Torna in scena “Il Letto Ovale”

Carissimi, questa domenica 19 marzo alle ore 20:30 al Teatro Instabile di via Cecchi a Genova, torniamo in scena con “il letto ovale“, commedia brillante di Ray Cooney!
Lo spettacolo è gratuito, nell’allestimento già curato a giugno scorso da Luca Rinaldi, con gli allievi de La Quinta Praticabile, e che ha riscosso un ottimo successo!

Vi aspettiamo numerosi!

I falsi miti delle battaglie medievali

Un’immagine tratta dalla serie Game of Thrones – HBO

Jon Snow sullo schermo potrà anche permetterselo, ma nella realtà Riccardo Cuor di Leone non avrebbe mai potuto. Ogni volta che vediamo trasposta su pellicola una battaglia campale medievale, assistiamo sempre alla solita sfilza di errori storici per esigenze narrative. Vediamo i più comuni.

1. Le uniformi non esistevano

una verde pianura e due masse di soldati rossi contro blu; accurato come una partita di Risiko e autentico come una banconota da 7 euro. Durante il medioevo soltanto gli ordini religiosi come i Templari portavano tutti la stessa uniforme. Il grosso dei soldati dei comuni italiani, ad esempio, doveva provvedere da solo al proprio equipaggiamento. Questo faceva sì che non ci fosse un fante uguale all’altro e che borghesi e nobili avessero un equipaggiamento decisamente migliore dei popolani. I miliziani combattevano in schieramenti compatti e si radunavano sotto gli stendardi, piuttosto che affidarsi a uniformi o a scudi dipinti; questi sì, c’erano ma erano decorati in maniera diversa a seconda della provenienza del soldato e di certo non erano uguali per tutta l’armata. La cavalleria nobile, poi, tendeva ad usare le insegne della propria casata, contribuendo alla diversità.

2. Le cariche da grande distanza erano impossibili

Provate a immaginarvi ricoperti da 30 kg di ferro, correre urlando per cinquecento metri per poi scontrarvi col nemico completamente esausti, tanto da non riuscire manco a sollevare l’arma. Le cariche di fanteria partivano da distanza ravvicinata (100-150 metri) dopo una fase di avvicinamento a passo d’uomo, esattamente come oggi vediamo fare alla Polizia durante i disordini. Ovviamente in caso di cariche di cavalleria, le distanze potevano dilatarsi ma anche i cavalli potevano stancarsi, anche perché erano bardati anch’essi.

3. La battaglia non era un insieme di duelli

L’altro grande classico della finzione bellica è vedere gli schieramenti entrare a contatto e dividersi in tanti piccoli duelli singoli, ad esaltare l’abilità schermistica individuale. Falsissimo. Gli scontri avvenivano quanto più possibile in formazione compatta spalla a spalla e rompere lo schieramento avversario era proprio una strategia per soggiogarlo o mandarlo in fuga! Durante lo scontro, separarsi dai propri compagni era un ottimo modo per essere attaccati di fianco, alle spalle o da più persone, rendendo svantaggioso il duello singolo. Anche nella cosiddetta “mischia” (melee), quindi, si cercava il più possibile di rimanere vicino ai propri compagni.

4.Nessuno indossava mantelli

Un ottimo modo per farsi strattonare dal nemico o inciampare, il mantello era un indumento da viaggio ingombrante e non trovava spazio di certo in una battaglia. No: neanche tra i cavalieri. Inoltre le battaglie venivano spesso combattute tra primavera e autunno: d’inverno gli eserciti tendevano a non spostarsi per via della scarsità di approvvigionamento e le difficoltà climatiche (non c’erano di certo strade asfaltate, e anche quelle lastricate in grande stile dagli antichi romani non erano più mantenute efficienti come prima), rendendo il mantello poco utile.

5. Il comandante che urla gli ordini

“Arcieri: scoccate!” grida il generale. E duemila arcieri eseguono all’unisono, manco lo avesse urlato Pavarotti. Gli ordini venivano emanati con l’uso di ampi gesti, bandiere o strumenti musicali quali i tamburi: urlare in una pianura affollata da 20.000 persone non era un metodo efficiente per farsi udire. Se l’unità era distante, poi, gli ordini venivano veicolati da staffette (che rappresentavano un gustoso bersaglio). Questo avvenne fino alla Prima Guerra Mondiale dove iniziò ad essere utilizzato anche il telefono, che poi lasciò spazio alla radio.

6. I cadaveri abbandonati sulla pianura

In un’epoca di superstizione religiosa come il medioevo, abbandonare i corpi senza sepoltura cristiana era visto come peccaminoso. I cadaveri venivano spogliati di ogni cosa utile e seppelliti in fosse comuni (talvolta bruciati, specie nelle culture pagane). Soltanto i corpi dei nobili potevano sperare di tornare al luogo d’origine, ma spesso venivano sepolti in monasteri vicini al luogo dello scontro. Nel caso dei re, il loro corpo veniva spesso eviscerato o bollito per conservarne organi e ossa da mettere in appositi reliquiari o seppelliti in luoghi diversi: il cuore qui, il corpo là. Diverso il fato dei nemici di fede religiosa avversa: durante le crociate, da ambo le parti, si possono riscontrare episodi brutali come decapitazioni di massa e massacri di civili.

7. Il “caricone” folle dritto sui lancieri

Classificabile come “suicidio assistito”, andare alla carica su un gruppo di lance abbassate significava organizzare un grosso barbecue a base di spiedini umani ed equestri. I lancieri storicamente venivano attaccati dai fianchi o da dietro, qualora essi non fossero protetti da altre unità. Erano infatti una vera e propria nemesi della cavalleria, e insieme alla polvere da sparo ne contribuirono al declino nel ‘500. Durante il rinascimento esistevano soldati appiedati armati di speciali spadoni, il cui compito era proprio di intrufolarsi tra le lance per troncarle (senza assicurazione ma con paga doppia).

E ce ne sarebbero molte altre, come il fatto che i Vichinghi non indossavano elmi cornuti e che essi sono un’invenzione ottocentesca per rappresentarli in maniera pittoresca a teatro, che gli spadoni a due mani sono sempre impugnati male (anche nella foto) in quanto la mano sinistra stava sul pomo e non immediatamente sotto la destra, in modo da gestire meglio la “leva” della spada, che le armature di piastre dei film proteggano poco o niente dai colpi di taglio, quando fu proprio la loro funzione principale, ecc.

Ma tant’è, ormai siamo abituati così.

Ma se ghe pensu… in inglese!

Qualcuno, prima o poi, doveva farlo ed è stato un bene che sia stata Francess. A cosa mi riferisco? All’adattamento in inglese dell’inno genovese “Ma se ghe pensu“, che qui vediamo interpretato magistralmente dalla talentuosa cantante italo-americana. La stessa ha anche curato la traduzione – davvero non facile – riuscendo a dare un tocco personale senza snaturare il testo o comunque rispettando il senso originale.

If I think home diventa, da inno genovese, un canto per tutti gli emigranti e gli emigrati, chesono accomunati proprio dal dovere imparare un’altra lingua, spesso quella inglese.

Nei commenti al video potete anche vedere la “benedizione” del pronipote di Mario Cappello, che la cantò in origine. Molto presso, vedremo anche una versione accompagnata dall’orchestra del Carlo Felice di Genova!

Grazie Francess!

Operazione nostalgia: in corso!

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Torna il Nokia 3310 – da http://www.nokia.com

Sì dice che quando ci sono poche idee, è il momento di ritirare fuori quelle vecchie per migliorarle o riproporle.

Stiamo assistendo a una profonda operazione nostalgia, da qualche tempo. Nintendo rilancia il NES e allora SEGA gli va dietro con il Megadrive; una delle serie più viste di Netflix è Stranger Things, un omaggio puro agli anni ’80 con tanto di Winona Ryder. Per non parlare dei jeans a vita alta che ora vengono sfoggiati dalle ragazzine come 30 anni fa e dei numerosi reboot cinematografici.

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NES classic mini – da http://www.nintendo.com

La novità del momento è Nokia che decide di rilanciare il 3310 in un momento in cui lo smartphone è diventato un’appendice del nostro braccio, un accessorio che se dimentichiamo a casa dobbiamo assolutamente tornare indietro a riprenderlo, decidendo per altro di non dotarlo di connettività o app particolari. Cosa che lo rende ciò che era in origine: un phone senza smart.

Questo processo è, a mio modo di vedere, dovuto al fatto che la generazione nata negli anni ’70, ormai ultraquarantenne, sta iniziando a entrare nella sindrome di mezza età.

Perché stiamo attraversando questa fase? La risposta è forse da cercare nel pessimismo cosmico che è partito giusto dall’11 settembre 2001, anno in cui abbiamo capito quanto la nostra sicurezza economica (e non) sia in realtà effimera. Allora torniamo ai beati anni ’80 e ’90, dove la minaccia era giusto quella sovietica, più virtuale che reale. E di certo non vicina alle nostre piazze, oggi minacciate da camion guidati da squilibrati assassini. La corruzione politica c’era ma prima del fatidico 1992 non era stata così esposta come una ferita in cancrena. Insomma vivevamo tutti in una sorta di Truman Show dove tutto sembrava bello e il marcio riusciva a restare sottoterra per decenni. Forse perché non c’era internet.

Insomma, nel cervello di chi ora occupa posizioni di potere economico (Il grosso dei CEO ora ha 40-50 anni) c’è forte volontà di tornare nella zona di comfort dell’infanzia, dove apparentemente si stava meglio ma se avevi un cancro o l’HIV morivi nel 90% dei casi. Mentre ora no. Ma a parte i progressi medici forse il resto non era così necessario per sopravvivere.

Questo forse rallenterà l’evoluzione? O magari qualcuno prenderà il buono del passato per fare un balzo verso il futuro? Una cosa è certa: 50 euro per giocare a Snake mi sembrano un po’ tanti.

Una palma non fa primavera

clouds-1846124_640Brutta annata per le palme: prima l’olio e ora le bruciano.

Questa è una storia torbida fatta di populismo e ignoranza reciproca. Avrete letto del balzano tentativo milanese di installare un boschetto di palme in Piazza Duomo e dell’incendio doloso che ne ha danneggiate alcune. Tutto preceduto da manifestazioni destrorse che accostano la palma all’Africa e quindi ad un prodotto straniero da respingere. Ad una scelta estetica discutibile (che c’entrano le palme con la famosa piazza meneghina?) si è risposto con una boiata strumentalizzata al 200%. Ma la terza scelta discutibile è quella di ignorare questi segnali di sconforto in nome del buonismo e del quieto vivere.

Le destre xenofobe fanno man bassa di consensi da tempo. Da quando c’è l’ISIS, i migliori Le Pen, Trump, Salvini e compagni battono cassa tra i leoni da tastiera europei: si riparla di pulizia etnica, di affondare i barconi. A favorire la questione c’è l’incapacità europea di gestire il problema migranti, vera benzina sul fuoco e carburante per  l’incremento dei saluti romani.

Accostare una palma ad una sedicente africanizzazione è una stupidaggine bella e buona: a Genova si dovrebbe quindi bruciare Corso Italia, il Porto Antico o il viale che porta alla stazione di Nervi, seguendo questo principio. Ma se diverse persone ci sono cascate, o hanno voluto cascarci, significa che queste voci esasperate le abbiamo ignorate per troppo tempo.

Facendo un giro per i quartieri del centro storico e del ponente genovese, i residenti si sentono schiacciati dalla presenza straniera, dal degrado che in molti casi ha portato l’afflusso di persone senza abilità particolari e prospettive di lavoro (ergo -> o delinqui o fai il questuante), dai suoi usi e costumi mai digeriti. Ma i cittadini sono davvero tutti schierati contro gli stranieri? Come dice il titolo, di certo non è così e molti hanno condannato il gesto di bruciare le palme.

La massa è ignorante e facilmente influenzabile: sono secoli che accade. Per sua natura tende a vedere il problema sotto il naso e ignorare quello profondo che non vede o che non tocca direttamente. Solidarizza solo a parole con gli esseri meno fortunati ma prima vuole che tutto sia in ordine vicino a casa propria (“not in my backyard”). E’ completamente sbagliato? Non saprei, ma di certo è umano.

Le famose ultradestre riescono a fare proselitismo laddove i governi più democratici deficitano in meccanismi d’azione efficaci, per non perdere il consenso dell’elettorato di sinistra o ultracattolico, per non andare contro le Nazioni Unite o per semplice mancanza di mezzi. Raramente, ritengo, perché reputano l’assistenza umanitaria un valore fondamentale.

E’ giusto ospitare profughi in fuga dalla guerra? Certamente sì. E’ giusto finanziare in maniera diretta o indiretta tali guerre? Certamente no. E’ giusto ospitare anche profughi non provenienti da zone di conflitto? Probabilmente no, a meno che non serva manodopera. Aiutarli a casa loro? Giustissimo, ma allora non aiutiamoli a combattersi tra tribù, non trivelliamo le loro terre tenendo tutto il prodotto per noi e forniamogli mezzi adeguati per evolvere. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e questi sono i prodotti che in parte anche noi abbiamo seminato.

D’altro canto se il grosso delle persone non vuole più sentire che esiste un problema immigrati, è giusto ignorare questa voce affermando che “non c’è soluzione pratica”? Finché la xenofobia spicciola potrà essere sfruttata e strumentalizzata, aspettiamoci altre palme in fiamme e la mancanza di risoluzioni decise è la benzina ideale.

HEMA Ianua: il mio primo torneo di scherma storica a Genova

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HEMA Ianua 2017 Torneo Beginners Spada Lunga – Foto di Gianni Tognon

Qualche settimana fa si è svolto il mio primo torneo HEMA: Historical European Martial
Arts, dedicato in questo caso alla Scherma Storica, nella disciplina Spada a due mani (sono quell’omone a sinistra della foto).

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HEMA Ianua 2017 – medaglia d’argento Longsword Beginners

Conquistare una medaglia d’argento in una disciplina sportiva dopo i trent’anni è un’emozione immensa. Devo ringraziare il maestro Aaron Beltrami per tutti i preziosi insegnamenti e fare ancora i complimenti ad Aldo Deambrogio per la bella vittoria nella finale beginners.

Ho già parlato in precedenza della scherma storica in questo post precedente. E’ una disciplina agonistica che può essere praticata anche dopo i trent’anni, sebbene sia consigliata in età giovane adulta, e che può dare grandi soddisfazioni. Diversamente dalla scherma moderna, si usano le armi medievali e rinascimentali usando protezioni sportive ben più resistenti di quelle da scherma moderna.

Se volete saperne di più, il TG3 della Liguria ha realizzato un servizio ben fatto sull’evento HEMA Ianua del gennaio scorso. Ecco il contributo video e non dimenticate di visitare anche il sito ufficiale Scherma Storica Genova!

HEMA Ianua: per due giorni, Genova ospita l’acciaio della Scherma Medievale

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Dopo l’edizione “pilota” avvenuta l’anno scorso nell’ambito dei Fight Games, sabato 28 e domenica 29 gennaio 2017 presso il PalaOregina di Genova, ci sarà la prima edizione di “HEMA Ianua“: seminari e tornei di Scherma Storica.

Pochi sanno che la Scherma Storica è una disciplina marziale agonistica che sta prendendo piede tra gli sportivi “in nero” (per distinguerli da quelli vestiti di bianco della Scherma Moderna). Essi, con protezioni adeguate, si cimentano con le armi della tradizione schermistica medievale/rinascimentale: la spada a una mano con o senza “brocchiere” (un piccolo scudo), la “longsword” a due mani o le le armi più tardive come la “striscia” o “rapier”, rese celebri dai moschettieri. “HEMA” sta infatti per “Historical European Martial Arts“, un insieme di discipline marziali che provengono dall’Europa piuttosto che le classiche arti marziali asiatiche come il Kung Fu o il Kendo.

Ma come funziona? Esattamente come nella scherma moderna, lo scopo dello schermidore storico è “colpire l’avversario senza essere colpito“, pur con un regolamento diverso: è possibile muoversi liberamente nel quadrato (senza la pedana moderna), si possono usare alcune tecniche di lotta corpo a corpo (disarmare ecc.) e il segmento colpito vale differenti punti (es: testa 3, arti 1). Arbitro e giudici decidono l’esito dell’incontro, mancando tute elettrificate capaci di segnare automaticamente il punto.
Se pensate che non sia “uno sport per signorine”, HEMA Ianua ospiterà anche un torneo femminile! 😉

L’evento HEMA Ianua è il primo torneo di Scherma Storica organizzato a Genova dalla scuola “Scherma Storica Genova” e comprende seminari e tornei. E’ un occasione per conoscere questo sport agonistico ancora poco conosciuto e magari incontrare i futuri insegnanti.

Ecco un assaggio del programma; la partecipazione per il pubblico è gratuita (oltre che gradita):


Luogo: PalaOregina (ex ISEF) – Passo Costanzi, 4, Genova (adiacente all’Ostello della gioventù)

Sabato 28 Gennai0
– 09:30 Lignitzer workshop (da spada e brocchiere alla spada lunga)
– 11:00 Scherma di bastone italiana – workshop
– 13:00 Pausa pranzo
– 14:00 Spada e brocchiere – workshop
– 16:00 Spada e brocchiere – Torneo “open”

Domenica 29 Gennaio
– 10:00 Torneo Longsword beginners
– 11:30  Torneo Longsword femminile
– 13:00 Pausa pranzo
– 14:00 Torneo Longsword maschile “open”


Maggiori informazioni sulla pagina ufficiale dell’evento: https://www.facebook.com/events/1247080645313271/

Vi aspettiamo! 🙂

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Foto di “Pro Ianua – Torneo HEMA”, la precedente edizione avvenuta ai Fight Games 2016.

Facebook tra qualche anno? Ecco da chi sarà frequentato

Perdonatemi un po’ il click-baiting iniziale ma… Qualche tempo fa, imbarcatomi in un bellissimo corso di recitazione teatrale dall’età media decisamente meno stagionata dei miei mid-thirties, notavo quanto la fascia di età compresa tra i 16 e i 25 anni fosse incredibilmente sparita dai social.

Entrai su Facebook nel 2007, ai tempi della fine dell’università. In un paio d’anno diventò difficile trovare qualcuno che non avesse un account. Spammavamo foto delle nostre serate, giochi, video delle vacanze.

Poi, il deserto.

Oggi non facciamo che condividere post fatti da pagine specializzate come “Commenti Memorabili“, “Sii come Bill” o “Tua madre è leggenda“, senza quasi più condividere nulla di nostro.
Dieci anni dopo la sua diffusione planetaria, basta farsi un giro per qualsiasi pagina FB pubblica per trovare commenti di quaranta-cinquantenni incazzati verso il mondo, complottisti, condivisori di bufale, casi umani grammaticali e “webeti” in genere.

Pensavo fosse solo una mia erronea percezione e invece vedo che i sondaggi iniziano a confermare la mia ipotesi:

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(FONTE: http://vincos.it/2014/01/27/i-10-anni-di-facebook-visti-italia-statistiche-social-network/)

Questo veniva scritto nel 2013, e la tendenza non è affatto invertita: allora Facebook tra qualche anno sarà frequentato da haters cinquantenni e disertato dai giovani, che lo stanno soppiantando per WhatsApp o Snapchat?

Eppure, se guardiamo i sondaggi più recenti, forse un po’ di ricambio generazionale c’è:

https://www.insidemarketing.it/italiani-social-network-si-dividono-le-varie-piattaforme/

Siamo  dunque condannati a vedere il nostro social preferito cadere in mano dei “buongiornissimi kafèèèè” o alla caterva di post con frasi banali sulle “perzone falze”?  E’ probabile, ma perché anche noi invecchiamo e tendiamo a sostare nel cerchio di conoscenze della nostra generazione, frequentando meno i luoghi di aggregazione virtuali dei giovani.

Come è probabile che il web, come tutti i non-luoghi, evolverà, crescerà, diverrà un’altra cosa.
E a quel punto la tecnologia ci farà di nuovo drizzare i capelli come quando ci fu chiesto per la prima volta di inserire nome e cognome VERI su Facebook e tutti ci spaventammo: ricordate? Fino a persuaderci a consegnare a Mark e co. i nostri più torbidi segreti, in cambio di una manciata di like.

Che ne pensate?

A presto!