Premio Italia 2017: “Continuum Hopper” tra i finalisti

L’antologia “Continuum Hopper”, che contiene anche il mio racconto “La pillola”, è finalista al Premio Italia 2017!!!

Ecco la lista dei finalisti:

http://www.fantascienza.com/22366/premio-italia-2017-tutti-i-finalisti

Black Sails è finita: valeva la pena vedere questa serie? (NO SPOILER)

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Una scena di Black Sails – STARZ

Tranquilli: niente spoiler.

Appassionati di pirateria (quella dei Caraibi) di tutto il mondo: è finita. L’unica serie degna di aver trattato questo tema e prequel de “L’isola del tesoro” di Stevenson, è giunta ieri alla sua conclusione dopo 4 stagioni dalla qualità crescente, picco raggiunto con una magnifica stagione 3. Vediamo di capire se è valsa la pena di vedere questa serie o meno:

Che cos’è Black Sails?

Black Sails esplora la storia della “Repubblica dei Pirati” di Nassau, all’inizio del 1700 e mescola le vicende di veri pirati come Charles Vane o Barbanera, con i personaggi del capolavoro letterario di Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, considerato forse il più celebre romanzo d’avventura per ragazzi e di cui la serie costituisce il prequel. Le quattro stagioni, infatti, sono incentrate su come il Capitano Flint ha messo le mani sul famoso tesoro e come è giunto a nasconderlo sulla famigerata isola.

Black Sails non è piaciuta proprio a tutti (a me sì) e di certo non è arrivata minimamente a scalfire colossi come Game of Thrones, The Walking Dead o Breaking Bad.
Eppure il piccolo miracolo di Michael Bay (inspiegabilmente senza esplosioni) è riuscito a raccontare un’epopea storica snobbata da molti oppure resa grottescamente fantasy dalla Disney con la saga di Jack Sparrow. La serie, la cui ultima puntata è andata in onda ieri negli USA  si conclude dopo un crescendo (NB: non si sa ancora quando sarà trasmessa, doppiata, in Italia; dovrebbe andare in onda su Netflix).

Le quattro stagioni… suonate con le sciabole

Tranquilli nuovamente: niente spoiler.

Nella prima stagione abbiamo visto delinearsi i personaggi, cercando nel bene o nel male di capire quali fossero i buoni e quali i cattivi. Come in ogni buona storia di pirati non ci sono personaggi senza macchia: ognuno è spinto da obiettivi che lo porranno, presto o tardi, a tradire una persona, un ideale, a uccidere innocenti o semplicemente ad asfaltare di botte tutti coloro che si metteranno sulla sua strada. Long John Silver, assieme a Flint, sono i due protagonisti indiscussi, pur nel tentativo di far emergere anche forti personaggi femminili, alcuni realmente esistiti come Anne Bonney, una celebre piratessa donna.

Nella seconda stagione i rapporti diventano fitti e confusionari, con ampi riferimenti alla omo-bisessualità che, pare, non fosse un tabù così ristretto tra pirati e marinai in genere: almeno tre personaggi, infatti, non disdegnano la compagnia di uomini o donne mentre uno è dichiaratamente omossessuale. Anche la componente inter-razziale è stressata.

La terza stagione, la più bella, vede un incremento delle scene d’azione e di massa: battaglie navali o terrestri, nonché l’inasprirsi della lotta sopra il famoso tesoro che sarà al centro del romanzo. La stagione è nettamente la migliore delle quattro: i dialoghi sono ridotti all’essenziale per lo svolgimento della storia, anche se brillanti, mentre l’azione e i cambi di schieramento arrivano a sorprendere l’audience.

La quarta stagione va più in direzione lineare: dopo un primo episodio a dir poco spettacolare, iniziano con molta lentezza a chiudersi tutti i conti tra i contendenti anche se il finale, pur molto a sorpresa, è un po’ da telenovela e non soddisfa appieno il palato.

Perché guardarla

  • Se amate l’epoca dei pirati o le atmosfere caraibiche, è un must
  • Ottima idea di fare il prequel di un famosissimo romanzo
  • Buon mix di eventi storici e inventati, che si amalgamano in maniera credibile
  • Spade, pistole, cannoni e amori “tutti contro tutti” (se la cosa non vi disturba)
  • Personaggi femminili “forti” anche se si muovono in un contesto ancora molto maschile

Perché non guardarla

  • Decolla molto lentamente: la prima stagione è una transizione non sempre piacevole verso le altre, nettamente migliori
  • Nelle ultime stagioni la storia è un po’ tirata per le lunghe, con molti dialoghi a chiarificare quello che era un po’ già chiaro a tutti (effetto The Walking Dead ultime stagioni); poteva anche finire prima.
  • I rapporti forzatamente omo-bierotici a volte sono un po’ buttati lì e “mercificati” per ostentare la liberalità dei pirati.
  • Carenza di scene d’azione degne nella prima stagione (limiti di budget? Ed effetto Game of Thrones stagione 1…)

Quanto devo aver paura della meningite?

Una domanda che in questi mesi affolla l’Italia (e che ora sta venendo sostituita dal Morbillo), dovuta a quella che viene identificata da alcuni come un’epidemia (sempre che sia così) di “meningite”. Essa è la malattia che è dovuta all’infiammazione delle meningi, una serie di guaine che avvolgono il nostro cervello e in generale il nostro sistema nervoso centrale, tenendolo isolato dal resto del corpo.

In questo post mi occuperò solo della meningite da meningococco. Facciamo chiarezza provando ad essere semplici:

Che cosa causa la meningite e perché è pericolosa?

Da brava infiammazione, essa può essere causata da virus, batteri (spesso), funghi oppure sostanze chimiche. Per antonomasia, quando in questi mesi si parla di meningite si intende soprattutto quella da “meningococco“, un batterio dal nome scientifico di Neisseria Meningitidis, presente nelle vie aree superiori (naso, faringe) di moltissimi individui e che in alcuni soggetti prolifera causando una “meningite batterica”; più spesso lo “pneumococco” ovvero Straeptococcus Pneumoniae, il batterio che più di frequente causa la polmonite, è implicato anch’egli mentre particolarmente temuta è quella da Haemophilus, nel bambino.

La meningite è pericolosa perché le guaine sono a contatto con il cervello e quindi un danno ad esse rapidamente si estende al nostro prezioso organo, se non trattato. Quando questo avviene, la meningite risponde peggio alla terapia e in molti casi può portare alla morte o a danni permanenti. Per questo è importante agire presto e proteggersi col vaccino, quando possibile.

Come posso difendermi dalla meningite e capire se sono a rischio?

Se si è sani ed adulti, non è possibile identificare un vero e proprio soggetto a rischio, ma esistono soggetti comunque “fragili” (immunodepressi, anziani, bambini, adolescenti e lattanti) che sono più a rischio di altri. Coloro che lavorano o studiano in comunità chiuse (scuole, stazioni, locali ecc.) sono più esposti al contatto con altre persone e quindi maggiormente a rischio. Questo perché la meningite si passa per via aerea o comunque entrando in contatto con goccioline espulse da bocca e naso parlando, respirando o con uno starnuto, esattamente come per l’influenza.

La malattia interessa soprattutto i giovani, perché:

  • non hanno ancora un sistema immunitario pienamente sviluppato (spec. infanti e lattanti)
  • non possono essere vaccinati quando troppo giovani
  • sono in età scolare e/o frequentano locali chiusi più spesso degli adulti (es. scuola)
  • per la giovane età, magari non sono ancora entrati in contatto con il batterio in questione e non hanno sviluppato una risposta immunitaria contro lo stesso.

Più passa il tempo più è facile che noi abbiamo incontrato il meningococco (senza mai essercene accorti o avendo fatto un banale mal di gola). Magari lo ospitiamo senza saperlo nelle nostre vie aeree dove vive tranquillo, senza provocare danni, perché “circondato” da altri batteri o funghi che condividono con lui le risorse disponibili. E anche perché il nostro sistema immunitario ha imparato a tenerlo a bada; pertanto questi fattori gli impediscono di proliferare facilmente in noi, ma non è detto che, trasmettendolo agli altri, non possiamo causare danno al prossimo senza volerlo.

Questo è il principio per cui il vaccino non è solo un gesto protettivo per noi, ma anche per gli altri: difendersi dalla meningite batterica è infatti possibile fin dall’infanzia con un vaccino sicuro e ben tollerato (ma come tutti i vaccini, vi possono essere rari effetti collaterali). Il vaccino non garantisce un’efficacia del 100%, ma aiuta a non ammalarsi o, in caso di malattia, a minimizzarne gli effetti dannosi.

Occorre chiarire che esistono diverse varianti (“stipiti”) di meningococco e pertanto vi sono 3 vaccini diversi (cito il sito della ASL3 Genovese):

  • il vaccino coniugato tipo C offerto a tutti nel 2° anno di vita
  • il vaccino coniugato A, C, Y e W135 offerto a tutti gli adolescenti
  • il vaccino contro il meningococco tipo B che, in Liguria, viene offerto a tutti i nuovi nati, a partire dalla coorte di nascita 2015.

Per ovvie ragioni, sarebbe opportuno che TUTTE queste categorie si vaccinino quando è il momento. L’adulto ovviamente può vaccinarsi a sue spese, ed è consigliato farlo qualora vi sia un consistente rischio (vedi ultimo paragrafo).

 Come faccio a capire se ho la meningite? E cosa faccio se lo sospetto?

Dopo 2-12 giorni dall’entrata in contatto col batterio può iniziare la fase sintomatica. Non è facile capirlo: dal momento che i sintomi sono poco specifici, la meningite è difficilmente diagnosticabile nella fase iniziale perché ricorda una “brutta influenza” e non c’è modo di distinguerle.

Spesso all’inizio vi sono mal di testa e febbre molto alta. Successivamente il quadro si aggrava rapidamente con possibili nausea, vomito, dolori muscoloscheletrici, irrigidimento del collo (rigor nucalis), avversione alla luce (fotofobia), comparsa di macchie rosse sulla pelle e manifestazioni simil-epilettiche come convulsioni o sopore fino alla perdita di conoscenza. E non è detto che tutto questo si verifichi, a complicare tutto.

Se si sospetta fortemente di essere a rischio, è meglio recarsi subito al Pronto Soccorso o comunque da un medico. In caso di diagnosi positiva, è opportuno segnalare ai medici le persone che sono entrate in contatto con il malato nei giorni/ore precedenti perché vengano esaminate anch’esse ed eventualmente sottoposte a “chemioprofilassi” con antibiotici perché non sviluppino la malattia.

La terapia, in cui non ci addentriamo, prevede il ricovero, antibiotici e terapie di supporto.

Esiste un’epidemia in Italia, nel 2017?

In Italia non c’è un’epidemia, ma l’infezione è in aumento. L’attenzione della stampa può ovviamente esaltare l’allarme perché “fa notizia” ma va detto che esiste un “allerta” solo in Toscana dove si sono riscontrati più casi da meningococco C del normale, dal 2015. Per questo la regione Toscana, giustamente, si è messa a vaccinare anche altre fasce di popolazione. Questa campagna è prorogata fino a giugno 2017, come si legge qui: http://www.regione.toscana.it/-/campagna-contro-il-meningococco-c

Ma nelle altre regioni?

Se guardiamo i dati, scopriamo come sia molto improbabile essere infettati dalla meningite, esclusa la zona in allerta; cito e riassumo dati dall’ottimo sito di “Epicentro“, epidemiologia per la Sanità:

Nel 2015 in Italia (circa 60 milioni di abitanti) sono stati segnalati 196 casi di malattia da meningococco, (0,32 casi per 100.000 abitanti); l’incidenza è in aumento (0,23 nel 2012, 0,29 nel 2013 e 0,27 nel 2014).

Intanto, scopriamo che vivendo in Italia nel 2015, avremmo avuto circa 1 possibilità su 300.000 di ammalarci di meningite da meningococco, tanto per capire quanto in generale la malattia sia rara.

L’incidenza della malattia da meningococco è maggiore in particolare nel primo anno di vita e si mantiene elevata fino alla fascia 15-24 anni e diminuisce dai 25 anni in su.

E chi si reca in Toscana? cito il sito di prima:

Per chi si reca in Toscana. Il Ministero della Salute non ritiene necessario fornire specifiche raccomandazioni a coloro che si recano in Toscana, nelle aree maggiormente interessate dai casi di Meningococco C (Azienda Usl Toscana Centro), per viaggi di lavoro o soggiorni turistici.
E’ quanto testualmente stabilito dalla circolare n. 5783 del 1 marzo 2016 e dal comunicato stampa del 4 marzo 2016, entrambi dello stesso Ministero della Salute.

Per cui, la vaccinazione fuori dalle fasce di età giovanili o nei soggetti più fragili, non è consigliata (non è vietata, ovviamente, ma non c’è un’indicazione). A tal proposito, per i liguri vi propongo di leggere le indicazioni della regione:

http://www.regione.liguria.it/regione-liguria/ente/giunta/item/14563-meningite-influenza-2017.html

In conclusione, tolti i problemi in Toscana (che ci auguriamo si risolvano presto), è consigliata la vaccinazione ai giovani e soggetti a rischio, e non c’è un concreto ed aumentato rischio per gli altri italiani.

A presto!

Ma se mi pungo con un chiodo arrugginito, rischio il tetano?

Prima o poi ogni medico o studente di medicina dovrà rispondere a questa domanda, quando vedrà qualcuno corrergli incontro mentre si tiene la mano. Vediamo qual è la riposta migliore, cercando di usare un linguaggio semplice.

Che cos’è il tetano?

Si tratta dell’infezione sintomatica da un batterio chiamato Clostridium Tetani, che vive nell’intestino degli animali (e degli umani), nella polvere e sul terreno in generale. La sua caratteristica è quella di formare delle spore piuttosto durature e resistenti (anche a 20 minuti di bollitura): se tali spore entrano in contatto con l’uomo tramite ferita, in assenza di ossigeno (la ferita deve essere sufficientemente sporca e/o profonda) il batterio può proliferare e causare la malattia.

Perché il tetano è così grave?

Del tetano è pericolosa la tossina che il batterio produce, che è una delle più letali in natura. Dopo 2-14 giorni dalla ferita, si può sviluppare l’infezione in fase sintomatica che causa una paralisi di alcuni o tutti i muscoli detta “paralisi spastica” in quanto la tossina attacca i neuroni che intervengono nel rilassamento dei muscoli: questi ultimi diventano completamente contratti (partendo vicino alla ferita ma più spesso a partenza dalla mandibola, nella forma generalizzata) e poi si associano le manifestazioni tipiche delle infezioni, come la febbre. Questo può portare a gravissimi danni e anche alla morte in caso di coinvolgimento dei muscoli respiratori. Purtroppo, una volta che la tossina ha fatto effetto, non c’è un “antidoto” e bisogna aspettare che il neurone infettato guarisca da solo, con tempistiche lunghe.

Come faccio a capire se la mia ferita è a rischio?

Ogni ferita profonda (diciamo almeno un millimetro) e/o contaminata da sporcizia, polvere, sabbia, terreno, feci e quant’altro, è a rischio di tetano. In sé per sé la ruggine non c’entra nulla. Le ferite più pericolose, per loro natura, sono quelle da perforazione (ad esempio da punteruolo, filo spinato, spine di pianta, chiodi o schegge) perché creano una ferita profonda la cui parte superficiale si “richiude” presto, dando al batterio un ambiente privo di ossigeno dove proliferare. Anche l’uso di droghe da iniettare, ustioni o ascessi mal curati possono favorire l’infezione.

Dal momento che il tetano vive bene nell’intestino degli animali, una ferita subita in campagna ma anche in un giardino (per via della presenza di animali o dell’uso del letame per concimare) è quella maggiormente a rischio: ci sono stati casi di tetano dovuti alla puntura con le spine delle rose, per intenderci. Anche il morso di un animale, pure se domestico e che non è mai uscito di casa, è potenzialmente a rischio: i gatti si puliscono leccandosi le parti intime mentre i cani escono quotidianamente in strada, quindi potete capire che la loro bocca non è un posto propriamente igienico…

Come faccio a difendermi dall’infezione?

La difesa più efficace è la vaccinazione con richiami periodici (che quasi nessuno fa: ahimè).
Per legge dovremmo tutti essere vaccinati da piccoli ed è buona norma fare un richiamo ogni 5-10 anni. In caso di dubbio, si può controllare se si è ancora coperti tramite un prelievo di sangue (misurando il titolo anticorpale) ma ancora meglio è fare il richiamo a prescindere perché si può fare anche senza controllare la copertura. No: il vaccino (che include anche la difterite) non causa autismo, come abbiamo già detto qui ma come tutti i vaccini, anche se serve ed è efficace, non garantisce il 100% di efficacia.

Cosa faccio se mi sono ferito e penso di essere a rischio?

Pulire la ferita e disinfettarla è ovviamente sempre la cosa da fare. Se la ferita è profonda ma non sanguina o il sanguinamento è scarso, è opportuno non fasciarla in maniera troppo costrittiva: il tetano infatti cresce in assenza d’aria e sarebbe agevolato da bendaggi troppo “soffocanti”.

  • Se mi sono tagliato/punto e penso di essere comunque a rischio di tetano, soprattutto se non sono vaccinato o non ho fatto correttamente i richiami, è meglio che mi rechi IL PRIMA POSSIBILE da un medico per far valutare la ferita (considerate che se avvienedi notte o nei festivi e prefestivi, è in funzione la Guardia Medica).
  • Se la ferita è particolarmente profonda, sporca o grave, o è stata inferta in ambiente rurale/agricolo, meglio andare direttamente in Pronto Soccorso dove c’è la possibilità di somministrare antibiotici, immunoglobuline specifiche contro il batterio (più di rado), rifare il richiamo o comunque ricevere la valutazione medica necessaria.
  • Inoltre, se a distanza di qualche giorno da una ferita a rischio, avvertissi dei sintomi come spasmi muscolari, andare in Pronto Soccorso è più che consigliato.

Trascurare queste norme può essere pericoloso perché l’infezione, una volta in fase avanzata, non è più facilmente curabile, anche se la maggior parte dei pazienti (80% se di età inferiore ai 60 anni) sopravvive senza conseguenze dopo una malattia lunga e debilitante (anche 4-6 mesi). Fare la malattia, va detto, non protegge da un’infezione successiva e solo la vaccinazione ne è in grado.

Concludendo, facciamo attenzione alle ferite “sporche” e a quelle “profonde” e facciamo il richiamo del vaccino (per non dire il vaccino stesso)!

Torna in scena “Il Letto Ovale”

Carissimi, questa domenica 19 marzo alle ore 20:30 al Teatro Instabile di via Cecchi a Genova, torniamo in scena con “il letto ovale“, commedia brillante di Ray Cooney!
Lo spettacolo è gratuito, nell’allestimento già curato a giugno scorso da Luca Rinaldi, con gli allievi de La Quinta Praticabile, e che ha riscosso un ottimo successo!

Vi aspettiamo numerosi!

I falsi miti delle battaglie medievali

Un’immagine tratta dalla serie Game of Thrones – HBO

Jon Snow sullo schermo potrà anche permetterselo, ma nella realtà Riccardo Cuor di Leone non avrebbe mai potuto. Ogni volta che vediamo trasposta su pellicola una battaglia campale medievale, assistiamo sempre alla solita sfilza di errori storici per esigenze narrative. Vediamo i più comuni.

1. Le uniformi non esistevano

una verde pianura e due masse di soldati rossi contro blu; accurato come una partita di Risiko e autentico come una banconota da 7 euro. Durante il medioevo soltanto gli ordini religiosi come i Templari portavano tutti la stessa uniforme. Il grosso dei soldati dei comuni italiani, ad esempio, doveva provvedere da solo al proprio equipaggiamento. Questo faceva sì che non ci fosse un fante uguale all’altro e che borghesi e nobili avessero un equipaggiamento decisamente migliore dei popolani. I miliziani combattevano in schieramenti compatti e si radunavano sotto gli stendardi, piuttosto che affidarsi a uniformi o a scudi dipinti; questi sì, c’erano ma erano decorati in maniera diversa a seconda della provenienza del soldato e di certo non erano uguali per tutta l’armata. La cavalleria nobile, poi, tendeva ad usare le insegne della propria casata, contribuendo alla diversità.

2. Le cariche da grande distanza erano impossibili

Provate a immaginarvi ricoperti da 30 kg di ferro, correre urlando per cinquecento metri per poi scontrarvi col nemico completamente esausti, tanto da non riuscire manco a sollevare l’arma. Le cariche di fanteria partivano da distanza ravvicinata (100-150 metri) dopo una fase di avvicinamento a passo d’uomo, esattamente come oggi vediamo fare alla Polizia durante i disordini. Ovviamente in caso di cariche di cavalleria, le distanze potevano dilatarsi ma anche i cavalli potevano stancarsi, anche perché erano bardati anch’essi.

3. La battaglia non era un insieme di duelli

L’altro grande classico della finzione bellica è vedere gli schieramenti entrare a contatto e dividersi in tanti piccoli duelli singoli, ad esaltare l’abilità schermistica individuale. Falsissimo. Gli scontri avvenivano quanto più possibile in formazione compatta spalla a spalla e rompere lo schieramento avversario era proprio una strategia per soggiogarlo o mandarlo in fuga! Durante lo scontro, separarsi dai propri compagni era un ottimo modo per essere attaccati di fianco, alle spalle o da più persone, rendendo svantaggioso il duello singolo. Anche nella cosiddetta “mischia” (melee), quindi, si cercava il più possibile di rimanere vicino ai propri compagni.

4.Nessuno indossava mantelli

Un ottimo modo per farsi strattonare dal nemico o inciampare, il mantello era un indumento da viaggio ingombrante e non trovava spazio di certo in una battaglia. No: neanche tra i cavalieri. Inoltre le battaglie venivano spesso combattute tra primavera e autunno: d’inverno gli eserciti tendevano a non spostarsi per via della scarsità di approvvigionamento e le difficoltà climatiche (non c’erano di certo strade asfaltate, e anche quelle lastricate in grande stile dagli antichi romani non erano più mantenute efficienti come prima), rendendo il mantello poco utile.

5. Il comandante che urla gli ordini

“Arcieri: scoccate!” grida il generale. E duemila arcieri eseguono all’unisono, manco lo avesse urlato Pavarotti. Gli ordini venivano emanati con l’uso di ampi gesti, bandiere o strumenti musicali quali i tamburi: urlare in una pianura affollata da 20.000 persone non era un metodo efficiente per farsi udire. Se l’unità era distante, poi, gli ordini venivano veicolati da staffette (che rappresentavano un gustoso bersaglio). Questo avvenne fino alla Prima Guerra Mondiale dove iniziò ad essere utilizzato anche il telefono, che poi lasciò spazio alla radio.

6. I cadaveri abbandonati sulla pianura

In un’epoca di superstizione religiosa come il medioevo, abbandonare i corpi senza sepoltura cristiana era visto come peccaminoso. I cadaveri venivano spogliati di ogni cosa utile e seppelliti in fosse comuni (talvolta bruciati, specie nelle culture pagane). Soltanto i corpi dei nobili potevano sperare di tornare al luogo d’origine, ma spesso venivano sepolti in monasteri vicini al luogo dello scontro. Nel caso dei re, il loro corpo veniva spesso eviscerato o bollito per conservarne organi e ossa da mettere in appositi reliquiari o seppelliti in luoghi diversi: il cuore qui, il corpo là. Diverso il fato dei nemici di fede religiosa avversa: durante le crociate, da ambo le parti, si possono riscontrare episodi brutali come decapitazioni di massa e massacri di civili.

7. Il “caricone” folle dritto sui lancieri

Classificabile come “suicidio assistito”, andare alla carica su un gruppo di lance abbassate significava organizzare un grosso barbecue a base di spiedini umani ed equestri. I lancieri storicamente venivano attaccati dai fianchi o da dietro, qualora essi non fossero protetti da altre unità. Erano infatti una vera e propria nemesi della cavalleria, e insieme alla polvere da sparo ne contribuirono al declino nel ‘500. Durante il rinascimento esistevano soldati appiedati armati di speciali spadoni, il cui compito era proprio di intrufolarsi tra le lance per troncarle (senza assicurazione ma con paga doppia).

E ce ne sarebbero molte altre, come il fatto che i Vichinghi non indossavano elmi cornuti e che essi sono un’invenzione ottocentesca per rappresentarli in maniera pittoresca a teatro, che gli spadoni a due mani sono sempre impugnati male (anche nella foto) in quanto la mano sinistra stava sul pomo e non immediatamente sotto la destra, in modo da gestire meglio la “leva” della spada, che le armature di piastre dei film proteggano poco o niente dai colpi di taglio, quando fu proprio la loro funzione principale, ecc.

Ma tant’è, ormai siamo abituati così.

Ma se ghe pensu… in inglese!

Qualcuno, prima o poi, doveva farlo ed è stato un bene che sia stata Francess. A cosa mi riferisco? All’adattamento in inglese dell’inno genovese “Ma se ghe pensu“, che qui vediamo interpretato magistralmente dalla talentuosa cantante italo-americana. La stessa ha anche curato la traduzione – davvero non facile – riuscendo a dare un tocco personale senza snaturare il testo o comunque rispettando il senso originale.

If I think home diventa, da inno genovese, un canto per tutti gli emigranti e gli emigrati, chesono accomunati proprio dal dovere imparare un’altra lingua, spesso quella inglese.

Nei commenti al video potete anche vedere la “benedizione” del pronipote di Mario Cappello, che la cantò in origine. Molto presso, vedremo anche una versione accompagnata dall’orchestra del Carlo Felice di Genova!

Grazie Francess!

Operazione nostalgia: in corso!

nokia3310
Torna il Nokia 3310 – da http://www.nokia.com

Sì dice che quando ci sono poche idee, è il momento di ritirare fuori quelle vecchie per migliorarle o riproporle.

Stiamo assistendo a una profonda operazione nostalgia, da qualche tempo. Nintendo rilancia il NES e allora SEGA gli va dietro con il Megadrive; una delle serie più viste di Netflix è Stranger Things, un omaggio puro agli anni ’80 con tanto di Winona Ryder. Per non parlare dei jeans a vita alta che ora vengono sfoggiati dalle ragazzine come 30 anni fa e dei numerosi reboot cinematografici.

nesmini
NES classic mini – da http://www.nintendo.com

La novità del momento è Nokia che decide di rilanciare il 3310 in un momento in cui lo smartphone è diventato un’appendice del nostro braccio, un accessorio che se dimentichiamo a casa dobbiamo assolutamente tornare indietro a riprenderlo, decidendo per altro di non dotarlo di connettività o app particolari. Cosa che lo rende ciò che era in origine: un phone senza smart.

Questo processo è, a mio modo di vedere, dovuto al fatto che la generazione nata negli anni ’70, ormai ultraquarantenne, sta iniziando a entrare nella sindrome di mezza età.

Perché stiamo attraversando questa fase? La risposta è forse da cercare nel pessimismo cosmico che è partito giusto dall’11 settembre 2001, anno in cui abbiamo capito quanto la nostra sicurezza economica (e non) sia in realtà effimera. Allora torniamo ai beati anni ’80 e ’90, dove la minaccia era giusto quella sovietica, più virtuale che reale. E di certo non vicina alle nostre piazze, oggi minacciate da camion guidati da squilibrati assassini. La corruzione politica c’era ma prima del fatidico 1992 non era stata così esposta come una ferita in cancrena. Insomma vivevamo tutti in una sorta di Truman Show dove tutto sembrava bello e il marcio riusciva a restare sottoterra per decenni. Forse perché non c’era internet.

Insomma, nel cervello di chi ora occupa posizioni di potere economico (Il grosso dei CEO ora ha 40-50 anni) c’è forte volontà di tornare nella zona di comfort dell’infanzia, dove apparentemente si stava meglio ma se avevi un cancro o l’HIV morivi nel 90% dei casi. Mentre ora no. Ma a parte i progressi medici forse il resto non era così necessario per sopravvivere.

Questo forse rallenterà l’evoluzione? O magari qualcuno prenderà il buono del passato per fare un balzo verso il futuro? Una cosa è certa: 50 euro per giocare a Snake mi sembrano un po’ tanti.