Una palma non fa primavera

clouds-1846124_640Brutta annata per le palme: prima l’olio e ora le bruciano.

Questa è una storia torbida fatta di populismo e ignoranza reciproca. Avrete letto del balzano tentativo milanese di installare un boschetto di palme in Piazza Duomo e dell’incendio doloso che ne ha danneggiate alcune. Tutto preceduto da manifestazioni destrorse che accostano la palma all’Africa e quindi ad un prodotto straniero da respingere. Ad una scelta estetica discutibile (che c’entrano le palme con la famosa piazza meneghina?) si è risposto con una boiata strumentalizzata al 200%. Ma la terza scelta discutibile è quella di ignorare questi segnali di sconforto in nome del buonismo e del quieto vivere.

Le destre xenofobe fanno man bassa di consensi da tempo. Da quando c’è l’ISIS, i migliori Le Pen, Trump, Salvini e compagni battono cassa tra i leoni da tastiera europei: si riparla di pulizia etnica, di affondare i barconi. A favorire la questione c’è l’incapacità europea di gestire il problema migranti, vera benzina sul fuoco e carburante per  l’incremento dei saluti romani.

Accostare una palma ad una sedicente africanizzazione è una stupidaggine bella e buona: a Genova si dovrebbe quindi bruciare Corso Italia, il Porto Antico o il viale che porta alla stazione di Nervi, seguendo questo principio. Ma se diverse persone ci sono cascate, o hanno voluto cascarci, significa che queste voci esasperate le abbiamo ignorate per troppo tempo.

Facendo un giro per i quartieri del centro storico e del ponente genovese, i residenti si sentono schiacciati dalla presenza straniera, dal degrado che in molti casi ha portato l’afflusso di persone senza abilità particolari e prospettive di lavoro (ergo -> o delinqui o fai il questuante), dai suoi usi e costumi mai digeriti. Ma i cittadini sono davvero tutti schierati contro gli stranieri? Come dice il titolo, di certo non è così e molti hanno condannato il gesto di bruciare le palme.

La massa è ignorante e facilmente influenzabile: sono secoli che accade. Per sua natura tende a vedere il problema sotto il naso e ignorare quello profondo che non vede o che non tocca direttamente. Solidarizza solo a parole con gli esseri meno fortunati ma prima vuole che tutto sia in ordine vicino a casa propria (“not in my backyard”). E’ completamente sbagliato? Non saprei, ma di certo è umano.

Le famose ultradestre riescono a fare proselitismo laddove i governi più democratici deficitano in meccanismi d’azione efficaci, per non perdere il consenso dell’elettorato di sinistra o ultracattolico, per non andare contro le Nazioni Unite o per semplice mancanza di mezzi. Raramente, ritengo, perché reputano l’assistenza umanitaria un valore fondamentale.

E’ giusto ospitare profughi in fuga dalla guerra? Certamente sì. E’ giusto finanziare in maniera diretta o indiretta tali guerre? Certamente no. E’ giusto ospitare anche profughi non provenienti da zone di conflitto? Probabilmente no, a meno che non serva manodopera. Aiutarli a casa loro? Giustissimo, ma allora non aiutiamoli a combattersi tra tribù, non trivelliamo le loro terre tenendo tutto il prodotto per noi e forniamogli mezzi adeguati per evolvere. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e questi sono i prodotti che in parte anche noi abbiamo seminato.

D’altro canto se il grosso delle persone non vuole più sentire che esiste un problema immigrati, è giusto ignorare questa voce affermando che “non c’è soluzione pratica”? Finché la xenofobia spicciola potrà essere sfruttata e strumentalizzata, aspettiamoci altre palme in fiamme e la mancanza di risoluzioni decise è la benzina ideale.

HEMA Ianua: il mio primo torneo di scherma storica a Genova

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HEMA Ianua 2017 Torneo Beginners Spada Lunga – Foto di Gianni Tognon

Qualche settimana fa si è svolto il mio primo torneo HEMA: Historical European Martial
Arts, dedicato in questo caso alla Scherma Storica, nella disciplina Spada a due mani (sono quell’omone a sinistra della foto).

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HEMA Ianua 2017 – medaglia d’argento Longsword Beginners

Conquistare una medaglia d’argento in una disciplina sportiva dopo i trent’anni è un’emozione immensa. Devo ringraziare il maestro Aaron Beltrami per tutti i preziosi insegnamenti e fare ancora i complimenti ad Aldo Deambrogio per la bella vittoria nella finale beginners.

Ho già parlato in precedenza della scherma storica in questo post precedente. E’ una disciplina agonistica che può essere praticata anche dopo i trent’anni, sebbene sia consigliata in età giovane adulta, e che può dare grandi soddisfazioni. Diversamente dalla scherma moderna, si usano le armi medievali e rinascimentali usando protezioni sportive ben più resistenti di quelle da scherma moderna.

Se volete saperne di più, il TG3 della Liguria ha realizzato un servizio ben fatto sull’evento HEMA Ianua del gennaio scorso. Ecco il contributo video e non dimenticate di visitare anche il sito ufficiale Scherma Storica Genova!

HEMA Ianua: per due giorni, Genova ospita l’acciaio della Scherma Medievale

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Dopo l’edizione “pilota” avvenuta l’anno scorso nell’ambito dei Fight Games, sabato 28 e domenica 29 gennaio 2017 presso il PalaOregina di Genova, ci sarà la prima edizione di “HEMA Ianua“: seminari e tornei di Scherma Storica.

Pochi sanno che la Scherma Storica è una disciplina marziale agonistica che sta prendendo piede tra gli sportivi “in nero” (per distinguerli da quelli vestiti di bianco della Scherma Moderna). Essi, con protezioni adeguate, si cimentano con le armi della tradizione schermistica medievale/rinascimentale: la spada a una mano con o senza “brocchiere” (un piccolo scudo), la “longsword” a due mani o le le armi più tardive come la “striscia” o “rapier”, rese celebri dai moschettieri. “HEMA” sta infatti per “Historical European Martial Arts“, un insieme di discipline marziali che provengono dall’Europa piuttosto che le classiche arti marziali asiatiche come il Kung Fu o il Kendo.

Ma come funziona? Esattamente come nella scherma moderna, lo scopo dello schermidore storico è “colpire l’avversario senza essere colpito“, pur con un regolamento diverso: è possibile muoversi liberamente nel quadrato (senza la pedana moderna), si possono usare alcune tecniche di lotta corpo a corpo (disarmare ecc.) e il segmento colpito vale differenti punti (es: testa 3, arti 1). Arbitro e giudici decidono l’esito dell’incontro, mancando tute elettrificate capaci di segnare automaticamente il punto.
Se pensate che non sia “uno sport per signorine”, HEMA Ianua ospiterà anche un torneo femminile! 😉

L’evento HEMA Ianua è il primo torneo di Scherma Storica organizzato a Genova dalla scuola “Scherma Storica Genova” e comprende seminari e tornei. E’ un occasione per conoscere questo sport agonistico ancora poco conosciuto e magari incontrare i futuri insegnanti.

Ecco un assaggio del programma; la partecipazione per il pubblico è gratuita (oltre che gradita):


Luogo: PalaOregina (ex ISEF) – Passo Costanzi, 4, Genova (adiacente all’Ostello della gioventù)

Sabato 28 Gennai0
– 09:30 Lignitzer workshop (da spada e brocchiere alla spada lunga)
– 11:00 Scherma di bastone italiana – workshop
– 13:00 Pausa pranzo
– 14:00 Spada e brocchiere – workshop
– 16:00 Spada e brocchiere – Torneo “open”

Domenica 29 Gennaio
– 10:00 Torneo Longsword beginners
– 11:30  Torneo Longsword femminile
– 13:00 Pausa pranzo
– 14:00 Torneo Longsword maschile “open”


Maggiori informazioni sulla pagina ufficiale dell’evento: https://www.facebook.com/events/1247080645313271/

Vi aspettiamo! 🙂

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Foto di “Pro Ianua – Torneo HEMA”, la precedente edizione avvenuta ai Fight Games 2016.

Facebook tra qualche anno? Ecco da chi sarà frequentato

Perdonatemi un po’ il click-baiting iniziale ma… Qualche tempo fa, imbarcatomi in un bellissimo corso di recitazione teatrale dall’età media decisamente meno stagionata dei miei mid-thirties, notavo quanto la fascia di età compresa tra i 16 e i 25 anni fosse incredibilmente sparita dai social.

Entrai su Facebook nel 2007, ai tempi della fine dell’università. In un paio d’anno diventò difficile trovare qualcuno che non avesse un account. Spammavamo foto delle nostre serate, giochi, video delle vacanze.

Poi, il deserto.

Oggi non facciamo che condividere post fatti da pagine specializzate come “Commenti Memorabili“, “Sii come Bill” o “Tua madre è leggenda“, senza quasi più condividere nulla di nostro.
Dieci anni dopo la sua diffusione planetaria, basta farsi un giro per qualsiasi pagina FB pubblica per trovare commenti di quaranta-cinquantenni incazzati verso il mondo, complottisti, condivisori di bufale, casi umani grammaticali e “webeti” in genere.

Pensavo fosse solo una mia erronea percezione e invece vedo che i sondaggi iniziano a confermare la mia ipotesi:

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(FONTE: http://vincos.it/2014/01/27/i-10-anni-di-facebook-visti-italia-statistiche-social-network/)

Questo veniva scritto nel 2013, e la tendenza non è affatto invertita: allora Facebook tra qualche anno sarà frequentato da haters cinquantenni e disertato dai giovani, che lo stanno soppiantando per WhatsApp o Snapchat?

Eppure, se guardiamo i sondaggi più recenti, forse un po’ di ricambio generazionale c’è:

https://www.insidemarketing.it/italiani-social-network-si-dividono-le-varie-piattaforme/

Siamo  dunque condannati a vedere il nostro social preferito cadere in mano dei “buongiornissimi kafèèèè” o alla caterva di post con frasi banali sulle “perzone falze”?  E’ probabile, ma perché anche noi invecchiamo e tendiamo a sostare nel cerchio di conoscenze della nostra generazione, frequentando meno i luoghi di aggregazione virtuali dei giovani.

Come è probabile che il web, come tutti i non-luoghi, evolverà, crescerà, diverrà un’altra cosa.
E a quel punto la tecnologia ci farà di nuovo drizzare i capelli come quando ci fu chiesto per la prima volta di inserire nome e cognome VERI su Facebook e tutti ci spaventammo: ricordate? Fino a persuaderci a consegnare a Mark e co. i nostri più torbidi segreti, in cambio di una manciata di like.

Che ne pensate?

A presto!

Rogue One: Star Wars come andrebbe sempre fatto

roSono uno dei tanti delusi da Episodio VII e da J.J. Abrams, come lo ero da Lucas dopo i prequel. Credevo che ormai Star Wars sarebbe stato relegato a macchina mangiasoldi basata sul merchandising e sul martellamento asfissiante in stile disneyano, come accadde per Frozen. E poi arriva lui, Gareth Edwards, che realizza uno spin-off su cui nessuno avrebbe puntato due lire e che arriva a superare addirittura la saga originale. Questo è Rogue One: a Star Wars story, appena visto con entusiasmo. Ecco un’analisi spicciola del film CON SPOILER.

HIC SUNT SPOILER! Non oltrepassate questa riga se non avete ancora visto il film! 

I primati del film

Possiamo dire che RO è il film dei primati: è il secondo film senza supervisione di Lucas, il primo a non usare il titolone Star Wars e i caratteri a scorrimento inclinato, il primo senza John Williams a dirigerne la colonna sonora (con un Michael Giacchino che però riesce a difendersi), il primo SW a usare attori resuscitati e ringiovaniti digitalmente, il primo a non essere incentrato sulla famiglia Skywalker. Con tutte queste premesse, molti lo considerano “il migliore dei fanfilm di Star Wars” come Dark Resurrection o simili. Hanno ragione a metà: perché Rogue One è Star Wars come doveva essere nel 21° secolo: il terzo secolo in cui esiste il cinema.

Bentornati nelle guerre del ‘900

Ciò che colpisce di Rogue One è come i conflitti bellici dal ’39 al 2011 siano raggruppati tutti insieme. I soldati ribelli portano elmetti M1 simili a quelli americani durante la guerra del Vietnam o le campagne del Pacifico, ma all’interno dell’Alleanza Ribelle, considerata buona oltre ogni dubbio nella trilogia originale, finalmente scopriamo che esistono degli estremisti operanti in una sorta di Gerusalemme Stellare (Jedha); sono vestiti con turbanti e compiono spietati attentati contro gli occupanti imperiali. E per la prima volta negli 8 film di Star Wars sentiamo un imperiale chiamarli “terroristi”.

La seconda cosa che possiamo notare è che anche i Ribelli meno estremisti non sono tutti degli stinchi di santo. Cassian uccide a sangue freddo un informatore a mezz’ora dall’inizio del film e arriva quasi a impallinare il padre di Jyn. Finalmente anche l’Alleanza Ribelle viene esplorata a tutto tondo rinunciando a irrealistici manicheismi.

Quando un attore morto può schiacciare attori vivi

Il vero supercattivo del film non è Krennic, il direttore vestito di bianco: è la resurrezione digitale del Governatore Tarkin a regalarci il vero antagonista, il burattinaio dietro le quinte, il politico spietato così sicuro di sé da essere crudele ma mai arrabbiato. La scomparsa di Peter Cushing che lo interpretò nel ’77 non ha scoraggiato gli sceneggiatori e sebbene la grafica 3D non sia per niente perfetta (sia lui che Leila sembravano due bambolotti), è lodevole lo stesso il tentativo. Krennic, d’altro canto, non sembra che una versione vecchia di Hux e Kylo Ren: frustrato e con meno sfuriate violente.

Una passata di George Martin

E’ lodevole anche che, alla fine di Rogue One, ci sia un tasso di mortalità alla Game of Thrones e rimangano in vita giusto Darth Vader e Tarkin, il primo dei quali impegnato in una bellissima strage-laser che finalmente appaga i fan del cattivo in armatura nera più iconico di sempre. Tecnica forse figlia della moderna sceneggiatura che vuole i buoni vulnerabili e a rischio di decesso, oltre a scongiurare fastidiosi spin-off dello spin-off. Almeno RO si apre e chiude tra i titoli di testa e quelli di coda. E così sia. Anche la possibile storia di amore è appena appena abbozzata, senza nemmeno un bacio.

I suoi difetti

  1. L’assenza di carisma dei buoni: nessuno è delineato bene, nessuno indimenticabile, a parte forse Cirrus, il monaco cieco.
  2. Buchetti narrativi: il team che parte nella missione suicida, ad esempio, ci mette 30 secondi a convincersi, neanche avessero un interruttore.
  3. Troppa, troppa computer-grafica.
  4. Alcune parti da stringere (Jedha e la ricerca dell’hard disk nell’archivio).

Cosa mi lascia di buono

  1. La voglia di vedere altre “Star Wars Stories” che vadano oltre la telenovela degli Skywalkers che, dopo 40 anni, puzza di vecchio.
  2. La voglia di esplorare il lato oscuro, non della Forza, ma dei buoni.
  3. La connessione con Episodio IV, quasi perfetta.
  4. La Corvetta Hammerhead: l’ignoranza nell’epoca dei laser.
  5. I cameo dei “grandi” come R2 e 3PO, ma anche i piccoli come i capisquadriglia ribelli.

Un ultimo pensiero: ho visto Rogue One il giorno della morte di Carrie Fisher. Rivederla, giovane, nell’ultima scena, mi è valsa una doppia emozione.

Grazie a questo film, ho nuovamente fatto pace con Star Wars.

Ma è giusto festeggiare il Natale se non si è cristiani?

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L’essere umano, si sa, non è un campione di coerenza. Se è vero che “solo gli stupidi e i morti non cambiano mai idea”, è anche vero che molte feste cristiane sono inserite come feste nazionali, a prova indissolubile dell’unione millenaria tra la Chiesa e lo Stato. Ma questo è corretto?

Io festeggio il Natale, ma non mi sento cristiano in senso stretto.

Credo che non siano pochi gli italiani, ma in generale gli occidentali, che festeggino la venuta di Cristo senza crederci particolarmente o soltanto per tradizione. Ed è proprio questa seconda caratteristica che, a parer mio, ci giustifica dal celebrare questo evento collegato a tante tradizioni precedenti, come il salutare il solstizio d’inverno, già in uso tra le popolazioni pagane.

Il Natale non è diventato altro che un contenitore, quindi, di varie feste a lui antecedenti, illuminate dalla tradizione cristiana che comunque ha condizionato il nostro vivere e ci ha donato gioie e complicazioni insieme.
Perché negare che, nonostante il laicismo, l’agnosticismo e l’ateismo ormai dilaganti (per ovvie e giustificabili ragioni), i nostri valori sono basati anche sugli insegnamenti di Cristo? Non andrebbe dimenticato, come non andrebbero dimenticati i misfatti compiuti in nome di questa e altre religioni. Tutto va sempre filtrato dal setaccio della ragione, ma essa non deve snaturarci dalle nostre origini. Altre culture si possono abbracciare ma non devono “soppiantare” la nostra.

Come si dovrebbe forse andare maggiormente verso la spiritualità senza passare per dogmi dettati direttamente da un ipotetico Dio mai davvero dimostrato, senza però finire nelle braccia dell’ateismo becero e cinico. Insomma: “l’umanità” dovrebbe essere la nostra religione.

Con questo pensiero, anche io oggi festeggio il Natale perché volente o nolente ne sono figlio: per tradizione e per la bellezza e poesia dei suoi valori, da molti definiti figlio del buonismo, da altri consumistici.

Ma se ci piace così, perché cambiare?

Auguri a tutti!

Pazienti saccenti e medici non comunicativi

Ieri mi è capitato di leggere questo articolo di Matteo Basile su Il Giornale, di cui vi invito alla lettura. In pratica, l’articolo tratta del tema delle “autodiagnosi” svolte dai pazienti tramite internet, senza ricorrere all’osservazione medica. Il 58% di essi, procede a (provare a) diagnosticarsi malattie e (tentare di) curarsi, senza passare per il camice bianco.

Oltre all’inquietante 58%, mi hanno fatto molto pensare i commenti di alcuni utenti, che troverete sotto l’articolo, in particolare il secondo, di una paziente che accusa i medici di presunzione e superficialità.

I responsabili di questo crollo della fiducia, lo dico con dispiacere, siamo anche noi medici. In Italia manca una vera e propria filosofia della scienza che nonostante il nostro presunto illuminismo e razionalismo non ha ancora soppiantato uno dei più grandi difetti dei medici: la scarsità di comunicazione col paziente.

Continuiamo da secoli – perché i nostri maestri ce lo hanno insegnato – a non comunicare chiaramente le diagnosi perché il paziente è “stupido” e non può capire, oppure non bisogna generargli ansia, oppure non riusciamo a dirgli che il problema è psicosomatico perché il paziente penserà che gli stiamo dando del pazzo, perché non abbiamo tempo in quanto siamo sotto organico e dobbiamo arrivare vivi a fine giornata. Ancora peggio: non riusciamo a comunicare chiaramente quando non sappiamo che pesci pigliare. E, a volte, non siamo così umili da ammettere che forse è meglio che un nostro collega più esperto visiti il paziente al posto nostro. Per non parlare delle molte diagnosi che spesso vengono comunicate a parenti prossimi e nascoste al paziente stesso (fatto che sarebbe non proprio legale).

Questa insicurezza, mascherata da superiorità, non può che generare una profonda sfiducia nel medico e produrre un esercito di persone scettiche e complottiste che vedono i sanitari erroneamente in pugno alle lobby e aziende farmaceutiche.

Di fronte a questo annientamento della professione medica, basta che una persona (e ne leggerete nei commenti), dichiari qualcosa di mirabolante e la sua dimostrazione di forza e sicurezza faranno immediatamente presa sull’esercito degli scettici che vede nelle persone che hanno studiato soltanto insicurezze e dubbi.

Perché la medicina è la scienza del dubbio, e le certezze purtroppo sono poche: chi si affida a noi, purtroppo, spesso non lo sa e non lo accetta. Starebbe a noi farglielo capire, nonostante le difficoltà, iniziando fin da giovani con un’adeguata educazione sanitaria fatta già nelle scuole.

Che spettacolo di Oasis!

Cari amici, non posso che segnalare di con piacere questo spettacolo di beneficenza che vedrà impegnate le danzatrici della Scuola Danza Zara (con la sapiente guida di Marzia Scarfò) e gli allievi della scuola di recitazione La Quinta Praticabile, diretti dal maestro Luca Rinaldi, che avete imparato ad amare in diverse produzioni, quali “il letto ovale”, “la cena dei cretini” e “ora no tesoro”, per dirne solo alcuni.

Lo spettacolo è lunedì prossimo 21 novembre, di sera, al Ritz di Albaro!

Io ci sarò con grande piacere tra il pubblico. Rinnovo che  l’evento è per beneficienza!!! 🙂

Dettagli qui su Facebook:

https://www.facebook.com/events/1304103689622101/?ti=as