andrebbe mai, eppure maledice la sua chiusura e i suoi trasporti retrogradi.

Siamo il Molise del nord, noi liguri: per l’Italia esistiamo giusto sulla carta, nemmeno più calcisticamente. E ce la siamo un po’ trovata ma un po’ cercata: col nostro mugugno perenne, la scarsa voglia di innovare, odiati persino da Dante*, ombra della grandezza che fummo da naviganti. Ci siamo alienati dal mondo del cinema, lazio-centrico, e della tv, milano-centrica, senza riuscire mai a tornarvi se non con alcune piccole gemme qua e là (Crozza, Di Ghero e altri comici), che ovviamente non hanno mai trovato adeguate produzioni locali a supporto. Siamo stati notati da registi stranieri (come Winterbottom) ma snobbati dai connazionali. Cosa abbiamo fatto per evitare tutto questo? Abbiamo sostenuto abbastanza l’arte locale?

Le parole di questo articolo, fanno riflettere:

“Solo pochi attori romani si sforzano di recitare nell’idioma del territorio in cui vive il proprio personaggio: Pierfrancesco Favino (perfetto nel sergente veneto di El Alamein, 2002), Elio Germano (pure se il suo Felice Maniero era troppo carico) e Alessio Boni (unico piemontese nella Strada verso casa).
Certo, mi si dirà, nessun attore romano possiede il camaleontismo linguistico di Vittorio Gassman […] E tutti i produttori (di Roma) hanno meno costi e più comodità di scelta nell’arruolare interpreti entro il raccordo anulare. Di solito, alla critica reagiscono un generico «il problema non è la lingua ma far bene il proprio mestiere». E costringono gli sceneggiatori ad inventarsi poliziotti trasferiti per servizio, medici che traslocano per seguire il coniuge, psicologhe che scappano dal marito verso la provincia con i figli adolescenti (tutti con inarrivabile cadenza pariolina). Ora, le fiction ambientate al centro o al nord godono di contributi delle Film Commission regionali. Sicché forse sarebbe meglio che i finanziatori imponessero una «quota attoriale locale». Si valorizzerebbero i talenti autoctoni. E tutti noi spettatori non-romani eviteremmo la secrezione biliare…

In conclusione:

Il pur bravo Marinelli che dice “e allora sc’è un probblèma“, un po’ ce lo meritiamo.
Anzi no, belin: non ce lo meritiamo pe ninte!

Che ne pensate?

— Note —-

  • “Ahi Genovesi, uomini diversi
    d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
    perché non siete voi del mondo spersi?”
    — (Inferno, canto XXXIII)
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Il genovese che si convertì all’Islam (e si beccò pure una canzone)

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“Cicala” Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Foreign figthers”, li chiamano con tecnica freddezza. Come quando si parla di tumori e il medico le chiama “neoplasie maligne”.
I fatti di Parigi fanno male, ci fanno sentire impotenti: più che condividere link o accendere candele, noi cittadini comuni non riusciamo a fare. Non abbiamo che le nostre parole da esporre.
E la realtà, poi, supera spesso la finzione. Ho scritto un racconto, ogni tanto ne pubblico qualche capitolo, ispirato dalla storia vera di un genovese che si convertì all’Islam e fece carriera nei ranghi dei giannizzeri, famigerato corpo militare ottomano: Scipione Cicala, che a Istanbul ha ancora un quartiere e un hammam dedicato.

Vent’anni fa, Fabrizio De André cantò in genovese le gesta di Scipione, nella canzone “Sinàn Capudàn Pascià“, bollandolo come un arrampicatore sociale, uno senza valori che sfrutta il vento del momento. Sinàn, che è il nome da convertito all’Islam di Scipione, nella canzone ci dice che lui ha saputo rigirare la frittata della sfortuna a suo favore, e la sua vita non è poi così cambiata: ha solo cambiato chi bestemmiare. E a chi lo chiama rinnegato, risponde che era impossibile comportarsi diversamente.

Scipione era nato a Messina da Vincenzo, corsaro per la Repubblica di Genova e capitano “a contratto” di nobile stirpe. Vincenzo era un opportunista: abbordava navi anche fuori dal suo contratto di corsaro, litigava con tutti coloro che si mettessero sulla sua strada e aveva letteralmente una moglie in ogni porto senza averne mai sposata realmente alcuna. Da una donna mussulmana che catturò e fece convertire al cristianesimo, ebbe Scipione, che lo affiancò nelle sue imprese insieme ad altri fratellastri. Catturato a sua volta dagli ottomani insieme al padre (siamo nel 1500), dopo averli combattuti molte volte, a Scipione fu data la scelta se morire o convertirsi all’Islam. Questo perché il padre poté pagare il suo riscatto, ma non fu così per Scipione; oppure, secondo alcuni, fu proprio l’intercessione del figlio a garantire la salvezza al padre. Scipione divenne giannizzero (una specie di “marine” ottomano, un corpo militare temuto da tutti) e in pochi anni scalò i ranghi imperiali fino a diventare Pascià. E a lui fu affidata la flotta ottomana e il comando di altre truppe, che Scipione usò per combattere i nemici dell’impero ottomano, qualsiasi essi fossero: anche e soprattutto cristiani.

Non vi sembra attuale, con le dovute differenze?

Quando ho concepito il racconto “Caleb Sigà“, ispirato a Scipione e ad un suo ipotetico rapporto col padre, non si parlava ancora dell’ISIS, né del fenomeno dei foreign fighters. Eppure oggi, leggendo e correggendo il racconto per pubblicarne i capitoli a puntate, con sorpresa mista a paura e amarezza ci trovo dei paralleli che a tratti mi spingono a cambiarne la storia, a discostarmi, come se non volessi accettare il momento storico in cui mi trovo. Cerco di capire quel personaggio come cerco di immaginare i sentimenti che poteva trovare un genovese del ‘500 a cambiare religione e cultura e combattere i cristiani. Come cerco di capire cosa spinga oggi alcune persone ad andare ad unirsi a questa guerra che colpisce molto più i civili dei militari (come spesso succede).
Scipione però fu catturato: oggi c’è chi parte di sua sponte.

E mi chiedo, se oggi  Scipione Cicala (o il suo alter ego Caleb Sigà) fosse vivo e catturato al largo della Siria, magari su una petroliera di proprietà della sua famiglia, si convertirebbe? Aspetterebbe di essere salvato? Combatterebbe con loro?